Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione l’omelia pronunciata dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò in occasione della Festa dei Santi Pietro e Paolo. Buona lettura e diffusione.
§§§


Aperire terris cœlum, apertum claudere
Omelia in occasione della Messa Pontificale
nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Beate Pastor Petre, clemens accipe
Voces precantum, criminumque vincula
Verbo resolve, cui potestas tradita,
Aperire terris cœlum, apertum claudere.
O beato pastore Pietro, accogli clemente
le voci dei supplici e le catene dei peccati
sciogli con la tua parola, a cui è attribuito il potere
di aprire alle terre il cielo e, se aperto, di chiuderlo.
Hymn. Decora lux, 3
Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum. Sono queste le parole con le quali inizia la solenne formula della Benedizione Apostolica: I Santi Apostoli Pietro e Paolo, nel cui potere e autorità confidiamo, intercedano per noi presso il Signore. La potestà e l’autorità del Romano Pontefice derivano infatti dai due Patroni della Santa Chiesa, che l’inno odierno saluta come
Mundi Magister, atque cœli Janitor,
Romæ parentes, arbitrique Gentium, [1]
l’uno Maestro del mondo, l’altro custode delle Porte celesti, padri di Roma e giudici delle Genti. Le loro vite, consacrate alla predicazione del Vangelo e alla conversione dei popoli al Dio Uno e Trino, sono intrecciate anche in morte, nel Martirio: Per ensis ille, hic per crucis victor necem, San Paolo di spada, San Pietro sulla croce. Quel Martirio – testimonianza eroica di Fede usque ad effusionem sanguinis – consacra ancora oggi la terra dell’Urbe:
O Roma felix, quæ duorum Principum
Es consecrata glorioso sanguine!
Horum cruore purpurata ceteras
Excellis orbis una pulchritudines.
O Roma felice, che sei stata consacrata
Dal sangue glorioso di questi due Principi!
Del loro sangue imporporata,
Sola sovrasti tutte le altre meraviglie del mondo. [2]
Tu sola sovrasti le meraviglie del mondo: perché i fasti della Roma antica, la sua cultura, il suo diritto, le sue arti, la sua organizzazione territoriale e amministrativa, la sua capacità di unire e pacificare i popoli nella pratica delle virtù – ancorché non ancora illuminate e vivificate dalla Grazia – dovevano trovare il proprio compimento nell’adesione alla Fede Cattolica, preparata dalla Provvidenza anche nel Martirio di queste colonne della Chiesa, che nel Credo professiamo Una, Sancta, Catholica et Apostolica. L’appartenervi rende ciascuno di noi, come canta il Sommo Poeta, cive di quella Roma onde Cristo è romano (Purg XXXII, 102).
L’odio verso Roma, capitale della Cristianità in quanto sede del Papato, è il marchio distintivo degli eretici; un odio che si manifesta nella cancellazione sistematica di tutto ciò che è romano, ad iniziare dalla lingua sacra, che è il latino. Scrive l’abate benedettino dom Guéranger:
L’odio per la lingua latina è innato nel cuore di tutti i nemici di Roma: costoro vedono in essa il legame dei Cattolici nell’universo, l’arsenale dell’ortodossia contro tutte le sottigliezze dello spirito settario, l’arma più potente del Papato. Lo spirito di rivolta, che li induce ad affidare all’idioma di ciascun popolo, di ciascuna provincia, di ciascun secolo la preghiera universale, ha del resto prodotto i suoi frutti. [3]
Prosegue dom Guéranger:
[Lutero] ha dovuto abrogare in massa il culto e le cerimonie, come “idolatria di Roma; la lingua latina, l’ufficio divino, il calendario, il breviario, tutte abominazioni della grande meretrice di Babilonia. Il Romano Pontefice pesa sulla ragione con i suoi dogmi, pesa sui sensi con le sue pratiche rituali: bisogna dunque proclamare che i suoi dogmi non sono che bestemmia ed errore, e le sue osservanze liturgiche soltanto un mezzo per fondare più fortemente un dominio usurpato e tirannico”. [4]
Dovremmo chiederci con quale sciagurata leggerezza i Padri conciliari – e i continuatori odierni della cosiddetta “riforma” conciliare – abbiano permesso che un manipolo di eretici antiromani potesse compiere all’interno della Chiesa, e in forza dell’autorità stessa della Chiesa, quell’attacco alla Romanitas che quattro secoli prima aveva originato lo scisma luterano; e quanto illusorio sia credere che sarebbe stato sufficiente ad impedire la demolizione della Liturgia latina quell’articolo 36 della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – Linguæ latinæ usus in Ritibus latinis servetur L’uso della lingua latina sia conservato nei riti latini – quando era evidente che il primo e fondamentale scopo della riforma era proprio quello di abbandonare la lingua romana a vantaggio dell’idioma vernacolare. Dovremmo chiederci parimenti come si possa considerare scevro da malafede il comportamento di chi, costituito in autorità, ancora oggi cerca di attentare al Papato Romano con la sinodalità, che è ontologicamente contraria alla costituzione divina della Chiesa proprio perché essenzialmente antiromana.
