Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione sulla vergognosa strage in corso in medio Oriente, nella complicità e collusione del mondo che afferma di tutelare “i valori”. Fino a che non collidono con le lobby, gli interessi, le mafie finanziarie e, soprattutto, i soldi. Buona lettura e condivisione.
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I primi due sono post di Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie.
PEDRO SÁNCHEZ LANCERA’ AIUTI SU GAZA. SEMBRA SI POSSA FARE… MENTRE L’EUROPA FINGE DI INDIGNARSI PER IL GENOCIDIO, MA GUARDA ALTROVE
Spagna, 28 luglio 2025
di Lavinia Marchetti
Di fronte alla fame deliberata, imposta come castigo collettivo a un popolo intero, Pedro Sánchez ha deciso di agire. Non con mozioni, nemmeno con dichiarazioni evasive con lacrime di coccodrillo e complicità sottobanco, ma con qualcosa che ha ancora un peso specifico nella carne-del-mondo: cibo. Dodicimila chili di alimenti, imbarcati su aerei dell’aeronautica spagnola, verranno lanciati con paracadute sulla Striscia di Gaza. Accadrà venerdì. Se non accade l’ennesimo intralcio, se non accade la complicità delle burocrazie. Se non accade che Israele li intercetti. Se non accade qualcosa. Ma intanto accade questo: un gesto.
«La carestia a Gaza è una vergogna per tutta l’umanità», ha detto Sánchez. Lo ha detto con quelle parole lì. Non con retoriche infingarde, senza eufemismi. Ha detto vergogna. E ha detto umanità. Parole che usiamo da più di un anno mentre altri gridavano “difesa”, “sicurezza”.
Da mesi, le agenzie internazionali ripetono che il tasso di malnutrizione tra i bambini ha superato soglie da genocidio per fame. A Gaza si mangiano erbe selvatiche, si macinano grani rotti, si beve acqua infetta. I neonati muoiono di diarrea. Gli anziani di sfinimento. Chi sopravvive, porta negli occhi una fame che non ha più saliva. E mentre Netanyahu nega che vi sia una carestia, e lo dice senza abbassare lo sguardo, l’Europa democratica si nasconde nei corridoi. Osserva, misura, tace. Poi magari manda qualche briciola, o un comunicato.
Sánchez rompe questo silenzio con una scelta. Imperfetta, certo. Simbolica, forse. Ma concreta. I pacchi voleranno sopra le rovine. Alcuni cadranno nei crateri. Altri saranno raccolti da mani esauste. Dentro, ci sarà farina. Riso. Qualche speranza residua, tutta spagnola.
La Spagna, che non è una superpotenza, non è il cuore dell’Unione, non è il centro del mondo, decide di lanciare pane in un deserto di bombe. L’Italia, che si vanta di civiltà mediterranea, tace. La Francia tergiversa. L’Unione Europea si accontenta di balbettare preoccupazione. Giorgia Meloni non ha speso una parola. Forse non la trova, forse il suo inconscio si vergogna.
Questo gesto della Spagna non salverà Gaza. Nessuno è così ingenuo da crederlo. Ma salva qualcosa in noi. Ricorda che si può fare. Che si deve. Che un governo non è costretto a scegliere la via dell’omertà diplomatica. Che tra complicità e inerzia esiste ancora una terza possibilità: il coraggio.
Venerdì, se il cielo lo permetterà, quei dodicimila chili voleranno sopra Rafah, sopra Khan Yunis, sopra quel che resta di Gaza City. Voleranno sopra i crateri, le case senza tetto, i corpi nei freezer, i pozzi secchi, le cucine spente. E forse cadranno nella sabbia, forse verranno raccolti con le unghie. Ma non sarà più vero che nessuno ha fatto nulla.
Sánchez non è un santo. È un capo di governo, con le sue ambiguità, i suoi compromessi. Ma oggi ha fatto qualcosa che gli altri non fanno più: ha scelto. E ha scelto la vita.

