Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su quanto accade nella Chiesa di Genova. Buona lettura e meditazione.
§§§
Ho letto due lettere di sacerdoti, provenienti dalla Diocesi di Genova. Uno, anonimo, lamenta a ragione il nuovo corso sinodale del Vescovo, il secondo, in risposta, si autodefinisce un parroco-moderatore (la nuova figura inventata dal Vescovo di Genova) e racconta delle sue notti insonni, delle chiese vuote e altre cose, difendendo il nuovo corso “inclusivo”, con i laici a dire la loro e tutti felici e contenti (s’intende quattro gatti) a decidere l’orario della Santa Messa e tutto quanto.
La mia solidarietà di semplice fedele, una piccina cattolica, innamorata del Signore, piena, va al primo sacerdote che non si firma e al secondo, il parroco moderatore, mando un pro memoria che comincia qui sotto.
Dal mio nulla a un uomo di Dio, con rispetto e tanta fede.
Caro don, lei, da uomo di Dio, è chiamato a condurre il gregge, cioè a essere pastore delle anime per portarle al Signore. E’ Gesù stesso che lo ha stabilito. Lo stesso vale per il nuovo corso sinodale inventato da Bergoglio e che contraddice quanto ha detto il nostro adorato Salvatore: “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa”.
La Chiesa è una istituzione divina ed è una monarchia assoluta perché il nostro “Fondatore” è il Re dei Re.
La democratizzazione della Chiesa, come una sorta di rivoluzione francese (che si basa, a parte la ghigliottina, sull’uccisione del più piccolo dei figli di Maria Antonietta di Francia, unico erede sopravvissuto, murato vivo – leggete bene – e ucciso a dieci anni, cioè su un infanticidio…) fa semplicemente ridere i polli, anzi è una tragedia: diraderà le presenze in Chiesa, ucciderà la Chiesa visibile, intossicherà la fede.
I fedeli e i non credenti, che purtuttavia hanno nel cuore il sigillo del Padre, hanno fame e sete di Lui, bramano la Via, la Verità e la Vita (che è il Signore), non le chiacchiere!
Di queste ne han piene le orecchie nel mondo del blablabla in cui siamo orrendamente immersi.
Smetta di fare il moderatore e torni a fare il parroco, il pastore delle anime!
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
ATTENZIONE:
L’IBAN INDICATO NELLA FOTO A DESTRA E’ OBSOLETO.
QUELLO GIUSTO E’:
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
***


26 commenti su “Caro Don Moderatore di Genova, Torni a Fare il Pastore di Anime! Benedetta De Vito.”
La ringrazio signora Benedetta (tout court): lei arriva sempre in tempo a dissipare le caligini imperanti e a mostrare qualche tratto di sereno. Grazie di cuore ancora.
Condivido tutto. Non ci stanno più né con la fede né con la ragione. Preghiamo.
Parole sante, Benedetta. Spero che qualcuno le recapiti al moderatore…magari, a Dio piacendo, ritrova il vero significato della Sua vocazione.
Ho trovato la lettera fel moderatore genovese, piena di buone intenzioni infarcite di ideologia e luoghi comuni. Più che fare il pastore di anime, poiché il verbo “fare” era sparso ovunque nella lettera, il moderatore zeneise dovrebbe tornare a ESSERE pastore di anime.
Concordo pienamente con Benedetta De Vito. Il “moderatore” (che cosa vuol dire questa espressione assai usata dagli eretici valdesi?) ha, tra l’altro, espresso il suo appoggio alle politiche verdi, wokiste e genderiste della Curia. La mia solidarietà incondizionata al bravo sacerdote costretto all’anonimato dalle feroci politiche, e censure, progressiste di quella Curia che fu del grande cardinal Siri.
Gentile Signora Benedetta,
La ringrazio per la sua fede, per il suo zelo e per il desiderio di vedere una Chiesa fedele a Cristo. In questo desiderio ci troviamo uniti, e come pastore non posso che benedire questa passione spirituale. Ma permetta che io le rivolga qualche fraterna considerazione.
Lei esprime piena solidarietà a un sacerdote che non si firma e allo stesso tempo rimprovera — con parole severe — un altro sacerdote che, con coraggio, si espone con il suo nome, si assume le responsabilità delle proprie scelte, riconosce i propri limiti e si rende disponibile a dialogare. Vede la contraddizione?
