Ancora sul non Comprendersi. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il Matto, che ringraziamo id cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla difficoltà della trasmissione di concetti in una discussione. Buona lettura e meditazione.

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ANCORA SUL NON INTENDERSI

 

Subito dopo la pubblicazione (l’8 luglio) del mio articolo “Abbiamo creduto di intenderci, non ci siamo intesi affatto”, su facebook mi sono imbattuto nel post “Pensieri nascosti” che riporta un’osservazione dell’attrice Helen Mirren:

«Prima di discutere con qualcuno, chiediti: quella persona è mentalmente abbastanza matura da comprendere il concetto di un punto di vista diverso? Perché, se non lo è, allora non ha assolutamente senso farlo».

Bastano queste poche parole per aprire, senza poterlo chiudere, lo scottante, attualissimo argomento del comunicare per  … non intendersi.

Si noti che l’attrice riferisce di un punto di vista «diverso», quindi né “migliore” né “peggiore”, dato che ogni punto di vista è limitato per definizione.

S’intende (forse … anzi no) che la pietra d’inciampo è  proprio il punto di vista – o prospettiva – da cui si pone ogni soggetto condizionato dalla forma mentis che secondo la Sorte gli è stata conferita (argomento gigantesco riguardo alla cosiddetta “educazione”) e che il soggetto stesso ha (liberamente?) rifinito e consolidato.

 

S’intende (forse … anzi no) che da un punto di vista – da una prospettiva –  non può cogliersi l’intero (il pan-orama), ciò significando che nessuna forma mentis può pretendere l’esclusiva.

 

Incontestabile Alan Wilson Watts:

«Nessuna bocca è abbastanza grande per pronunciare l’intera cosa».

 

S’intende (forse … anzi no) che la parafrasi è facile: «Nessuna parola è esauriente per annunciare il Verbo», tantomeno cristallizzandolo in una dottrina e in un codice umanamente elaborati, contornati da agiografie troppo sospette di un confezionamento ad hoc, che possono diventare oppressive (esercizio di un potere più che di un’autorità?) con la loro  pedissequa enunciazione mirante ad imporsi.

Al riguardo, Gregorio di Nazianzo si esprime con un … koan:

 

O Tu, l’Aldilà di tutto […] Tu sei ogni essere e non sei alcuno. Tu non sei un solo essere, tu non sei il loro insieme; Tu hai tutti i nomi, e quale nome darò a te il solo a cui non si può dare un nome?

 

Povera ragione! Non ha che da mettersi le mani nei capelli! Pur costretta a  riconoscere l’ineffabilità del Mistero Divino che infinitamente la trascende, si agita insoddisfatta dandosi ad un impresa fallita in partenza: servirsi di una montagna di parole per “spiegarlo” e “organizzarlo” in sillogismi. Se non che il Mistero è oltre la cima della montagna, nel mistico cielo della fede pura, la fede apofatica che s’invola oltre l’appoggio della montagna, oltre il granitico apparato formale teologico-esegetico-agiografico, come anche oltre le “prove” tanto storiche quanto scientifiche.

 

S’intende (forse … anzi no) che rispetto all’Assoluto, cioè alla Verità-in-Sé, ogni composito linguaggio umano, anche se ispirato, non può essere che irriducibimente relativo, quindi allusivo, ciò che non può non lasciare un margine alla libera interpretazione, circa la quale non si vede perché non possa essere anch’essa ispirata o illuminata. Diversamente, con riferimento in questo caso al contesto giudeo-cristiano, occorrerebe sospettare di un occulto o sottinteso undicesimo comandamento: «NON PENSARE», ossia: «tranquillo, abbiamo già pensato tutto noi, unici illuminati, quello che devi pensare tu», ove il plurale maiestatis è l’istituzione intermediaria auto-refenziata come l’unica infallibile, al cui setaccio deve passare ogni pensiero sospetto. E mi si perdonerà se proprio ora mi sovviene il caustico “Li soprani der monno vecchio” del Belli:

«C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.
Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
Pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo,
Ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
Chi abbita a sto monno senza er titolo
O dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
Quello nun pò avé mmai vosce in capitolo”.
Co st’editto annò er boja pe ccuriero,
Interroganno tutti in zur tenore;
E arisposeno tutti: È vvero, è vvero!».

S’intende (forse … anzi no) che punto di vista e forma mentis coincidono e costituiscono un limite che non si  dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) pretendere d’imporre ad altri, anche perché ciascuno degli altri è a sua volta abbarbicato al proprio punto di vista, alla propria forma mentis, al proprio limite, sicchè ecco divampare una patetica contesa fra  Lillipuziani  che si combattono, ciascuno credendosi Gulliver.

 

S’intende (forse … anzi no) che qui, collegato a quello della comunicazione, risiede il tema della convivenza sociale dilaniata dalla molteplicità dei punti di vista, dalla pluralità delle forme mentis che lasciano la parola “tolleranza” in un angolo oscuro, posto che – Pirandello incombe – ciascuno la riempie del proprio senso, o peggio ancora la pronuncia, per dirla con Catullo, a mentula canis, volgarmente ma incisivamente tradotto “a cazzo di cane”.

 

 

 

S’intende (forse … anzi no) che l’interlocutore di chi parla o scrive, non ascolta o legge per capire, bensì solo per replicare, intrappolato com’è nella propria visione delle cose, incapace o non disposto a considerare un’altra prospettiva, del resto limitata anch’essa.

 

S’intende (forse … anzi no), che “forma” si collega «alla radice sscr. DHAR risolta normalmente nel latino FAR, FOR, che ha il senso di tenere, sostenere, contenere […] quindi la voce FOR-MA corrisponderebbe al sscr. DAR-I-MAN forma, figura, e alla lettera varrebbe figura stabile, fissa […] derivaz. fòrmula, fòrmolo, sorta di vaso per raccogliere la materia metallica fusa» (etimo.it).

 

S’intende (forse … anzi no) che ogni forma è un contenitore di determinati concetti e pensieri fissati e organizzati, con esclusione dei concetti e pensieri altrettanto fissati e organizzati in altri contenitori.

 

S’intende (forse … anzi no) che la “comunicazione a due vie” per ovviare al “differenziale semantico” teorizzata di Norbert Wiener, secondo il contributo al mio articolo dell’Amico STILUMCURIALE EMERITO, resta un miraggio poiché nella comunicazione subentrano e dominano – per tornare ancora a Pirandello – il senso col quale ciascun soggetto comunicante riempie le parole ed il senso con cui le riempie il ricevente, per l’insorgere non solo della non coincidenza fra significato e senso, ma anche fra senso e senso, da cui le inevitabili contese.

 

Publilio Siro:

 

«L’affettuosa intesa degli animi è la migliore parentela».

 

S’intende (forse … anzi no) che anche «l’affettuosa intesa» resta fra le nuvole senza l’abbandono del proprio punto di vista, senza lasciar cadere la forma mentis, miracolo che accade se e quando vige il rispetto reciproco, anche perché, di sicuro, non è dalla diatriba dialettica o fisica che può scaturire la “verità”, anzi.

