Un Pensiero che Attinga dal Silenzio. Per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un tema che lo affascina in maniera particolare, il silenzio. Buona lettura e meditazione.

§§§

 

C’È BISOGNO DI UN PENSIERO

CHE ATTINGA DAL SILENZIO

PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA

 

 

 

 

«Cicada – Onde procede, o Tansillo, che l’animo in tal progresso s’appaga del suo tormento? onde procede quel sprone ch’il stimola sempre oltre quel che possiede?

 

Tansillo – Da questo, che ti dirò adesso. Essendo l’intelletto divenuto all’apprension d’una certa e definita forma intelligibile, e la volontà all’affezione commensurata a tale apprensione, l’intelletto non si ferma là. […] Perché sempre vede che quel tutto che possiede è cosa misurata, e però non può essere bastante per sé, non buono da per sé, non bello da per sé; perché non è l’universo, non è l’ente absoluto, ma contratto ad esser questa natura, ad esser questa specie, questa forma […]. Sempre dunque […] fa progresso verso quello che è veramente bello, che non ha margine e circonscrizione alcuna».

Giordano Bruno, Gli eroici furori.

 

*

«Il silenzio è un omaggio che la parola rende allo spirito».

Louis Lavelle

 

* * * * * * *

Tutto ciò che l’intelletto raggiunge, lo raggiunge col pensiero, cioè, come dice Tansillo, con «una certa e definita forma intelligibile», cui non possono sottrarsi nemmeno gli oggetti di fede, che per essere creduti vanno prima pensati: il credere necessita di un oggetto “a” cui credere. Sennonché tale raggiungimento non può soddisfare l’intelletto poiché è, e resta, relativo al Significato primo e ultimo, all’Alfa-Omega, all’«ente absoluto», cioè «quello che è veramente bello, che non ha margine e circoscrizione alcuna».

 

Se è vero che la natura umana è decaduta e fallace, essa non può concepire che un pensiero e quindi un linguaggio altrettanto decadenti e fallaci, provocatori di confusione dialettica e armata. Anzi, non è escluso che l’uomo pensi, parli e scriva proprio perché è decaduto e fallace: il suo pensare, parlare e scrivere testimoniano di una ricerca, di una mancanza, di un tentativo di inquadrare l’«ente absoluto», impegno, come visto, destinato al fallimento.

 

«Pensiamo perché non sappiamo», dice il poeta Ezra Pound.

 

«Scrivo ciò che non conosco», dice il poeta Robert Creely.

 

Unica eccezione, che dovrebbe essere la  regola, è quella che si considera più oltre.

 

Ciò che accade di dilaniante fra gli esseri umani è dovuto nient’altro che al pensiero nei suoi molteplici linguaggi religiosi, filosofici, politici, economici e via dicendo. Ciascun pensiero e linguaggio decadente e fallace presume di poter gestire e ordinare il mondo, invece lo plasma nella conflittualità, e ciò accade perché usurpa la funzione dello Spirito, cioè del Significato. È lo Spirito che dovrebbe plasmare (o ri-plasmare) il mondo, non il pensiero ed il linguaggio, quest’ultimo, per un verso o per un altro, presentandosi coercitivo, espressione di una volontà di affermarsi, di un potere individuale o di gruppo che rivendica l’“avere ragione” accollando “il torto” agli altri.

 

Penso – parlo – mi affermo – coercizzo: automatismo dell’imposizione di sé, che, conscio o meno che sia, è quanto di meno opportuno per una vita improntata allo Spirito. Automatismo da cui non è indenne la insinuante imposizione di sé degli alfieri del Sacro, ecclesiastici o laici clericalizzati, che fanno della dottrina umanamente organizzata in cui credono un potere personale di giudizio a mezzo dell’“esegesi” di cui rivendicano l’esclusiva cogente.

 

E qui una domanda: si crede nella dottrina significante o nel Significato? Non è la stessa cosa, poiché il Significato, l’«ente absoluto», è infinitamente oltre la dottrina significante, che pertanto non può porsi essa stessa come significato: l’Anagogia va oltre i significanti. È lo Spirito che suscita i significanti, i quali, in quanto indicatori, non escono dai loro limiti limitanti. Invece, in senso lato, da ogni pulpito, tribuna, palco, cattedra scende sull’uditorio sottostante il linguaggio artigliato del potere di turno. E l’artiglio, si sa, è fatto per ghermire le coscienze per ottenerne il consenso.

