Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sullo Spirito, e le sue molteplici manifestazioni. Buona lettura e meditazione.
§§§

RITORNO ALLO SPIRITO. PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA
«Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
Giovanni
Vale a dire: nessun assemblaggio di parole, sillogismi, formule, documenti e quant’altro, può esaurire lo Spirito.
* * * * *
Si scrive Spirito con la maiuscola poiché, pur transitando attraverso la soggettività umana restandone più o meno contaminato e travisato – non in Sé ma nell’essere umano – Esso è il Soggetto Unico che rende possibile all’essere umano stesso la parola. L’essere umano è persona: da PER-SONARE risuonare attraverso, e persona significa maschera: l’essere umano è la maschera attraverso la quale risuona lo Spirito, la cui perfetta e pura manifestazione è … il Silenzio. La maschera significa l’impersonalità che l’essere umano ha da adottare onde lasciar fluire attraverso di sé lo Spirito, abbandonando i costrutti mentali (e passionali), ossia la gabbia della propria soggettività, ovvero della propria forma mentis. Una mente formata è una mente ridotta cui è precluso l’Ampio. La mente rigidamente formata è quella, per dirla con Walter Benjamin, dell’«uomo ammobiliato», la cui interiorità è colonizzata da oggetti e immagini che non permettono di stare soli, appunto vuoti, cioè liberi. Sgombrare la «mobilia»: compito impegnativo dato l’attaccamento ad essa.
Wang Po:
«Gli uomini hanno paura di abbandonare le loro menti, perché temono di precipitare nel vuoto senza potersi arrestare. Non sanno che il vuoto non è veramente vuoto, perché è il regno della Via autentica».
A rigore, non esistono parole che l’essere umano possa creare in proprio. L’essere umano può parlare perché è lo Spirito che parla attraverso di esso. Tolto lo Spirito, la parola è impossibile. E se lo Spirito è Uno, nessuna parola può dirsene indipendente e nessun linguaggio può dirsene esauriente.
Nella pronunzia, ogni parola è una fluidificazione dello Spirito, che però, appena pronunciata, ne costituisce una coagulazione, un’infinitesima forma, e ciò MASSIMAMENTE SE SCRITTA (esattamente come sta accadendo anche ora!). Lo Spirito in Sé è sciolto (ab-soluto) da ogni forma, e si ex-prime, ossia si preme fuori di Sé, relativizzandosi nella molteplicità delle parole, dei sillogismi che ne costituiscono un travestimento. L’abito multicolore di Arlecchino in origine era bianco; i sette colori possono darsi solo sullo sfondo bianco; sopra l’ombrello colorato splende la luce bianca.
I concatenamenti di parole in formule complesse sono relative allo Spirito, e quindi non possono esaurirLo: le parole de-finiscono, lo Spirito è in-finito, e l’Infinito è senza forma, vuoto, poiché, come il cielo mostra, il vuoto è senza limiti, appunto in-finito: vuoto infinito … pieno di infiniti mondi. I pur potenti, modernissimi telescopi non offrono (e non posssono offrire) che un iper minuscolo scampolo del Vuoto, cioè dello Spirito, dello Specchio che contiene e pervade l’universo, cui corrisponde la Coscienza dell’Uomo.
Abbiamo già osservato che le parole sono coaguli dello lo Spirito che in Sé è fluente e incollocabile. Il coagulo è lo Spirito raccolto – senza esaurirvisi – in una miriade di forme. Dal che si può comprendere che “vuoto” non ha qui l’accezione comune e degradante di “inesistenza” e “inconsistenza”, bensì proprio il contrario: il Vuoto è lo Spirito Unico, l’Energia Unica onnipervadente, fluente, inesauribile, incontenibile (e tremenda) che vivifica e regge l’Universo e l’Uomo. Il Vuoto è lo Specchio che tutto crea e rispecchia.
* * *
Breve inciso ecumenico, appropinquandosi alla feritoia del bunker senza il timore di vedere senz’altro qualcosa di “diabolico”!
«Non è possibile vedere né toccare tale energia ma, come l’aria che si respira, è indispensabile per la vita […] Più di tremila anni fa, i Yoghin indiani parlavano già di un’energia universale, il “prana”, intesa come costituente basilare e fonte di ogni forma di vita. Il prana, o soffio vitale, è in ogni cosa e porta con sé la vita. Il taoismo, l’antica filosofia cinese sorta verso il terzo millennio a.C., si fonda sullo stesso concetto, secondo il quale l’universo è un organismo vivente infuso e permeato di un’energia ritmica e vibrazionale, chiamata “chi” o “qi” (giapponese “ki” ndc). Il concetto di un’energia che pervade ogni cosa non è poi così mistico come può sembrare. La fisica moderna comincia a dare credito a ciò che i saggi dell’antichità già supponevano migliaia di secoli fa».
Rosalia Stellacci, Energia e Materia, Visione occidentale e orientale.
* * *
Il primo a parlare non è l’Uomo bensì lo Spirito. La parola dell’Uomo è un conseguente riflesso dello Spirito che «non sai di dove viene e dove va», e questa impossibilità di sapere il “dove” dello Spirito conferma come Esso sia incollocabile e perciò immenso, cioè vuoto. È umanamente impossibile individuare le stazioni di partenza e di arrivo nel Vuoto, ossia la coincidenza fra il punto dell’Alfa-Omega sul cerchio e il centro del medesimo. Soltanto il Vuoto – lo Specchio – è libero (ab-soluto), Esso è dappertutto e in nessun luogo, ciò che è inconcepibile dalla ragione, cioè dalla misura. Il Vuoto non ha misura e la mente ragionante, cioè misurante, mai potrà impadronirsene. Lo Spirito trascende infinitamente la ragione che cerca – illusoriamente – di renderselo accessibile in formule.
Appena ex-presso, cioè fattosi parola, lo Spirito si costituisce in una formula, in una de-finizione che lo rappresenta soltanto relativamente, essendone una manifestazione irriducibilmente alludente e quindi limitata.
Le parole esprimono inesaustivamente lo Spirito. Cercano di significarlo senza potervi riuscire. Nessuna de-finizione può aspirare a cogliere lo Spirito nella sua Verità intrinseca assoluta, ossia sciolta dal linguaggio, e tanto meno lo può un insieme di de-finizioni raccolte in un sistema che non può non essere anch’esso de-finito, perciò limitato: il moltiplicarsi delle de-finizioni dis-integra (nell’essere umano) lo Spirito, dando la stura a interpretazioni e obiezioni. Più spiegazioni si danno dello Spirito più lo si complica in chi riceve le spiegazioni e in chi si affanna a darle, anche se non se ne accorge. L’unico modo per cogliere lo Spirito, o, meglio, di lasciarsi cogliere dallo Spirito, è la RINUNCIA alle parole che lo relativizzano, il RITIRARSI nel Silenzio, il RACCOGLIERSI dalla dispersione loica.
Maestro Eckhart:
«L’anima contempla se stessa nello specchio della divinità. Dio stesso è lo specchio che egli svela e che egli vela a chi vuole … Nell’esatta misura in cui l’anima è in grado di oltrepassare ogni parola, in questa misura essa si avvicina allo Specchio. È nello Specchio che si compie l’unione come un’uguaglianza pura e indifferenziata».
Farid-ud-Din ’Attar:
«Venite, atomi erranti, ritornate verso il vostro centro e divenite lo Specchio eterno che avete visto».
Farid-ud-Din’Attar è autore de “La lingua degli uccelli”, messaggio universale di apertura al Trascendente, del tuffarsi nell’oceano senza rive del Mistero divino. A ciò soccorrendo la lingua degli uccelli, non la lingua degli uomini!
Da quanto si è venuti sin qui osservando, si evince come ogni sistema dogmatico – esasperatamente de-finente – non cessi di essere tanto valido quanto relativo, quindi non esaustivo dello Spirito. Un sistema dogmatico è adatto per chi legittimamente necessita di credervi, ma ciò non comporta la pretesa che sia così per tutti. Una verità, anzi LA Verità minuziosamente definita e compattata in un complicato corpo dottrinale non può essere tout court la Verità-in-sé, lo Spirito, il Vuoto, lo Specchio, come un singolo corpo non esaurisce la corporeità, che è senz’altro la propria ma concerne innumerevoli altri singoli corpi.
La pronuncia delle parole, ossia l’ex-pressione dello Spirito, transita dalla bocca di chi parla all’orecchio di chi ascolta grazie allo Spirito stesso che è senza forma, cioè vuoto, ed è dotazione di chi parla e di chi ascolta. Se chi parla e chi ascolta non fossero di per sé vuoti nessuna comunicazione, transitante anch’essa nel vuoto, sarebbe possibile. Il vuoto di questo foglio permette lo scrivere le parole che lo riempiono, le quali, attraversando il vuoto che separa il foglio dal lettore, giungono a specchiarsi in quest’ultimo che è anch’esso vuoto, altrimenti non potrebbe recepirle.
La parola è una vibrazione spirituale sonora delle corde vocali che “rimbalza” da una molecola d’aria all’altra fino a giungere nell’orecchio recipiente, ciò valendo anche per il suono che nasce dal vuoto dell’emittente e giunge alla vuoto del ricevente. Parole e suoni avanzano nel vuoto e da vuoto a vuoto. Il Possibile è dovuto al Vuoto che il Possibile non può essere esaurire. L’essere umano, anche se ispirato, non può conoscere tutte le possibilità del Vuoto, dello Spirito, dello Specchio, e se sulle possibiltà limitate di cui dispone non v’è nulla da eccepire, è conseguente che esse non possano venir proposte (o imposte?) come uniche. L’ispirazione “cade” pur sempre su un soggetto umano che in quanto tale non può che recepirne il barlume che può.
La coscienza comune è ignara del Vuoto, è ignara che essa stessa è vuota – e libera! – poiché intimamente legata al Vuoto al quale deve la sua vita. Essa, però, non smette di identificarsi – e legarsi – con il pulviscolare elemento loico, cioè con la varietà delle formule, con la «mobilia», così smarrendosi nella relatività – duale e molteplice – che oltretutto è l’agone dei conflitti.
Si rende quindi necessario un cammino a ritroso, una CONVERSIONE A U dall’ex-pressione che riempie all’in-pressione che svuota, dal legare allo sciogliere, dalla materia cogito-logica allo Spirito, dal relativo all’Assoluto, dal formulato al Senza forma, dalla circonferenza al Centro. E, da precisare, senza che l’in-pressione rinneghi l’ex-pressione, il Vuoto rinneghi il pieno, lo Sciogliere rinneghi il legare, lo Spirito rinneghi la materia cogito-logica, l’Assoluto rinneghi il relativo, il Senza forma rinneghi il formulato, il Centro rinneghi la circonferenza.
A proposito di parole, dunque di linguaggio, possono risultare assai interessanti le brevi osservazioni di Tiziano Scarpa (editorialedomani.it del 15 febbraio 2022) intitolate:
SOLO LA LINGUA CHE CI ESCLUDE RIESCE A PRODURRE SAGGEZZA.
«L’idea che la lingua debba essere inclusiva è puerile. Voler essere rappresentati dalle parole è un’illusione che può trasformarsi in un errore politico.
Le parole non ci rappresentano. Nessuna parola, mai. Nella diffidenza verso le parole, lì sta la nostra possibilità, il nostro posto nel mondo: che non è dentro le parole, ma nell’ombra che le parole gettano di fianco a sé stesse.
La lingua non è all’altezza, la lingua è inadatta, ce lo dice lei stessa in continuazione. Una delle cose più belle al mondo, i riflessi di sole sull’acqua che proiettano reticoli di luce sugli scafi delle barche e sugli intonaci delle case, in italiano si chiama “gibigianna”, una delle parole più goffe che si potessero concepire per nominare una simile meraviglia».
Dice Scarpa: «il nostro posto nel mondo non è dentro le parole, ma nell’ombra che le parole gettano di fianco a sé stesse». Sublime! E cos’altro è “l’ombra” se non lo Spirito? Cos’altro se non il Silenzio?
Gandhi:
«In un atteggiamento di silenzio l’anima trova il percorso in una luce più chiara, e ciò che è sfuggente e ingannevole si risolve in un cristallo di chiarezza».
Michel Laroche:
«Quel silenzio, su cui gli esicasti si fondano, è un silenzio su Dio ma anche un silenzio sull’uomo, perché così come l’intelletto non può che limitare Dio nel tentativo di conoscerlo con i suoi mezzi, così finisce per limitare l’uomo quando tenta di scandagliare la profondità della sua natura, che è, appunto, ad immagine di Dio. Il silenzio e la rinuncia a un tipo di conoscenza sono qualità coltivabili nella visione dei Padri del deserto, e diventano terreno fertile per le rivelazioni di Dio».
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
ATTENZIONE:
L’IBAN INDICATO NELLA FOTO A DESTRA E’ OBSOLETO.
QUELLO GIUSTO E’:
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
***


179 commenti su “Ritorno allo Spirito. Per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.”
Caro don P.P.,
nella risposta a Rolando del 30 giugno alle 18:17, lei scrive una frase che mi ha subito colpito:
“La coscienza è apertura all’Assoluto”.
Sembrano parole più del Matto che di don P.P. 😊
Se la coscienza è un’apertura, non possono esserle imposti limiti e condizioni: una finestra può spalancarsi del tutto e non soltanto per uno spiraglio predeterminato, mentre l’Assoluto, in quanto sciolto e libero (ab-soluto) non può essere “compresso” in formule definitive e coercitive. Queste ultime non sono da scartare o negare ma non possono, evidentemente, pretendere di esaurire … l’Assoluto.
Con un fraterno saluto.
Caro IL MATTO, rispondo alla tua di questa mattina 1 luglio alle 9.10.
Quello che ho asserito ed asserisco lo constata ogni singola cellula, ogni molecola, ogni atomo, ogni particella elementare, l’energia, che ho creduto e credo “mie” per ignoranza: il gran Peccato che ci impedisce di “misurare” il mistero ineffabile del Dio.
“ὁ κατέχων”, qui tenet, ciò che trattiene “το κατέχον”, qui detineat (2Tes 2, 6-7).
Lo zoroastrismo (benedetto Iran!) rimpiazzò le teorie cicliche con il concetto di “escaton”, cioè con l’idea della fine della Storia.
Dicono che il sole collasserà… e… ce ne accorgeremo dieci minuti dopo.
Intanto: “càmpa caval, che l’erba cresce”.
Rileggo: Tantum religio potuit suadere malorum.
In uno degli interventi di DON PIETRO PAOLO, si leggono queste lapidarie parole:
“Non si impone il Mistero, ma lo si custodisce dal rischio di essere travisato”
Certamente parla del Mistero “contenuto” nelle formulazioni dogmatiche della Chiesa cattolica.
A questo proposito mi viene sempre in mente la risposta che il Padre IGNACE de la POTTERIE mi diede in seguito alla mia domanda se dette formulazioni dogmatiche potrebbero essere “riformulate”.
Dopo agghiacciante ed imbarazzante silenzio, in una folta assemblea, pronunciò secco: “Mai” [pausa] “Mai”.
Non ha senso pensare che il Mistero possa essere custodito in una delimitata custodia.
Ma le formulazioni statiche di storica memoria certamente sì!
Tuttavia … “in schriptis et non schriptis traditionibus” decretò il dogmatico Concilio di Trento.
E ciò che si tramanda sottostà al movimento.
Lo avevano capito i cristiani di Roma fin dal terzo-quarto secolo e messo per iscritto: “LEX ORANDI STATUAT LEGEM CREDENDI” (Indiculus).
Il modo di gemere decreta la legge del credo. Non il contrario.
Noto che Paolo stesso definisce la preghiera il gemito del cuore.
“Tota aecclesia ingemiscente” (Indiculus).
Caro Rolando,
se ho scritto – fra l’altro rispondendo a quanto mi è stato chiesto – l’ho fatto senza ipocrisia, con franchezza e nella verità, cosa che purtroppo non è sempre stata evidente dall’altra parte, anche di fronte alla doppiezza con cui talvolta certe domande vengono poste. Non per giudicare nessuno, ma per rendere ragione della speranza che è in me, come insegna san Pietro (cf. 1Pt 3,15).
Accusare di peccato chi non crede sarebbe atteggiamento da fanatico, e non mi appartiene. Non accuso, non condanno, non minaccio: cerco soltanto, per quanto mi è dato, di testimoniare la fede che ho ricevuto e che mi sostiene. Se a qualcuno sembra troppo, o troppo poco, non posso farci nulla — ma almeno non è una maschera.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Caro DON PIETRO PAOLO, queste tue parole:
“cerco soltanto, per quanto mi è dato, di testimoniare la fede che ho ricevuto e che mi sostiene.”
sostengono pure me, nelle mie convinzioni.