 

S’intende (forse … anzi no) che il contributo dell’Amico ANGELO, sempre al mio articolo precedente, conferma il non intendersi: come panacea egli evoca a scappar via il famoso “veritas est adaequatio rei et intellectus”, ma non risponde alla domanda: «chi è, fra gli umani, il dio che possiede un intelletto puro e perfettamente in grado di inquadrare sempre e comunque l’oggettivo?». Qualcun’altro può rispondere? Rispondere, dico, con un’indicazione precisa e concisa, e non con la solita girandola di parole che aggirano la domanda per approdare al nulla.

S’intende (forse … anzi no) che riguardo al contributo dato dall’Amico DON PIETRO PAOLO … mi ritiro in buon ordine, dacché la sua forma mentis legittimamente ecclesiastica non può combaciare con la mia, che altrettanto legittimamente è laicamente … inesistente.

 

Gli è che i Matti sono fuori di testa, o, meglio, fuori della propria testa, e non disdegnano di entrare ora in questa ora in quella gabbia per quel che basta a coglierne il barlume che conferma il proprio libero volo verso l’Assoluto, l’Universale, il Cattolico! proprio come l’ape produce il miele posandosi su diversi fiori senza arrestarsi su uno di essi. Dai molteplici fiori al miele. Dalle molteplici parole al Verbo. Apofasi. Slancio jaculatorio, tornando al Nazianzeno, verso «l’Al di là di tutto, a cui non si può dare un nome».

 

Al riguardo, un interessantte inciso: «in ebraico HaShem è un termine che significa letteralmente “Il Nome”, e viene impiegato per evitare di fare riferimento al Nome di DIO. Inoltre H’ (che sta ad indicare proprio HaShém) è il modo in cui il giudaismo rabbinico afferma che l’unico Nome che realmente identifica DIO è quello che non lo nomina nemmeno, perché considera che nulla di esistente comprende la realtà di DIO. Un’espressione popolare che contiene questa frase è “Baruch HaShem”, che significa “Grazie a DIO”, letteralmente, “Benedetto sia il Nome”». (it.abrahamicstudyhall.org).

 

S’intende (forse … anzi no) che per essere libero, il volo deve estollersi da ogni forma, che, se assunta graniticamente, diventa un muro e una zavorra.

 

Matto Walt Withman:

 

«Mi contraddico?
Molto bene, allora mi contraddico,
sono largo, contengo moltitudini».

 

Si noti che lo Specchio, «simbolo più diretto della visione spirituale, la contemplatio» (Titus Burckhardt) … si contraddice poiché contiene moltitudini! E nel contempo,

 

Paulo Coelho:

 

“Lo specchio riflette esattamente ciò che vede: non sbaglia perché non pensa.”

 

Matto Ibn Al-Arabi:

 

«Il mio cuore è ormai capace di qualunque forma
chiostro per il monaco, tempio per gli idoli,
pascolo per le gazzelle, Ka’ba dei fedeli,
tavole della Thora, Corano.
L’Amore è il credo che sostengo

e ovunque giri la sua cavalcatura l’Amore

è sempre la mia religione
e la mia fede».

Matto Giovanni:

«Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».

 

“Amore”: parola abusatissima e declinata secondo la forma mentis, cioè secondo il senso soggettivo … a mentula canis.

 

S’intende (forse … anzi no) che l’Assoluto, il Verbo, l’Universale non ha dimensione e quindi è immensamente grande e immensamente piccolo; non ha forma e trascende ogni agglomerato organizzato in pensieri e parole che può dirne soltanto un  balbuziente qualcosa, anzi qualcosina.

 

Matto Jalal ad-din Rumi:

 

«Il silenzio è il linguaggio di Dio, tutto il resto è misera traduzione».

 

Matto Giovanni Taulero:

 

«Non si può servire meglio il Verbo che tacendo e ascoltando».

 

Matto l’ispirato che ha scritto il Salmo 46:

 

«Sta’ in silenzio davanti al Signore, e aspettalo».

 

Matto il … Matto che si dà al tacere e all’ascoltare, come anche ad un mattissimo vedere senza vedere.

 

Tao Te Ching:

«Nella sua essenzialità il Principio è senza nome

È semplice come l’estrema particola della materia

Eppure il tutto non saprebbe contenerlo».

 

«In (il) Principio era il Verbo»: nel nominarlo “Verbo” ci si trova già al piano inferiore all’Ineffabile che precede infinitamente il primo verso del Vangelo giovanneo;  già si è abbandonato l’immensamente grande (più del tutto) e l’immensamente piccolo (l’estrema particola della materia), già si è caduti dal giardino contemplativo nell’agone onomastico-discorsivo; già si è dato inizio al conferimento di una forma ed al conflitto tra forme.

 

S’intende (forse … anzi no) che il non intendersi è un avviso:

«CIÒ CHE C’È DA INTENDERE

NON È CIÒ CHE CIASCUNO INTENDE».

 

Pungente Anthony de Mello:

 

«Non abbiamo paura dell’ignoto, ciò di cui abbiamo paura è rinunciare al conosciuto».

 

«Ho capito!»: sintomo della paralisi formale intellettiva e coscienziale, poiché, superando infinitamente il capito, il Da Capire non si può capire.

 

«Ho capito!»: l’io che monta in cattedra e automaticamente ammannisce il suo … punto di vista inconsapevole del pan-orama,  dell’intero, del Verbo.

 

Matto Joseph Joubert che manda in pensione teologi ed esegeti:

 

«È facile comprendere Dio fino a quando non si tenta di spiegarlo».

All’uopo, vale la pena di un accenno all’otium.

 

Delicatamente, vigorosamente, felicemente, Joseph Pieper:

 

«L’otium è uno stato dello spirito, un clima spirituale […] Nell’otium è presente qualcosa della serenità del non-poter-capire, di quel riconoscere il carattere misterioso e insondabile dell’essere. C’è in esso l’ardimento del cuore che si affida senza calcolo al corso delle cose».

 

S’intende (forse … anzi no) che nella convinta accettazione del «non-poter-capire» è il segreto della vera umiltà: l’humus che si apre alla Luce.

 

S’intende (forse … anzi no) che l’«ardimento del cuore» e il «senza calcolo» sono peculiari dei Matti lanciati verso l’«ut unum sint», vale a dire verso-UNO che è UNI-verso, ciò restando inconcepibile per i Sani di mente al sicuro nello spazio limitato della loro legittima gabbia.

 

Mirabile sintesi di Orso in Piedi, Pellerossa certamente Matto:

 

«Un uomo veramente civile è un uomo che, seduto sul pavimento della sua capanna, si sente legato con tutte le creature e vede l’unità dell’universo. Quest’uomo, e non altri, è giunto alla vera essenza della civiltà».