 

Qui un breve ma bruciante interrogativo a proposito dell’ispirazione: chi può dirsene esclusivo beneficiario se non per auto-certificazione? E come possono i non-ispirati riconoscere e “spiegare” ciò che è ispirato? O i mediatori di ciò che è ispirato si auto-certificano in quanto anch’essi ispirati? Nell’ambito religioso cattolico, la sola considerazione personale del testo sacro è vietata (coercizione), quindi l’ispirazione diretta, l’intuizione diretta e la grazia diretta che illumina sono escluse: pena l’anatema, non si deve fare a meno del mediatore-imbonitore (ispirato d’ufficio?) che stabilisce cosa si deve comprendere, cosa si deve pensare, e, se proprio si vuol parlare, cosa si deve dire.

 

Importa poco o punto il rapporto di forze: tanto il linguaggio più in voga e quindi più forte, quanto il linguaggio che gli si oppone e quindi più debole (e che a sua volta spera di rovesciare la situazione), sono espressioni di potere, dacché il Potere non potrebbe sussistere se non fosse diviso in se stesso. Che potere sarebbe quello che non si esercitasse su se stesso in quanto resistenza a se stesso? La dialettica verbale o armata non può essere fraintesa: il potere forte contro il potere debole, la coercizione contro la coercizione. Il Potere è bicefalo ed ha la lingua pluriforcuta. Ciò che dilania il mondo è il linguaggio nelle sue innumerevoli diramazioni coercitive in combutta reciproca. E la coercizione esasperata conduce alla belligeranza dialettica e armata. Le guerre (comprese quelle religiose) sono la conseguenza del Potere che combatte se stesso sdoppiandosi e moltiplicandosi.

 

Inutile nascondersi dietro un dito: ogni affermazione ed ogni negazione (giacché ogni negazione è pur sempre un’affermazione) è puntellata, nel soggetto, o nei gruppi di soggetti, dalla convinzione di essere vera o quanto meno più verosimile di quelle degli altri. A ciò non facendo eccezione il linguaggio interpretativo della “Parola di Dio” che in ogni caso, però, è una mediazione, quindi con tutti i condizionamenti della decadenza e della fallacità proprie della soggettività, qui ponendosi il tema non riguardante soltanto l’ambito religioso: dove finisce l’autorità (che coltiva e fa crescere) e comincia il potere (che coercizza e soffoca).

 

Lo Spirito è Uno, e mentre il Verbo avverte che «il cielo e la terra passeranno», Paolo ripete che «passa la figura di questo mondo», e pertanto passano anche i suoi linguaggi. Non sorprendentemente, anche lo Zen evidenzia l’impermanenza (mujo) del mondo e del pensiero.

 

Luigi Pirandello:

 

«Tutti credono che la realtà sia una cosa ferma, rigida. Non è vero. la realtà è mobile, sfuggente».

 

«Gira, il mondo gira
Nello spazio senza fine[…]

Il mondo
non si è fermato mai un momento
La notte insegue sempre il giorno
Ed il giorno verrà»,

 

cantava Jimmy Fontana negli anni ’60, ove «il giorno che verrà» allude chiaramente al Giorno che non tramonta, alla Luce indefettibile, alla … «vita del mondo che verrà» (vitam venturi saeculi)!

 

«Questo mondo» è disintegrato dal pensiero e dal linguaggio con le loro innumerevoli forme non solo decadenti e fallaci, ma totalmente inconsapevoli che debbono il loro esprimersi, seppur decadente e fallace, all’unica fonte che è l’Unico Spirito.

 

Il pensiero è figura e suono in quanto linguaggio, ma prima della figura e del suono c’è il Silenzio, che è lo Spirito senza figura e senza suono da cui ogni figura e ogni suono prendono forma e transitano per farvi immediato ritorno. Impossibili un pensiero e un linguaggio, dal più chiaro al più torbido, che non abbiano dietro di sé e davanti a sé il Silenzio, cioè lo Spirito. La relatività-allusività del pensiero e del linguaggio non è che rumore se, come accade (a)normalmente, usurpa l’assolutezza del Silenzio. Dato che per sussistere devono avere un oggetto, il pensiero e il linguaggio costituiscono una reazione che infrange il Silenzio e parcellizza lo Spirito, non in Sé, s’intende, bensì nel soggetto che pensando e parlando si identifica con ciò che pensa e dice, dissipandosi nel di-scorrere, «dal lat. DISCURRERE, che nell’età bassa passò dal suo significato primitivo di correre qua e là, all’altro di parlare, quasi vagare con le parole» (etimo.it).