Lei loda l’anonimato come forma di verità, ma attacca la franchezza di chi mette il volto accanto alle parole. Lei difende il diritto alla denuncia, ma non riconosce il valore evangelico dell’ascolto reciproco, della correzione fraterna, del confronto sincero. Eppure, proprio questo è parte della sinodalità: camminare insieme, da battezzati, nella verità e nella carità.
Lei dice che la Chiesa è “una monarchia assoluta”. È vero, nella misura in cui Cristo ne è il Re, il Pastore Supremo, il Capo invisibile. Ma Cristo stesso ha voluto che la sua Chiesa fosse visibile, gerarchica, e insieme comunione. Non lo dice un “teologo progressista”, ma il Concilio Vaticano II, nella Lumen gentium, che definisce la Chiesa come popolo di Dio in cammino, dove esiste una distinzione reale, ma non una separazione, tra gerarchia e fedeli.
Lei critica il “nuovo corso sinodale” e lo paragona a una rivoluzione. Ma non è stata la Chiesa a inventare la sinodalità: essa nasce dalla Scrittura e dalla Tradizione. Già negli Atti degli Apostoli troviamo il “concilio di Gerusalemme” (At 15), in cui gli apostoli si riuniscono per discernere insieme, ascoltando non solo Pietro, ma anche Paolo, Barnaba, Giacomo e tutta la comunità. Questo non è relativismo, è obbedienza allo Spirito Santo. Lei potrebbe avere ragione solo se il sinodo diventasse un parlamento democratico, ma credo che con questo Papa non sarà così. C’è lo Spirito Santo.
E ancora: lei biasima un parroco per aver ascoltato i suoi fedeli nella scelta degli orari delle Messe. Ma mi permetta di dirle, con franchezza: non è proprio questo, il dovere di un pastore? Non è forse bene che un parroco — pur esercitando l’autorità — sia attento alle esigenze reali della sua comunità? O dovrebbe forse imporsi con arbitrio e disprezzo delle persone che il Signore gli ha affidato?
Infine, lei rimprovera il sacerdote per il suo impegno verso i poveri, per la carità concreta, per il suo servizio umile, per le sue notti insonni, come se tutto questo fosse “fumo” e non Vangelo. Ma il Vangelo è proprio questo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35). Gesù stesso ha parlato più di una volta di accoglienza, misericordia, giustizia, attenzione ai piccoli. Certo bisogna operare con intelligenza. Non è sinistra ideologia: è Parola di Dio.
Cara Signora, anche lei è parte della Chiesa. Anche lei è chiamata alla testimonianza, alla santità, alla verità. Ma questo non le dà il diritto di delegittimare un sacerdote che sta facendo del suo meglio per servire Cristo e il suo gregge. Esprimere un pensiero sì; giudicare dall’esterno e con sarcasmo, no. Ma voglio pensare che inconsapevolmente stia esercitando il suo ruolo nella sinodalita’che lei non digerisce.
Dice bene lei: i fedeli hanno fame della Verità. Ma la Verità si trasmette non con le invettive, ma con l’umiltà, con l’amore, con la disponibilità ad ascoltare anche chi la pensa diversamente.
Il sacerdote che lei accusa non è un funzionario del potere. È un uomo che soffre, che prega, che serve. Forse non sarà perfetto — nessuno lo è — ma ha messo la faccia, il cuore e la vita. Ed è questo che la Chiesa chiede ai suoi pastori.
Io, come lui, sono uno di questi. E resto, con umiltà, al mio posto, accanto al popolo che Dio mi ha affidato. Anche accanto a lei.
Con rispetto e con fraternità,
un prete, non perfetto, ma innamorato del Vangelo.
Ormai non se la beve più nessuno: dire tutto e il contrario di tutto è di per sé una menzogna. Lo scopo reale è generare confusione. E, a giudicare dai frutti, sinora ci siete riusciti. Le ricordo però un ammonimento di Nostro Signore: se il sale diventa insipido, esso non serve ad altro che essere gettato a terra e calpestato.
Federico, se si riferisce a me, non ho capito
Caro don P.P.,
sono felice che lei abbia accettato l’aggettivo da me suggeritole di “innamorato”…ci sono tanti generi di Amore, e sappiamo che più gli innamorati temono di non esser compiutamente tali, più si danno da “fare” per dimostrare al mondo che lo sono autenticamente. Del resto…diversamente, potrebbero incorrere in qualche “spiacevolezza”, anche se, ad un’anima pura, può capitare di venire consolata da Gesù in persona, ( come capitò a don Camillo confinato tra vecchi fedeli in un paesino di montagna, per il suo eccessivo amore della “tradizione” — dissonante con quello del giovane ed entusiasta don Chichì– ).