E nell’utopico “aldilà” ti desidererei a beata cena colloquiale.
Carissimo e dolcissimo IL MATTO, che mai dici?
Fermarsi?
Non esiste questa realtà se non in movimento. Le fermate sono fatte per salire e scendere: per se stesse non esistono: nulla (sono).
Lo insegnava già Platone quando faceva derivare lo stesso termine “Dio” (Theòs) come qualcosa di “sé movente”.
Ogni cosa, ciascun uomo, non è mai stata ferma, ma sempre in movimento: prima, adesso, dopo. Non esiste stasi. Vita mutatur non tollitur, cioè la “cosa vita”.
Nel greco classico i termini “vita” ed “arco” sono identici: cambia solo l’accento; solo che l’arco dà la morte ma con lo stesso “movimento” con cui è fatta la vita scorrendo.
Fermarsi? Impossibile. Certo: qui dipende dal buon Marco. Anche questa non sarebbe una fermata, ma un cambiamento. Del resto, penso che il DON abbia ancora risposte in sospeso. Ciaoo…..
Asserisce candidamente con sicurezza teologica DON PIETRO PAOLO [ a proposito: Buon Onomastico!] spiegando Isaia 45,7 che Dio ( quello della rivelazione biblica ) non è il creatore, princio assoluto, del Male ( morale o meno che intenda ).
Come mi spiega, nella rivelazione scritta, che lo stesso YHWH ammette la propria ingiustizia e crudeltà: “Io diedi loro perfino leggi non buone e norme per le quali non potevano vivere. Feci sì che si contaminassero nelle loro offerte, facendo passare per il fuoco ogni loro primogenito per atterrirli ” (Ez 20,26).
Non riesco a capire i teologi dogmatici (più o meno) se non come un lavoro. Col sudore della propria fonte bisogna guadagnarsi il pane. Pensiero pure della rivelazione. Ma non ce n’era bisogno! Basta la concreta ed anche piacevolmente tragica realtà. Così penso, ma m’interessa molto anche il pensiero su quanto esposto da parte di DON PIETRO PAOLO. Grazie.
[ Come oggi, nel tardo pomeriggio, nel 1969, mi trovavo in San Pietro, in Vaticano, ed assistevo alla Cappella Papale di Paolo VI in cui annunciava il ritrovamento delle ossa di San Pietro apostolo nel muro rosso sotto l’altare del Bernini. Il nostro sguardo si incrociò ad un certo momento, causa una distanza di pochi metri. Comunque conobbi il suo [del papa] maestro Padre Bevilacqua ed ascoltai dei suoi discorsi].
Ah, dimentico:
“NADA TE TURBE” scrive santa Teresona. Non la Teresina.
Carissimo DON PIETRO PAOLO, visto che sei esperto in teologia, avrei da sottoporti un altro dilemma. Non riguarda direttamente Gesù, ma una pagina dell’AT.
“E votò Giacobbe dicendo: Se sarà ELOHIM con me e custodirà me in questa via che io andante e darà a me cibo da mangiare e veste da indossare e ritornerò in pace a casa di mio padre, allora sarà YHWH per me come ELOHIM. E la pietra la questa che ungo stele sarà” (Gn28, 20-22).
Queste parole, a mio parere, rivelano ciò che esattamente fa ogni vivente con il fantasma del proprio destino quando in Natura gli sembra di aver trovato una “convenienza” per sé.
Tertulliano commenterà questo passo biblico scrivendo: “NISI HOMINI DEUS PLACUERIT, DEUS NON ERIT”
E poi, perché Giacobbe non dimentichi: “Io il EL di Bet-EL dove tu ungesti stele là”. (Gn31, 13).
Qui Dio non si rivela in quanto essere spirituale, ma come garante di vestito, cibo, sicurezza, tant’è che Giacobbe darà a Dio “la decima” in cambio. E che se ne fa un Dio “spirituale”?
Teniamo ora separati i due momenti: ciò che Giacobbe sogna, da ciò che fa e stabilisce da sveglio.
Le chiedo e mi chiedo: ma è Giacobbe che sogna, cioè il suo cosciente Sé che “vuole” questo sogno, o il “suo” cervello sensoriale incosciente che origina tale sogno?
A me sembra che la “convenienza” di Giacobbe non sia tanto il Dio “sognato”, ma che questo racconto, come tutto l’AT, riveli, come ha scritto un grande ebreo, la suprema legge per una ricerca della Scienza finanziaria quale unica Legge umana.
Tu che dici?
Carissimo “mio” IL MATTO.
Posto qui ulteriori blateramenti quali eco del tuo breve intervento del 27 Giugno 2025 alle 17.06 con l’applauso incoraggiante ad aborrire il fiume della dimenticanza: il Lete dell’oblio nella speranza di capire, cioè “carpire” alla Φὐσι, παμμἠτειρα Θεά, αἰδιος ζωή, ηδ ἀθανάτη τε πρόνοια, πάντα σοι εισἰ, τα πάντα σὺ γαρ τάδε μοὐνη τεὐχεις
[“Natura, Dea Madre di Tutto, Vita eterna ed anche Provvidenza immortale, Tutto è tuo, Tu tutto, infatti, da sola produci”. Inno orfico. Codice Vaticano greco 2264] chi sono, cos’è la realtà.
Impossibile.
In Occidente siamo abituati a pensare/ritenere la mente, la coscienza, l’anima come “qualcosa” di diverso dalla “materia”. Eppure le più grandi scoperte del XX secolo mettono molto in crisi queste convinzioni tanto da determinare la definitiva rottura di questo poroso confine tra materia e coscienza.
Da Einstein ad Heisenberg inizia la crisi della possibilità di una conoscenza oggettiva del mondo. La stessa osservazione cambia la cosa. Non è l’osservazione umana con i suoi strumenti ad essere difettosa, ma in qualche modo è proprio la realtà stessa. L’indeterminatezza è costitutiva del reale.
L’Universo “diventa” non un fatto, ma una combinazione di probabilità.
Mai come oggi appaiono tragiche le parole di Lucrezio: Tantum religio potuit suadere malorum.
E soleva dire che l’anima non è nulla al di fuori dei sensi” (Diogene Laerzio IX, 51, riferendosi a Protagora)
“Έλεγέ τε μηδέν εἷναι ψυχὴν παρὰ τὰς αἱσθήσειϛ”.
I sensi si acquietano nella Natura: quella che li agita come le onde dell’oceano. È in Natura che si sperimenta di essere sempre “altro” col millisecondo mutato Sé.
Uno e Tutto: ἒν καὶ πὰν.
Carissimo e straripantissimo Rolando,
sperando di non dare adito ad altri 150 commenti 😄 osservo che la Tradizione indù riferisce del “testimone”, ovvero della coscienza che, appunto, testimonia ciò che accade. Il “testimone” è totalmente coinvolto in ciò che (gli) accade, ma nel contempo ne è totalmente distaccato. Questo è un koan che nessun ragionamento e nessuna citazione di chicchessia può risolvere. Alla lunga, ragionamenti e citazioni alimentano il fiume della dimenticanza.
Uno il tutto, tutto è uno. Ma c’è il non-due che è il tre grazie a uno e due. Anche questo è un koan …
Mi fermo qui. Ciao😅 .
Carissimo IL MATTO, ciao.
“Uno il tutto, tutto è uno. Ma c’è il non-due che è il tre grazie a uno e due. Anche questo è un koan …”
Il non-due altro non è che la “coscienza”: quella supposta di ogni “io” umano.
La coscienza è ogni singola cellula, ogni molecola, ogni atomo, ogni particella elementare, l’energia.
Il “non” non è. Lo “zero” matematico non è un “non”.
Quello che asserisci lo hai constatato con la tua coscienza o è un’elaborazione-deduzione cerebro-intellettuale?
Caro Rolando,
innanzitutto grazie per gli auguri d’onomastico — e proprio in questo stesso giorno ricordo con commozione anche il mio anniversario sacerdotale, segno di quella chiamata che mi spinge a rispondere, anche alle domande più ardite, con la Parola e nella fede della Chiesa. Il “Matto” ti ha chiamato straripantissimo, e non posso che dargli ragione: le tue riflessioni sono un’onda lunga di citazioni, intuizioni, provocazioni. Non si sa da dove cominciare… ma ci provo.
⸻
1. Su Ezechiele 20,26 e la questione della crudeltà divina
Il versetto citato — “Io diedi loro perfino leggi non buone…” — va letto nel contesto di un linguaggio profetico volutamente provocatorio. Il Signore, attraverso Ezechiele, sta giudicando Israele per la sua ribellione. Non si tratta di un’affermazione che Dio abbia voluto il male, ma che ha lasciato che Israele seguisse le sue vie perverse come castigo educativo, in vista della conversione.
Il testo non dice che Dio sia autore del male morale, ma che — come in Romani 1,24 — “li ha abbandonati ai desideri dei loro cuori”. Questa è pedagogia divina severa, non crudeltà. I Padri, come Origene e Agostino, leggono questi testi alla luce della libertà umana: Dio non impone il male, ma talora lascia che l’uomo ne sperimenti l’amarezza per comprendere la necessità del ritorno.
⸻
2. Su Genesi 28: il patto di Giacobbe e la “convenienza”
Certo, la richiesta di Giacobbe sembra dettata da uno spirito contrattuale: “Se Dio mi darà pane e veste… allora sarà il mio Dio”. Ma proprio questo mostra che il Dio biblico non è una proiezione dell’uomo: è un Dio che si lascia avvicinare anche da chi è ancora impastato di calcolo e timore. Giacobbe è l’uomo dell’astuzia, ma è anche l’uomo che lotta con Dio e ne esce trasformato.
Il sogno — che tu contrapponi al suo risveglio — è dono, non solo proiezione. È Dio che prende l’iniziativa: la scala che unisce cielo e terra è rivelazione, non proiezione del desiderio. Anche se Giacobbe non è ancora puro nel cuore, Dio si fa presente. Non si rivela per dare “cibo e veste”, ma si lascia accogliere nella misura in cui Giacobbe è capace. Questo è il metodo divino: progressivo, paziente, incarnato.
⸻
3. Sul Dio “spirituale” e la “scienza finanziaria”
Il Dio dell’Antico Testamento, come ha notato anche von Rad, si rivela nella storia concreta. Ma proprio per questo non è un idolo: è il Vivente, colui che si rivela attraverso ciò che accade, e che plasma la fede del popolo poco a poco. Che la fede sia matura fin dall’inizio sarebbe un’illusione docetista. Il cammino della rivelazione è come quello dell’anima: parte da ciò che l’uomo capisce e lentamente lo eleva. La “decima” è il primo gesto, ma il vero culto sarà poi il sacrificio del cuore (cf. Os 6,6).
⸻
4. Sulla materia, l’anima e l’indeterminatezza
È vero che la scienza moderna ha sfidato certe concezioni meccanicistiche e ha riconosciuto l’elemento di imprevedibilità, ma questo non ha dissolto l’anima né ha negato la coscienza. La Chiesa non ha mai preteso una separazione cartesiana rigida: l’anima è la forma del corpo (Tommaso), non un fantasma dentro una macchina.
Se l’universo è indeterminato, questo non significa che non sia reale, ma che è libero — e in questa libertà c’è spazio per Dio. La coscienza è apertura all’Assoluto, non mera eco della materia. E se, come dici, siamo sempre “altro”, allora vi è anche un Principio che ci chiama ad essere noi stessi in Lui.
⸻
In conclusione
Rolando, la tua è una ricerca vera, anche quando si maschera di ironia o di disincanto. Ma lasci che le dica, con la tenerezza di chi ha fede e ha visto la verità piangere tra le pieghe della storia: Dio non è un concetto, né un potere, né un’idea. È una Persona. È Gesù Cristo crocifisso e risorto, che risponde ai nostri abissi senza slogan e senza calcolo, con la piaga del Suo costato.
E se la realtà è complessa, incerta, misteriosa, come le onde del tuo pensiero… allora lasciamoci portare non dalla rassegnazione, ma dalla speranza. Perché la realtà ha un cuore, ed è quel Cuore che è stato trafitto per noi.
Con stima e affetto,
don Pietro Paolo
Carissimo DON PIETRO PAOLO, tutti i punti possono riassumersi nel primo che ben esprime lo sforzo “teologico” umano del chiarire le effettive intenzioni del Dio, come se le parole ispirate fossero bisognose di difesa perché il Dio non intendeva proprio proprio quello che ha voluto dire il sacro agiografo, che si è scelto, scrivesse esattamente così.
Ma c’è anche quello che YHWH dice nel salmo 62,12: accusa il ricevente la rivelazione di intendere due parole, mentre lui, YHWH, dichiara di averne detta “una”.
E quindi sorge un altro problema, che scaturisce proprio dalle interpretazioni. Oggi non sono più le stesse dei fedeli di quel Dio.. Si tratta di uomini agiografi validi per tutte le stagioni della storia o vanno smentiti e corretti?
Certe traguardi della vita sono sempre un punto di riferimento granitico, forse per tutti, sicuramente per alcuni. Ciao. Nada te turbe.
Carissimo, carissimo DON PIETRO PAOLO.
Scrivi:
“Dio non è un concetto, né un potere, né un’idea. È una Persona. È Gesù Cristo crocifisso e risorto”
“Quis non posset contristari Christi matrem contemplari in tanto suplicio?”
“Eia Mater, fons amoris, me sentire vim doloris: fac ut tecum ardeam”
Quante centinaia di migliaia di altri Gesù ebrei in carne ed ossa sono finiti ancor più miseramente, forse e senza forse, sulle croci lungo le strade della Palestina sotto l’impero di Roma? I vangeli lo ignorano. Ma Gesù stesso lo lascia ben capire e senza mezzi termini: invitando tutti ad addossarsi [alias sfidare] la croce romana.
E quale la colpa?
E perché non dovrebbero essere “Dio” anche ognuna di tutte queste vittime umane?
I.N.R.I.
Lasciamo da parte la N, ma la R!
E la delibera di Caifa? Qui solo qui in tutto il NT vengono esplicitamente nominati I ROMANI che per non incorrere nella completa conquista e sottomissione della Giudea, bisognava “consegnare” loro Gesù. E dopo che di fronte a Caifa, Gesù aveva citato Daniele.
Siamo di fronte a due opposte vedute della causa del Regno del Padre David. Quella di Gesù è la più radicale.
Caifa capì bene politicamente.
Pazienza, caro Matto, un commento in più ci vuole qui per forza. lo richiede uno che, senza far polemica, non intende farsi garbatamente sbeffeggiare.
Cara Adriana,
la ringrazio per la sua dichiarata intenzione di “finirla”. Giunge come un atto di clemenza, e non posso che prenderne atto con spirito evangelico.
Le sue sette motivazioni – o sette tesi – sarebbero degne di un piccolo trattato satirico, se non fosse che dietro la maschera del sorriso si intravede una critica che vorrebbe porsi come fine ma resta fondamentalmente stanca, più vicina al sarcasmo che al pensiero.
Permetta una breve replica, punto per punto, non per ribattere, ma per restituire le cose al loro posto:
1. Che si tocchino argomenti profondi, lo prendo come un merito della discussione stessa, non certo come una conquista tardiva dei suoi interventi. Le fondamenta del Cristianesimo, però, non si sfiorano con l’aria da intenditori, ma si accolgono con spirito di discepolato.
2. Chiedere di “qualificare fideisticamente” una ricerca non è un’imposizione, ma una legittima esigenza di verità: non per escludere, ma per capire da dove si parte. Il dialogo ha senso se non è un monologo mascherato.
3. Il paragone con il giudice Salvemini è brillante, ma mal scelto. Non sono qui per processare nessuno, né per assolvermi. Sono qui per testimoniare ciò in cui credo, e lo faccio anche quando vengo frainteso o ridicolizzato. Ma una cosa è certa: non accetto il rovesciamento delle parti, dove chi confonde e allude si presenta come vittima, e chi cerca chiarezza passa per inquisitore.
4. Il suo nobile intento di “aiutarmi a comprendere” mi ricorda certi medici di campagna che, senza conoscere la diagnosi, dispensano cure preventive con sapiente condiscendenza. Non mi è oscura la vostra posizione: mi è solo evidente che non è quella della Chiesa. E questo fa tutta la differenza.