 

Sentirsi legato con tutte le creature e vedere l’unità dell’universo: supremo stato di Coscienza e Civiltà! Quindi:

 

E legittima gabbia dei Sani di mente

E legittimo volo dei Matti:

 

S’intende (forse … anzi no) che qui è la verticalità celeste dell’ET-ET che manda in tilt l’orizzontalità terrestre dell’AUT-AUT della fede positiva e della ragione, le due lenti attraverso cui i Sani di mente vedono i Matti come nemici da osteggiare, e, secondo il più puro spirito fariseo, accoliti di Belial che “andranno all’inferno”.

 

Ci siamo intesi? Forse … anzi no.

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28 commenti su “Ancora sul non Comprendersi. Il Matto.”

  1. Caro don P.P.,

    abbia pazienza, ma sembra che gira che ti rigira è sempre come dice lei, e invece, perdoni la sfrontatezza, c’è anche quello che dico io (e non solo), che lei può certamente confutare fino alla fine dei tempi per … confermare il mio “dogma”: non ci si può intendere.

    Quale sarebbe il “criterio comune” che lei invoca? Quello stabilito dall’Istituzione? Lei comprende che se è così, hai voglia a girare la frittata per dimostrare che l’Istituzione non impedisce di pensare.

    Non la sfiora nemmeno per un momento che il fondamentalismo – perché di questo si tratta – non può che chiudersi ciecamente in se se stesso ed entrare in conflitto con tutto ciò che è pensato al di fuori di esso?

    Credo che lei sia il primo a sostenere che Dio non si contraddice e che le Scritture sono ispirate divinamente.

    Ma se le Scritture sono soltanto ispirate e NON DETTATE, vuol dire che sono Parola di Dio soltanto relativamente, poiché la soggettività degli scrittori ispirati è intervenuta, come mostrano le contraddizioni che lei definisce “apparenti”, come anche certi passaggi che sanno più di apologia ad opera dello scrittore ispirato che di Parola di Dio.

    Oppure Dio ispirerebbe contraddizioni?

    Un distinto saluto.

  2. Don Pietro Paolo

    Gentile Adriana,
    (Per i molti commenti, preferisco risponderle qui)
    apprezzo la sua chiarezza, ma non posso non rilevare quanto le sue affermazioni poggino su premesse deboli e su pregiudizi più che su argomentazioni.

    Anzitutto: parlare di “menzogne” nel Nuovo Testamento è già un errore di prospettiva. La Chiesa non ha mai nascosto le difficoltà storiche o cronologiche dei racconti evangelici; anzi, ha sempre distinto il nucleo essenziale della Rivelazione dalla cornice storica e letteraria in cui gli autori sacri hanno scritto. Gli evangelisti non erano cronisti di corte, ma testimoni della fede: se qualche dettaglio cronologico risulta diverso (come la morte di Erode rispetto al racconto dell’infanzia di Gesù), non per questo cade la verità del messaggio. Mi perdoni, ma Confondere una possibile incongruenza con una “menzogna” è un salto logico che nessuno storico serio compirebbe.

    Quanto al Dio “personale” che lei definisce contraddittorio e capriccioso, permetta di ricordarle che già l’Antico Testamento mostra un cammino di purificazione progressiva della fede, che culmina in Cristo. In Gesù Dio non appare come un sovrano che fa e disfa a capriccio, ma come il Padre che ama fino al dono del Figlio. È proprio qui la differenza tra la fede biblica e il “dio dei filosofi”: quest’ultimo resta un’astrazione lontana, incapace di salvare o di entrare nella storia. Il Dio vivo della Rivelazione, invece, si compromette con la vicenda umana fino alla croce: e proprio per questo può dare risposta al problema del male, non con speculazioni, ma con il dono di sé.

    Infine, lei cita Paolo, Agostino e Tommaso come se la loro grandezza fosse solo ‘presa in prestito’ dalla filosofia greca. In realtà, non si trattò di un semplice innesto esterno, ma di un vero discernimento: essi seppero vagliare, purificare e trasfigurare la filosofia, assumendone ciò che era conforme alla verità e rigettando ciò che le era contrario. Non fu la fede ad appoggiarsi alla filosofia, ma la filosofia a ricevere dalla fede un compimento insperato. Senza la luce della Rivelazione, la ragione resta incompiuta e sospesa a mezz’aria; illuminata dalla fede, invece, diventa capace di mostrare l’armonia profonda tra ragione e amore

    Che il problema del male e della teodicea rimanga arduo è fuori discussione; ma la fede cristiana non lo elude: lo attraversa. La croce di Cristo non cancella il mistero del dolore, lo trasfigura e lo apre a una speranza più grande.

    Con rispetto, ma anche con franchezza,
    don Pietro Paolo

    1. Caro don P.P.,
      ma è davvero “franchezza” la sua? Esser franco significa esser libero da ogni “imposizione” morale o politica che sia.
      Non mi pare sia il suo caso. Soltanto se ha usato questo sostantivo come (erroneo) sinonimo di delicatezza bucolica, glielo passo. Lei è come quel giardiniere costretto a coltivare esclusivamente cactus colonnari che- apparendogli brutti- si sforzi di mimetizzarli ricoprendoli con petali di passiflora…inutilmente.
      Non ho confuso le incongruenze con le menzogne: le ho supposte entrambe. Rilegga, please.
      Che la Chiesa non abbia mai nascosto al mondo i passi critici dei testi sacri è falso. Probabile che ne fossero al corrente soltanto alcuni “litterati” esperti. Ma numerosi passi dell’A. e del N Testamento, rimasero, per secoli proibiti, soprattutto nelle cerimonie liturgiche. Soltanto in un periodo -relativamente recente- le famiglie cattoliche ebbero il permesso di portarsi la Bibbia a casa. ( Memoria personale).
      Per lei nei sacri testi non esiste alternativa tra ignoranza e menzogna perchè comunque in essi
      si parla di Dio. Dio suggerisce bestialità agli ignoranti?
      L’aneddoto da cui, per Rivelazione, si vuol trarre un insegnamento morale è fasullo: l’insegnamento che ne deriva rimane “buono”?
      Passare dal Dio/orso speleo al mite Dio, vittima di se stesso è una “purificazione”? O non è piuttosto una forma di umano incivilimento iniziato, per gli Israeliti, da quando entrarono ( inizialmente come servi abbandonati dal loro dio-guerriero) in contatto con la civiltà babilonese?
      Trascurando Babilonia (Bab-illu: i cancelli dell’Alto), Zorobabele, Giosia, ecc…lei disegna per Dio sulla sua mappa religiosa, niente altro che un percorso evoluzionistico di tipo darwiniano.