La parentesi tra Benedetto XVI e Leone – un interregno di dodici, lunghissimi anni di devastazione della Chiesa e decostruzione del Papato per mano di un usurpatore – ha reso esplicita l’indole antiromana del neo-modernismo conciliare e sinodale. Ma se conosciamo le cause della crisi presente, conosciamo anche i rimedi per uscirne: cioè riconoscere Cristo Re e Pontefice di tutte le società, restituirGli la triplice corona della sacra Monarchia della Chiesa e lo scettro della potestà civile, perché Nostro Signore è il detentore di ogni Autorità, e coloro che governano traggono la propria legittimazione solo nell’esercitare il potere come Suoi vicari e luogotenenti.
Il Sommo Pontificato, sacra Monarchia della Chiesa, è e deve essere espressione dell’ordine divino che Nostro Signore ha stabilito. E tutto ciò che si oppone a quest’ordine deve essere riconosciuto come alieno ed estraneo alla Fede Cattolica. Tutto ciò che nell’ambito ecclesiastico mira a parlamentarizzare e democratizzare la Chiesa, sostituendo l’autorità personale del Papa e dei Vescovi con forme di rappresentatività sul modello della costituzione degli Stati post-rivoluzionari, manomette la costituzione divina della Chiesa e priva il Papato del proprio fondamento, che è appunto l’essere intrinsecamente connesso alla suprema autorità di Cristo Pontefice e al principatus di San Pietro. E se il Successore di Pietro, come già il Principe degli Apostoli, si dovesse discostare da ciò che semper, ubique et ab omnibus creditum est, lo Spirito Santo susciterebbe anche oggi di suscitare nuovi San Paolo che lo correggano in faciem (Gal 2, 11). L’Apostolo, come commenta San Tommaso d’Aquino [5], si oppose a Pietro nell’esercizio dell’autorità senza contestare l’autorità stessa del Principe degli Apostoli. Non è infatti un caso se l’Apostolo lo chiama Cefa, quasi ad enfatizzare che nel discostarsi dalla vera Fede egli smette in qualche modo di essere Pietro.
La possibilità di correggere i Superiori ecclesiastici offre al Romano Pontefice e ai Vescovi un esempio di umiltà – spiega l’Aquinate – perché non rifiutino di accettare richiami da parte dei loro inferiori e soggetti; e ai soggetti un esempio di zelo e libertà, perché non temano di correggere i loro prelati, soprattutto quando la colpa è stata pubblica ed è ridondata in pericolo per molti. [6] Abbiamo purtroppo visto, in questi anni, come le pubbliche correzioni siano state considerate da colui che occupava sul Soglio di Pietro; quali ritorsioni abbiano subito coloro che hanno denunciato le deviazioni dottrinali, morali e disciplinari di Jorge Bergoglio; e quali sanzioni siano state comminate dal Sinedrio romano a chi metteva in discussione «la legittimità di papa Francesco e del Concilio Vaticano II» [7]. D’altra parte, la risposta dei tiranni alle voci critiche si è sempre contraddistinta per ingiustificata violenza e concretizzata in un sistematico abuso di potere.