 

Occorre essere davvero auto-illusi per non accorgersi o non voler ammettere che al fine, dato il condizionamento delle innumerevoli soggettività impegnate nella coercitiva affermazione di sè, il linguaggio è «un correre qua e là, un vagare con le parole». Del resto, la patente dimostrazione di ciò non riempie le giornate convulse dell’umanità? Forse come non mai, le parole “pace” e “giustizia” sono svuotate di significato  dalla varietà di soggetti che le biascica, ognuno dei quali, manco a dirlo, sa qual è la “pace giusta” … e coercitiva.

 

Così tra lo Spirito e il mondo si frappongono discorrenti pensieri e linguaggi decadenti e fallaci che interpretano e mediano con i conseguenti decadenti e fallaci risultati,  non essendoci contesto particolare che ne sia esente. Alfine, oltre che coercitivi ed espressioni di potere, il pensiero ed il linguaggio che ne segue sono dei guastatori. Si pretendono disciplinatori e organizzatori ma invece sono fautori di confusione e conflittualità. E vien da chiedersi come pensasse e parlasse l’Uomo Arcaico, certamente più prossimo all’Età dell’oro e quindi allo Spirito di noi “civilizzati”, “colti” e “progrediti”, impastoiati nelle complicanze inestricabili del pensiero e del linguaggio, i quali, “evolvendo” nella loro decadenza e fallacità, si sono fatti e continuano a farsi sempre più disarticolati, insipidi, meccanici, corrotti, avulsi dal Significato e quindi insignificanti. Così, dulcis in fundo, il mondo è spazzato da assurdi conflitti fra insignificanti!

 

Ma v’è una possibilità – e una necessità – di basilare importanza da tenere presente. V’è l’eccezione che è (dovrebbbe essere) la regola: IL PENSIERO CHE ATTINGE DAL SILENZIO, cioè dallo Spirito, dunque un pensiero contemplativo, puro, nuovo, che si esprime con un LINGUAGGIO ANCH’ESSO PURO, NUOVO, POETICO:

 

«Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

 

Dice COSE NUOVE E COSE ANTICHE, perciò secondo il processo vitale inesauribile dello Spirito.

 

Splendidamente Jacopone da Todi:

 

«Amor, amor, tu sè cerchio rotondo,
con tutto l cor chi c’entra sempre t’ama».

 

Dice «chi c’entra», cioè chi fa centro nell’Alfa-Omega con la freccia della propria anima!

 

Splendidamente Johan Gottlieb Fichte:

 

«Siamo frecce scoccate dall’infinito verso l’infinito».

 

Splendidamente Pablo Neruda:

 

«Sento che sono l’ago di una freccia infinita,
che penetra lontano».

Splendidamente Dino Campana in tre versi fiammanti:

 

«O quando o quando in un mattino ardente

L’anima mia si sveglierà nel sole

Nel sole eterno, libera e fremente».

 

Non v’è chi non senta – con o senza l’approvazione dei mediatori – come  tutte queste siano parole che nascono dal Silenzio ed indirizzino verso il Silenzio, l’Infinito, il Sole, la Luce, lo Spirito!

 

Ma v’è – ecco l’infrazione planetaria della regola – il  PENSIERO CHE ATTINGE DAL PENSIERO e dei CONSEGUENTI LINGUAGGI. Tutti i conflitti sono provocati da pensieri nascenti da pensieri, cioè da presupposti già pensati, fissati, ma irrimediabilmente decadenti e fallaci; da pensieri e linguaggi avvizziti, anti poetici, usurpatori della funzione creativa ed armonizzatrice del Silenzio, cioè dello Spirito. Invece, la pace spirituale, senza la quale la pace terrena resta una chimera, può (potrebbe) essere assicurata soltanto da pensieri e linguaggi che nascono dal Silenzio. L’assolutezza è propria del Silenzio, cioè dello Spirito, poiché Esso è senza forma, quindi sciolto, libero, appunto ab-soluto, mentre la relatività è molteplice e propria ad ogni forma che è una concrezione, un limite, una coercizione.