      Su chi ha dato di più a chi ci sarebbe molto da discutere, sia in campo ideologico, sia in campo politico. Se il Papato non avesse ereditato il potere (anche quello sacro) imperiale, non ci sarebbero stati il Cesaropapismo, né lotte per le investiture, né scomuniche e condanne a morte in nome del Dio dell’Amore, né crociate contro i Cristiani….
      La Ragione può sbagliare, ma è continuamente impegnata nella ricerca delle soluzioni migliori possibili : nell’emendarsi e nel mutare, se è il caso. Il Mistero dà una botta in testa al ragionante zittendolo definitivamente con la formuletta stra-abusata di “Mistero della Fede”.
      A proposito di “eufemismi” logorroici, ma privi di significato, che significa “La fede cristiana non elude il problema della Teodicea, ma la attraversa con la croce”?
      Bene: supponiamo l’esistenza di un Dio onnisciente, buono e onnipotente e, sotto di Lui una marea- perchè sono marea- di bambini piccoli e piccolissimi in preda a malattie o vittime di incidenti naturali che li fanno orrendamente soffrire per ore, per giorni senza speranza di recupero…Il Dio Buono e onnipotente li lascia soffrire e senza un motivo (prestare all’Onnipotente Buono l’alibi del fine-superiore- rivela un orgoglio umano ipocrita e miserevole). Non potrebbe, pertanto, un tale Dio, almeno accorciare le loro sofferenze portandoli, il prima possibile, con sé nella gioia del Paradiso? Invece no… Perchè non vuole o perchè non può? Perchè non può o perchè non vuole? Attendo una sua risposta, possibilmente coerente.

      1. Don Pietro Paolo

        Gentile Adriana,

        dopo la lunga sequenza di accuse e rilievi negativi sul Dio biblico, sul cristianesimo e sulla Chiesa, mi sorge spontanea una domanda: lei, personalmente, in che cosa crede?

        Non le chiedo un trattato di filosofia, ma un’affermazione chiara. Crede in un Dio? E, se sì, in quale Dio? In un Essere impersonale, in un principio cosmico, in un Dio distante che non interviene, o in altro ancora?

        Perché, vede, è relativamente facile mettere in fila incongruenze storiche, limiti umani della Chiesa, passi difficili della Scrittura o problemi di teodicea. La domanda decisiva, però, resta un’altra: qual è per lei l’alternativa? Se Dio è solo un’evoluzione darwiniana delle coscienze, come scrive, allora che senso hanno le sue stesse domande sulla sofferenza, sul male, sulla giustizia? A chi le rivolge?

        Lei chiede a me coerenza, ed è giusto. Ma con altrettanta franchezza gliela chiedo io: qual è la sua visione di Dio, o del senso ultimo dell’esistenza?

        Perché, se tutto si riduce alla Ragione che si corregge da sé, senza Mistero, allora la sofferenza innocente non trova alcuna risposta: resta un grido nel vuoto. Se invece quel Mistero esiste, allora almeno si apre una possibilità che quel dolore non sia assurdo.

        Ecco perché vorrei davvero sapere: lei, Adriana, in fondo al cuore, quale Dio riconosce — o rifiuta?

        1. Caro don P.P.,
          come suo solito ha SVICOLATO per non rispondere. Crede di fare il “furbo”? Si vuole convincere che è l’unico modo di proteggere, in tal modo, l’Istituzione?
          Ripeto il quesito: il dio onnipotente e buono che lei si sente costantemente obbligato a predicare, il dio d’amore… non può o non sa? Non sa o non può… né vuole?

  3. ADRIANA; tu scrivi “Suppongo che a degenerare sia il discorso del Matto”: esattamente! DE-GENERARE, ovvero sganciarsi – senza per questo ripudiarlo – dal genere dogmatico-granitico escogitato dall’Istituzione, che nega la facoltà di pensare in proprio perché essa ha già pensato tutto quello che SI PUO’ pensare.

    Don P.P., lei scrive: “Ma se davvero fosse stata soltanto propaganda, la Chiesa l’avrebbe confezionata in tutt’altro modo: lineare, coerente, senza quelle difficoltà che lei, Rolando o Nippo amate scovare. Invece proprio le apparenti contraddizioni testimoniano l’autenticità di una Parola passata attraverso mani e culture diverse, eppure capace di custodire un messaggio divino unico”.

    Si può notare che le contraddizioni ci stanno e chi le nota non le “scova”, bensì semplicemente le trova. O ci si dovrebbe tappare gli occhi?

    Le contraddizioni “apparenti” di un “messaggio divino unico” valgono soltanto nel contraddittorio ambito cattolico-ecclesiastico? Invece ciò che contraddice l’ambito cattolico ecclesiastico non è apparente ma reale e va stigmatizzato?
    Così non può funzionare.

    1. Caro Matto,
      si può parlare sia- in genere- di oscurantismo ecclesiastico sia di quello- specifico- del comportamento “sportivo” di don P.P. che- come un gatto nero in una stanza buia-, razzolando a caso su un tavolo da bigliardo (nero anch’esso), mandi in buca una palla per mettersi a soffiar sgnaulando (cit. Trilussa) fiero: “Io ho sempre ragione! Sono un campione!!!”. Siamo di fronte a una consuetudine CENSORIA e TENDENZIOSA che ebbe modo di manifestarsi in modo particolarmente clamoroso e storicamente contradditorio in epoca “moderna” ,(per moderna intendo l’epoca dell’Illuminismo e della richiesta di diritti- senza per questo santificare certi orrori storici che ne furono conseguenza- ).
      Pio VII, (enciclica ” Diu satis”-1800): “La salute stessa della Chiesa, dello Stato, dei Prìncipi e di tutti i mortali, salute che dobbiamo considerare molto più cara e importante della nostra stessa vita, esige che questo potere sia tutto da NOI esplicato nel DISTRUGGERE quel MORTALE FLAGELLO dei LIBRI “.
      PioVII vi cita Clemente XIII ( “Christianae Rei publicae”, enc. 1766 ) ” “…e non parliamo solo di STRAPPARE dalle mani degli uomini, di DISTRUGGERE completamente bruciandoli quei libri nei quali si avversa la dottrina di Cristo apertamente, ma anche e soprattutto bisogna impedire che arrivino alle menti e agli occhi di tutti quei libri che operano più nascostamente e più insidiosamente…Se infatti non è frenata e repressa così grande libertà di pensiero e di parola, di leggere e di scrivere…per l’avvenire non basteranno a distruggere (il male) o ad allontanarlo LEGIONI di SOLDATI, GUARDIE, SENTINELLE MUNIZIONI di città e FORTIFICAZIONI di Imperi.”.
      Contro “il pestifero contagio” dei libri si esprimerà anche Gregorio XVI ( Enc. “Mirari vos”, 1838). ” A questo fine è diretta quella pessima, né mai abbastanza abborrita ed esecrata libertà della stampa…che ci opprime con stravaganza di dottrine, o più veramente portentosa mostruosità di errori… Ma ben diverso fu il sistema adoperato dalla Chiesa per sterminare la peste dei cattivi libri fin dall’età degli Apostoli, i quali leggiamo aver dato alle fiamme pubblicamente una quantità notevole di libri siffatti (Atti, 19).” Qui il Papa dà a intendere che furono gli Apostoli a imporre il rogo dei libri: una santa azione, santamente “ispirata” e da perpetuare. Al contrario, in Atti 19, 18-19, sta scritto che furono alcuni convertiti che- spontaneamente- portarono dei libri a bruciare. Una distrazione o una menzogna del “Father of lies”? Ammannita, inoltre, ex Cathedra … Bisognerà aspettare ancora un bel po’, e precisamente Giovanni XXIII, per sentire un Papa che- straordinariamente- si pronunci a favore della legittima libertà di pensiero e di coscienza.