Oggi dobbiamo e vogliamo sperare che il moltiplicarsi degli appelli del corpo ecclesiale ad un ritorno alla Tradizione inducano Leone ad abbandonare la sinodalità bergogliana – evoluzione della collegialità conciliare di Lumen Gentium – e ad esercitare il Papato senza adulterarne l’autorità con contaminazioni di matrice anticricristica che negano l’universale Signoria di Cristo nella sfera spirituale e temporale. E il mandato di Cristo a Pietro – Pasce oves meas, pasce agnos meos (Gv 21, 17) – dovrà tornare ad essere esercitato nella custodia del Depositum Fidei e nella trasmissione fedele dell’immutabile Dottrina Cattolica, senza i cedimenti allo spirito del mondo che già Pietro, al Concilio di Gerusalemme, aveva creduto poter legittimare in nome dell’inclusione – diremmo oggi – degli Ebrei che volevano mantenere i riti dell’Antico Testamento.
La Santa Chiesa Cattolica Romana è nata nel sangue. Nel Sangue preziosissimo di Nostro Signore, versato sul Golgota per riscattarci dalla tirannide di Satana e che nuovamente è sparso sui nostri altari nel Santo Sacrificio della Messa. È nata nel sangue dei Martiri, semen Christianorum, secondo l’espressione di Tertulliano. Nel sangue di San Pietro e San Paolo, patroni della Chiesa universale. Essa concluderà il suo terreno pellegrinaggio, alla fine dei tempi, nel sangue di tutti i nuovi Martiri che difenderanno la professione della vera Fede contro le blasfeme eresie e l’apostasia dell’Anticristo.
Chiediamo ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, e alla Vergine Santissima loro Regina, di intercedere presso il trono della Maestà divina, affinché il Papato sinora umiliato torni a risplendere come faro di Verità per le genti e presidio di ortodossia per i fedeli. Il sangue dei Principi degli Apostoli, di cui è imbevuta la terra benedetta della Città Eterna, sia seme di nuovi Cristiani coraggiosi ed eroici, pronti a dare testimonianza a Nostro Signore Gesù Cristo nella fedeltà alla Santa Chiesa Romana e al Romano Pontificato. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
29 Giugno MMXXV
Ss. Petri et Pauli Apostolorum
NOTE
1 – Inno Decora lux, strofa 2
2 – Ibid., strofa 3
3 – Dom Prosper Guéranger, Institutions liturgiques, cap. XIV, De l’hérésie antiliturgique et de la réforme protestante du XVIe siècle, considérée dans ses rapports avec la liturgie, 8.
4 – Ibid., 10. Prosegue dom Guéranger poco oltre, richiamando il saggio Du Pape di Joseph de Maistre: Nonostante le dissonanze che dovrebbero separare le une dalle altre le diverse sette separate, vi è una qualità nella quale si uniscono tutte, che è la “non romanità”. Immaginate una qualunque innovazione, sia in materia di dogma sia in materia di disciplina, e vedete se è possibile realizzarla senza incorrere, volenti o nolenti, nella nota di “non romano”, o se volete in quella di “meno romano”, se si manca di audacia. Resta da sapere quale pace potrà trovare un cattolico nella prima, o anche nella seconda di queste situazioni.
5 – Super Ep. ad Galatas, 77
6 – Ibid.
7 – Cfr. Comunicato a proposito dell’avvio del processo penale extragiudiziale per delitto di scisma (Art. 2 SST; can. 1364 CIC), https://exsurgedomine.it/240620-attendite-ita/




10 commenti su “La “Sinodalità” Manomette la Costituzione Divina della Chiesa. Cristo è Re. Mons. Carlo Maria Viganò.”
Che pasticcio!