Mi permetto di postarle un lacerto di un articolo di G.Guareschi pubblicato sul “Borghese” l’11/03/1965,– 4 giorni dopo la prima messa in italiano celebrata da Montini.–
” [ GESU’ ]: Don Camillo, tu, ricordando le parole del pretino don Chichì, hai spiegato perchè, adesso, la Messa deve esser celebrata così e il vecchio Antonio ti ha risposto: ” Ho 95 anni e per quel poco o tanto che ho ancora da vivere, mi basta la scorta di Messe in latino che mi son fatto in 90 anni. ” “Roba da matti” ha aggiunto la vecchia Romilda. “Questi cittadini vorrebbero farci credere che Dio non capisce il latino!”. ” Don Camillo, tu hai risposto che: ” Dio capisce tutte le lingue… ma la Messa viene celebrata in Italiano perchè dovete capirla voi! E invece di assistervi passivamente, voi partecipate al Sacro rito assieme al sacerdote “.
Ma il vecchio Antonio ha scosso il capo: ” Reverendo, ognuno prega per conto suo. Non si può pregare in “comuniorum”. Ognuno ha i suoi fatti personali da confidare a Dio. E si viene in chiesa apposta perchè Cristo è presente nell’Ostia consacrata, e, quindi, lo si sente più vicino. Lei faccia il suo mestiere, reverendo, e noi facciamo il nostro. Altrimenti, SE LEI E’ UGUALE A NOI; A CHE COSA SERVE PIU’ IL PRETE? Per presiedere un’assemblea sono capaci tutti. Io non sono forse presidente della “cooperativa boscaioli”? ” E ci sono pure quelle dei pizzaioli…
Caro don Pietro Paolo,
” Io sono- umile- come lui…che ci ha messo la faccia” (ossia il cognome). Ne è proprio sicuro?
Adriana 1 – 25 luglio 2025, ore 11:21 e 14:23
Cara Adriana,
la ringrazio per i suoi due messaggi, sempre vivaci e ben costruiti. Il passo di Guareschi che riporta è indubbiamente suggestivo: don Camillo resta un simbolo caro a molti di noi — un prete fedele, appassionato, radicato nel popolo e nella Tradizione, spesso incompreso ma sempre saldo. È facile riconoscersi in lui.
Detto questo, mi permetta una precisazione importante:
la frase “sono umile come lui… che ci ha messo la faccia” non è mia. Non l’ho mai scritta. È una sua espressione, che lei mi attribuisce impropriamente .
Nel mio messaggio del 22 luglio ho semplicemente affermato che il prete in questione si è firmato con nome e cognome, mettendoci la faccia e la responsabilità. Per me Non ho mai rivendicato “umiltà” né ho fatto proclami: ho solo scelto di non nascondermi dietro l’anonimato ( anche se non con il mio cognome), perché penso che, oggi più che mai, la verità si serva anche con il coraggio della firma.
E già che siamo in tema di don Camillo, le confesso — senza vittimismo — che anch’io sono stato “confinato”.
Sì, confinato per aver detto la verità, per aver espresso e difeso con franchezza la mia fedeltà alla storia e alla tradizione della mia gente, quella che non si oppone alla gerarchia ma ne richiama la missione.
Da una chiesa importante sono stato spostato in una parrocchia periferica, che confina con la campagna. E mi fermo qui.
Come don Camillo, però, non ho smesso di servire. Non mi sono chiuso nel risentimento, né ho fondato una mia “chiesa parallela”. Sono rimasto, con il mio popolo, con il mio breviario, con l’Eucaristia. Perché essere preti non è una posizione: è una vocazione. E la fedeltà, quando è autentica, non cerca il palcoscenico ma l’altare.
Con cordialità ,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
è davvero “facile” riconoscersi in don Camillo? Al contrario di lei, io penso che sia una cosa difficilissima, specie in questa epoca di prepotenti sbalzi “climatico-pastoral- democratico-apologetici”.
Lei fa benissimo a rimproverarmi per non aver anatomizzato con esattezza rigo per rigo, sostantivo per sostantivo, aggettivo per aggettivo…tutti i singoli elementi di cui è composto il suo testo.
Troppa fretta?- eh, già!…forse: perciò glielo trascrivo così non potrà fare a meno di verificare- grazie alla sua onestà intellettuale in cui confido- come io non l’abbia frainteso, anche se mi sono limitata a cogliere in prima istanza i concetti essenziali in esso contenuti, non del tutto facili da “distinguere” fra loro a motivo- se permette- della ” fiorita sovrastruttura lessicale ripetitiva” che li adorna; direttamente ricalcata sul noto linguaggio gerarchico impiegato fin dai tempi del C.V.II.