      1. Don Pietro Paolo

        Cara Adriana,

        il suo intervento è un mosaico di citazioni usate a rovescio, di caricature e di insinuazioni. Mi paragona a un gatto nero che si vanta di avere sempre ragione: in realtà è lei che, raccogliendo pezzi di encicliche fuori dal loro contesto, si illude di dimostrare la sua tesi.

        Che la Chiesa abbia sempre messo in guardia dai libri che diffondevano errori, non è “oscurantismo”: è senso di responsabilità. Non c’è nulla di strano se i Papi del Sette-Ottocento, in piena epoca di rivoluzioni e di attacchi feroci alla fede, abbiano denunciato la pericolosità di scritti che non diffondevano libertà ma odio e distruzione. Anche oggi, se un libro incita all’odio o alla violenza, non si invoca forse la censura?

        Lei ironizza sul fatto che gli Apostoli bruciarono spontaneamente certi libri: ma la sostanza non cambia. Quei cristiani, spinti dalla fede, hanno rifiutato ciò che li legava al male e lo hanno distrutto. La Chiesa non ha mai imposto roghi per “sport”, ma ha sempre ribadito che la verità non può convivere con l’inganno.

        Quanto a Giovanni XXIII, non è stato affatto “il primo Papa a riconoscere la libertà di coscienza”: questa è la solita leggenda da manuale scolastico. La Chiesa ha sempre insegnato la dignità della coscienza, ma ha anche ricordato che la libertà non significa che ogni pensiero sia buono: ciascuno è chiamato a scegliere il vero e il bene.

        Forse lei si riferisce all’abolizione dell’Indice dei libri proibiti, avvenuta nel 1966 sotto Paolo VI. Ma non fu affatto un “via libera” indiscriminato: la Chiesa ribadì che restava il dovere morale di non diffondere o leggere scritti contrari alla fede e alla retta morale.

        In conclusione: lei vorrebbe vedere “oscurantismo” dove c’è stata vigilanza pastorale. La verità è che la Chiesa ha custodito la fede e la ragione mentre molti dei suoi critici, proclamando “libertà assoluta”, hanno costruito regimi e ideologie che di libertà ne hanno distrutta ben poca.

        don Pietro Paolo

        1. Caro don P.P.,
          guardi che questo gatto è stretto cugino del gatto di Schrodinger, quindi, animale nobile e famoso. Non è il caso che lei balzi al soffitto per l’indignazione di una -supposta- presa in giro. ..ma, se così fosse, non dovrebbe, piuttosto ringraziarmi per aver concesso al suo spirito di subire un’umiliazione (leggerissima, anzi inesistente ) che, cmq., la avvicinerebbe all’ambìto cammino della Sequela Christi? Quanto era ammirevole don Cottolengo!
          Tutte le altre sue considerazioni mi sembrano scritte all’insegna del: “Va tutto ben, Madama la Marchesa”, perciò non ha alcun senso dar loro risposta. Non me la sono affatto presa con Giovanni XXIII: al contrario. Mi sono rifatta alla “Pacem in terris” del l’11 aprile 1963 , dove, pur mantenendosi in una weltanschauung cristiana, il Papa riconosce finalmente i diritti della persona umana perchè questa possa svilupparsi in maniera “integrale”. P.S. Che significa: ” La verità è che la Chiesa ha custodito lafede e la ragione mentre molti dei suoi critici, proclamando “libertà assoluta”, hanno costruito regimi ed ideologie che di libertà ne hanno distrutta ben poca ” E’ un lapsus freudiano?

    2. Don Pietro Paolo

      Caro “Matto”,

      lei osserva che le contraddizioni “ci stanno” e che chi le nota non le “scova”, ma semplicemente le trova. Il punto è proprio questo: bisogna distinguere tra la contraddizione reale e quella soltanto apparente. La Chiesa, in duemila anni, non ha mai negato le difficoltà dei testi; ha invece sempre offerto criteri di lettura che mostrano come tali difficoltà non intacchino la sostanza della fede.

      Lei scrive che il discorso “degenera” quando si rimane nel “genere dogmatico-granitico escogitato dall’Istituzione”. Ma questa è una caricatura: il dogma non è la gabbia del pensiero, è la forma che custodisce la verità contro le interpretazioni arbitrarie. Se ognuno si arroga la facoltà di pensare “in proprio”, senza più un criterio comune, allora sì che tutto degenera: ognuno costruisce un dio a sua misura, e alla fine non resta più né fede né ragione, ma solo opinione.

      Le “contraddizioni” che lei e altri amate sottolineare sono la prova che i testi non sono stati levigati a tavolino, ma ci sono giunti così come furono trasmessi: con la ricchezza e la varietà dei testimoni. Se fosse stata pura propaganda, come ho scritto, sarebbe stata confezionata in maniera liscia, senza asperità, per risultare più convincente. Invece proprio queste tensioni interne mostrano che non siamo davanti a un’invenzione di laboratorio, ma a una storia viva, passata attraverso mani diverse e custodita nella sua sostanza dall’unica Chiesa.

      Così funziona, eccome: non negando le difficoltà, ma comprendendole nella luce della fede e della Tradizione viva.