Considerazioni sull’omelia di mons. Viganò
1. Il paradosso centrale: autorità petrina e disobbedienza al Papa
L’omelia di mons. Viganò si apre con l’elogio della figura di Pietro, portinaio del cielo e fondamento visibile della Chiesa, cui Cristo ha affidato le chiavi del Regno. È un’invocazione che ogni cattolico può fare propria. Tuttavia, sorprende che, nello stesso discorso, si giunga a delegittimare apertamente diversi successori di Pietro, insinuando – con toni ora ambigui, ora espliciti – che alcuni di essi non avessero neppure titolo per esercitare il ministero petrino.
Una simile tesi, per quanto ammantata di citazioni liturgiche e riferimenti alla Tradizione, si fonda su sospetti privati, illazioni storicamente indimostrabili e congetture personali mai riconosciute né ratificate da alcuna autorità ecclesiale legittima: né dal Collegio cardinalizio, né da un Concilio ecumenico, né da alcun atto ufficiale della Chiesa. In assenza di tale riconoscimento ecclesiale, attribuire a uno o più Papi una condizione di “usurpazione” equivale a introdurre una grave frattura ecclesiologica, scivolando in una visione della Chiesa fondata non sulla successione apostolica, ma su criteri soggettivi e ideologici.
L’autenticità del ministero petrino non dipende dal gradimento personale o dalla consonanza dottrinale percepita da singoli fedeli o teologi, ma dalla legittimità canonica dell’elezione e dalla pubblica accettazione da parte della Chiesa universale. Chi afferma il contrario, corre il rischio di sostituire la fede nella divina assistenza allo Spirito Santo con una selezione arbitraria dei successori legittimi di Pietro, come fecero gli antichi scismatici che accettavano solo alcuni Papi, rifiutandone altri.
2. La critica a Sacrosanctum Concilium e all’uso della lingua vernacolare
Viganò si appoggia a dom Guéranger, autore di merito nell’Ottocento, come se fosse una fonte dogmatica, e accusa i Padri conciliari di aver ceduto ai protestanti per aver introdotto le lingue moderne nella liturgia.
Ma:
• come lo stesso Viganò dice, la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium non ha abolito il latino, anzi afferma chiaramente:
“Linguae latinae usus in Ritibus latinis servetur” (SC 36 §1).
• L’uso della lingua vernacolare è concesso “per molti motivi” (SC 36 §2), proprio per favorire una “intelligente partecipazione” del popolo di Dio (SC 14).
• “L’autorità” (??)di dom Guéranger non è né magisteriale né vincolante. Citarlo come criterio assoluto significa confondere il Magistero con la teologia privata, per quanto autorevole. Il Magistero è dei Pontefici e dei Concili, non dei monaci benedettini dell’Ottocento.
La liturgia è vita della Chiesa, non feticcio linguistico. Non il latino in sé salva, ma la fede viva e la piena comunione ecclesiale. Il latino resta ammirevole come lingua sacra e continua a vivere nella liturgia della Chiesa (soprattutto nel Rito Romano antico), ma non è condizione di validità né di ortodossia.
3. La demonizzazione della sinodalità
Viganò presenta la sinodalità come un progetto “democratico” e “anti-romano”, in opposizione alla monarchia del Papato. È un’accusa grave, ma falsa:
La sinodalità, nella visione autentica della Chiesa, non è una forma di democrazia ecclesiale, né un tentativo di indebolire il primato del Papa, ma un’espressione della comunione ecclesiale guidata dalla Tradizione apostolica. Già San Giovanni Crisostomo diceva: “Ecclesia est synodus.”
Il Papa non è un semplice ratificatore delle decisioni del Sinodo: il Sinodo dei Vescovi ha natura consultiva, non deliberativa, e l’ultima parola spetta sempre al Successore di Pietro, che può confermare, correggere o rigettare quanto proposto, secondo il discernimento dello Spirito e la fedeltà al Vangelo.
