Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due elementi interessanti su quanto si sta compiendo in Medio Oriente. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo post, pubblicato su Facebook da Francesco Agnoli:

Mi sembra se ne parli troppo poco:
1) Netanyahu sta sfuggendo in ogni modo ad un processo in cui gli si chiede conto di soldi illeciti dal Qatar;
2) tra Netanyahu e il Qatar, in ogni modo, i rapporti sono sempre stati buoni, nonostante il Qatar non riconosca Israele
3) il Qatar – che fa affari con tutto l’ Occidente- è notoriamente un importante finanziatore di Hamas e del terrorismo islamico
4) sino a poco fa numerosi articoli sui grandi giornali del mondo, su giornali ebraici e in vari libri di storia sostenevano che Netanyahu avesse fatto crescere in ogni modo Hamas per distruggere l’ Olp e indebolire una organizzazione che aveva acconsentito a riconoscere Israele e aveva rapporti buoni con molti stati del mondo ( cosa che è effettivamente successa, perché la crescita di Hamas ha messo l’ Olp all’ angolo e reso impresentabili tutti i palestinesi di Gaza)
5) le relazioni diplomatiche tra Hamas e Israele guarda caso si svolgono in Qatar
6) sul 7 ottobre, come noto, vi erano stati vari allarmi ignorati, ma quello che è più strano è come Hamas abbia potuto importare armi, costruire tunnel ecc nonostante Gaza sia controllata per terra, mare e cielo.
Possiamo immaginare che il Mossad che riesce a conoscere i nomi degli scienziati che lavorano in Iran al nucleare, e a ucciderli nel loro paese, si lasci scappare, con i mezzi di oggi, i tunnel di Hamas a Gaza ?
O forse mettendo insieme i puntini tutto è chiaro : sono veri i rapporti tra Netanyahu e Qatar, tra Hamas e Qatar ed è vero che Netanyahu ha permesso al Qatar di foraggiare Hamas e ha chiuso tutti gli occhi su tunnel ecc.
Se pensate che sia un po’ troppo, ricordate cosa diceva la vedova di Rabin sul ” corrotto” Netanyahu e il fatto, notissimo, che oggi Netanyahu sostiene terroristi islamici anti Hamas (se lo fa oggi, perché ieri no?), visto che l’ operazione per indebolire l’ Olp ha funzionato, in parte, ma, come spesso accade, ha avuto il suo rinculo ?
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Il secondo elemento riguarda l’Italia, e un giornale che sembra intenzionato ad abbassare il livello di igiene nella penisola (ieri pubblicava un articolo sulla Peste putiniana in Italia. Ma leggete i commenti…). Il post di Lavinia Marchetti si riferisce invece allo sterminio in corso a Gaza, e a come certi commentatori riescano a scavare oltre il fondo della vergogna.
IURI MARIA PRADO, OVVERO L’ARTE DI OFFENDERE BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME IN MODO STILOSO.
Di Lavinia Marchetti
Iuri Maria Prado è avvocato. Scrive. Pubblica sul Riformista, su Il Foglio, su Linkiesta. Lì ha casa, penna, plauso. Giurista con dizione forbita, acume da tribuna e veleno da palco. È uno di quelli che conoscono le leggi ma hanno dimenticato gli uomini. Non ho nulla di personale contro quest’uomo. Ma c’è un limite oltre il quale tacere fa parte del crimine. Questo giornale esce nelle nostre edicole, infesta il web, si spaccia per voce laterale e minoritaria, ma è parte organica del teatrino, leva polemica a servizio dell’occultamento. Può sembrare minimale, ben non lo è. I suoi lemmi infettano, il suo stile legittima. È l’ideologia travestita da furbizia, la denegazione resa metodo.
Prado firma un articolo che si apre con la negazione dello sterminio per fame a Gaza. Nega, con lo zelo del sofista e la compostezza del burocrate, che quel corpo ossuto, quel figlio dell’assedio, sia vero. Dice che è una messinscena. Dice che il piccolo Abdul Jawad al-Ghalban, dodici anni, mostrato in foto, è l’ennesimo inganno di propaganda. Lo scrive con la sicumera dei garantiti, col cipiglio di chi crede che la realtà abbia bisogno del suo timbro.