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LA COMPLICITÀ DEL GOVERNO ITALIANO COL GENOCIDIO ISRAELIANO: LA MAIL CHE LI INCHIODA SCOPERTA DA “IL MANIFESTO”
– Non lo dico mai, ma questa notizia è da condividere, non mi interessa minimamente di essere citata, basta che si sappia, poi ognuno ne trarrà conclusioni.
di Lavinia Marchetti
La notizia è di una gravità inaudita, eppure è passata quasi in sordina. Uno scoop de il Manifesto a firma Sabato Angieri rilanciato poi dalla youtuber Pubble ha rivelato la complicità del governo italiano con l’offensiva israeliana a Gaza, complicità che il governo Meloni e i media mainstream sembrano voler minimizzare. Inizialmente ho esitato a scriverne, convinta che il web avrebbe dato ampio risalto a una notizia tanto scandalosa. Invece è calato un preoccupante silenzio. Ma veniamo ai fatti.
Le dichiarazioni ufficiali, “Niente armi italiane a Israele dal 7 ottobre”
Le massime cariche dello Stato hanno più volte assicurato pubblicamente che, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la conseguente risposta israeliana su Gaza, l’Italia avrebbe bloccato ogni fornitura militare verso Israele. Ecco cosa dichiaravano nei mesi scorsi:
Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, 15 ottobre 2024, «Dopo l’avvio delle operazioni israeliane a Gaza il governo ha sospeso immediatamente ogni nuova licenza di esportazione», aggiungendo che l’Italia ha imposto il blocco completo di tutte le nuove licenze, a differenza di altri Paesi europei.
Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, 2 ottobre 2024, «Dopo il 7 ottobre il governo ha sospeso le autorizzazioni alle esportazioni di armi a Israele. Lo abbiamo detto decine di volte», ribadendo con orgoglio che il blocco è stato deciso nonostante le pressioni delle aziende italiane del settore.
Guido Crosetto, Ministro della Difesa, 21 maggio 2025, «Abbiamo sospeso l’esportazione di armi italiane in Israele. Valutiamo caso per caso l’esportazione di materiali che erano stati già approvati, posto che i singoli materiali non devono comunque essere usati sulla popolazione civile». In altre parole, nessuna nuova arma italiana dovrebbe arrivare a Tel Aviv, e persino le forniture già autorizzate in passato sarebbero riesaminate con cautela.
Queste dichiarazioni dovevano rassicurare l’opinione pubblica sulla linea etica del governo, l’Italia, formalmente, non contribuirebbe alla macchina bellica israeliana dopo l’inizio del massacro a Gaza. Ma la realtà emersa è ben diversa, e getta un’ombra pesantissima sulle vere scelte dell’esecutivo.
L’email che smentisce il governo, incontro segreto per nuove forniture
Il quotidiano il Manifesto ha potuto visionare un documento riservato che contraddice frontalmente le affermazioni di Meloni, Tajani e Crosetto. Si tratta di un’email inviata il primo luglio 2025 dalla Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza AIAD, sezione di Confindustria per la Difesa, ai propri membri. Nel corpo del messaggio si legge testualmente che «la Direzione nazionale armamenti ci informa che, nel corso del mese di luglio, lo Stato maggiore della Difesa terrà un incontro con rappresentanti militari israeliani, al termine del quale è prevista anche la discussione di un piano di cooperazione bilaterale». In altre parole, mentre pubblicamente Roma dichiarava di aver congelato tutto, dietro le quinte lo Stato maggiore organizzava un summit con emissari dell’esercito israeliano per pianificare nuova cooperazione militare bilaterale.
Questa email, datata primo luglio, invita le imprese aderenti all’AIAD interessate al business con Israele a partecipare all’incontro e smentisce clamorosamente le dichiarazioni pubbliche del governo italiano che negavano nuove forniture belliche a Tel Aviv. La riunione, voluta dallo Stato maggiore della Difesa, ha lo scopo esplicito di stringere nuovi accordi commerciali militari con gli inviati del governo Netanyahu, comprese forniture cosiddette dual use, materiali ufficialmente civili ma utilizzabili per scopi bellici.