 

Evanescenza * del pensiero: tanto il pensiero che nasce dal Silenzio ne è consapevole quanto il pensiero che nasce dal pensiero ne è inconsapevole e coercitivo, pretendendo d’imporsi quale linguaggio in forma stabile. Ma, come il linguaggio che ne segue, il pensiero è una forma che tramonta nel momento in cui sorge, mentre è il suo incessante susseguirsi che induce a crederla reale, stabile, indispensabile, risolutrice e, per questo, coercitiva. Invece il pensiero ed il linguaggio discorrono, ovvero appaiono e scompaiono in continuazione, cosicché ogni di-scorrere mai può giungere alla fermezza-certezza dell’Assoluto.

 

* in giapponese kieru 消: l’ideogramma è composto dal radicale dell’acqua (氵) e dal componente 肖, che suggerisce qualcosa che diminuisce o svanisce. Questa combinazione illustra perfettamente il concetto di scomparire gradualmente, come una goccia d’acqua che evapora. Sì, il pensiero ed il linguaggio sono una pioggia che evapora! Ad un continuo piovere di linguaggi segue il loro continuo svanire!

 

Non si può fermare il pensiero ed il linguaggio che ne segue: con il loro discorrente ripetersi e svanire, testimoniano essi stessi la loro evanescenza, poiché anche la ripetizione è anch’essa evanescente: sorge e immediatamente tramonta. Ciò valendo anche per la religiosità: cosa resta, ad esempio, della recita di una preghiera, di un salmo, di un sutra, di una sura? Cosa resta di un’omelia? E perché la prassi ne esige la ripetizione? Non sarà perché è evanescente? Cosa c’è di stabile dietro la scorrente ripetizione? A cosa rimanda la ripetizione? A cosa allude, cosa indica ciò che appena letto e detto scorre via? Quale processo deve darsi affinché il significante funga soltanto da propedeutico alla conoscenza unitiva del Significato? Di più, ogni testo scritto è stabile solo apparentemente, poiché senza l’uomo che leggendolo lo libera dalla sua fissazione esso non è che un ammasso di lettere morte. E tuttavia esso non “vive” che nel momento in cui viene pronunciato ma che subito trascorre. Data l’alternanza del suo vivere e morire  senza sosta, il linguaggio non può costituire nulla di certo, dunque nulla di coercitivo, come invece pretende.

 

Se un saggio cristiano, un saggio ebreo, un saggio mussulmano, un saggio buddhista, un saggio scintoista, un saggio indù, un saggio pellerosa e via dicendo siedono in circolo – in Alfa-Omega – tutti lasciatisi andare allo Spirito (al Centro), tutti lasciatisi assorbire dal Silenzio, nessun conflitto di pensieri e linguaggi può insorgere.

 

Henry Le Saux:

 

«L’uomo saggio, per definizione, ha la vista stessa di Dio sulle cose, perché penetrando in se stesso, è sprofondato in Dio. Nelle profondità della sua contingenza, ha scoperto l’essere; alla base della sua distinzione, l’unità inscindibile; in fondo al tempo, l’eternità stessa. È passato sul piano della vita eterna, è entrato nel Regno di Dio».

 

Fray Luis de León: 

 

«Che vita

riposante quella di chi

fugge dalla folla impazzita e segue il sentiero nascosto,

dove sono andati

i pochi saggi del mondo».

 

Certissimamente, il saggio non è un guerrafondaio. Quindi, fra coloro che seguono il «sentiero nascosto», in cui immette la «porta stretta», nessun conflitto può insorgere: infinitamente prima di ogni “spiegazione”, ogni raggio della ruota è già congiunta al mozzo, al centro del cerchio che è vuoto, ossia senza forma. Nel Silenzio, nello Spirito, nel Vuoto, si trovano in nuce i pensieri di ciascun saggio; pensieri che fuori del Silenzio sono formalizzati nella Tradizione religiosa propria di ciascuno. Dalla Fonte che è il Silenzio, si diramano i fiumi delle Tradizioni che evidentemente non sono “tutte uguali”. Lo Spirito, l’Eclettico che è Uno, informa ciascuna di esse SECONDO CHE ESSO VUOLE, ovvero secondo un’ana-logica (né un’analogia, né una logica) inaccessibile alla coscienza umana fagocitata dai propri pensieri, dall’onomastica razionalizzante, imbottigliata nella propria forma e dissolventesi nel proprio linguaggio coercitivo. Non è strano? Come può pretendersi coercitivo ciò che si dissolve?