Lo so, scrivere di chi scrive è tempo sottratto ai vivi. Ma quando il veleno si finge medicina, occorre smascherarlo.
E allora sì, mi prendo la briga di rispondere. Perché questo non è un editoriale qualunque. È un attacco frontale alla pietà. Alla testimonianza. Alla verità che ci passa davanti, stremata, con gli occhi infossati e le ginocchia scorticate. È un testo che offende i medici, i genitori, gli infermieri, i sopravvissuti. Offende i morti.
Chi scrive queste righe non pretende di saperla più lunga. Ma la fame l’ha studiata. Nei libri di storia e negli archivi. Nella biochimica, ma anche nelle lettere da Varsavia e nei documenti del Niger. Nei referti medici e nelle voci dei volontari. So cos’è il corpo che cede per mancanza di cibo. So cos’è la dissenteria che spoglia i bambini. So che un corpo può diventare carta velina, pelle e occhi.
Prado questo non lo sa. O fa finta di non saperlo.
«Il Corriere della Sera, nella brama di voler impressionare con quell’immagine, ha ritenuto di trascurare la notizia – fornita da una giornalista palestinese, Doaa Albaz – secondo cui il ragazzo era disabile.»
Qui l’autore, che accusa la propaganda, usa una fonte palestinese come scudo. Ma tradisce subito il meccanismo: piega il dato, la disabilità, per demolire la forza iconica della foto. Chiunque abbia visto un ospedale sa che i bambini disabili muoiono per primi, nelle crisi umanitarie. Non hanno riserve. Non hanno forza. Non hanno priorità. La menomazione diventa stigma, e la pietà si fa selettiva.
«Non occorre essere esperti per sapere che i ragazzi con “special needs” soffrono anche di problemi alimentari.»
No, non occorre essere esperti. Occorre essere disumani per usare questa frase con intento assolutorio. Ogni medico lo sa: un bambino disabile non assorbe i nutrienti se non li riceve. Ha bisogno di più protezione, non di meno compassione. Questa frase grida vendetta. È la versione aggiornata di “tanto era malato lo stesso”.
«Tutto questo fa meno tremenda la morte, in quelle condizioni spaventose, di un dodicenne? No, ovviamente.»
Il “no, ovviamente” è la foglia di fico. La frase esiste solo per dire sì, ma senza assumersene il peso. È una retorica infida: finge di riconoscere il dolore mentre lo sotterra sotto una valanga di “però”.
«Tutto questo dimostra che non esistano possibili casi di malnutrizione a Gaza? Nemmeno, ovviamente.»
Ancora una volta, una frase che esiste solo per negare con finta equanimità. È il trucco più banale del sofista: fingere concessione per colpire più a fondo. L’autore qui costruisce una tesi insinuante: che tutte le foto siano usate come propaganda. Eppure, nel frattempo, i bambini muoiono. E non solo loro.
«Ma l’uso di queste fotografie non è fatto per documentare il tragico decesso di un adolescente. È fatto per denunciare la presunta carestia che assedierebbe Gaza e, soprattutto, la responsabilità di chi – Israele – ne avrebbe fatta la propria missione.»
Qui crolla ogni ipocrisia. Il cuore del testo è tutto in quel “presunta”. Il giornalista smentisce i medici sul campo, le Nazioni Unite, Save the Children, Unrwa, MSF, Ocha. Preferisce la sua scrivania. Scrive da Roma, da Milano, da un caffè elegante. Parla come chi non ha visto, ma ha deciso. L’idea che Israele possa deliberatamente affamare una popolazione non lo sfiora. Eppure, ogni convoglio ostacolato, ogni pasto razionato, ogni caloria misurata, grida l’intenzione.
«Di carestia a Gaza si parlava già nel marzo del 2024, da quando sarebbero dovuti morire 3mila persone per fame ogni settimana.»