È significativo notare che il compito di convocare questo incontro non spetta al Ministero degli Esteri, ma direttamente allo Stato maggiore della Difesa, che ha delegato la Direzione nazionale armamenti a muoversi in tal senso. La mail chiede infatti alle aziende di compilare una scheda tecnica allegata, indicando i propri rapporti pregressi, in essere o potenziali con Israele, i prodotti che potrebbero offrire e i concorrenti sul mercato. Insomma, una classica manifestazione di interesse commerciale. Ma ciò che emerge tra le righe è allarmante, l’AIAD ha contattato specificamente le aziende della Difesa per spingerle a vendere forniture agli israeliani, preparando di fatto nuove licenze di esportazione verso Israele in palese contrasto con le promesse di blocco fatte dal governo.
Mentre l’Italia pubblicamente si univa al coro internazionale di proteste contro i bombardamenti indiscriminati dell’esercito israeliano a Gaza, condannando ad esempio il devastante attacco alla Chiesa della Sacra Famiglia di Zaytun e chiedendo insieme ad altri ventiquattro Paesi uno stop delle ostilità, contestualmente continuava a mantenere rapporti commerciali nel campo della Difesa con Tel Aviv. La riunione di luglio non sembra essere un caso isolato, lo stesso modulo inviato alle aziende chiede contributi aggiornati sullo stato dei rapporti passati, presenti o futuri con Israele, segno che questa cooperazione va avanti da tempo. Dunque, lontano dai riflettori, l’Italia sta proseguendo, se non intensificando, le proprie relazioni militari segrete con uno Stato impegnato in una brutale campagna di guerra urbana.
Dual use, la scappatoia per armare Tel Aviv
A questo punto diventa chiaro il trucco semantico utilizzato dal governo per negare l’evidenza. Quando Meloni e Crosetto affermano che non stiamo fornendo armi a Israele, omettono che le guerre moderne non si combattono più solo con le armi da fuoco. Basta scorrere l’elenco delle aziende federate all’AIAD, ben duecentoquarantaquattro realtà, dalle imprese informatiche a quelle tessili, da ex forze speciali a colossi come Leonardo, per capire che oggi la Difesa include una miriade di prodotti e servizi oltre alle munizioni. Da qualche anno si parla sempre più di tecnologie a duplice uso, dual use, ovvero sistemi hardware o software nati per impieghi civili ma adoperabili anche in ambito militare. Il caso noto di Paragon, società di spyware, è emblematico di questa compenetrazione tra civile e militare.
È importante chiarirlo, proclamare che l’Italia non fornisce armamenti a Israele e poi vendere elettronica o altri sistemi utilizzabili militarmente equivale a mentire. Ad esempio, l’Italia potrebbe fornire ad Israele componenti elettroniche per le comunicazioni satellitari, per i droni militari o per la loro guida da remoto, potrebbe vendere stampanti 3D o servizi per la costruzione di droni, perfino semplici tessuti destinati a uniformi militari, tutti materiali ufficialmente civili. Ma ognuno di questi supporti tecnologici può avere un impiego bellico diretto, contribuendo allo sforzo di guerra israeliano. Dunque, di fatto, queste forniture smentiscono la premessa secondo cui non staremmo aiutando militarmente Israele.
In altre parole, il governo gioca sull’interpretazione restrittiva di armi per salvare la faccia, mentre nei fatti l’industria bellica italiana continua a rifornire Tel Aviv con materiali essenziali. È la stessa scappatoia usata da altri Paesi, classificare missili, munizioni e fucili come armi da bandire, ma continuare a vendere tutto il resto, droni, tecnologie, intelligence, rifornimenti, definendolo non letale o dual use. Peccato che sul campo di battaglia la differenza sia puramente accademica.