      don Pietro Paolo

  4. Caro don P.P.,
    “aut, aut”: il suo intervento non è altro che un’alternativa obbligata senza possibilità d’appello…un ultimatum che non ammette vie di mezzo. Mi dica senza ambagi: chi è lei? Uno dei dodici Imam sciiti? Un Papa? Dio in persona? Sicuramente lei supera di gran lunga quell’incompetente, ignorante, probabile cripto cataro di Dante che si permise di contestare i dettami del Pastor di Cosenza ( e- in genere- tutti quelli che la Gerarchia soleva ammannire ai più ) per salvare un CRIMINALE pieno di orribili peccati come Manfredi.
    Lei scrive: “Non si può mettere sullo stesso piano ciò che nasce da una esperienza individuale e ciò che si fonda sull’autorità di secoli di fede vissuta e trasmessa nella Chiesa”. Ma, ciascuno di noi è un individuo ( anche se, temo, ancora per poco ) e l’esperienza può essere soltanto individuale: sia l’esperienza del visionario, sia quella del ritualistico baciapile, sia quella del dotto, sia quella dell’ignorante, sia quella dell’eremita, sia quella del più socievole, aperto e salottiero tra gli uomini. Nascere è un’esperienza, vivere lo è, lo è anche morire… Si nasce e si muore sempre soli, anche se accanto a lei giacciono mille cadaveri abbattuti dal suo medesimo destino.
    Non si può comprimere lo spirito umano, ridurlo alla sola obbedienza scritturistica della Tradizione chiesastica. Lo sosteneva persino Giacomo il Giusto in funzione anti-pauliana.
    A me pare che del Cristo di Paolo, così come del Jeshua dei Vangeli, a lei importi proprio poco. A lei importa la sorte e la stabilità della Chiesa come Istituzione. Dopo tutto , la capisco, è la sua Casa Madre, perciò fa di tutto per valorizzarla. Lei scrive che non sa dove il Matto andrà a parare: se all’Inferno o al Paradiso…però lo avverte, con un certo retrogusto minaccioso, che: ” Se rimane dentro la comunione della fede e della Chiesa questa via è ricchissima (?), se, invece diventa un pretesto per sottrarsi alla chiarezza del Vangelo e del Magistero, allora rischia di degenerare in puro esercizio dialettico. ” ( Suppongo che a degenerare sia il discorso del Matto, non che il Matto in persona si trasformi in dialettica).
    La “chiarezza nei Vangeli “- pieni di contraddizioni come sono-, è esclusiva opera di epurazione dei testi attuata dalle “colonne” e dai “paracarri”
    della Tradizione. Che siano stati “ispirati” lo affermano loro nel mezzo dei loro contorcimenti dialettici e…individuali… Da ultimo, lei scrive: ” Ciò che salva non è la dialettica, ma l’adesione -umile- a Cristo e alla Chiesa da Lui voluta.” E’ proprio sicuro che volesse questo tipo di Istituzione? “Ecclesia” indicava, ai tempi dei Vangeli, semplicemente un gruppo di persone,- lo può chiamare un’accozzaglia senza distinzioni gerarchiche-: una setta ebraica, se preferisce. I Cristiani e Cristo vennero molto più tardi, dopo lunghe lotte e scontri tra Ebioniti, Zeloti, Gesuani, Ma,- tornando a lei-, finora, che altre prove ha dato della bontà e veridicità delle sue convinzioni? Soltanto- e replicatamente- proponendo l’immagine del corpo trafitto -ma glorioso del Cristo- che viene ad abbracciarla pieno d’amore. Saranno queste le “sue esperienze” , senza alcun dubbio…ma restano, COMUNQUE, “individuali.”

    1. Don Pietro Paolo

      Cara Adriana,

      lei confonde due piani che, per un cattolico, non si possono sovrapporre. Certo, ognuno di noi ha la propria esperienza personale: nascere, vivere, soffrire, morire… sono esperienze che nessuno può fare al posto nostro. Ma per il credente, l’esperienza non è mai isolata: è illuminata, corretta e fecondata dalla verità che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa.

      Essere cattolici non significa annullare la propria individualità, ma accogliere una verità che non dipende dal singolo, bensì dalla Rivelazione. Se riduciamo la fede a “esperienza individuale”, restiamo chiusi in noi stessi, incapaci di distinguere tra la voce di Dio e le nostre proiezioni. La Chiesa, con la sua Tradizione e il suo Magistero, è il criterio che ci libera dal rischio di scambiare le nostre impressioni per verità assolute.

      Lei dice che l’“ecclesia” dei Vangeli era solo un gruppo senza gerarchia. Ma è Gesù stesso che sceglie i Dodici, dà a Pietro le chiavi (Mt 16,18-19) e affida a lui il compito di confermare i fratelli (Lc 22,32). Fin dall’inizio, la comunità cristiana non è un’accozzaglia, ma un corpo con una guida e una struttura.

      Infine: aderire alla Chiesa non significa rinunciare al pensiero personale, ma sottometterlo alla verità di Cristo. San Paolo lo afferma chiaramente: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). L’obbedienza alla Chiesa non soffoca la libertà, ma la fonda. Senza di essa ciascuno si costruirebbe un cristianesimo su misura, che non salva nessuno.

      Appartenere alla Chiesa non vuol dire che ognuno possa pensarla come vuole: significa riconoscere un’unica fede, professare la stessa dottrina e vivere nella comunione che Cristo ha voluto.

      Lei è libera di mettere in dubbio ciò che vuole. Io non sono né un imam, né un Papa, né tantomeno Dio, e non mi sento al di sopra di niente e di nessuno. Ho scelto, per convinzione, di essere cattolico; sono diventato ministro della Chiesa – e ne sono fiero- e, come tale, ho il preciso obbligo morale di proclamare il Vangelo , così come mi è stato affidat, e di essere, nel mio piccolo, anche maestro di dottrina ecclesiale.

      In una parola: l’esperienza individuale è preziosa, ma non basta. Ciò che salva non è la mia o la sua esperienza, ma l’incontro reale con Cristo vivo, accolto nella Chiesa che Egli ha voluto.

      1. Ah, caro don P.P.,
        ammiro la sua costanza nel fingersi sordo (e cieco, e muto): ossia nel non prendere MAI in considerazione le contraddizioni di cui sono pieni i libri sacri su cui ha forgiato la sua formazione. E fa bene…perchè non sono minimamente testi di storia, bensì di propaganda religiosa di un genere antropologico specifico.
        Credere a Paolo, che una quarantina d’anni dopo la morte del Messia, dichiara di aver avuto lo straordinario privilegio di conoscerlo meglio di qualunque altro dei suoi contemporanei in vita, amici e parenti? Credere ad Agostino che, incredulo davanti alle evidenti contraddizioni evangeliche, risolve la questione dichiarando di sottomettersi, comunque, a quella Istituzione, che -pare- gli desse la salda convinzione di un’umanità identificabile come “massa dannata” e perciò, spregevole e degna di ogni male?
        Credere a Tommaso che sprofonda in calcoli biologico-spirituali per poter mettere in non cale l’aborto, ma, a cui importa esaltare il sommo piacere dei “salvati” in Paradiso nell’osservare- dall’Alto- i tormenti dei dannati?
        A proposito di Pietro, paragonato dal suo Maestro al demonio, non piace alla Tradizione prender atto della differenza tra il suo soprannome: “ciottolo”, e la autentica pietra, la roccia del gruppo, a cui, per contrasto, si paragona il Maestro. Ma questo “grande capo” che avrebbe ricevuto il compito di perdonare 70×7, alla prima-piccola- menzogna di due sfigati, li fa fuori senza pietà? (azione gratificata dagli applausi postumi della “colonna” dell’Istituzione: S. Gerolamo (lett. 109))…Senza contare la figura del Maestro, che ora viene presentato come il mite” grande artista del dolore”, (cit. O. Wilde) , ora come un capo popolo ostilissimo verso chiunque non stia dalla sua parte, convinto com’è di vivere, Lui e i suoi contemporanei, nella immediatezza del tremendo regno di giustizia di Dio di cui precorre il giudizio, mandando i ribelli a bruciare nel fuoco eterno. Proprio una bella religione piena d’amore… A proposito di tale religioso AMORE,
        pare che nessuno faccia caso a quanto l’Amore sia- in realtà- una forza terribile. Disse il Maestro Hillèl: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Questo è saggio. Ma, nei Vangeli assistiamo ad un capovolgimento: ” Ama il tuo prossimo come te stesso”, che è assai meno saggio. E se uno non si ama, o non si ama a sufficienza? Oppure… se si ama rivelando per principio di essere nient’altro che un egoista…e allora?
        Sarebbe il caso- a questo punto- di riflettere su una profonda considerazione di O. Wilde: ” Eppure ogni uomo uccide ciò che ama. “( O.W. “Ballata del carcere di Reading”) e su quanto la passione, l’ossessione, la devozione inducano a comportamenti inevitabilmente distruttivi per se stessi e per gli altri. Gli antichi conoscevano questo aspetto dell’Amore e lo temevano. La successiva religione, invece, lo accolse in modo straordinariamente improvvido ed entusiasta, aprendo, in tal modo, la strada a tutte le sue nefaste, ineluttabili conseguenze.