5. I “contorti tecnicismi della Tradizione” sono in realtà linguaggio teologico preciso, affinato nei secoli per dire l’indicibile senza banalizzarlo. Non si impone il Mistero, ma lo si custodisce dal rischio di essere travisato da chi vuole semplificarlo fino a svuotarlo.
6. Sull’ipotesi di un nuovo Catechismo in edizione tascabile, le assicuro che preferisco un tomo ben fondato a un aforisma ironico e vacuo.
7. Quanto alla “seconda casa al mare”, sorrido. Il sarcasmo sociale è vecchio quanto la tentazione di ridicolizzare il sacrificio altrui per nascondere la noia del proprio.
Chiudo con la sua postilla su Nazareth. La ringrazio per la nota etimologica: è vero, NẒR può alludere anche a “corona” o “guardiano”. Tuttavia, mi preme sottolineare che l’analisi delle radici semitiche può offrire spunti interessanti, ma ogni senso linguistico deve essere sottomesso alla luce della fede.
La Chiesa non legge la Scrittura secondo le mode filologiche o simboliche del momento, ma alla luce della Tradizione viva e del sensus fidei, come ha sempre fatto sin dai Padri.
Non è la Parola a doversi piegare al linguaggio umano, ma il linguaggio umano a essere trasfigurato dalla Parola.
Ogni uso “creativo” dei segni, quando non custodito dalla retta dottrina, scivola nel soggettivismo e nella deriva simbolista, che i MODERNISTI amano proprio perché indebolisce l’oggettività della Rivelazione.
Con questo la saluto, con rispetto,
e con la ferma convinzione che le Parole sante vanno difese anche quando il caldo scioglie la misura e accende il sarcasmo.
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
le ho già risposto. Spero non sia andato perduto. Se non compare mi toccherà fare un replay. Benissimo! sarà una giusta penitenza…ma non so, veramente per chi dei due.
Scusami DON PIETRO PAOLO, se come un pidocchio creato da Dio interferisco. Casomai, in nome della tua fede, sopporta pazientemente questo pidocchio molesto oppure prega Dio che crepi presto, come ricordo si aggiungeva in Seminario.
Tu scrivi testualmente:
“Sono qui per testimoniare ciò in cui credo”.
Tanto di cappello!
Ma anche gli altri, con pari dignità, sono qui per esporre il proprio pensiero.
Mi dispiacerebbe accorgermi che la “dignità” la misuri sulla base della tua propria “fede”. Come atavica storia documentale del cristianesimo cattolico ben dimostra ed induce in sospetto.
Con immutata affabilità. Rolando.
Carissimo DON PIETRO PAOLO, interferisco limitatamente al:
“6. Sull’ipotesi di un nuovo Catechismo in edizione tascabile, le assicuro che preferisco un tomo ben fondato a un aforisma ironico e vacuo.”
Nella mia discreta biblioteca non manca certo il testo: “Catechismo della Chiesa cattolica. Testo integrale. Nuovo commento teologico-pastorale, Libreria Editrice Vaticana, 2017 con i suoi 2865 paragrafi compreso il nuovo paragrafo 2267 voluto da papa Francesco che va a sostituire il vecchio 2267!
“Nelle molte parole sta il peccato [=ignoranza, secondo saggezza culturale filosofica greca classica]”, scrive un apostolo di Gesù.
Per esempio queste poche parole di un papa: “Ciascuno ha una sua idea di bene e di male e deve scegliere di seguire il bene e combattere il male come lui concepisce. Non si amano i concetti, non si amano le parole, si amano le persone”. Non occorre che dica chi è questo papa. “Morto un papa se ne fa un altro” diceva la povera gente una volta, che il Catechismo non lo leggeva, ma se lo lasciava inculcare, si lasciava facilmente (anche nell’oggi postmoderno purtroppo!) addomesticare. Oggi a leggerlo si perde la pazienza e quindi si resiste all’inculcazione. Secondo me, in esso, i paragrafi più importanti sono quelli sulla presenza reale del corpo, anima e divinità di NSGC sotto le apparenze del pane e vino consacrati. Se si inclina questa colonna, cadono Chiesa cattolica e Papa. Per questo gli argomenti a supporto sono ancora quelli medioevali.
Appunto. Tutto cambia. Ma non in contemporanea. C’è tempo per e tempo per, come sta scritto.
Carissimo DON PIETRO PAOLO.
Mi sono incantato su questo tuo periodo:
“Se cerchiamo davvero la verità, allora non possiamo ridurla a ciò che ci conviene pensare, ma dobbiamo aprirci a ciò che chiede di essere accolto anche quando non ci conviene più. Per questo, il tuo richiamo alla convenienza come metro del cercare mi lascia perplesso. È onesto — e apprezzo la tua onestà — ma non è sufficiente per cercare la verità. Perché, come tu stesso citi da Diano, la verità è aletheia, cioè disvelamento, ciò che non può essere dimenticato. E ciò che non si dimentica non è solo ciò che si capisce, ma anche ciò che ci brucia dentro.”
1) Che cos’è mai la ricerca della verità per l’uomo se non la ricerca della propria convenienza? Se sopporto un costo è in vista di una più vicina, possibile, certa, ragionevole convenienza. Niente di più egocentrico dell’uomo. Pertanto chi può dire: “dobbiamo”?
Ma tu veramente accogli ciò che non ti conviene più? Ricordo un colloquio con un sacerdote greco-ortodosso che mi disse chiaramente che la sua religione lo “soddisfaceva”. Non l’ho più dimenticato!
Quanta onestà!
2) Penso tu non abbia conosciuto Carlo Diano, né mai letto niente di lui (OPERE, Bompiani, il pensiero occidentale) per scrivere “la verità è aletheia, cioè disvelamento, ciò che non può essere dimenticato”.
La verità è una terra senza il fiume della dimenticanza. Alfa privativa davanti al Lethe, oblio, dimenticanza, che è anche il nome di un fiume! È qualcosa priva di oblio.
Il nostro cervello è qualcosa che non può rimanere tale, cioè sano nel processare pensiero-come immagine, senza-dimenticanza.
È come voler mettere tutto l’Universo nel guscio di noce del nostro cervello.
Ciò che brucia dentro, a casa mia, è il fuoco del desiderio per ciò che non so di fronte ad una scelta di convenienza.
Il decreto di Giove, secondo Eschilo è:
πάθει μάθος (ΑΓΑΜΕΜΝΩΝ, 177)
“Patendo il conoscere”.
Il mondo non può contenere i vangeli semplicemente e solo perché i vangeli non possono contenere il mondo. Checché ne abbia scritto l’uomo Giovanni, evangelista.
Così a me pare. Un grosso, affettuoso abbraccio. Rolando.
fiordelmondo
Forse può risultare utile riflettere anche su quanto scrive R.AMMANNATI nel suo lavoro: “L’apocalisse dell’Occidente. I cicli della storia”, 2023, Brepols Publishers, Belgio :
“Mythos e logos sono entrati in conflitto fin dagli albori della cultura europea e, una volta che il logos prese il sopravvento sul mythos, quest’ultimo finì per essere assimilato a discorso non verosimile, non credibile. C’è voluto uno dei più grandi studiosi delle religioni, il rumeno Mircea Eliade, per spiegare la sostanziale differenza fra linguaggio e contenuto” (pag 55).
Non essendo in grado di reggere il “passo culturale” di Adriana e Rolando, mi son fatto da parte per seguire lo svilupparsi dei loro scambi con don Pietro Paolo, che ovviamente, da addetto ai lavori istituzionali, ribatte colpo su colpo ripetendo pari pari la dottrina organizzata dall’Istituzione.
Mi sembra che sia venuto instaurandosi un battere e ribattere che se per un verso può risultare molto interessante, dall’altro mostra le rispettive irriducibili posizioni che, dopo ben 123 commenti forbiti e appassionati, appaiono ancor più consolidate.
Ora, l’irriducibilità delle posizioni non consiglierebbe di porre fine a scambi che non giungono ad alcun punto in comune? O, almeno, non sarebbe meglio una sosta?
Con un cordiale saluto a tutti i contendenti.
Da parte? Ma tu sei la causa prossima di tutto questo!
Aborrisco ciò che ho scritto e scrivo. Amo il silenzio in mezzo alla Natura. Solo questa mi parla di me [conosci te stesso] , di Dio [la “epsilon” di Delfi]
Con riconoscenza.
Aborrisci, aborrisci, non fermarti mai dall’aborrire il fiume della dimenticanza. Più aborrisci e più ricordi chi sei.
😊🙏
Carissimo Matto,
personalmente, avrei posato la penna, ehm, la tastiera , già da tempo. I motivi che mi hanno indotto a proseguire sono stati:
1) Gli argomenti – finalmente “toccati”-, alti, profondi e sottili, vertenti sulle fondamenta del Cristianesimo.
2) La “richiesta” dello stesso don. P.P. di “qualificare fideisticamente” una ricerca spirituale con l’intenzione- non dichiarata, ma evidente- di darla in “non cale” qualora i suoi dialoganti amici non risultassero formattati completamente sul CCC.
3) La straordinaria analogia di comportamento tra don P.P. e il giudice Annibale Salvemini, protagonista del film: “Tutti dentro” (1984)- sottotitolo: “…che almeno l’ingiustizia sia eguale per tutti “, dove Alberto Sordi, nelle vesti del giudice- per colpa propria indagato- protesta, indignato che la sua sola funzione di magistrato è quella di “fare le domande a (presunti) colpevoli, non di subirle!!!”
4) Aiutare la comprensione di don P.P. sugli intendimenti e le ricerche – a lui incredibilmente oscure– dei suoi dialoganti , sia sul piano umano sia su quello spirituale.
5) Imparare da lui alcuni contorti tecnicismi della Tradizione usati NON per spiegare, bensì imporre un Mistero.
6) Aiutare don P.P. alla edizione di sicuro successo di un CCC., meno costoso e meno “tomo” di quello che- a tutt’oggi- va per la maggiore.
7) Settimo e ultimo motivo: la mancanza “pauperistica” di quella “seconda casa al mare per le vacanze” di cui godono i suoi fedeli. Carenza che impedisce superficialità e distrazioni, normalmente calamitate da argomenti più “frivoli” e “mondani”. 😂😆🤗 .
Dopo tutto, carissimo, devi prender coscienza che l’acciarino della questione è stato il tuo articolo.
Ti incarico, perciò di un ultimo “servizio”.. Comunica a don P.P. che le consonanti di Nazareth indicano anche la “faccia regale”, o la “corona” degli antichi Unti: come, per es.: Sansone e Samuele. Ti ringrazio anticipatamente con le migliori intenzioni di finirla. Il caldo in città è, ormai, opprimente. 💥😳👌
Mi permetto di suggerirti come a Rolando: aborrisci, aborrisci … 😊🖐
Caro Matto…ho aborrito 3 volte, stranamente non giunte a destinazione. Destino tecnologico?
Carissima Adriana1, come ho riportato in passato, ritorno a ricordare quanto mi diceva la mia cara mamma: “Fiòl, làsso che i preti i dìga: mi go el me Signor”.
I preti eseguono un comando: andate e predicate. Euntes, docete.
Io pongo domande, obiezioni per capire. Cerco di distinguere.
Fa tanto caldo.
Caro Rolando,
la penso allo stesso modo, nonostante che i “proibizionisti” abbiano votato a favore della “docta ignorantia” e trasformato la volontà di indagine in peccato mortale.
AUDERE SEMPER AUDERE. Non bisogna temere chi ha inventato il Peccato, perché questo non è altro che il pozzo della individuale ignoranza che i sacerdoti di sempre hanno creduto di prosciugare riempiendolo del Dio delle tremende rivelazioni che hanno creato e canonizzato.
Il Tempio di Gerusalemme, dopo esser stato depredato dell’oro, anche il Dio lo ha abbandonato.
Heinrisch Heine: “la materia prima per il lavoro del prete è il peccato”. Quel peccato che Moravia definiva “bello e piacevole”.
Qui habes aures audiendi audiat!
Mi associo.
Caro Rolando,
audere semper audere, dici. Ma il vero coraggio non sta nello sfidare Dio con paradossi letterari, né nel gettare disprezzo su ciò che non si vuole comprendere. Il peccato non è un’invenzione dei preti, ma una ferita reale nell’uomo, che solo chi ha il coraggio di guardarsi dentro senza compiacersi del proprio narcisismo riesce a riconoscere. E se la coscienza ancora parla, non è per colpa del clero, ma perché dentro ognuno c’è una nostalgia di verità che non si spegne nemmeno col sarcasmo.
Chi ha orecchi per intendere, intenda. Ma intenda davvero — non con le citazioni d’autore, né con le frasi scolpite per impressionare — bensì con quell’umiltà che precede ogni vera sapienza. Il Tempio non è stato abbandonato da Dio, ma da chi ha smesso di cercarLo con cuore sincero.
Con franchezza,
don Pietro Paolo
A DON PIETRO PAOLO….
“ma perché dentro ognuno c’è una nostalgia di verità che non si spegne nemmeno col sarcasmo.”
Esatto: desiderio, direi meglio, più che nostalgia per ciò che non abbiamo mai conosciuto!
Ma chi ha “inventato” il Peccato Originale che ci avrebbe trasformati in “massa dannata”?
Il battesimo dei primi cristiani avveniva nella morte e risurrezione di Gesù, non nel lavaggio di un peccato inesistente nel testo del Genesi.
Amatissimo DON PIETRO PAOLO.
Convertire… ricondurre…. a quale monoteismo o triteismo?
“Per trovare il monoteismo negli antichi testi bisognerebbe farvelo entrare per forza. Ma coloro che si figuravano YHWH…. avendo un nome alla pari degli dei vicini ed alla pari di questi un popolo da custodire e proteggere, costoro evidentemente lo concepimento come un dio particolare potentissimo nella sua sfera d’azione…..ma pur sempre un dio frammento ad una schiera di dei.” (A. Loisy, La religione d’Israele. Piacenza 1910 pag. 131).
Cambiano i nomi, verba praetereaque verba, ma parliamo tutti dello stesso “eidolon” omerico.
Fantasia come realtà e realtà come fantasia. E a causa di consimili “eidola” delle loro “convenienze/favori” tanta gelosia bruciava perfino le narici e seccava la gola ad YHWH. Ed agli altri ovviamente.
Gesù, il nazoreo: “Non sono venuto a portare la pace, ma…”(Lc). Equivoco, o troppo chiaro?
Carissimo Rolando,
ti ringrazio, anche stavolta, per la provocazione – nel senso migliore del termine: perché una provocazione autentica chiama alla verità, non solo al duello.
Mi rivolgi una domanda radicale: a quale monoteismo si converte? O addirittura: a quale triteismo? E citi Alfred Loisy – che rispetto come storico delle religioni, anche se, come sai, la sua lettura lo condusse fuori dalla comunione ecclesiale. È stato coraggioso e talvolta acuto, ma spesso ha scambiato la crosta per il cuore.
⸻
1. Il Dio d’Israele: frammento del politeismo?
Che nei testi più antichi dell’Antico Testamento si trovi una certa tensione tra enoteismo (l’adorazione esclusiva di un Dio senza negare l’esistenza degli altri) e monoteismo pieno, è riconosciuto anche dalla teologia cattolica seria. È vero che in alcuni salmi o in passi come Esodo 15,11 (“Chi è come te fra gli dèi, Signore?”) o Deuteronomio 32,8, il linguaggio sembra ancora inserito in un contesto culturale politeista.
Ma ridurre il Dio d’Israele a un “dio nazionale tra gli altri” è ignorare il dinamismo interno della Rivelazione. L’enoteismo, nei testi sacri, non è mai fine a se stesso, ma è una tappa verso l’affermazione universale e radicale dell’unicità di Dio, che culmina nei grandi profeti e nella teologia post-esilica:
“Io sono il Signore e non ce n’è alcun altro” (Is 45,5)
Questo non è più un dio fra i tanti, ma l’Essere che è (cf. Es 3,14), il Santo d’Israele, Creatore del cielo e della terra. Loisy dice che bisogna “forzare” i testi per trovarvi il monoteismo. Ma è esattamente il contrario: se si legge la Scrittura intera, senza fermarsi alla stratificazione superficiale, il monoteismo emerge con forza crescente. E Gesù non lo cancella: lo porta a compimento nella Rivelazione trinitaria, che non divide Dio, ma lo manifesta nella pienezza dell’Amore.