Purtroppo, provvisoriamente devo interrompermi a causa dell’intervento- necessario- del mio tecnico. A’ tout à l’heure, e cari saluti.
Caro don P.P.,
lei ha scritto: ” Il sacerdote che lei accusa non è un funzionario del potere: è un uomo che soffre, che prega, che serve [chi? forse quel Popolo di Dio in cammino cui lei si riferisce citando il “Lumen gentium” assicurando- assai stranamente- che “non lo dice un progressista”, [ infatti: non fu uno solo, furono in tanti]… Forse non sarà perfetto,-nessuno lo è- ( un bel richiamo alla “umiltà” di tutti- compresa la sua- ), ma ha messo la faccia, il cuore e la vita…Io, come lui, sono uno di questi.. (quindi coraggioso oltre che umile). E resto, con umiltà (ter), al mio posto, accanto al popolo che Dio mi ha affidato”. Di seguito lei compie un veloce balzo dalla musicalità apologetica richiamandosi al così detto “Concilio di Gerusalemme” ( Atti, 15) : ossia a quello che fu un bel litigio tra Gesuani per “discernere” insieme quali cammini scegliere e per distinguere tra la “distinzione reale” che deve essere mantenuta severamente, e la “separazione” tra gerarchia e fedeli.
In ogni caso, che significa questa distinzione tra i due “imprecisi” sentieri? Non vorrà- pure lei- ricorrere ad un lessico buono come succedaneo del famigerato “latinorum” di Don Abbondio? Mi creda: l’uso del verbo “discernere” e del sostantivo “discernimento” sono ormai inflazionati quanto il sostantivo “resilienza” e l’aggettivo derivato “resiliente”. Vorrei avere un Euro per ogni volta che essi compaiono negli articoli sugli argomenti più disparati, allo scopo, cmq., di indirizzare il lettore verso un atteggiamento di fluida rassegnazione nei confronti dei mali sociali, morali, psicologici, economici che lo aggrediscono da ogni parte. Eppure… “Il Cattolicesimo è l’unica religione per cui valga morire”, scrisse un particolarmente ispirato Oscar Wilde nel confrontarlo con la religione Evangelica, tanto borghesemente “moderata” e ricca di consolanti quanto superflui “mediatori”. E, a proposito, come mai lei ha scelto di difendere il collega che nulla ha da temere dalla burocrazia gerarchica- e che perciò non esita a firmarsi-, mentre bacchetta sulle dita il poveraccio pieno di dubbi, ( per colpa dei quali non si fira)cui non sufficit sicuramente la consolazione di una pizzata, e che non si sogna di essere un pericoloso “divisivo” della gigantesca Istituzione, bensì sembra che aspiri, unicamente, ad ottenere dalla medesima un raggio- magari fioco- di luce.
nell’anima? Due pesi e due misure? Infine, può avere la cortesia di tradurmi: ” ho solo scelto di non nascondermi dietro l’anonimato ( anche se non con il mio cognome) perchè penso che, oggi più che mai, la verità si serva anche con il coraggio della firma. ”
A me non interessa affatto il suo cognome, ma ha idea di quanti PietriPaoli esistono che, senza l’aggiunta del cognome, rimangono dei perfettissimi anonimi?
e.c.:…non si firma.
E,C. del cell, : “CE L’HA” “CARO”.
Cara Adriana,
non so quale ritratto si siano fatti di me i lettori di S.C., ma per quanto mi riguarda non è affatto difficile riconoscermi in don Camillo.
Anzi, non solo mi ci riconoscono le persone che mi sono vicine e conoscono la mia storia, ma mi ci riconosco anch’io, fin troppo bene, con tutte le contraddizioni, le battaglie, le solitudini e le testardaggini che ciò comporta.
Non amo raccontare le mie vicende personali – non per pudore, ma per discrezione e per non apparire autoreferenziale, come talvolta mi è stato rimproverato – tuttavia le confido che anch’io sono stato oggetto di attacchi precisi, in parte politici, in parte massonici, e in parte – cosa ancor più dolorosa – clericali.
Attacchi che, almeno sul piano esteriore, hanno ottenuto il risultato sperato.
Ma non mi ritengo affatto sconfitto.
Perché, pur nella prova, sono rimasto fedele e obbediente alla Chiesa e ai miei superiori, anche quando l’obbedienza ha comportato umiliazione, accettazione dell’ingiustizia, sofferenza e incomprensione. Sono un sacerdote scomodo perché amo dire la verità.