 

«Le mie parole non passeranno».

 

Abunai! (Attenzione! in giapponese):

 

dice «le mie», non dice «le vostre».

 

Qui è l’Abisso Mistico irrazionabile e informulabile, immensamente oltre, per concludere con Bruno, «l’apprension d’una certa e definita forma intelligibile».

§§§

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17 commenti su “Un Pensiero che Attinga dal Silenzio. Per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.”

  1. Cara Adriana, ovviamente apprezzo moltissimo la storia che hai proposto, dalla quale promana un delicatissimo profumo sidereo che ho immediatamente percepito. Colgo l’occasione per ribadire che la prassi apofatica non stura solo le orecchie ma anche … il naso😁

  2. Caro Matto,
    mi dai, qui, l’occasione per ricordare l’ episodio autentico di un’esperienza significativa…
    ” Perchè non puoi udire le stelle?” fu la domanda che una sera i Boscimani del Kalahari posero all’esploratore Laurens Van der Post.
    Egli rise, credeva fosse una facezia.
    Ma essi non scherzavano affatto.
    Quando compresero che egli non poteva veramente intendere il canto delle stelle, la loro gioia si trasformò in una malinconica tristezza.
    ###
    Il cielo notturno mormorava una melodia sottile: un canto segreto dell’universo che solamente coloro che sono in relazione con la terra, con i soffi di ciò che vive, sapevano intendere.
    Non cogliere questo canto non significa esser sordo.
    Era esser tagliato fuori.
    Era aver perduto il legame.
    Ai loro occhi la vera tragedia non era perdere l’udito, ma perdere l’intimità con il mondo.
    Non appartenere più al canto dell’universo.

  3. Caro don P.P.,

    come lei ha ricordato, il mio “ognuno va per la sua strada” è confermato dal suo intervento. Io e lei siamo due rette parallele che qui in terra non possono convergere in un’unica monorotaia. Tuttavia, non posso e non voglio escludere che tale convergenza possa darsi nella vita ultraterrena. Noi terrestri, vorrà perdonare l’ennesima matta considerazione, non sappiamo un fico secco di quello che realmente avviene alla Coscienza dopo il passaggio della la soglia fatale, e ciò che ne è raccontato resta un racconto di chi lo racconta e una credenza per chi (legittimamente) ci crede senza se e senza ma.

    Lei sa che sono state scritte migliaia di pagine sul … silenzio. Quindi, per quanto riguarda anche me, per proporre (non imporre) una negazione non si può fare a meno di affermarla usando delle parole. Se poi consideriamo le montagne di testi esegetici che “spiegano” la Parola di Dio, non può non sorgere la domanda: ma questa Parola è davvero così complicata, o la rendono complicata le straripanti esegesi che alla fine costituiscono un sistema concettuale che ambisce ad essere persuasivo. Ma davvero la semplicità spirituale deve nutrirsi di spaccamenti di capello in quattro? Di minuziosi e articolatissimi sillogismi che tradiscono l’intento coercitivo?

    Chi è Gesù Cristo per me risulta piuttosto chiaramente dai miei articoli (se ha avuto la pazienza di leggerli tutti), pertanto vorrà perdonarmi se non torno sull’argomento.

    In conclusione, possiamo amabilmente continuare a confrontare le nostre rispettive, parallele “visioni”, ma nella consapevolezza che al fine si tratta, come si dice, di pura accademia.

    Lei certamente sa che nessun uomo ha mai convinto un altro uomo.

    Con un distinto e fraterno saluto.

  4. Matto ti contraddici e neanche questa volta “un bel tacer non fu mai scritto”. Se tu tacessi due sarebbero le cose.
    1 sei andato nel silenzio senza ritorno e lì tacerai per vergogna (finalmente!) alle domande che ti inchioderanno.
    2 ti sei reso conto che tacere in questa vita può temporaneamente assolverti nell’incertezza di una tua presa di coscienza: ma non dura, poi nel silenzio vero come andrà a finire? Vedi punto 1.

  5. Caro Matto,
    come puoi vedere dalla mia ultima risposta a don P.P., ( cap.5?), sono assolutamente favorevole al Dio del Silenzio.