La sinodalità non contraddice il primato, ma ne manifesta la pienezza nel servizio alla comunione ecclesiale. Come nel Concilio di Gerusalemme (At 15), l’ascolto del popolo e del collegio apostolico non sostituì l’autorità di Pietro, ma fu ordinato ad essa. Anche oggi, la sinodalità aiuta il Papa a esercitare il suo ministero in ascolto del Popolo di Dio, senza mai abdicare alla sua responsabilità di custode della fede.
Quando la sinodalità viene intesa come “parlamentarismo”, è snaturata; ma quando è vissuta in fedeltà alla Tradizione, rafforza la Chiesa, non la indebolisce.
4. Il richiamo a Galati 2,11 (Paolo corregge Pietro)
Mons. Viganò usa questo episodio per giustificare il diritto di “correggere” il Papa. Ma l’interpretazione è teologicamente errata:
• San Paolo non corregge Pietro nella sua dottrina, ma nel suo comportamento pastorale ambiguo a causa della pressione di alcuni giudeo-cristiani.
• Lo stesso san Tommaso d’Aquino, che Viganò cita, specifica:
“Non fu una correzione contro l’autorità, ma un ammonimento fraterno” (Super Epist. ad Gal. 2,11-14).
E comunque, San Paolo non si è mai separato da Pietro, né ha fondato una “chiesa parallela” causando uno scisma sotterraneo.
5. La retorica del “Papato umiliato” e del “tiranno”
Mons. Viganò, nel suo discorso, lascia intendere che l’intero arco temporale tra Benedetto XVI e l’attuale Pontefice Leone XIV sia stato segnato da un’usurpazione del trono di Pietro, con gravi colpe dottrinali e disciplinari attribuite al predecessore. Questa tesi, priva di qualunque riconoscimento da parte di un’autorità ecclesiale legittima, si fonda esclusivamente su valutazioni personali, accuse, sospetti e suggestioni ideologiche. Nessun Concilio, nessun atto ufficiale del Collegio cardinalizio o della Sede Apostolica ha mai confermato simili affermazioni. Chi potrebbe affermare con certezza che tale ipotesi sia vera, se non ponendosi arbitrariamente al di sopra della Chiesa stessa?
Fra l’altro, se si accetta l’idea che il Papa regnante in quel periodo fosse un “usurpatore”, ne deriverebbe necessariamente la nullità di ogni suo atto pontificio: nomine episcopali e cardinalizie, beatificazioni, canonizzazioni, documenti magisteriali, riforme liturgiche, e perfino la validità del conclave che ha eletto Leone XIV – lo stesso Pontefice per cui mons. Viganò ha innalzato pubblicamente una preghiera allo Spirito Santo.
E qui emerge una contraddizione evidente: non si può invocare la guida dello Spirito Santo su Leone XIV e, nello stesso tempo, dichiarare invalido tutto ciò che ha permesso tale elezione, compresa la nomina dei cardinali elettori da parte del predecessore. Ripeto: Se il Papa “usurpatore” non era Papa, tutto ciò che ha fatto è nullo, incluso – di conseguenza – anche l’elezione di chi oggi siede sul Soglio.
Questo modo di argomentare non regge teologicamente né canonicamente, e si avvicina pericolosamente a ciò che il Codice di Diritto Canonico definisce come “delitto di scisma” (can. 751 CIC): rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice e della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti. Lo stesso sito exsurgedomine.it, citato da Viganò, lo ricorda apertamente.
In tal modo, la posizione sostenuta finisce per produrre una frattura reale con la struttura visibile della Chiesa, compromettendo non solo l’unità, ma la credibilità di chi si presenta come difensore della Tradizione, pur mettendo in discussione la successione apostolica.
Auspico sinceramente che possa avvenire, nel tempo e con la luce dello Spirito Santo, una riconciliazione tra mons. Viganò e il Pontefice Leone, e un ritorno pieno e visibile alla comunione con la Chiesa di Roma, che egli stesso ha servito per lunghi anni con zelo. Nulla si perde quando si torna alla Chiesa, tutto si compie quando si rientra nella pienezza della comunione ecclesiale.