E se da una parte certi poteri hanno raggiunto i loro obiettivi, dall’altra parte ho avuto – e continuo ad avere – la vicinanza, l’affetto e il sostegno di tantissime persone, soprattutto giovani, che non si sono piegati e non hanno deposto le armi. Questo, glielo assicuro, ha per me un valore incalcolabile, perché è il segno che la verità tocca i cuori, anche quando viene combattuta.
In ogni caso, confido nel Signore – e se permette, Lui sa.
Sconfitto? No. Anche Cristo è sembrato sconfitto sulla croce.
Eppure, è proprio lì che ha trionfato.
Così io, nel mio piccolo, con più forza e perseveranza, continuo a lavorare nella Vigna del Signore con gioia, camminando tra tanti disagi, con la croce sulle spalle, nella certezza che la logica divina non coincide mai con i calcoli umani.
La ringrazio per il suo interesse, e attendo – con rispetto e apertura – il seguito del suo intervento.
Con stima,
don Pietro Paolo
Caro don Pietro Paolo,
la mia risposta ora c’è l’ ha.
Caro don Pietro Paolo,
la mia risposta ora c’è l’ ha. Non le faccio fretta, pure, gradirei la sua.
Daro don P.P.,
ho inviato la mia terza risposta. Sono ancora in attesa della sua. Cari saluti, Adriana.
Le conseguenze del “colpo di stato” fatto da Bergoglio alla Chiesa Cattolica, ancora non sono né definibili né contenibili, dobbiamo aspettare che qualche Santo predicatore ci ricordi che Gesù Cristo è il Dio Salvatore e non un buon vicino di casa.
Sinceramente ho una certa stanchezza di sentire che la Parola del Signore Dio viene presentata e predicata come se il popolo di Dio avesse bisogno di uno psicoterapeuta e non di conversione.
Ho letto su Valli la risposta genovese, Frasetta, punto. Frasetta, punto. Frasetta, punto. Apodiittica, piena di IO. Almeno per lo stile, non può piacere né a Benedetta, né a me.
Gentile Benedetta, ormai, a parer mio , dai preti, non c’è più molto da sperare. Pensi che nella maledetta RSA in cui, mio malgrado, sono costretto a soggiornare, l’assistenza spirituale si risolve in una Messa settimanale celebrata il sabato MATTINA per una ventina di persone (su 120 “ospiti”) senza foglietto delle letture, che sarebbe indispensabile data la sordità diffusa fra gli anziani, da un sacerdote che arriva di corsa all’ultimo momento e al termine, letteralmente, fugge. Così è se vi pare e anche se non vi pare. 😒
Beato te, Stilum, che dalla RSA riesci a mandarci i tuoi cari messaggi. Tra cinque minuti, andrò a visitare un ospite RSA, in condizioni ben diverse dalle tue, e meno male che la RSA esiste, altrimenti…
Bravissima!Non è più tempo,se mai c’è stato,di stare zitti di fronte alla diabolica stupidità imperante!
buongiorno. Concordo con Benedetta De Vito .
A stabilire la struttura gerarchica centralizzata della Chiesa fu la Riforma Gregoriana (XIIsec) onde evitare proprio il tentativo di influenza dei poteri laici.
Il Vaticano II ha aperto al dialogo ….e si son visti i risultati
Benedetto XVI , Joseph Ratzinger, si oppose alla cosiddetta democratizzazione della Chiesa. Perchè la Chiesa è una Istituzione Divina e la sua Autorità è trasmessa attraverso la Successione Apostolica , Pertanto è inammissibile assoggettare ad una sospettabile forma di democrazia la guida della stessa.
Papa Ratzinger considerava pericolosa , o peggio, la democratizzazione fatta con persone impreparate e con metodi cosiddetti democratici.
A parer mio la grande particolarità della Chiesa come organizzazione sociale consisteva nella convivenza efficacemente gestita di due principii tra loro contrastanti:
– l’unità di comando
– la delega.
L’unità di comando era rappresentata dall’autorità assoluta del Santo Padre mentre la delega era costituita dal fatto inequivocabile che nella chiesa militante ogni giorno si verificavano milioni di eventi che il Santo Padre non poteva nè conoscere nè controllare.
Il tutto ha funzionato per 2 millenni e poi all’improvviso non ha funzionato più. Colpa di Papa Giovanni e del Concilio Vaticano II ? Facile affermarlo, impossibile dimostrarlo.
I commenti sono chiusi.