Un dato trattato come scherno. Come se il fatto che non siano morti abbastanza, secondo lui, rendesse infondata l’accusa. Ma la carestia non è solo la morte visibile. È il corpo che si spegne giorno dopo giorno, è la madre che non può allattare, è il bambino che piange inerte. È lo spettro del crampo. E quei tremila morti previsti sono la tragedia evitata a stento, ma solo a metà e grazie agli aiuti che lo stesso giornalista accusa di essere “guerriglia”.
«È sulla base di quei dati che sono stati emessi gli ordini di arresto a carico del primo ministro e dell’ex ministro della Difesa di Israele.»
La frase vorrebbe essere scandalizzata. In realtà rivela una verità che l’autore vorrebbe occultare: che ci siano abbastanza prove perché la Corte Penale Internazionale emetta mandati di arresto. L’articolo, che finge di lottare contro la disinformazione, finisce per schierarsi contro la giustizia internazionale. In nome di cosa? Di un orgoglio di parte.
«L’uso di quelle immagini fa parte di un’offensiva propagandistica. È l’azione di un dispositivo di guerriglia messo a punto da Hamas e dall’Onu…»
Ecco l’apoteosi del delirio. Si equipara Hamas alle Nazioni Unite. Si definisce la distribuzione degli aiuti una “joint venture monopolistica”. È un linguaggio che non ha più contatto con la realtà. Una raffica di parole che non significano niente ma servono a colpire, a denigrare, a screditare tutto ciò che non obbedisce all’agenda israeliana. È questo il vero dispositivo. Non quello umanitario, ma quello ideologico.
«Sarebbe possibile raccontare la tragedia di Gaza altrimenti, senza ricorrere a certi espedienti? Sì, sarebbe possibile.»
Ma allora perché non lo fa? Perché scrive un articolo che dileggia i corpi? Che insinua menzogne senza mai guardare in volto chi muore? Che non cita una fonte diretta, una testimonianza medica, una ONG, una madre?
«Ma bisognerebbe rinunciare a raccontare l’inesistente sterminio per fame deliberato da Israele».
E qui si sfalda il travestimento. L’autore si pone come oracolo, con la presunzione di chi pretende di conoscere già ogni causa, ogni inganno, ogni verità. Non cerca. Sentenzia. Dichiara inesistente lo sterminio, finge che la fame sia una sceneggiatura, e trasforma le foto in parodia. Il suo sguardo non indaga, decreta. Non conosce lo scrupolo, ma solo la fedeltà. È lui, in questo gioco amaro, il vero ideologo. Colui che impugna l’arma dell’insulto per annientare la pietà. Colui che, davanti a un bambino ridotto a ossa e pelle, non cerca il colpevole di quella fame, ma il responsabile del danno d’immagine.
Qualsiasi consesso degno di tale nome dovrebbe espellere, senza indugio, chi sputa nel calice che pretende di alzare. Nelle scienze dure, bastano piccole frodi per ritrovarsi ai margini. Qui, invece, il discredito si premia con altra carta, altra firma, altra gloria. Un tempo si chiamava scandalo. Oggi, curriculum.
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2 commenti su “I Soldi Sporchi di Bibi, e come Offendere – Elegantemente – Chi Viene Ucciso con la Fame.”
Osservo che se un bambino ha “bisogni speciali” -che vorrà dire in concreto?- è comunque in grado di riconoscere la fame che è istinto primario. Attribuire a un disabile la colpa della propria fame può funzionare -sul piano logico- solo ammettendo che non abbia nessuno vicino, situazione certo possibile ma senz’altro “facilitata” dai “raid israeliani” e dalla mancanza di aiuti umanitari che sta colpendo tutta la popolazione di Gaza.
Infine vorrei dire a Lavinia Marchetti che, come ha dimostrato il Covid e come evidenziato in molteplici articoli apparsi anche su questo blog circa gli ostacoli tecnici e gli interessi costituiti che accompagnano il processo di autorizzazione dei farmaci, non esistono scienze abbastanza “dure” da non poter essere plasmate a piacimento dalla mente e dal cuore dell’uomo.
CE L’AVETE FATTA A TROVARE UN ARITCOLO SERIO SU GAZA. Metteteci pure che Rabin è stato eliminato da Israele e avete fatto un passo avanti.
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