    1. Don Pietro Paolo

      Gentile Matto ( e cara Adriana),

      so che Lei, Matto, mi ha scritto altrove che «ognuno va per la sua strada». Rispetto la Sua posizione, ma ciò non mi esime dal proporre qualche riflessione – soprattutto in un contesto pubblico, dove chiunque legge può essere toccato da ciò che scriviamo. E come sacerdote, ma anche come uomo di ragione, sento di doverlo fare.

      Il Suo intervento è certamente articolato, ricco di citazioni suggestive e nutrito da una sensibilità che cerca il centro, il Silenzio, lo Spirito. Ma è proprio in nome di questa ricerca che alcune affermazioni vanno, a mio avviso, chiarite e, in certi casi, contestate logicamente.

      Lei parte da una constatazione che posso condividere: il pensiero umano è limitato, e il linguaggio – pur potente – può diventare veicolo di confusione, prevaricazione o persino violenza. È vero. Ma da qui a dire che ogni pensiero e ogni linguaggio siano di per sé coercitivi o decadenti, il salto è notevole. È un’affermazione che si autocancella: perché è proprio un pensiero, espresso in un linguaggio articolato, a sostenere questa tesi.

      Se tutto ciò che è pensato è già corrotto, anche l’idea che lo afferma è corrotta.

      È un paradosso che non si può eludere. Il Suo ragionamento si presenta come un rifiuto del ragionare; ma nel momento stesso in cui viene formulato, utilizza gli strumenti che vuole negare: pensiero, parole, analogie, logica. Dunque, non può pretendere di porsi “al di sopra” del pensiero discorsivo, perché vi appartiene totalmente.

      Inoltre, c’è un altro problema: la contrapposizione sistematica tra Spirito e pensiero, tra Silenzio e linguaggio, tra “Significato” e “significanti”. Questo dualismo, nella storia del pensiero, ha un nome preciso: gnosticismo. È una posizione antica, affascinante, ma logicamente instabile e, se spinta fino alle sue conseguenze, disumanizzante: perché nega valore al nostro essere corporei, razionali, comunicanti. Eppure siamo fatti così: non siamo puro spirito. E se lo fossimo, non avremmo bisogno di parlare, pensare, cercare, vivere, amare, soffrire…

      Lei sembra auspicare un pensiero “che attinge dal Silenzio”. Ma come si riconosce questo pensiero? Come si distingue da una semplice impressione soggettiva? Se ogni mediazione è rifiutata, se ogni dottrina è ridotta a forma di potere, allora ogni criterio viene meno: resta solo l’intuizione individuale, ma questa non ha forza vincolante né razionale, e dunque non è condivisibile. Non si può costruire nulla sopra un’esperienza che si sottrae per principio alla comunicazione. Né si può richiamare gli altri a un principio che si rifiuta di essere detto senza contraddirsi.

      E veniamo a un punto essenziale. Lei pone una domanda cruciale:
      “Si crede nella dottrina significante o nel Significato?”
      Ma Significato è, per definizione, ciò che si manifesta attraverso un segno. Un Significato che rifiuta di manifestarsi non è conoscibile. Un Dio che non si lascia dire, non si lascia neppure incontrare. E allora, se non c’è mediazione, non c’è più relazione. Non c’è Rivelazione. Non c’è Incarnazione.

      La logica cristiana è diversa: il Verbo si è fatto carne, non per cancellare i significati, ma per portarli al compimento. La forma, nel cristianesimo, non è un ostacolo allo Spirito: è la sua epifania. Ecco perché la dottrina, pur sempre riformabile nel linguaggio, non è un’artigliata, ma una custodia. È come il corpo per l’anima: fragile, certo, ma reale.

      Alla fine, credo che ciò che ci separa non sia un problema di pensiero, ma di presupposti. Lei parte da una sfiducia ontologica verso ogni forma, ogni parola, ogni struttura. Io parto dalla fiducia che lo Spirito non ci disprezza come forma, ma ci abita e ci guida anche nella forma. Non solo nel silenzio, ma nella voce, nella carne, nella storia.

      Le domando, allora:
      Chi è Gesù Cristo per Lei?
      Perché è da questa risposta che ogni altra – anche sul linguaggio, sul potere, sulla verità – deve prendere forma. E qui la ragione e la fede, il pensiero e lo Spirito, possono ancora incontrarsi.