Complicità italiana in crimini di guerra
La scheda tecnica inviata dall’AIAD alle imprese può sembrare routine, ma in questo contesto assume un significato agghiacciante. Si sta sostanzialmente compilando un modulo per offrire equipaggiamenti e servizi militari a un Paese in guerra da quasi due anni, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte penale internazionale. Benjamin Netanyahu è infatti oggetto di un mandato di arresto internazionale da parte dell’ICC dell’Aja per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le accuse si riferiscono proprio alla spietata campagna militare che l’esercito israeliano conduce a Gaza dall’ottobre 2023, bombardamenti quotidiani su civili, dichiarazioni apertamente genocidarie da parte di esponenti del governo israeliano, Netanyahu non è l’unico indagato, e strategie volte a eliminare la popolazione palestinese della Striscia. L’ultima trovata, in ordine di tempo, è quella di affamare l’intera Gaza fino allo stremo.
Di fronte a questo scenario, nessuno può azzardarsi a dire che quella in corso sia una normale cooperazione militare o un semplice affare commerciale. I materiali, i software, i pezzi di ricambio che le nostre aziende forniranno a Israele saranno inevitabilmente utilizzati contro i palestinesi, in un modo o nell’altro. Non prendiamoci in giro, ciò che le nostre aziende daranno a Israele sarà usato anche contro i palestinesi. Non esistono forniture innocue quando si alimenta deliberatamente la macchina bellica di uno Stato che sta commettendo atrocità quotidiane su una popolazione intrappolata.
Israele, pur essendo uno Stato ricco e dotato di colossi dell’industria bellica, si pensi ad aziende come Elbit Systems, dipende in larga misura dai supporti esterni. Ha un territorio ed una popolazione limitati e quasi nessuna risorsa naturale, senza il sostegno economico e materiale degli Stati Uniti non potrebbe permettersi l’apparato militare ipertecnologico di cui dispone. Dal 2023, inoltre, Israele è impegnato in guerre continue in tutta la regione, il che ha fatto crescere la domanda di forniture da parte di partner diversi da Washington. L’Italia è tra questi partner, negli ultimi anni il nostro Paese ha mostrato un interesse crescente per i sistemi d’intelligence e d’arma made in Israel, e ciò ha aumentato vertiginosamente gli scambi. Basti citare la commessa miliardaria con cui Roma ha acquistato un super velivolo spia Gulfstream dalle aziende israeliane. Il richiamo del profitto, o l’illusione di guadagni strategici, non può però far chiudere gli occhi sul contesto morale e politico in cui avvengono questi affari.
L’interesse economico, persino quello strategico, non dovrebbe mai prescindere dal giudizio sul partner e sul contesto. Commerciare armi e sistemi di difesa con Israele in questo momento storico significa una cosa precisa, ed è inutile girarci intorno, significa essere complici di ciò che succede a Gaza. In soldoni, l’Italia rischia di sporcarsi le mani di sangue palestinese. Ed è una complicità di cui un Paese democratico dovrebbe vergognarsi, invece di tenerla nascosta nelle pieghe di una mail riservata.
In conclusione, questo scoop, finora ignorato dai più, getta luce su un comportamento ipocrita e gravissimo, il governo italiano ha mentito ai cittadini e alla comunità internazionale, predicando stop alle armi da un lato e continuando sottobanco i rapporti militari con Israele dall’altro. Siamo di fronte non solo a una menzogna di Stato, ma a una responsabilità morale pesantissima, l’eventuale fornitura di tecnologie, servizi o materiali bellici italiani a Israele in questo frangente ci rende, né più né meno, complici di un genocidio. E non c’è slogan diplomatico che possa cancellare questo fatto. Le vittime di Gaza meritano almeno che la verità venga detta senza infingimenti, e che questa complicità venga fermata subito, prima che sia troppo tardi.

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Poi ci sono alcune immagini.



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1 commento su “Fame, per lo Sterminio a Gaza. Sanchez Lancerà Aiuti, Meloni (Soldi Nostri) Finanzia la Strage.”
La dottoressa de mari invece sarà contentissima immagino dell’operato della sua beniamina gioggia…
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