⸻
2. Fantasia come realtà e realtà come fantasia?
Mi parli degli eidōla omerici, dei simulacri dell’immaginazione religiosa che l’uomo ha sempre costruito per giustificare le sue “convenienze”. Ma è proprio qui che la Bibbia si distingue: non accarezza l’idolo, lo frantuma. Il Dio d’Israele non si lascia contenere, non ha forma, non si può “possedere”. È un Dio che chiama Abramo a uscire, che toglie il suo nome a Giacobbe, che brucia il volto di Mosè ma non lo lascia guardare.
La gelosia di Dio, che tu ironicamente evochi, non è una passione capricciosa, ma il segno della sua alterità: Dio non si presta ai giochi religiosi umani, ma li giudica. E quando si fa uomo, lo fa non per ottenere consensi, ma per rivelarsi nella Croce, cioè nel rifiuto di ogni potere.
⸻
3. “Non sono venuto a portare la pace…”
La frase è volutamente provocatoria:
“Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione.” (Lc 12,51)
Ma non si tratta di un’esortazione alla violenza. Si tratta della scelta drammatica che il Vangelo impone. Quando la luce entra nel mondo, crea crisi, smaschera le tenebre, divide persino le famiglie (cf. Mt 10,35). Gesù è il Principe della Pace (Is 9,5), ma non della pace finta, bensì di quella che nasce dalla verità e dalla giustizia.
⸻
4. Monoteismo o Trinità?
Mi chiedi: “a quale monoteismo si ritorna? A un triteismo?” È una vecchia accusa, già sollevata dai pagani e dai musulmani. Ma la Trinità non è una moltiplicazione degli dèi. È la scoperta che l’Unità divina è amore eterno, relazione, comunione perfetta tra il Padre, il Figlio e lo Spirito.
Come scrive il Catechismo:
“I cristiani sono battezzati ‘nel nome’ (al singolare) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: non in tre nomi, ma in uno solo” (CCC 233).
E san Gregorio Nazianzeno, che meditava profondamente queste realtà, diceva:
“Non appena penso all’Uno, sono illuminato dallo splendore dei Tre; non appena distinguo i Tre, sono ricondotto all’Uno.”
(Or. 40,41)
⸻
Caro Rolando, tu dici che forse parliamo tutti dello stesso “eidolon”. Ma no. Io credo che tu — come molti oggi — stia cercando qualcosa di più grande di un’idea, o di una critica, o di un’ombra della religione. Forse cerchi, come tutti noi, un Volto da guardare e un cuore da incontrare. E quello, per me, ha un nome: Gesù Cristo, crocifisso e risorto, unico Figlio del Dio vivente.
Con stima e anche con affetto
don Pietro Paolo
No! No! caro DON PIETRO PAOLO.
Io sto cercando me stesso! Con entusiasmo, la malattia di che è posseduto da Dio.
Io, invece, sulla scorta di Emanuele Severino e della sua critica alla “violenza” della Teologia , mi rivolgo a don P.P. -che la nega- per esaltare la “libertà dell’Amore di Dio”.
Ma, Dio è libero?
A questa domanda rispondono ben due teologi canonizzati: uno moderno ed uno antico.
Giovanni Paolo II,( “Varcare la soglia della speranza”, ed. Mondadori, 1994, cap.11)
afferma:
” Dio, facendosi uomo, ha accettato -liberamente- la sofferenza. Avrebbe potuto NON farlo. ” Ma poi aggiunge: ” Se fosse mancata quell’agonia sulla Croce, la Verità che Dio è Amore sarebbe sospesa nel vuoto. ”
( e tutto ciò che è sospeso nel vuoto CADE ).
La premessa afferma che Dio sarebbe stato perfetto sia con la Croce che senza Croce. La conseguenza, però, è che Dio è Amore solo perchè morto sulla Croce: ma se Dio NON fosse morto sulla Croce, NON sarebbe stato Amore e, quindi, Gli sarebbe venuta a mancare la Maxima Perfezione. E’ evidente che in tal modo la Teologia cerca di far passare la sofferenza dell’UOMO come più sopportabile. A prezzo, però, di una insanabile contraddizione. Se Dio muore e soffre è più perfetto di un dio che non muore e soffre. Quindi, Dio è OBBLIGATO a essere Perfetto al più alto grado.
Agostino (“De Trinitate”, l.13): “Per risanare la nostra miseria non c’era, né ci sarebbe potuto essere un altro modo più conveniente. (della Croce)”. Ma, ancora: ” E’ frutto di maggiore potenza vincere la morte stessa risorgendo piuttosto che evitarla vivendo.” Ma Dio non può essere MENO potente se lo si ritiene- a priori- “massimamente” perfetto e potente. Perciò, anche qui troviamo due incoerenze illogiche: per giunta, le stesse. La conclusione inevitabile è che:
Dio risulta NON libero di NON morire….Adoro i labirinti
(con Minotauro) della Teologia!!!
Cara Adriana,
Nonostante il giusto richiamo di Matto, almeno qui, le rispondo
permettendo a un povero sacerdote cattolico e credente di inoltrarsi nei “labirinti” che lei chiama teologici, non per amore del Minotauro, ma per amore della Verità.
Parto dalla domanda che è il cuore della sua riflessione: “Dio è libero?”
Ebbene sì, Dio è infinitamente libero. Un Dio che non fosse libero non sarebbe Dio: sarebbe un ente superiore, magari potentissimo, ma non l’Essere assoluto, né il Creatore, né l’Amore.
Nel Dio cristiano, però, la libertà non si oppone all’Amore, ma lo esprime in pienezza. Non è libertà di indifferenza, come tra opzioni equivalenti, ma libertà di coerenza con Sé stesso, cioè con la Sua natura, che è Amore da sempre (cf. 1Gv 4,8).
Quindi sì, Dio avrebbe potuto non incarnarsi, non patire, non morire. Nulla lo “obbligava” dall’esterno.
Ma ha liberamente scelto di farlo, perché nulla è più divino che amare fino alla fine (cf. Gv 13,1).
Come scrive san Tommaso d’Aquino:
«Deus non est necessitatus ad aliquid extra se, sed tamen ex suprema sua bonitate procedit liberissime in suos effectus»
(S. Th., I, q.19, a.3)
→ “Dio non è necessitato a nulla al di fuori di Sé, ma dalla sua somma bontà procede liberamente verso le sue opere.”
Dunque, non si tratta di un Dio costretto a essere perfetto attraverso la Croce, ma di un Dio così perfettamente libero da poter scegliere la Croce come espressione suprema della Sua libertà amorosa.
È qui la grandezza scandalosa del cristianesimo:
Dio è talmente libero da non trattenersi per Sé (cf. Fil 2,6-8),
e talmente amore da non risparmiarsi nulla per noi. E l’amore, per essere tale, è sempre anche necessità liberamente scelta. Una madre che salva il figlio rischiando la vita, è libera? Sì. Ma avrebbe davvero “potuto” non farlo, senza cessare di essere madre? Tecnicamente sì, moralmente no. Ora, se ciò è vero per l’uomo, quanto più per Dio?
Lei mette a confronto due affermazioni: quella di san Giovanni Paolo II e quella di sant’Agostino, come se fossero in contraddizione. In realtà non lo sono affatto. Giovanni Paolo II afferma giustamente che Dio avrebbe potuto non morire, ma ha scelto di farlo, per amore. Non perché “costretto”, ma perché l’Amore, per sua natura, si dona fino in fondo. E Agostino completa: non ci sarebbe stato modo più adatto, più divino, più conforme all’Amore, per salvarci. Perché la Croce non è una necessità esterna a Dio, ma la forma che l’Amore ha assunto nell’Incarnazione.
Il suo sillogismo (apparentemente stringente) è in realtà, mi permetta, viziato da un malinteso: confonde la libertà con l’arbitrarietà, e la perfezione con l’astrazione. Ma il Dio cristiano non è un’idea astratta di perfezione, come nei sistemi filosofici neoplatonici: è il Vivente, il Dio che entra nel tempo, e lo salva non con la potenza che schiaccia, ma con l’umiltà che redime.
Il massimo della perfezione non è nell’evitare il dolore, ma nel trasfigurarne il senso.
Scrive magnificamente Origene: «Cristo ha vinto la morte non fuggendola, ma abbracciandola» (cf. Hom. in Lucam, 12).
Lei dice: se Dio non fosse morto sulla Croce, non sarebbe Amore.
Io rispondo: Dio è Amore per sua natura e quindi “da sempre”, ma sulla Croce ha reso visibile e accessibile questo Amore all’uomo ferito. La Croce non “aggiunge” perfezione a Dio, ma ne rivela il cuore: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi» (1Gv 4,9).
Perciò no, Dio non è obbligato a nulla. Ma essendo Amore, ha voluto ciò che rivela di più il Suo amore: la Croce.
E se è vero che la teologia è un labirinto, allora permetta che il filo d’Arianna, per chi crede, sia proprio il Verbo fatto carne.
Con stima ,
don Pietro Paolo
Caro don P.P., anche i “grandi” hanno scritto sciocchezze, e…secondo la stessa Istituzione.
Tommaso d’Aquino, che la donna è soltanto un uomo deformato ( con tanti saluti a Maria! ), che l’anima scende nel feto dopo una quarantina di giorni, e che la pena di morte- per gli eretici- è sacrosanta.
Origene, che nell’Aldilà c’è “necessariamente” l’Apocatastasi.
A che tanta insistenza sul miracolo dell’ incarnazione? Nell’A.T, YHWH
mostra generosamente a Mosè la sua “sarx” posteriore. Pure la sua faccia, nella lunga sosta di scritturazione sulla vetta del monte Sinai; (Oreb, secondo il prof. Emmanuel Anati). Il “miracolo” ci fu da sempre, semplicemente perchè YHWH era un Eloà di carne, non un essere fantasmatico. Quanto alla “libertà” di questo Dio, i di lei sillogismi, se permette,- o meglio, quelli della Istituzione_, valgono quanto quelli del prof. Severino che si beccò dalla Madre Chiesa un processo in tutto identico (per motivazioni e risultati) a quello subito da Galilei a suo tempo…Le cattive abitudini sono una Tradizione…
( anche se con la variante che uno dei giudici della più recente Inquisizione, a sentir le ragioni di Severino e quelle a lui contrapposte, buttò la veste ed uscì dalla Istituzione ).
Cara Adriana,
è curioso: accusa la Chiesa di contraddirsi, ma intanto ne cita pensatori, santi, Padri e perfino inquisitori. Li prende, li piega, li ridicolizza — non per amore della verità, ma per tenere in piedi un discorso da cattedra improvvisata.
Tommaso non ha mai detto che la donna è “un uomo deformato” nel senso volgare in cui lei lo intende; l’ha definita secondo la biologia aristotelica del tempo — sbagliando, sì, ma senza negarle dignità, valore o salvezza. Quella stessa Maria che lei nomina, Tommaso la venera come Regina degli angeli e degli uomini.
Origene? Condannato proprio per l’Apocatastasi. Citare un errore per giustificare un altro non è pensiero critico, è sofisma da dilettante.
Quanto al “Dio di carne” dell’Antico Testamento, la invito a rileggere Es 33,20: “L’uomo non può vedere il mio volto e restare in vita”. Dio mostra “le spalle” a Mosè — segno di trascendenza, non di corporeità. L’Incarnazione è un evento unico e storico, non una proiezione retroattiva su YHWH.
Sul processo a Severino, paragone già usurato: nessuno gli ha fatto abiurare nulla. È uscito lui, rimanendo con le sue idee — che la Chiesa ha il diritto di non riconoscere come compatibili con la fede. La verità non è un concorso a premi.
Lei parla di “cattive abitudini” come fossero Tradizione. In realtà, sono solo i suoi pregiudizi. Ma non è una colpa. È solo l’effetto di leggere la Chiesa da fuori e sempre contro.
— don Pietro Paolo
Oh! Tommaso d’Aquino!
È persino arrivato a scrivere che i beati che sono salvi nel paradiso della vita eterna oltre godere della felicità eterna della “visione di Dio”, godono anche di “un di più di felicità guardando le sofferenze dei dannati all’inferno”.
È possibile che questo suo pensiero si basi su un altro di Paolo circa I “carboni ardenti”.
Non dare credibilità è un atto d’amore e di ragionevolezza.
Caro don P.P.,
lei mi accusa SEMPRE di MALIZIA .Si vede bene che cammina sulle orme di tanti padri e dottori della Chiesa- che sulla donna e la sua intelligenza ne hanno dette di cotte e di crude…
a-prioristicamente. –
Misoginia, misoginia, alza i tacchi e fila via!
Carissimo DON PIETRO PAOLO, tu scrivi:
“Perciò no, Dio non è obbligato a nulla. Ma essendo Amore, ha voluto ciò che rivela di più il Suo amore: la Croce.”
Tutte parole, inutili, assurde e contraddittorie!
Se Dio non è obbligato a nulla, non è obbligato neanche a ciò che rivela di più il suo Amore perché essendo Amore in Sé non necessita di rivelarlo ad altri/o che a se stesso e quel “di più” è un assurdo limitante. Basta a se stesso e qualsiasi altri/o è ancora e sempre se stesso. Croce, poi, altro non è, a casa mia e tua, che la Vittima sacrificale. Questo Dio è ancora il Dio di mitici testi umani, come il più mitico di tutti o forse il più crudele e sanguinario che è l’AT dal quale germina il mito del NT.
Lo concepivano.
Frammezzo.
L’IA del cellulare si crede in gradino sopra e mi fa tribolare. Ed è testarda per di più.
Niente? B
Basta questo che tu scrivi:
“Quando traduce “Ehyeh Asher Ehyeh” ”
Non traduce il testo ebraico, che tutto lascia intendere, neanche avesse visto e sapesse leggere, ma l’ellenica, koinè, LXX.
Coraggiosa e limpida Adriana1. Senza metterci d’accordo, abbiamo esposto il nostro pensiero.
Ma tu così concludi:
“Caro don, lei, in omaggio alla dottrina, ritiene che anche il Nazireo abbia voluto interpretare la voce dei Padri come un insieme di leggiadre “metafore”? Se è così ,la prego, me ne metta al corrente.”
Ci spieghi il don, se ne è in grado, Mt2,23.
KΑΙΕΛΘΩΝΚΑΤΩΚΗCΕ
ΕΙCΠΟΛΙΝΛΕΓΟΜΕΝΗΝ
ΝΑZΑΡΕΤ ΟΠΩCΠΛΗΡω
ΘΗΤΟΡΗΘΕΝΔΙΑΤΩΝ
ΠΡΟΦΗΤΩΝ ΟΤΙΝΑZω
ΡΑΙΟCΚΛΗΘΗCΕΤΑΙ
(30ma-35ma riga sticometrica del fol. 3 del codex Vaticanus B)!
Il codex latinus Rehdigeranus ( Collectanea biblica latina vol.II) traduce, riporta (interpreta?) il medesimo Mt2,23 così:
Et ueniens habi
tauit in cibitate
quae uocatur
Nazareth.
Ut adimpleretur
quod dictum est
per esaiam pro
phetam. qnm
nazoreus uoca
bitur.
(Fol.1, quarta colonna)
Al massimo la radice NZR càpita nell’aramaico di Is 26,2, dove la parola “emunim” [Fede/Fedeltà] deriva dalla radice “emeth” [verità].
Come spiegare la diversità vocalica alfa-omega della seconda sillaba?
Ma dove rintracciare nell’AT queste profezie che collegherebbero il termine con un Nazareth radicalmente in AT sconosciuto ed ignorato?
È chiaro la fonte di Mt2,23 per tal termine è in Giudici 13, 5, 7 e 16,17?.
Gesù è lo zelante della casa del Padre suo [il Padre di me in Gv]. Il Tempio di Gerusalemme e le sue ragioni politiche.
E adesso il caro DON esponga la tua, se vuole, su quel che ho scritto, che io lo leggo con piacere.
Caro Rolando,
Stai tranquillo che le tue “domande” non mi intimoriscono, né mi mettono in difficoltà.
Per rispondere con un minimo di precisione alla tua puntuale osservazione su Matteo 2,23, ho dovuto, necessariamente, chiedere un piccolo aiutino. Lo dico con franchezza: sono un sacerdote, versato nella teologia e nella pastorale, ma non sono un filologo né un esperto di lingue antiche. Cerco di capire, di studiare, ma il mio ministero è, prima di tutto, annunciare Cristo nella vita concreta delle persone, non fare l’accademico.
E rispondo non perché mi senta obbligato, ma perché voglio. Anche se, permettimi di dirtelo con un filo di amarezza, da un po’ di tempo a questa parte – nei tuoi interventi e in quelli di Adriana – mi sembra di giocare alla partita impari tra “maestro” e “alunno”. È un gioco un po’ strano, dove però sono io a finire interrogato. Io accetto la sfida, ma non la caricatura.