      E se posso aggiungere un pensiero, rivolto anche a chi ci legge:
      c’è, in certi discorsi, una bellezza che affascina, perché nasce da un sincero desiderio di autenticità spirituale. È un desiderio che merita attenzione. Tuttavia, proprio per questo, occorre vigilare: perché la sete dell’Assoluto non ci porti – quasi senza accorgercene – a smarrire il cuore del cristianesimo, che non è la dissoluzione delle forme, ma l’Incarnazione dell’Amore.

      Dio non ha evitato il linguaggio, non si è tenuto lontano dalla carne.
      Ha scelto di parlarci, di entrare nel tempo, di condividere tutto, tranne il peccato.
      Anche se fragile, il linguaggio è redimibile. Anche se limitato, può servire al vero.
      È questo che la fede cristiana annuncia: che la Parola si è fatta carne, non per imprigionarci, ma per incontrarci.

      Con rispetto,
      don Pietro Paolo

      1. Caro don P.P.,
        visto che si è rivolto pure a me, cercherò di risponderle.
        Troppe parole: quelle contradditorie dei testi “sacri” su cui si è innalzata la greve piramide di quelle- egualmente contradditorie- edificata dai commentatori di tali testi , -considerati , ufficialmente, “I” Maestri di dottrina.-
        Il risultato- secondo me- è quello di avere- da un lato- causato confusione nella testa dei pochi che cercavano e cercano di capirci qualcosa; -dall’altro -… di aver incentivato -tra le masse cui non importava, né importa nulla di cercare il senso un messaggio spirituale – la proliferazione di “fenomeni”, come il “miracolo” della moltiplicazione dei gnocchi (di coniglio) che tanto successo ha ottenuto tra i semplici.
        Troppe parole!!!
        Meglio fare un po’ di silenzio.

      2. Caro don P.P.,
        visto che si è rivolto pure a me, cercherò di risponderle.
        Troppe parole: quelle contradditorie dei testi “sacri” su cui si è innalzata la greve piramide di quelle- egualmente contradditorie- edificata dai commentatori di tali testi , -considerati , ufficialmente, “I” Maestri di dottrina.-
        Il risultato- secondo me- è quello di avere- da un lato- causato confusione nella testa dei pochi che cercavano e cercano di capirci qualcosa; -dall’altro -… di aver incentivato -tra le masse cui non importava, né importa nulla di cercare il senso di un messaggio spirituale – la proliferazione di “fenomeni”, come il “miracolo” della moltiplicazione dei gnocchi (di coniglio) che tanto successo ha ottenuto tra i semplici.
        Troppe parole!!!
        Meglio fare un po’ di silenzio.

        1. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,

          lei dice: “Troppe parole”. Ma le sue, intanto, si aggiungono alle nostre.

          Accusa la Scrittura di contraddirsi, i commentatori di confondere, i fedeli di credere ai miracoli come a favole. lei ironizza sui miracoli del Vangelo paragonandoli alla “moltiplicazione dei gnocchi di coniglio”, come se la fede dei semplici fosse folklore da trattoria. Ma chi davvero cerca la Verità, sa distinguere tra la caricatura del sacro e il Mistero che salva.

          Il silenzio è prezioso, sì — ma quando nasce dall’ascolto, non dal disprezzo. Altrimenti non è sapienza, è solo resa.

          — don Pietro Paolo

          1. Caro don P.P.,
            io cerco di ascoltare- perchè me lo nega?- Ci sono cosette del passato che , ad ascoltarle, si rivelano “false”…La strage degli Innocenti, per es… Sappiamo- storicamente- che Erode morì 4 anni prima della nascita del Bambino. Vede…allora preferisco- se così si può dire-, far caso alla “strage degli innocenti” per riti diabolici praticati da luridi esponenti dell’attuale Knesset, come riportati- ora, pubblicamente- dai giornali israeliani. Lei non ascolta?

          2. Caro don P.P.,
            “come se la fede dei semplici fosse folklore da trattoria”…
            Lo ammetto: ho errato a chiamarli “semplici” (fedeli ). In che dimostrano di aver fede se non nelle comodità personali? Faccenda complicata…un contenitore per garantirsi una vita eterna “piacevole” e quella terrena più gradevole possibile. Non è folklore da trattoria, bensì folklore bancario. (Molto vantaggioso anche per chi gestisce questo genere di “imprese”.)

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