        1. (continua)…tra cui la trionfante ricerca del dolore gratuito, sia da impartire, sia da subire.

          1. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            vedo che la sua critica ai testi sacri e ai grandi Padri della Chiesa è radicale e appassionata, ma parte da un presupposto che io non posso condividere: la convinzione che la Scrittura sia solo “propaganda religiosa” e non Parola di Dio. È chiaro che, se la si legge così, si troveranno ovunque contraddizioni e assurdità. Ma se davvero fosse stata soltanto propaganda, la Chiesa l’avrebbe confezionata in tutt’altro modo: lineare, coerente, senza quelle difficoltà che lei, Rolando o Nippo amate scovare. Invece proprio le apparenti contraddizioni testimoniano l’autenticità di una Parola passata attraverso mani e culture diverse, eppure capace di custodire un messaggio divino unico.

            Per la fede cattolica, infatti, la Bibbia è ispirata dallo Spirito Santo: non un manuale di storia o di biologia, ma il libro della salvezza. Gli autori umani hanno scritto con i limiti del loro tempo e della loro cultura, ma Dio ha guidato quelle pagine per comunicare la sua verità eterna. San Paolo, Agostino, Tommaso non sono “ingegni persi tra contraddizioni”, ma uomini che hanno dato alla Chiesa una profondità di pensiero e di fede che ha plasmato la civiltà intera.

            Quanto al rimprovero di Gesù a Pietro (“Satana”), è vero: Pietro non era perfetto, eppure Cristo lo ha scelto come pietra su cui fondare la Chiesa. È il paradosso della grazia: Dio costruisce la sua opera non sui meriti degli uomini, ma sulla sua fedeltà.

            Sul comandamento dell’amore, lei oppone Hillèl (“non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”) a Gesù (“ama il prossimo tuo come te stesso”). Ma in realtà anche Gesù ribadisce quella regola d’oro (Mt 7,12) e richiama il precetto già presente nell’Antico Testamento (Lv 19,18). Non poteva dire diversamente, perché parlava a un dottore della legge. Tuttavia, la novità cristiana non si ferma lì: Gesù dona ai suoi discepoli il comandamento nuovo — «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13,34). Qui sta il salto decisivo: non più soltanto misura di giustizia (“non fare agli altri ciò che non vuoi”), né solo misura di reciprocità (“ama come te stesso”), ma misura divina, quella dell’amore di Cristo che offre la vita per i suoi.

            Infine, quanto al “dolore”, il cristianesimo non esalta la sofferenza in sé, né il “dolore gratuito”, ma proclama che il dolore, quando vissuto in unione con Cristo, può diventare via di redenzione e di vita nuova. La croce non è la celebrazione del dolore, ma la rivelazione di un amore che lo trasforma in speranza e in salvezza.

            Le “contraddizioni” che lei ama sottolineare sono le stesse che hanno nutrito e illuminato secoli di santi e di pensatori. Forse non è la Parola di Dio a essere contraddittoria, ma lo sguardo con cui la si legge.

      2. Caro don P.P.,
        lungi da me qualunque intenzione di convertirla.
        Sarò il più concisa possibile. La Tradizione dogmatica non potè levigare completamente gli “spunzoni”, le vere e proprie menzogne che si trovano nel N.T. ( come, ad es., la data della fuga in Egitto e la strage degli Innocenti, avvenuti quando Erode era già stra-morto); non era in grado di farlo farlo perchè si portava sul gobbo, l’onus ponderosum dell’A.T.. Nei fatti, tutte e tre le religioni abramitiche soffrono dell’assurdità di aver voluto inserire nella propria narrazione la presenza “storica” di un dio “personale” che fa e disfa, agisce e si contraddice seguendo unicamente la propria inoppugnabile volontà del momento. (Is. 45,7.).
        E’ molto più agevole far riferimento al Dio dei filosofi: una divinità astratta, lontana ed assoluta di cui non si può- razionalmente- negare l’esistenza, ma di cui- d’altra parte- non si possiede la certezza provata.
        Lei cita Paolo, Agostino, Tommaso come i maggiori architetti della fede in dio.
        Tutti e tre- infatti- si abbeverarono abbondantemente alla filosofia greca, (sia platonica, sia plotinica, sia aristotelica), senza il fondamento della quale la vita ( loro e dei loro adepti ) sarebbe rimasta (sul modello biblico): “come un’ombra che cammina,…un racconto narrato da un idiota, pieno di rumore e di strepiti che non significano nulla. ” (Shakespeare, Machbet, atto V, scena V).
        Lei cita Giovanni per corroborare l’amore del Maestro verso i “suoi” adepti: “soavemente ” dimentica tutte le altre frasi del Maestro su Cafarnao, la sua famiglia ecc…. Lo sappiamo: la retorica è tutta costruita con questi piccoli mezzi…
        Un colpo di battacchio al dio storico e personale, un altro a quello “assoluto” dei filosofi e tutto va a posto…Niente affatto: il problema della Teodicea non viene cancellato, anzi, si impone più ineludibile di prima.

  5. Don Pietro Paolo

    Rispondo alla sua ultima domanda: “Andrò all’inferno?”. Non lo so, e non spetta certo a me giudicare. Una cosa però è certa: la via della salvezza non dipende da una tecnica dialettica, ma dalla fede viva, dalla carità e dall’obbedienza alla Chiesa che Cristo ha fondato. È su questi criteri che saremo giudicati, non sul metodo filosofico o teologico che ciascuno avrà preferito.

    1. Ecco: quel “non lo so”, come si dice, taglia la testa al toro. E non vale solo per lei ma per ciascuno.

  6. Don Pietro Paolo

    Caro Matto,

    ho l’impressione che Lei usi le parole non per chiarire, ma per dissolvere, come se l’abbondanza dei riferimenti — da Watts a Rumi, da Coelho a De Mello — servisse più a smarrire il lettore che a illuminarlo.

    Certo, tutti riconosciamo che il Mistero divino supera infinitamente le nostre categorie umane. Ma da questo non consegue che ogni forma, ogni dottrina, ogni parola sia solo una gabbia o un arbitrio. Cristo stesso ha preso la “forma” di uomo (Fil 2,7) e ha voluto che la sua verità fosse trasmessa in parole, in gesti e in una comunità concreta: la Chiesa. La Rivelazione non è una metafora da contemplare a distanza, ma un fatto accaduto nella storia.