⸻
1. Il testo di Matteo 2,23
Veniamo ora a Mt 2,23:
Καὶ ἐλθὼν κατῴκησεν εἰς πόλιν λεγομένην Ναζαρέτ, ὅπως πληρωθῇ τὸ ῥηθὲν διὰ τῶν προφητῶν ὅτι Ναζωραῖος κληθήσεται.
“E venne ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno.”
Qui Matteo non cita un profeta specifico (come fa altrove), ma parla di “quanto detto dai profeti” (al plurale). Il che lascia già intendere che non si riferisce a un versetto preciso, ma a un senso globale e profondo della Scrittura.
⸻
2. “Nazareno”: topografia o teologia?
Il termine greco usato è Nazōraios (Ναζωραῖος), non Nazaretēs. Questo ci fa capire che l’evangelista non si riferisce solo a un luogo geografico, ma anche a un titolo teologico o messianico.
Le interpretazioni principali sono tre:
⸻
a) Il “nazireo” di Giudici 13,5 e seguenti
Il legame con nazir – il consacrato – è plausibile, come tu stesso suggerisci. Sansone fu “nazireo di Dio fin dal grembo materno”. Tuttavia, Gesù non rispettava i voti nazirei (tocca i morti, beve vino ecc.), quindi si tratterebbe al massimo di un’allusione simbolica alla sua consacrazione profetica e messianica. Girolamo conosceva bene questa lettura, ma la considerava secondaria.
⸻
b) Il “germoglio” di Isaia 11,1 (נֵצֶר – netzer)
Questa è l’interpretazione oggi più accreditata. Isaia profetizza:
“Un germoglio (netzer) spunterà dal tronco di Iesse” (Is 11,1)
Il termine netzer condivide le consonanti fondamentali NZR, come Nazaret. È possibile che Matteo stia giocando sul suono e sulla radice, come facevano spesso i rabbini, per affermare: Gesù è il “germoglio” di Iesse, il Messia promesso. Nazaret diventerebbe così, per assonanza e per ironia divina, il luogo dove fiorisce ciò che i profeti avevano annunciato.
⸻
c) “Nazareno” come titolo messianico-identitario
Nel libro degli Atti (At 24,5), i cristiani vengono chiamati “la setta dei Nazorei”. Il termine Nazōraios diventa allora un’etichetta identitaria, quasi polemica: il crocifisso di Nazaret come fondatore di una nuova stirpe. Matteo potrebbe volersi riferire anche a questo: un titolo d’infamia divenuto titolo di gloria.
⸻
3. La questione vocalica
Hai ragione nel notare che le vocali non corrispondono. Ma, come sai bene, l’ebraico biblico non aveva vocali scritte: la radice NZR resta la stessa sia in nazir (consacrato), sia in netzer (germoglio). I giochi di parole basati su radici consonantiche erano prassi comune nella lettura ebraica delle Scritture. E Matteo, che scrive per un pubblico giudeo-cristiano, usa appunto questa modalità.
⸻
4. Nazaret nell’Antico Testamento
Nazaret come città non è mai menzionata esplicitamente nell’AT. Ma non è questo un problema. L’evangelista non vuole “provare” qualcosa di filologicamente tracciabile: vuole indicare che in Gesù, abitante della sconosciuta e disprezzata Nazaret, si realizza la promessa profetica di umiltà, nascondimento e gloria finale.
⸻
5. Conclusione
Matteo non commette un errore. Utilizza una tecnica rabbinica nota: raccoglie più fili profetici (Is 11,1, Giudici 13, l’identità dei Nazorei) per dire: “in questa umile città, e in quest’uomo chiamato Nazareno, si compie l’attesa dei profeti”.
⸻
Caro Rolando, ho risposto con piacere, anche se non gioco a fare il grammatico. Ma – lo dico con affetto – se ogni volta che si entra in dialogo su un testo, io devo sentirmi esaminato come all’orale del Biblico, allora non siamo più interlocutori, ma giudicanti. E questo, sinceramente, non è dialogo, ma palcoscenico.
A ogni modo, grazie per avermi posto una questione seria. Perché se anche Nazaret non è mai nominata nei profeti, “il disprezzato da cui nessuno si aspettava nulla” sì, eccome. E da lì è venuto il Salvatore.
don Pietro Paolo
Ma è chiarissimo che è così! Non può essere che così:
REGNAVIT A LIGNO DEUS.
I soldati romani sono i suoi sacerdoti ed i sacerdoti sono i soldati romani.
“Veramente costui è figlio di Dio!.”
Anch’io lo sono.
Lasciamo stare il resto. Insoddisfacenti le risposte. Comunque degno di nota è lo sforzo di far al meglio la sua parte. Io non ne ho.
Sempre con grande rispetto e, perché nò?, affetto. Rolando.
Carissimo DON PIETRO PAOLO, perché afferma che le mie domande non lo “intimoriscono” ed in un altro passo si lamenta che lo interroghiamo come se fosse uno scolaro?
Ciò fa molto pensare. Ma non è nel mio interesse.
Dico solo che i discepoli si rivolgevano, stando ai vangeli, a Gesù chiamandolo “maestro”.
E, per di più “buono”. Al che Gesù risponde che solo Dio è “buono”. Logica vuole che Gesù escludesse di essere un “maestro buono” della parola di Dio.
Chenne dice? Mah! Forse sbaglio.
Quanto al nazireo, nazoreo, nazareo non le sto ad enumerare le varianti nei papiri, nelle pergamene, nei codici. E partendo da Mt2,23 la questione arriva fino al titolus crucis. Ciao.
E poi, intendiamoci bene, bene.
È lei che parla di “errore” o meno in Mt2,23.
Lungi da me pensarlo. Piuttosto Matteo tradisce cioè tramanda, testimonia un’altra verità!!!
Io, carissimo DON PIETRO PAOLO, la vedo così.
Lettere greche maiuscole tratte dal codice Vaticano Gr 1209, Roma e ritrascritte tali quali:
“..ΦΙΛΙΠΠΟΥΤΟΥΕΥΑΓΓΕΛΙΣΤΟΥ..”Αττι 21,8. Dicono: “DI FILIPPO L’EVANGELISTA”.
E si conosce anche un “Vangelo di Filippo” (CG II, sec.III Papiry in the Coptic Museum at Old Cairo).
Contiene questo passo (47):
“Gli apostoli prima di noi, lo chiamavano così: Gesù il Nazoreo Messia; cioè Gesù, il Nazoreo, il Cristo. L’ultimo nome è il Cristo; il primo è Gesù. Quello di mezzo è il Nazoreo. Messia ha due sensi: il Cristo è il misurato. Gesù in ebraico significa la redenzione; Nazara la verità. Il Nazoreo dunque è quello della verità…”.
E ciò conferma Giudici (Neevim traditi da Mt2,23) ed Isaia del codice Rehdigeranus che ci mette sulla strada dell’autentico significato: un autentico consacrato NZR nazireo è un uomo della verità, cioè della Fedeltà al Patto tra YHWH ed Israele/Giacobbe.
Carissimo DON PIETRO PAOLO, sempre con franchezza e rispetto…
Tu, sacerdote cattolico, chiedi:
“In quale orizzonte vi riconoscete?
Lo domando non per difendermi, ma per capire se stiamo cercando la verità, anche da prospettive diverse, o se ci stiamo semplicemente sfidando da rive opposte.”
Per quanto mi riguarda, in un orizzonte umano, e niente di ciò che è umano mi è alieno. A cominciare dal ragionamento.
Non do importanza al fatto che il mio interlocutore sia un sacerdote. Mi basta che sia un uomo che gli interessa interloquire.
Da tutti e da tutto si può apprendere.
L’aurea norma del libretto famoso “Imitazione di Cristo” è più che saggia per affrontare bene un ragionamento: “Non voler sapere chi l’ha detto, ma poni mente su ciò che è detto”.
Cioè pensa, rifletti, ragiona.
Non mi piace, cioè non mi conviene, l’immagine del pescatore che piglia una enorme quantità di pesci nella sua rete e neppure quella del pastore buono che cerca la pecora che gli è sfuggita.
Ci sarà una ragione perché non tutti i pesci finiscono in rete e perché qualche pecora si ribella agli ordini del pastore!
Sono nato da genitori cattolici. Ho studiato in Seminario fino al termine del liceo. Poi mi sono laureato.
E ad un certo punto mi si son posti tanti interrogativi.
Il piacere di ragionare con la mia testa con chiunque provi, come me, una “convenienza” a farlo. Cioè scovare ragioni, carpire, scoprire la pentola della dottrina che non mi convinceva più. Nietzsche ha una bella pagina sul termine “convinzione” e sull’aggettivo “convinto”. Meister Eckhart poi è ancora più radicale.
Ma io ricerco ancora sul dato, pur convinto, come insegnava Carlo Diano che la “aletheia” è una cosa senza-dimenticanza.
Forse Gesù non ha risposto a Pilato perché qualcosa sfuggiva pure a lui.
Credere è una cosa. Fidarsi è un’altra per me.
E non vale la famosa scommessa di Pascal.
SEMPER AUDERE! Alias ragionare.
Caro Rolando,
grazie per la tua risposta franca, come sempre. Non ho mai preteso che tu riconoscessi nella mia persona, in quanto sacerdote, un “peso” ulteriore nella conversazione: se così fosse, non avrei chiesto apertamente in quale orizzonte ti riconosci, ma avrei semplicemente “predicato”. Invece, ho voluto interloquire. E come tu stesso dici, è solo interloquendo — cioè accettando il logos — che si può veramente cercare, e forse trovare, qualcosa che somigli alla verità.
Mi fa piacere sapere che anche tu, pur da una posizione distante dalla fede cristiana, riconosci valore al ragionare insieme. Ma mi permetto di osservare che il punto non è solo “ragionare”. Se così fosse, saremmo tutti semplici creature raziocinanti, come macchine ben programmate. Ma l’uomo non è solo ragione: è anche desiderio, coscienza, storia, ferita, invocazione, nostalgia, domanda. Se cerchiamo davvero la verità, allora non possiamo ridurla a ciò che ci conviene pensare, ma dobbiamo aprirci a ciò che chiede di essere accolto anche quando non ci conviene più. Per questo, il tuo richiamo alla convenienza come metro del cercare mi lascia perplesso. È onesto — e apprezzo la tua onestà — ma non è sufficiente per cercare la verità. Perché, come tu stesso citi da Diano, la verità è aletheia, cioè disvelamento, ciò che non può essere dimenticato. E ciò che non si dimentica non è solo ciò che si capisce, ma anche ciò che ci brucia dentro.
Hai studiato in seminario, sei nato da genitori cattolici: sai bene, quindi, che la verità cristiana non è una dottrina astratta, né una “pentola” da scoperchiare, ma è una Persona. E come ogni persona, non si impone, ma si offre. Può essere rifiutata, certo. Ma quando è riconosciuta, chiama alla conversione.
Nietzsche ha scritto pagine folgoranti, ma — lo dico con rispetto — ha finito per adorare la sua ombra. Ha cercato l’uomo nuovo ma ha smarrito il Dio vivo. Eckhart invece, sebbene radicale, non ha mai rinnegato il Verbo fatto carne. Anche nel suo linguaggio simbolico, resta immerso nella mistica cristiana, non in una dissoluzione della fede.
Quanto a Gesù che tace davanti a Pilato: taci non perché qualcosa gli sfuggiva, ma perché a Pilato sfuggiva tutto. La verità era lì, in piedi davanti a lui, e Pilato non la riconobbe. E non la riconobbe perché la cercava fuori, mentre la Verità era una Presenza.
Tu dici: “Credere è una cosa. Fidarsi è un’altra.” Ma è proprio così: la fede, nel senso cristiano, non è solo “credere che”, ma è fidarsi di. È abbandonarsi a un Altro che si è rivelato come degno di fiducia. È quell’atto personale, profondo, che nessun ragionamento potrà mai forzare, ma che nessun cuore inquieto potrà mai ignorare del tutto.
Infine, la tua chiusura: “Semper audere! Alias: ragionare”. Io ti risponderei così: Semper audere! Alias: rischiare di credere. Perché solo chi osa fidarsi può conoscere davvero.
Con stima sincera e spirito di dialogo,
don Pietro Paolo
Carissimo DON PIETRO PAOLO, mi hanno folgorato queste sue dieci parole:
“Ma l’uomo non è solo ragione: è anche DESIDERIO [ maiuscolo mio]”
De sideribus. Polvere di stelle! Ben detto. Ed il suo antropico principio è la “convenienza ” personale. Ciò che “mi” conviene.
Apposta ho citato il mistico cattolico ed eretico Meister Eckhart. Con Dio non possiamo fare i ruffiani: o amiamo di desiderio Lui od amiamo di desiderio la sua immortalità.
“Ut digni efficiamur promissionibus Christi”
Cioè la vita eterna, immortale.
Ma se non è immortale neppure l’ELOHIM, neppure l’EL YHWH? Non lo dico io.
Lo dice il salmo 82:
Eccolo:
1Canto. Mizmor Di-Asap. ELOHIM stanti in
assemblea di EL in mezzo a ELOHIM giudica
2 Fino a quando giudicherete iniquità e facce di
empi favorirete? Sela [= pausa].
3 Giudicate debole orfano misero indigente fate
giustizia.
4 Scampate debole e povero da mano di empi
liberate loro
5 Non conobbero e non intendono, nella
tenebra camminano, vacillano tutte
fondamenta di terra
6 I0 DISSI ELOHIM VOI E FIGLI DI ELYON TUTTI
VOI.
7 EPPURE COME UOMO MORIRETE E COME
UNO DEI PRINCIPI CADRETE
8 Alzatevi ELOHIM giudicate la terra poiché tu
possiedi nazioni
[9 SCHIERE-ELOHIM DÀI TORNA, GUARDA DAI
CIELI.]
1 QpAb Il-I sec.a.C. Abacuc 1, 12 ” Non sei tu
forse da tempo immisurabile YHWH il mio
EL, IL mio separato [=santo]? Tu non morirai
YHWH!”
Questo è il commento disperato alle parole
chiarissime del salmo da parte dello scrittore
ebreo esseno che lo commenta.
[… e questo il trattato alla presenza
di SAMAS [Sole] e NUR [Luce]..SIN
[Luna]..NIKKAL..ADAD di Aleppo…alla
presenza di EL WA’EJLAN [= di EL che è
l’Altissimo…]
Qui mi fermo. Quis habet aures audiendi audiat:
il canto, salmo, già esisteva presso gli Accadi,
grandissima civiltà.
Il salmo 82 è copiatura nella più recente lingua
ebraica. E la citazione riportata nel vangelo di
Giovanni e messa in bocca all’ebreo Gesù, è
errata e fuorviante. I figli degli ELOHIM sono i piccoli degli ELOHIM, non noi, come erroneamente Gv ha messo in bocca al suo Gesù.
La sfida, secondo me, è nell’amar Dio per Dio non per “avere” in qualche ruffianesco modo la “Sua” immortalità. Lui non “ha”; casomai “è”.
C’è un disperatamente mito greco sul desiderio di immortalità. Ma la dea che lo chiese e l’ottenimento da Giove per il suo bel figo giovane maschio umano, rimase delusa, molto delusa, disperatamente delusa che ritornò inutilmente da Giove, Padre universale. “Ti ho dato quello che DESIDERAVI. Di che mi rimproveri?”
Tu DON PIETRO PAOLO mi parlerai ora di SPIRITO. Quello di Gv3,5-8. Ciaoooo, con grande simpatia.
Loquere, Domine, quia audit servus tuus.
Parole macigno.
“Se cerchiamo davvero la verità, allora non possiamo ridurla a ciò che ci conviene pensare, ma dobbiamo aprirci a ciò che chiede di essere accolto anche quando non ci conviene più.”
“La verità vi farà liberi” Nessuno può mettermi in dubbio che io non cerchi di essere libero. Per questo espongo, secondo le mie potenzialità, il mio libero pensiero”
Il principio antropico è:
“ciò che [MI] conviene” che scelgo;
“ciò che [MI] costa” che scarto, a meno che la facoltà razionale non mi convinca (legare insieme) di sopportare un costo per una convenienza che ne deriva.
Ora credo di intuire quale pensiero tu esporrai.
Oh! Hic et nunc intendo: che già i tempi evolutivi generano copiosa trascendenza!
Anch’io sono un sacer – do.