6. Il vero amore per la Tradizione
Mons. Viganò chiama alla “Tradizione” come se fosse un monolite immutabile, ma la Tradizione è viva, come ha insegnato Benedetto XVI:
“La Tradizione non è una mera trasmissione di cose o parole, ma è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale le origini sono sempre presenti” (Discorso del 26 aprile 2006).
Chi ama la Tradizione non la usa come clava per attaccare il Magistero, ma come radice da cui fiorisce la vita della Chiesa, anche nel Concilio Vaticano II, anche nel Novus Ordo Missae, anche nel latino come nel vernacolo, anche nella sinodalità.
⸻
Conclusione
L’omelia di mons. Viganò, pur rivestita di toni solenni e richiami storici, si fonda su:
• Contraddizioni dottrinali (autorità del Papa riconosciuta e contemporaneamente smentita)
• Criteri teologici privati (Guéranger come norma, il latino come dogma)
• Una visione politica del Papato (monarchia assoluta contrapposta alla collegialità)
• Una grave retorica divisiva (Benedetto/Leone vs. “l’usurpatore”, ecc.)
Il cuore della Chiesa non si conserva attraverso la nostalgia o la rivolta, ma attraverso l’obbedienza viva alla Tradizione nella comunione ecclesiale. E oggi, questo significa rimanere in comunione con il successore di Pietro, anche se non ci piace, anche se ci scomoda.
Perché, come scrive san Cipriano:
“Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre; e non può essere nella Chiesa chi non è in comunione col Papa di Roma.”
Caro don Pietro Paolo, purtroppo, per alcuni, l’unico papa è Lefebvre… il cui nome è indissolubilmente legato allo scisma che ha provocato e che perdura tuttora… Nessuna ignobile ipocrisia tradizionalista cambia questo terribile fatto con le sue evidenti terribili conseguenze!
Grazie e ancora grazie monsignore per l’aiuto che ci dona di speranza ma i miei novanta anni di vita sessanta e più in questa lurida chiesa mi lasciano nel pessimismo pur certo che non prevarranno la mia sofferenza forse ridurrà il danno dei miei peccati
Signor Dino,
mi permetta una parola schietta ma rispettosa. Comprendo l’amarezza che può nascere da tante ferite accumulate in una lunga vita, e non ignoro i peccati che possono aver segnato la storia visibile della Chiesa. Ma definirla “lurida” è un oltraggio non solo alla sua realtà umana, ma soprattutto alla sua natura divina, perché la Chiesa è la Sposa di Cristo, santificata dal Suo Sangue.
È proprio nei momenti più oscuri che siamo chiamati non a maledire, ma a soffrire con Cristo e per Cristo, unendo le nostre lacrime al suo amore redentivo. Lei ha novant’anni: ha vissuto molto, ha portato molto, forse ha sofferto molto. Ma si ricordi che Dio guarda al cuore e non smette mai di operare anche attraverso strumenti imperfetti. Offra, se può, la sua sofferenza come preghiera per la purificazione della Chiesa, e non per la sua condanna. La Chiesa ha forse bisogno di convertirsi., ma anche lei.
Che il Signore la benedica e le dia pace.
don Pietro Paolo
Grazie per le sue parole mi giustifichi la presenza di bergoglio non come sagrestano ma come capo della chiesa cattolica se non artefatta
La democrazia non può applicarsi a tutto perché non è affatto un valore assoluto. Vi immaginate la democrazia applicata alla matematica?? Se la maggioranza dicesse che 2+2 fa 5, chi replicasse che invece fa 4 potrebbe essere perseguito penalmente e civilmente. Purtroppo è ciò che sta accadendo. Ma chi c’è dietro simili follie, agisce in questo modo non perché ami la “democrazia” (sino a farne un valore assoluto che invece non ha nè deve avere) ma esclusivamente perché trattasi di un gruppetto di ladri ed assassini pervertiti e folli.
È quello che dice anche il bistrattato don Minutella.
Papa Francesco l’autocrate democratico. Ovvero, quando non si hanno argomenti convincenti 😅
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