    Lei sembra contrapporre la “fede apofatica” al “granitico apparato” teologico e dottrinale, quasi che il silenzio fosse in alternativa alla Parola. Ma la Tradizione cattolica non conosce questa opposizione: conosce piuttosto la sintesi. La teologia sa di balbettare, ma balbetta per fedeltà a ciò che è stato rivelato; il silenzio contemplativo non è disprezzo delle forme, ma immersione più profonda nella stessa Verità che quelle forme custodiscono.

    Mi pare che V la Sua prospettiva laica e sincretistica porti a mettere sullo stesso piano il Vangelo, il Corano, il Tao Te Ching e i versi di Whitman. Ma allora Le pongo una domanda molto semplice, senza voli pindarici: se tutto è uguale, perché Cristo è morto in croce? Perché gli Apostoli hanno dato la vita? Perché milioni di martiri hanno preferito il sangue al compromesso? Non perché pensavano che tutte le “forme” fossero equivalenti, ma perché credevano che in Cristo fosse la unica Verità intera, quella che libera (Gv 8,32).

    Perciò, con tutto il rispetto, non credo che il problema sia la mia “forma mentis ecclesiastica” e la sua “inesistente”: credo piuttosto che la vera questione sia se vogliamo accogliere il Dio che si è fatto carne, oppure rifugiarci in un eterno “forse… anzi no” che non conduce mai a una risposta.

    La fede non è “non pensare”, come ironizza Lei, ma pensare e vivere con Cristo come luce del pensiero e del cuore. Senza di Lui, restano solo parole che brillano per un istante e poi si spengono.

    Con rispetto,
    don Pietro Paolo

    1. Caro don P.P.,

      constato che il finale del mio articolo non fa una grinza:
      Ci siamo intesi? Forse … anzi no.

      Lei, giustificatamente e legittimamente, tende a fare tabula rasa di tutto ciò che io, altrettanto giustificatamente e legittimamente, propongo (pro-pongo, non im-pongo, come sembra fare lei) in base alla mia viva, vivissima esperienza.

      Nella sua forma mentis l’abbondanza di riferimenti appare come un tentativo di indurre più allo smarrimento del lettore piuttosto che alla sua illuminazione. Nella mia non-forma mentis è esattamente il contrario. Del resto, la via apofatica non è che me la sono inventata.

      Le sue osservazioni mi tentano fortissimamente alla moltiplicazione della dialettica, ma me ne astengo per esercizio … apofatico.

      Le chiedo: se insisto su questa via che trovo iper stimolante e mi fa sentire vivo … andrò all’inferno?

      Con un distinto saluto.

      1. Don Pietro Paolo

        Caro Matto,

        lei osserva che la mia “abbondanza di riferimenti” rischia di smarrire il lettore. Ma, mi permetta, non è forse lo stesso che fa lei? Anche la sua scrittura è fitta di rimandi, allusioni e giochi dialettici. L’abbondanza di riferimenti non nasce in me dall’intento di confondere, ma dal desiderio di fondare ciò che scrivo su basi solide, non su impressioni personali. La differenza tra lei e me è che io cerco di radicare i miei riferimenti nella Scrittura, nei Padri e nel Magistero, mentre i suoi spesso si muovono in un terreno più personale e soggettivo.

        Non c’è nulla di male in questo: anzi, la ricerca personale può essere stimolante. Ma non si può mettere sullo stesso piano ciò che nasce da un’esperienza individuale e ciò che si fonda sull’autorità di secoli di fede vissuta e trasmessa nella Chiesa.

        Quanto alla via apofatica, nessuno ha detto o pretende che se la sia inventata lei: la tradizione della Chiesa conosce bene la teologia negativa, basti pensare a Dionigi l’Areopagita o a san Giovanni della Croce. Il problema non è dunque il metodo, ma il fine. Sappiamo che La via apofatica è un cammino autentico della grande tradizione mistica cristiana, che riconosce l’inaccessibilità del Mistero divino. Ma dovrebbe sapere che l’apofasi non è negazione della verità, bensì il riconoscimento dei limiti del linguaggio umano dinanzi al Dio rivelato. Se rimane dentro la comunione della fede e della Chiesa, questa via è ricchissima; se invece diventa un pretesto per sottrarsi alla chiarezza del Vangelo e del Magistero, allora rischia di degenerare in puro esercizio dialettico.

        Perciò non tema: la moltiplicazione della dialettica può anche stimolare l’intelligenza, ma ciò che salva non è la dialettica, bensì l’adesione umile a Cristo e alla Chiesa da Lui voluta.

        Con stima, il cattolico romano
        don Pietro Paolo

  7. Caro il Matto,
    per un primo approccio mi piace ricordare anche Jean Yves Leloup sull’importanza dell’ascolto, del doversi disporre ognuno, non come soggetto che “sa”, ma come soggetto che “ascolta”:
    ” Siamo invitati a questo ascolto infinito dei testi, ma anche dei visi… del mondo, della coscienza e dell’inconscio…all’ascolto infinito di tutto ciò che vive, muore e respira. ” ( intervista a Karin Andréa de Guise: “Les profondeurs oubliées du Christianisme, ed. Relié, 2007) ( Leloup, autore vivente, teologo, filosofo, psicologo e, ora, presbitero ortodosso)-.
    Per un secondo approccio, ritengo necessario ricordare come l’origine della discordia si annidi proprio là dove santità e martirio vengano intesi come strumenti di un potere assoluto sugli altri. La peggiore, la più subdola delle tentazioni è, infatti, quella di contaminare entrambi con la volontà di dominio e di affermazione personale che fanno credere all’aspirante “ottimo cristiano” di poter raggiungere un potere spirituale superiore alla stessa obbedienza a Dio. Basti, a questo proposito, riflettere sul fondamentale testo di Eliot: “Assassinio nella cattedrale”.
    Sappiamo che l’Uomo è eminentemente un “animale sociale” ( e anche molto “gregario” ). Tali caratteristiche sono evidenti in una lunga serie di Istituzioni,- Chiesa cattolica compresa-. Ma… ” Gesù voleva fondare una nuova religione? ” Sul web, in- Academia.edu- lo storico, prof. Mauro Pesce, approfondisce l’argomento. Lo riassume “Sapiens, sapiens” : https://www.youtube.com/watch?v=47V2dAjnFvd/
    ( P.S. ad mentulaM canis…ad+ accusativo- verso, sullo stile di…-, non a, o ab, ablativo di privazione o provenienza …che vuoi? è l’antica abitudine 😅 ).

    1. Carissima,

      accetto di buon grado la correzione di cui nel P.S..
      Non conosco il latino (quindi sono un ignorante 😥😁).

      Per il resto: 👍

      1. Caro Matto,
        ignorante è composto da : in= prefisso negativo indicante mancanza e dall’agg. gnarus= che conosce….Quindi, scrivendo: -ignorante-, scrivi in latino. 😉.

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