Prometto al Matto che questo è il mio ultimo intervento in questo post)
Carissimo Rolando,
anzitutto grazie: il suo intervento, come sempre, è ricco, stratificato, inquieto nel senso nobile del termine. Lei scava, e ciò è già un servizio alla verità.
Provo a seguirla su tre piani, tra loro intrecciati: 1) il desiderio e la convenienza, 2) il Salmo 82 e l’immortalità di Dio, 3) il senso del “diventare figli di Dio” secondo Giovanni.
⸻
1. Desiderio e (in)convenienza
Lei scrive con acume che l’uomo sceglie “ciò che gli conviene”. Eppure, già qui avverto un’apertura. Perché – e lei lo intuisce – esiste anche una “convenienza che costa”, che ferisce, che salva.
Ci sono cose che non ci “tornano utili” in senso utilitarista, ma che ci trasformano perché ci chiamano fuori da noi stessi. Il Vangelo – e prima ancora la Torah – sono pieni di gesti di uomini che scelgono ciò che non conviene: Mosè torna in Egitto, Geremia profetizza contro se stesso, Maria dice il suo “fiat” rischiando la pietra della Legge.
Lì nasce la grandezza del desiderio: quando non cerca solo la propria immortalità, ma l’Altro, perché è Lui. E mi trovo d’accordo con lei: amare Dio per Dio è la vetta del desiderio redento.
⸻
2. Il Salmo 82 e l’immortalità di Dio
Mi ha colpito il modo in cui ha evocato Elohìm, il Consiglio divino, e la fragilità che vi si annida. Certo, il Salmo 82 descrive una scena “divina” antichissima, radicata nei modelli religiosi del Vicino Oriente antico, in cui anche gli dei, i “figli dell’Altissimo”, cadono e muoiono. Ma la parola ebraica “elohim” non sempre significa “Dio” al singolare (il Dio d’Israele): può indicare giudici, angeli, autorità spirituali. Per questo, anche nella citazione giovannea (Gv 10,34), Gesù non sta dicendo che gli uomini siano “dei” in senso ontologico, ma che partecipano – per grazia – a una figliolanza divina, come già la Scrittura ammette.
Quanto all’immortalità, lei ricorda il commento di Qumran su Abacuc 1,12: “Tu non morirai, Signore!”. E ha ragione: Dio non muore, Dio è l’Essere stesso. È la carne assunta del Verbo, non la Sua divinità, a morire. È la seconda Persona della Trinità che muore nella carne, e perciò la morte viene trasfigurata dall’interno. Non un mito greco, ma una Kenosi reale, piena, liberamente scelta (cf. Fil 2,6-11).
⸻
3. “Voi siete dèi”?
Gesù cita il Salmo 82 per rispondere a un’accusa: quella di bestemmia. Dice: «Se la Scrittura chiama “dèi” coloro ai quali fu rivolta la Parola di Dio… perché dite a me che bestemmio, se dico: sono Figlio di Dio?» (Gv 10,34-36).
Non è una frode esegetica. È l’affermazione che la Parola, nella carne, rivela ciò che l’uomo è chiamato a essere: non un piccolo dio per brama di potere, ma figlio nel Figlio, “partecipe della natura divina” (2Pt 1,4).
Lei ha evocato una pagina commovente: amare Dio non per ciò che ci dà, ma per ciò che è. Ma se Dio è Amore, allora ci dà Sé stesso. L’immortalità – che è comunione eterna – non è premio, ma partecipazione.
⸻
E sì, lo confesso, Rolando: le parlerò di Spirito.
Non come etere cosmico o nume accadico, ma come Persona divina che grida nel cuore: “Abbà!” (Rm 8,15).
E se è vero, come lei scrive, che “già i tempi evolutivi generano copiosa trascendenza”, allora le rispondo con Ireneo:
“La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio.” (Adv. Haer., IV, 20, 7)
Se questo è vero, allora il nostro desiderio – questa polvere di stelle di cui parlava – non è nostalgia di potenza, ma fame di comunione.
Con stima crescente,
don Pietro Paolo
Carissimo DON PIETRO PAOLO, ho riflettuto su questo tuo paggaggio:
“Non ho mai preteso che tu riconoscessi nella mia persona, in quanto sacerdote, un “peso” ulteriore nella conversazione: se così fosse, non avrei chiesto apertamente in quale orizzonte ti riconosci, ma avrei semplicemente “predicato”.
Nego di aver manifestato anche accidentalmente che tu abbia costituito per me un “peso” in quanto sacerdote od io abbia indotto intenzionalmente a pensarlo.
[Se potessi dirti!!!…. Ma nol posso e non per me ovviamente!]
Tu esponi i tuoi ragionamenti, io i miei: in relazione. E questo è tutto. E come sempre dico a tutti: da tutto c’è sempre qualcosa di nuovo da cogliere, anche dai preti, perché come tutti, hanno ognuno il proprio cervello…
Pertanto ribatti a tutto tranquillamente e non sottrarti al ribattere con chiarezza di ragioni alle mie. Ciaooo….
Carissimo DON PIETRO PAOLO posto qui una risposta ad una tua chicca che da sola non eguaglia tutte le mie.
“ma se è davvero personale e libero, può scegliere di farsi conoscere.
Ma davvero Dio “può scegliere”?
Allora è un pover’uom!
Per ROLANDO e ADRIANA,
a questo punto del nostro scambio, credo che mi sia lecita una domanda — da parte mia e, più ancora, che sia doverosa una risposta, da parte vostra. Voi sapete che io sono un prete, e spero che, dalle risposte che vi ho offerto, si possa almeno desumere che sono un prete cattolico: non uno che si nasconde dietro formule evasive o compromessi retorici, ma uno che cerca, senza paura, di esprimere convintamente la propria fede e di proclamare, con umiltà e convinzione, la dottrina cattolica.
Ma di voi, a essere onesti, conosco solo il nome anche se abbiamo avuto scambi di pensiero da molto tempo. Posso solo immaginare, ma ….
Non pretendo di sapere altro, né voglio entrare in territori che non mi sono stati aperti. E tuttavia, dopo tutto ciò che avete scritto, una domanda è inevitabile — non per giudicare, ma per comprendere meglio il senso di questo confronto:
chi siete voi?
Siete credenti in Gesù Cristo?
Siete cattolici, oppure vi ponete fuori da questa appartenenza?
Lo chiedo con rispetto, ma anche con chiarezza, perché da come vi siete posti, con le critiche al cuore stesso del cristianesimo, alle Scritture, alla liturgia, alla Croce, alla resurrezione, alla rivelazione… è difficile non concludere che la vostra posizione, almeno oggi, sia distante da quella fede che io cerco di testimoniare.
Non voglio etichette, né confini forzati. Ma proprio perché il dialogo sia onesto — e non un gioco di intelligenza o di ironia — credo sia giusto sapere:
dove vi ponete?
In quale orizzonte vi riconoscete?
Lo domando non per difendermi, ma per capire se stiamo cercando la verità, anche da prospettive diverse, o se ci stiamo semplicemente sfidando da rive opposte.
Con franchezza e rispetto,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
ai miei tempi si insegnava (per un minimo di civiltà): “Chiedere è lecito, rispondere è cortesia.”
Non capisco il suo improvviso voltafaccia. Fino a ieri non faceva altro che elogiarmi per l’intelligenza delle domande, per il mio desiderio sincero della ricerca, per lo studio (sempre poco) sull’argomento. Per i medesimi motivi, ora, di colpo, pare essersi mutato in… “complottista”!
Lei è “sacerdos”, bellissima cosa, quindi, -non per me, ma per il suo Dio- dovrebbe esser disposto a donare tutto il suo ingegno, le sue fatiche a favore di un amorevole e sapiente proselitismo… Se lei permette- glielo dico con affettuoso rispetto- lei affronta gli argomenti che non le piacciono con l’identica reazione dei gatti quando a un mio blando “Oh!!!” ( di fronte ad una iniziativa per loro pericolosa ) rimanevano bensì immobili…però giravano le orecchie per non sentire. E, ancora, a differenza dei gatti sapienti (cit. Baudelaire), davanti ad una considerazione storica, lei risponde con una spiegazione esclusivamente fideistica, obnubilando in tal modo storia, filologia, biblistica, scienza: insomma tutto ciò che viene normalmente considerata “cultura”.
In parallelo, quando la domanda verte sulla fede, non fa altro che richiamare la “faccia” addolorata, lacrimosa di
Cristo che bisogna “vedere”. Ma come? Ma perchè? Mi viene il sospetto che lei debba aver dedicato lunghi studi alla individuazione dell’autentico Mandilion…
Ciononostante, pur sottolineando la “tragedia” della crocifissione, me la descrive come fosse una felice festa barocca, un tripudio gioioso trinitario cui manca soltanto la presenza della corona di angioletti-puttini svolazzanti sulle nuvolette.
Quanto al “compimento” della Rivelazione attuato non da un Dio crudele e nazionalista, bensì da un Dio amorevole e universalista, vorrei tornare alle radici di questa -supposta- differenza, di questa novella interpretazione… a Deuteronomio (29, 21-24):
“Dopo lo sconvolgimento di Sodoma e Gomorra, di Adma e di Zeboin, distrutte dalla Sua collera e dal Suo furore, diranno, dunque, tutte le nazioni: -Perchè il Signore ha trattato così questo paese?-, – Perchè l’ardore di questa grande collera?- E si risponderà_ Perchè hanno abbandonato l’alleanza del Signore, Dio dei loro padri. ”
“Similia” in Deut. 32,32; in Isaia, 1,7, in Geremia, 49,18.
Passiamo a Mc.( 10, 14-15 ) ” (Jeshua:) Se qualcuno non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa, o da quella città, e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quelle città”.
Matteo (11, 23-24) “E tu, Cafarnao, sarai, forse, innalzata fino al cielo? Fino agli Inferi precipiterai.”
A livello personale: “Se il tuo occhio ti fa cadere in peccato…meglio è per te entrare nella vita con un occhio solo che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco.” (Mt. 18,9).
Luca, (12, 5) ” Vi mostrerò invece Chi dovete temere. Temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna”.
Marco, (9, 47-48) “Meglio per te entrare con un occhio solo nel regno di Dio che esser gettato nelle fiamme dove IL LORO VERME NON MUORE E IL FUOCO NON SI ESTINGUE “…Una replica -praticamente letterale- di Isaia (66, 15-16; 24). ” Si, ecco il Signore viene col fuoco e i suoi carri sono come turbini, per riversare con sdegno la sua ira e la sua minaccia con fiamme di fuoco…Vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di Lui POICHE’ IL LORO VERME NON MORIRA’, IL LORO FUOCO NON SI ESTINGUERA. E SARANNO UN ORRORE A VEDERSI”. Caro don, lei, in omaggio alla dottrina, ritiene che anche il Nazireo abbia voluto interpretare la voce dei Padri come un insieme di leggiadre “metafore”? Se è così ,la prego, me ne metta al corrente.
Un’ aggiunta a proposito della traduzione del Cantico dei Cantici operata da Ceronetti: “E’ estranea alla dimensione teologica che qua si vuole onorare” (dice lei). A me pare, invece, che sia la “dimensione teologica” a estraniarsi dalla dimensione erotico-poetica di cui è intessuto il Cantico alterandola volutamente, arbitrariamente e, pure: “dolosamente”.
Cara Adriana,
non mi aspettavo che la mia domanda – posta con schiettezza e senza alcuna intenzione polemica – venisse da voi colta come un voltafaccia. Se ha dato questa impressione, mi rincresce sinceramente. Ma non si trattava di una richiesta indiscreta, né di una ritirata rispetto alla stima sincera che ho più volte espresso per la sua ( come anche dí quella di Rolando) intelligenza e acutezza. Continuo a nutrirla. Mi pare però legittimo, nel corso di uno scambio intenso e articolato, comprendere un po’ di più l’orizzonte esistenziale da cui l’interlocutore parla. Tutto qui.
Lei scrive che non do risposte storiche, ma fideistiche; che ignoro filologia, scienza, biblistica, e che rispondo alle domande sulla fede con immagini commoventi, come quella del Volto dolente di Cristo. Mi permetta di dire, con rispetto, che la sua è una lettura parziale. È vero, io non rinnego mai il primato della fede. Ma proprio perché credo che la fede non sia superstizione né abbandono irrazionale, la ritengo capace di interrogare anche la storia, la filologia e la scienza, pur senza piegarsi ad esse. La fede cristiana nasce nella storia, ma la oltrepassa. Nasce da un Dio che si fa uomo, ma non si lascia chiudere nei confini dell’umano.
Lei mi rimprovera per aver parlato di un Dio che si rivela nella tenerezza e nella gioia, quasi che avessi minimizzato la tragicità della Croce. Ma il Vangelo stesso parla della Croce come del “compimento della gioia” (cf. Gv 15,11; Eb 12,2). La liturgia canta “O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem!” — non per estetizzare la sofferenza, ma perché il dolore di Cristo è stato trasfigurato dall’amore. Il barocco che lei ironizza con i “puttini sulle nuvolette” è semmai una deriva culturale, non certo il cuore della fede.
Lei cita molti passi durissimi della Scrittura – e fa bene. Sono lì, fanno parte della Rivelazione. Ma la Scrittura non è un collage di versetti. È un organismo vivente. E come ogni organismo, va letto nella sua dinamica complessiva, nella sua direzione. Cristo stesso, che pure ha parlato del fuoco della Geenna, è anche Colui che, sulla Croce, ha detto: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.” (Lc 23,34). È lo stesso che racconta il pastore che va in cerca dell’unica pecora smarrita, il Padre che corre incontro al figlio prodigo, il Dio che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi.
Lei mi chiede: “Ma Gesù prendeva tutto come metafora?” La risposta è: Gesù parlava con un linguaggio profetico, simbolico, apocalittico, spesso iperbolico. I verbi della minaccia sono reali, ma non sono da prendere letteralmente come noi intendiamo oggi la “letteralità”. Sono veri, eppure simbolici. Come il “fuoco eterno”: non una fornace materiale, ma una condizione esistenziale e spirituale di separazione da Dio. È la Tradizione della Chiesa che ci aiuta a leggere con intelligenza spirituale e non con cieca lettera. Altrimenti faremmo come quelli che prendono il Cantico dei Cantici e lo leggono solo come erotismo poetico. Appunto.
E qui vengo alla sua postilla su Ceronetti. Sarà un bravo letterato. Ma non è un teologo. La sua lettura del Cantico è suggestiva, senz’altro, ma non regge il peso del senso integrale che la Tradizione ha riconosciuto a quel libro: l’amore sponsale tra Dio e Israele, tra Cristo e la Chiesa, tra il Logos e l’anima. È da Origene in poi che il Cantico viene letto anche così: non contro il testo, ma attraverso di esso, con occhio trasfigurato. Lei può non condividere questa lettura. Ma non è giusto dire che è una “manipolazione dolosa”. È, semmai, il frutto di una fedeltà che contempla con occhi purificati, come direbbe lo stesso Baudelaire da lei evocato.
In conclusione, cara Adriana: io non voglio girare le orecchie come i gatti che lei conosce. Non fuggo le domande. Le accolgo. Ma le accolgo dentro un orizzonte di senso che per me non è solo razionale, né solo filologico, né solo culturale. È pasquale. E questo cambia tutto.
Con stima sincera,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
lei, piuttosto che a Cristo, preferisce credere alla Tradizione. Lei, cioè mi conferma che le frasi di quel Messia Apocalittico, esotico, periferico e marginale persino in patria, sono da prendere con un po’ di grano “salis”….Suvvia: lo sapeva, Lui, stesso, medesimo, di impiegare immagini assai colorite a scopo esornativo ed oratorio …lo sapeva anche il suo pubblico che applaudiva- complice- a quel teatrino che faceva parte del gioco…Saggiamente, lei, mio caro don., come figlio di una Tradizione “formattata” sullo spirito latino, che ha- con un certo merito- deformato e schiacciato lo spirito originario ebraico,(spesso sfrenato e fanatico), anche lei ripete ( e -sensatamente- ripete a se stesso):
” …est modus in rebus, sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum “., proprietà dell’equilibratissimo Orazio Satiro (Satire I, 106-107).
Anch’egli ha contribuito a far sì che Jeshu appartenesse a quella Roma, “onde Cristo è romano” ( Dante, Purg. XXXII, v. 102). ( Qualunque sia l’interpretazione “diplomatica” che l’ Istituzione si sogni di adoperare attualmente in politica estera e interna ).
Caro don P.P.,
la Teologia, pur di dar da mangiare ai suoi Naziroi (pesciolini) , è capacissima di sottrarre ad Airone l’ innocente delfino per farlo a pezzetti da distribuire all’ onnivoro branco.
Mi pare che adesso sia tutto chiarito 😂😂😂
Aggiungo: se non ci fosse il “vangelo di Paolo”, le antuche migliaia di altri vangeli avrebbero goduto di pari valore.
Lo strano lo vedo che proprio sul “vangelo di me [Paolo]” (Rm2,16 e 16,25 e 2Tm2, 8) sono avvenute le più spettacolari e profonde divisioni dei cristiani in tempi a noi più vicini. Ed oggi la partita del cristianesimo negli USA si gioca su questi due fronti e l’uno sembra ora prevalere sulla cattolica america latina.
Cara Adriana,
Rispondo ai suoi diversi interventi in modo unificato e sintetico ma articolato ai punti più salienti, tenendo conto di quanto già scritto nei giorni scorsi.
1. “Gli ultimi saranno i primi” e le interpretazioni
La frase evangelica “Gli ultimi saranno i primi” (Mt 20,16) ha una chiara connotazione morale ed escatologica: è rivolta a correggere le pretese di superiorità religiosa o sociale e indica il sovvertimento operato dalla grazia rispetto ai criteri umani. Estendere tale espressione a una teoria di “angelici sponsali” o a un sistema simbolico tribale (Israele come sposa, ecc.) è legittima fantasia poetica, ma non esegesi cristiana. Gesù non usa quella frase per trattare un’etnologia delle Alleanze, ma per insegnare la gratuità della salvezza e l’umiltà del discepolo.
Quanto alle “due chiavi” affidate a Pietro, esse simboleggiano il potere di legare e sciogliere in cielo e in terra (Mt 16,19): non l’ambiguità dell’Istituzione, ma la sua autorità derivante da Cristo stesso.
2. Fratelli maggiori e Alleanze
Benedetto XVI, quando parla degli ebrei come “fratelli maggiori”, intende una priorità storico-salvifica: Israele è il popolo che ha ricevuto per primo la Rivelazione, le promesse e i patriarchi (cf. Rm 9,4-5). Non è “venerazione tribale”, ma riconoscimento di una storia sacra da cui il cristianesimo nasce. Il Nuovo Testamento non abolisce l’Antico, ma lo compie (cf. Mt 5,17).
Il Nuovo Testamento non è un “nuovo contratto”, ma una Nuova Alleanza nel sangue di Cristo (cf. Lc 22,20). Dire che Dio “si sacrifica a se stesso per salvarci da se stesso” , mi permetta, è una caricatura teologica che fraintende il cuore del mistero cristiano: la Redenzione non è un’auto-punizione divina, ma un atto d’amore TRINITARIO, nel quale il Figlio assume la nostra condizione per elevarla.
Il Dio dell’Antica Alleanza non è “sconosciuto”, bensì Colui che libera dalla schiavitù e chiama alla giustizia (cf. Es 3,14). E il Nuovo Patto, ripeto, non è un “contratto revisionato” ma una nuova creazione nel sangue di Cristo (cf. Lc 22,20). Che un Dio perfetto si doni per amore non è illogico: è il cuore stesso del cristianesimo. L’amore, infatti, non segue la logica della convenienza, ma quella della libertà. Per questo “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).
3. La “donazione di Costantino”
La Chiesa non fonda la sua autorità sulla Donazione di Costantino, che come ben si sa è stata smascherata come falso già nel Quattrocento (Lorenzo Valla). Ma l’autenticità dell’autorità ecclesiale non dipende da un documento imperiale, bensì dal mandato ricevuto da Cristo agli Apostoli e trasmesso nella successione apostolica. Il Magistero non si fonda su documenti apocrifi, ma sulla Scrittura e sulla Tradizione.
Quella vicenda della Donatio Constantini a limite riguarda i rapporti tra potere temporale e Chiesa, non il cuore del Vangelo.
4. Tradizione viva o “surgelata”?
La Tradizione della Chiesa non è un museo né un congelatore. È viva perché lo Spirito Santo, che guida la Chiesa in tutta la verità (cf. Gv 16,13), continua ad attualizzare nella storia ciò che Cristo ha insegnato una volta per tutte. La Tradizione non è l’insieme di idee antiche da conservare come reliquie, ma la vita della Chiesa che trasmette fedelmente la Rivelazione di generazione in generazione.
Se fosse “surgelata”, non avremmo potuto distinguere nel tempo tra vero e falso, né avanzare nella comprensione della Parola. È grazie alla Tradizione viva che, ad esempio, la Chiesa ha potuto discernere la verità della fede contro le eresie, definire dogmi come la Trinità o l’Incarnazione, e riformarsi nei secoli senza smarrire la sua identità.
A chi guarda solo le contraddizioni storiche rispondo con Newman: “Vivere è cambiare, e essere perfetti è essere cambiati spesso”. Ma il cuore della fede non cambia, perché è custodito da Colui che non cambia: Cristo.
E qui si impone una distinzione essenziale: la Tradizione viva non è tradizionalismo. Quest’ultimo, in molti casi, rischia davvero di essere ciò che lei chiama “surgelato”: una ripetizione meccanica, nostalgica o ideologica di forme del passato, svuotate del loro dinamismo originario. Il tradizionalismo idolatra le forme, ma spesso dimentica il contenuto vitale che esse esprimevano.
La Tradizione viva, invece, è come un fiume che, pur restando fedele alla sua sorgente, scorre nel tempo, irrigando nuovi terreni, adattandosi senza tradire la sua natura. È ciò che permette alla Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica: non chiusa nel passato, ma aperta allo Spirito che la conduce alla pienezza della verità.
Come diceva Joseph Ratzinger: “Tradizione non significa custodire le ceneri, ma alimentare il fuoco”.
Il Dio cristiano non è simile agli dèi omerici o orientali: non ha bisogno dell’uomo. Ma ha scelto liberamente di amarci, farsi uno di noi, condividere la nostra morte per donarci la vita. Il Mistero non si degrada cercando di comprenderlo: si svilisce quando lo si rifiuta, o quando si riduce a mito o leggenda.
La saluto con stima,
don Pietro Paolo
Carissimo DON PIETRO PAOLO tu scrivi in conclusione:
“Il Dio cristiano non è simile agli dèi omerici o orientali: non ha bisogno dell’uomo. Ma ha scelto liberamente di amarci, farsi uno di noi, condividere la nostra morte per donarci la vita. Il Mistero non si degrada cercando di comprenderlo: si svilisce quando lo si rifiuta, o quando si riduce a mito o leggenda.”
Difficile, se non impossibile, condividere questi pensieri conclusivi.
Gli dei omerici non avevano affatto bisogno dell’uomo perché semplicemente non ne condividevano le leggi olimpiche.
Se c’è un Dio che, invece, ha avuto bisogno dell’uomo, anche solo pro forma, questi è proprio quello cristiano, quello che ha tanto amato il mondo da sacrificare sull’altare della croce per mano di Roma imperiale, il suo unigenito figlio, da farlo sacrificare proprio come uomo perché come Dio non poteva né morire, né soffrire. E lui neanche patisce (Eresia=scuola dei Patripassiani, molto prima di Nicea!)
Sei tu che, sicuramente senza averne la ben che minima intenzione, riconduci il mistero a mitiche leggende (Attis docet, ad es.), asserendo che così facendo lo si degrada, o rifiutandolo “si svilisce”. Mito! Che bella parola! Quale pregnante semantica! Non vedo come posso degradarlo facendo intimamente il sorriso del famoso ritratto leonarsesco o svilirlo non accordandovi fiducia.
Il Dio amando “ha” un bisogno relazionale. Non “È” neppure L’ESSERE che Filone Alessandrino legge nella LXX! Dio è Amore. Il suo mistero è Amore. L’Amore non ha bisogno di Rivelazione alcuna e men che meno della mediazione di un Logos.
Dio non ha partiti, neppure di rivelazione, anche se un sacerdote cattolico, in Italia, in questi giorni ha celebrato con un paramento-bandiera vistoso. Capisco che volesse dire: dobbiamo amarci! Ma solo se celebri con me!!!
Caro Rolando,
Non stai contestando un’interpretazione del mistero cristiano, ma il suo stesso statuto. Perciò la mia risposta non sarà una difesa interna, ma un tentativo di chiarire la divergenza, affinché almeno ci si intenda sul “che cosa” si rifiuta, e non su un’idea ridotta o fraintesa di esso.
⸻
1. Dio, l’uomo, e il “bisogno relazionale”
Scrivi che il Dio cristiano, se ama, allora “ha bisogno” dell’uomo. Ma qui operi un passaggio non necessario. L’amore, nella concezione cristiana, non nasce da una mancanza, ma da una pienezza. La Trinità è relazione eterna e perfetta in sé. Il mondo, e l’uomo con esso, non vengono creati per “riempire un vuoto”, ma per comunicare un sovrappiù:
“Bonum est diffusivum sui” – “il bene si diffonde di per sé”, direbbe la scolastica.
È un’idea radicalmente diversa da quella degli dèi bisognosi del culto umano, o delle emanazioni gnostiche che sgorgano per necessità. Qui tutto è gratuito: la creazione, la redenzione, l’Incarnazione.
⸻
2. “Il Dio cristiano non può soffrire” – e allora?
Accusi la fede cristiana di essere paradossale: un Dio che non può morire, ma che muore. E citi i patripassiani come precedente eretico. Ma il cristianesimo non confonde i piani: Dio non soffre in quanto Dio, ma in quanto si è fatto uomo. È una formulazione che non pretende di spiegare razionalmente il Mistero, ma di prenderlo sul serio nei suoi due estremi: l’impassibilità divina e la passione umana, unite nell’unica Persona del Verbo.
Se lo rifiuti, è coerente. Ma non puoi dire che il cristianesimo degrada il Mistero riducendolo a mito. Il mito simboleggia; il cristianesimo afferma: «et homo factus est».
⸻
3. “Il mito non è degradante” – certo, ma non basta
Hai ragione: il mito ha una sua dignità. Ha tentato di dire l’invisibile. Ma il cristianesimo non è un mito, né pretende di esserlo. È storicità. È carne. È croce reale, sotto Ponzio Pilato, in un tempo e luogo databili. Non è una narrazione sacra che spiega l’origine delle cose: è l’irruzione di un Altro che interpella e divide.
Se ti sembra un mito, probabilmente è perché ti arresti al simbolo, e non entri nel paradosso. Ma il cristianesimo non nasce come interpretazione del divino, bensì come esperienza dell’Inatteso: “Quello che i nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato del Verbo della Vita…” (1Gv 1,1).
“Non vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo seguendo favole abilmente inventate (sophistois mythois), ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà” (2Pt 1,16).
⸻
4. “Dio non è l’Essere” – ma allora che cos’è?
Citi Filone Alessandrino per negare che Dio sia “l’Essere”. Ma Filone, pur con tutte le ambiguità del suo pensiero, non ha mai negato che Dio sia principio. Che lo sia in modo personale, pensante, ordinante. Quando traduce “Ehyeh Asher Ehyeh” come “Colui che è”, è perfettamente coerente con l’intera tradizione giudeo-ellenistica che intende Dio come radice dell’essere e fondamento del pensare.
L”Io sono Colui che sono” (Es 3,14 ) nel pensiero cristiano classico, da Agostino a Tommaso, intende Dio non come un essere tra gli altri, ma ipsum Esse subsistens, l’Essere sussistente in Sé.
Dire che Dio “non è neppure l’Essere” non è un’apertura, ma un’evaporazione del concetto stesso di Dio. E non è una posizione neutra: è una teologia, anzi una teologia negativa radicale, che sfocia nell’ineffabilità assoluta e lascia l’uomo solo con la sua coscienza. È legittima come scelta, ma non più condivisibile da chi crede che Dio abbia parlato.
⸻
5. Hai scritto: “L’Amore non ha bisogno di rivelazione” . Se intendi Amore come Dio, allora è vero che Dio non ha bisogno di niente. Ma Dio è amore – e proprio perché è amore, si rivela.
L’amore, infatti, non si chiude in sé. L’amore, per essere autentico, non resta muto, ma parla, si dona, si lascia conoscere. Ed è per questo che la Rivelazione non è un optional, né una sovrastruttura: è l’essenza stessa dell’amore divino, che si comunica nella verità.
Scrivere che “l’amore non ha bisogno di rivelazione” significa, implicitamente, affermare che l’amore può restare ineffabile, che non ha bisogno di farsi parola, gesto, incontro. Ma l’amore che non si rivela – che non prende l’iniziativa, che non si espone – è un amore senza volto, senza carne, senza storia.
Il cristianesimo, invece, afferma l’esatto contrario:
«Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore» (1Gv 4,16).
Ma come l’abbiamo riconosciuto?
«In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9).
Dunque, l’amore si manifesta liberamente, si fa conoscere, si dona liberamente in un tempo e in un volto.
La Rivelazione è l’atto proprio dell’Amore, non una concessione esterna. Il Dio che si rivela è il Dio che ama fino a esporsi, fino a consegnarsi, fino a morire per noi.
Un amore che non si rivela non salva.
Un Dio che non si dona rimane ignoto.
Ecco perché nel cristianesimo l’Amore ha bisogno di Rivelazione: non per sé, ma per noi. Perché Dio non ha bisogno di nulla, ma noi sì – abbiamo bisogno di sapere di essere amati, e di sapere da Chi.
E il Verbo si fece carne.
⸻
6. “Dio non ha partiti” – giusto. Ma ha fatto un’alleanza
Dio non prende partito come i partiti umani. Ma ha preso posizione: ha fatto un’Alleanza, ha eletto un popolo, ha parlato attraverso i profeti, si è incarnato in Gesù Cristo. Non ha fatto tutto questo per escludere, ma per chiamare. Chi vuol dire “Dio ama tutti” senza passare dalla storia concreta della Rivelazione, finisce per parlare di un’astrazione: un amore che non salva, perché non tocca.
7. Paramenti arcobaleno e liturgia come inclusione”
Hai voluto chiudere con una frecciata che non posso non raccogliere, perché tocca un punto che mi sta profondamente a cuore. Il riferimento a un sacerdote che ha celebrato indossando paramenti-bandiera – più ideologici che liturgici – merita una riflessione, ma non quella che tu forse ti aspetti.
Vedi, è proprio questo il paradosso: nel momento stesso in cui si pretende di fare della liturgia un segno di “inclusione”, la si piega a un messaggio escludente, ideologico, divisivo. Il gesto che dovrebbe unire nel Mistero finisce per dire: “sei accolto solo se condividi la mia bandiera, il mio lessico, la mia visione”.
È qui che nasce il mio disappunto – profondo – e non per un fatto estetico, ma teologico: la liturgia non è una dichiarazione di parte, non è uno slogan cucito su una casula, non è una bandiera. È l’ingresso nel Mistero, in ciò che ci trascende. E ridurla a simbolo di battaglie culturali (di qualunque segno) è un abuso, non un’apertura.
È proprio per questo che abbiamo bisogno della Rivelazione, non delle bandiere. Perché la fede non può essere il riflesso di una corrente del momento, ma l’adesione libera e totale al Dio vivente, che si è rivelato in Cristo – non in una causa, né in una rivendicazione.
Dio è Amore, sì. Ma non ogni amore è Dio. E non tutto ciò che si proclama “inclusivo” conduce davvero all’unica vera inclusione: quella che nasce dalla verità e dalla grazia.
⸻
Concludo
Caro Rolando, non ho la pretesa di convincerti. Ma almeno questo sì: il Dio cristiano non ha bisogno dell’uomo, ma lo ama fino a condividere la sua morte. E’ un Dio da adorare non solo perché “serve”, ma da amare e accogliere perché si è donato.
Se per te tutto questo resta un mito, ne prendo atto. Ma – a differenza dei miti antichi – questo “mito” ha inciso nella storia con una pretesa inaudita: quella di essere vero. Non simbolo, ma evento. Non sogno dell’uomo, ma iniziativa di Dio.
Il cristianesimo non racconta semplicemente una verità eterna sotto forma poetica: afferma che l’Eterno è entrato nel tempo, in un momento preciso, con un volto, un nome, una croce. E così facendo, ha spezzato la linea ordinaria del tempo: l’ha trasformato da successione di istanti in occasione d’incontro, da contenitore anonimo a luogo della salvezza.
Per chi crede, questo evento non è leggenda né metafora, ma il centro della realtà:
un Dio che non ha bisogno dell’uomo, ma lo ama a tal punto da assumere la sua carne, la sua morte, e da lì aprire la vita.
È questo che chiamiamo “Rivelazione”.
È questo che chiamiamo Grazia.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
la ringrazio dell’attenzione che dedica ai miei poveri scritti.
Cercherò di risponderle a mia volta…
Gli “angelici sponsali” non sono invenzione mia, bensì la versione del “Cantico de’ Cantici” operata dalla dottrina cristiana, dove la Chiesa è la mistica sposa dello sposo Cristo. ( a proposito, perchè non si legge la profonda e particolareggiata versione -con note- del testo antico, operata da Ceronetti?)
Lei parte dalla concezione di una “storia” sacra da cui
nasce il Cristo (Mt: 5, 17) , se “compia” o no questa storia è problema del tutto diverso.
Neanche la spiegazione della Crocifissione è mia, ma dottrinale. La “colpa” dei progenitori fu immensa in quanto infinito e immenso fu l’offeso: peccato impagabile e irrimediabile da parte di nessun umano. La colpa si misura sulla “grandezza e l’importanza” di colui che viene offeso.
Ecco, quindi che il Buon Padre sacrifica il suo Unigenito per il riscatto dei suoi “creati” del popolo ebraico. Però anche l’Unigenito è Dio….segue il resto. YHWH ama le sue creature più di suo Figlio…Lei lo chiama: “Atto d’amore trinitario”…ma dove è andato a finire il Ruah? Leggo che sono il Padre e il Figlio ad “alitarlo”…che sia l’opposto?
Vediamo come in Esodo YHWH chiama alla “giustizia”.
Abbiamo un popolo(?) non ancora popolo che segue un assassino non pentito (Mosè) che lo conduce fuori dall’Egitto. Non è gente miserabile, bensì ricchissima che sembra aver strappato agli Egiziani una strabiliante quantità d’oro. ( Oppure, che ha “tollerato l’offerta” da parte egiziana di una strabiliante quantità d’oro.( Ricorda l’ineffabile giudice Curtò?).
Appena rimangono senza il controllo diretto del “capo” costoro si premurano di innalzare un “vitello” tutto d’oro, disegnato e scolpito dal sommo sacerdote- fratello del suddetto assassino- per sperarne una buona sorte. ( Vitello, ma, probabilmente una effigie del bue Api o dell’Ariete creatore Knum.)
Mosè scende dalla vetta con i dieci ( in realtà11) comandamenti e si arrabbia e, poichè uno dei comandamenti proibisce di uccidere, immediatamente ne fa fuori 3000, ma sempre su ordine divino, di quel dio che gli aveva dettato anche l’ordine di non ammazzare.
I possessi territoriali, le ricchezze vengono pretese dalla Chiesa in tutta Europa grazie al famigerato documento (di data. falsa, ma ufficializzata, del 315 d.C.), donazione che impedisce alle nazioni di sottrarvisi e che induce la Chiesa ad innumerevoli contese politiche.
Le pare un bell’inizio di una vicenda “evangelico-spirituale”? Nel Vangelo di Matteo (6: 19-34) è tassativamente proibito accettare ricchezze: “Non accumulate ricchezze che portano alla cupidigia e alla perdita della fede.” Mah? “fate come dico, ma non fate come fo'”, diceva la nonna a proposito degli “intermediari” vecchi e nuovi.
Gentile Adriana,
( mi perdoni Tosatti per la lunghezza dei miei interventi, ma le risposte ai quesiti lo esigono)
Cercherò di rispondere, finché il tempo a mia disposizione me lo permette, ai vari punti da lei sollevati, non per chiudere la questione, ma per offrire una prospettiva interna alla fede che forse potrà risultare, se non condivisibile, almeno comprensibile.
⸻
1. Cantico dei Cantici e immaginario nuziale
Concordo con lei: la lettura del Cantico dei Cantici in chiave sponsale non è arbitraria, ma profondamente radicata nella tradizione cristiana e già prefigurata nell’Antico Testamento, dove YHWH è spesso presentato come lo sposo d’Israele. I Padri della Chiesa hanno sviluppato questa immagine, leggendo nel rapporto tra Sposo e Sposa la figura dell’amore tra Cristo e la Chiesa, come espresso con chiarezza da san Paolo in Ef 5,25-32.
Dopo essermi documentato, ho scoperto che senz’altro Guido Ceronetti è uno studioso fine e originale. La sua versione del Cantico ha valore letterario, ma resta estranea alla dimensione teologica che qui si intende onorare: quella di un amore che non è semplice attrazione, ma alleanza.
⸻
2. Cristo e il compimento della storia
Lei osserva che non è certo se Cristo “compia” o meno la storia sacra da cui proviene. Ma per il cristianesimo, ciò costituisce il nodo centrale della fede: Cristo non è un epilogo, ma il compimento stesso della Rivelazione, come Lui stesso afferma in Matteo 5,17.
Non è un eroe religioso tra i tanti, ma il Verbo fatto carne: colui nel quale ogni promessa e ogni frammento del passato trova la sua pienezza. La fede cristiana non chiede di abbandonare la storia d’Israele, ma di leggerla in Cristo come via, tensione e figura che conduce al pieno.
⸻
3. Peccato originale, redenzione e il sacrificio del Figlio
Lei osserva, correttamente, che secondo la dottrina tradizionale la colpa dell’uomo è immensa perché rivolta contro un Offeso infinito – Dio stesso – e che, pertanto, solo un riscatto “adeguato”, cioè divino, poteva ripararla. Questa prospettiva è stata sistematizzata da sant’Anselmo d’Aosta, che nella sua Cur Deus homo afferma che la soddisfazione della colpa richiede un’offerta proporzionata alla dignità di Dio: da qui la necessità che sia il Dio-Uomo a redimere.
Tuttavia, è essenziale non fraintendere questo concetto, come talvolta accade in letture troppo “giuridiche” o meccaniche della salvezza. La Croce non è una vendetta divina, né una punizione inflitta dal Padre al Figlio. Non vi è, nel cuore della Trinità, un’opposizione tra giustizia e misericordia. Al contrario, la Redenzione è il supremo atto dell’Amore trinitario:
– il Padre dona,
– il Figlio si offre,
– lo Spirito unisce, guida e consuma questo dono nella libertà e nella fedeltà.
“Dio era in Cristo a riconciliare a sé il mondo” (2Cor 5,19).
In questo contesto, è interessante – e culturalmente necessario – ricordare la lettura di Sigmund Freud, il quale in L’uomo Mosè e la religione monoteistica interpreta la religione, e in particolare la figura del Cristo crocifisso, come una rielaborazione inconscia del senso di colpa originario dell’umanità per l’uccisione del “padre primordiale”. Per Freud, il sacrificio del Figlio-Dio sarebbe l’espiazione simbolica di una colpa collettiva rimossa, il prezzo psichico dell’ordine sociale e religioso.
È una lettura affascinante, ma esterna e deformante rispetto alla fede cristiana. Il cristianesimo non nasce dal bisogno psicologico di placare un dio vendicativo, ma dalla libera iniziativa di Dio che, per amore, si fa solidale con l’uomo fino alla morte.
Ed è proprio qui che si inserisce in modo fecondo anche la riflessione di Jürgen Moltmann, nel suo celebre saggio Il Dio crocifisso. Egli scrive:
“Non è soltanto il Figlio a soffrire sulla Croce. È il Padre che, nel dare il Figlio, soffre con Lui. E lo Spirito è il vincolo del dolore e dell’amore che unisce entrambi.”
(Il Dio crocifisso, Queriniana, 1973)
Moltmann – in una chiave profondamente trinitaria – mostra che la Croce non divide Dio, ma rivela il cuore di Dio: un Dio che non resta spettatore impassibile, ma entra nel dolore della creatura. È la Trinità intera ad essere coinvolta: non come struttura metafisica, ma come Dio vivente, amore ferito e fedele.
La fede cristiana, quindi, non propone un mito sacrificale, ma una verità storica e teologica: Dio si consegna, Dio assume, Dio ama fino alla fine.
Contro ogni caricatura violenta della religione, la Croce resta la smentita più radicale: non il sangue dell’altro, ma il proprio sangue versato per gli altri.
⸻
Con questo riferimento, credo emerga più chiaramente che la teologia cattolica, nella sua profondità, non propone un’idea arcaica di espiazione sacrificale, ma un mistero d’amore e di solidarietà, in cui il dolore umano viene attraversato da Dio stesso.
E forse, gentile Adriana, è proprio in questo sguardo crocifisso – dove la giustizia si fa dono, e la potenza si fa vulnerabilità – che si può intravedere non una risposta risolutiva, ma una verità capace di farsi compagna del nostro dolore.
⸻
4. Il ruolo dello Spirito Santo nella Croce
Lei ha pienamente ragione nel domandare: “Dov’è il Ruah?”. È una domanda decisiva.
Lo Spirito non è assente nel mistero della Croce. Al contrario: secondo Ebrei 9,14, è nello Spirito eterno che Cristo si offre al Padre, compiendo un atto pienamente libero e interiore. E nel Vangelo di Giovanni (19,30), Cristo “emette” lo Spirito nel momento della morte, consegnandolo come dono definitivo all’umanità.
Von Balthasar ha mostrato che la Croce è l’atto più profondo della comunicazione intra-trinitaria: il Padre dona, il Figlio si offre, lo Spirito è il vincolo vivente di questo amore che si dona e si riceve, ed è proprio questo Spirito che viene “consegnato” all’uomo.
Su questo punto, ancor prima di Von Balthasar e Moltmann, è preziosa anche l’intuizione del cardinale Jean Daniélou, che, commentando la Lettera agli Ebrei, paragona lo Spirito al fuoco del sacrificio: così come nel culto antico il fuoco consumava l’offerta rendendola gradita a Dio, così è lo Spirito, Amore eterno, che come fuoco interiore muove il Cristo ad offrirsi santificando il sacrificio e facendone un atto perfetto di amore.
Dunque, il Ruah non è sullo sfondo: è il principio stesso con cui Cristo ama fino alla fine, e con cui quel dono continua a bruciare nella Chiesa e nei cuori.
⸻
5. L’Esodo, Mosè e l’ambiguità della storia sacra
Lei legge l’Esodo con occhio critico, sottolineando contraddizioni etiche e storiche. Ma è proprio questa la forza della Bibbia: non presenta figure impeccabili, né vicende puramente edificanti. Mosè è un uomo segnato dal peccato, il popolo è idolatra, e Dio stesso sembra a tratti contraddirsi.
Eppure, è in mezzo a questa ambiguità che si rivela un Dio che non si stanca di chiamare, correggere, salvare. Il vitello d’oro, i 3000 uccisi, l’oro sottratto agli Egiziani: tutto questo testimonia una pedagogia drammatica, che nel Nuovo Testamento viene profondamente trasfigurata.
Là dove nell’Antico si combatteva con la spada, nel Vangelo si offre l’altra guancia. L’educazione divina avanza per tappe, non per salti.
⸻
6. “Non uccidere” e le stragi ordinate da Dio
Le sue osservazioni sono legittime. Il comando “Non uccidere” (Es 20,13) sembra contraddetto da Dio stesso nell’ordine di punire gli idolatri. È una delle tensioni più difficili della Scrittura.
La teologia biblica risponde affermando che Dio si è fatto conoscere progressivamente, e che la pienezza della sua rivelazione non è Mosè, ma Cristo. In Lui ogni violenza in nome di Dio è rigettata, e la legge stessa è superata non nella lettera, ma nello spirito:
“Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…” (Mt 5,21ss).
La Croce è la risposta definitiva: non il sangue dell’altro, ma il sangue proprio.
⸻
7. La Donazione di Costantino e le ricchezze della Chiesa
È vero: la Donatio Constantini fu un falso, e nessuno oggi lo nega. Ma non è su di essa che poggia la Chiesa.
La Chiesa ha avuto ricchezze, potere, contese – e anche colpe. Ma il Vangelo rimane, e proprio nel Vangelo è contenuta la condanna di ogni attaccamento idolatrico al denaro (Mt 6,19-24).
Molti santi hanno vissuto in povertà radicale, e la Chiesa ha continuamente bisogno di riformarsi – non per adattarsi al mondo, ma per tornare al suo Signore.
⸻
Conclusione
Gentile Adriana,
lei pone domande autentiche, spesso scomode, e per questo preziose. Ma se guarda alla fede cristiana solo attraverso gli errori della sua storia o le incongruenze di alcuni suoi testi, rischia forse di perdere di vista ciò che vi è di irriducibilmente nuovo e unico: un Dio che non si impone, ma si consegna.
Un Dio che non giustifica la violenza, ma la assume e la redime.
Un Dio che non resta nei cieli, ma scende – in un popolo, in un uomo, in una croce – per incontrarci nella nostra verità.
Non tutto si spiega. Ma tutto può essere accolto, se lo si guarda non con sospetto, ma con quel desiderio radicale di verità che, mi permetta, nelle sue parole si avverte comunque, sotto le ferite e le ironie.
Con stima,
don Pietro Paolo
Carissimo DON PIETRO PAOLO tu scrivi anche:
“Il Nuovo Testamento non abolisce l’Antico, ma lo compie (cf. Mt 5,17).”
È un valore rubato che ne frutta un altro per chi se ne era impossessato.
Paolo, infatti, inizia scrivendo in 2Cor 5, 21: “Cristo si è fatto peccato per noi, intendendo (rivelandoci?) che Dio (il Theos della LXX) ha trattato Gesù come se fosse peccato, affinché l’uomo peccatore potesse diventare giustizia di Dio.
È questo trattamento che rivela e dimostra per Paolo che Gesù NZR, il nazoreo, è il Cristo.
Non va dimenticato anche che Paolo stesso ha fatto esperienza del voto di nazireato e che di Gesù non sapeva nient’altro che questi crocifisso! E per tale atteggiamento Paolo fu sospetto a Giudei e Romani.
Caro Rolando,
Provo a rispondere con chiarezza, seguendo i passaggi da lei sollevati.
⸻
1. “Il Nuovo non abolisce l’Antico, ma lo compie”: valore rubato?
Lei scrive che è un “valore rubato che ne frutta un altro per chi se ne era impossessato”. Immagino intenda dire che il cristianesimo avrebbe in qualche modo espropriato il patrimonio religioso e simbolico dell’ebraismo, facendolo fruttare a proprio favore.
È un’obiezione seria, antica e oggi largamente discussa.
Ma occorre distinguere: il cristianesimo non nasce da un furto, ma da un compimento. Non cancella, ma porta a pienezza ciò che l’Antico Testamento già annuncia e prefigura. È Gesù stesso a dire:
“Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento” (Mt 5,17).
In questa chiave, la fede cristiana legge l’Antico non come superato, ma come cammino aperto che conduce a Cristo.
Se il Nuovo Testamento è nato dentro la fede ebraica (non da fuori), non può esserle infedele senza diventare incomprensibile. Ed è proprio nell’evento della Croce, e nella sua interpretazione pasquale, che la Scrittura antica si illumina di significato nuovo, non arbitrario, ma in continuità.
⸻
2. “Cristo si è fatto peccato per noi” – 2Cor 5,21
Qui lei tocca un punto nodale. Il testo dice:
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato per noi, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.”
L’espressione è forte, volutamente scandalosa. Ma non va letta in chiave morale o giuridica. Cristo non “diventa peccatore”, né viene “trattato come un colpevole” nel senso forense. Paolo, piuttosto, usa il linguaggio sacrale del peccato come realtà da assumere, quasi come capro espiatorio (cf. Is 53,10), o addirittura come “sacrificio per il peccato” (in greco: hamartía è termine tecnico cultuale, non solo etico).
È un linguaggio che va letto alla luce della teologia del corpo eucaristico:
Cristo assume la nostra condizione umana nella sua radicale distanza da Dio (il “peccato”), senza peccare, e da lì la redime, la riconcilia, la restituisce al Padre. È un atto di solidarietà totale, non di sostituzione giuridica. E in ciò consiste la vera giustizia: una giustizia che è dono, non condanna.
⸻
3. Il voto di nazireato e Gesù “nazoreo”
Lei collega giustamente l’appellativo “nazoreo” a un possibile legame con il nazireato, la consacrazione ebraica che comportava l’astinenza da vino, il non tagliarsi i capelli, e un voto di purezza (cf. Nm 6).
Tuttavia, il termine “Nazoreo” riferito a Gesù ha piuttosto a che fare, nella stragrande maggioranza degli studiosi, con la sua provenienza da Nazaret. È un modo di dire, simile a “il Galileo”.
Tuttavia, la suggestione non è priva di senso: Gesù vive una forma radicale di consacrazione, e Paolo stesso si identifica con questa logica della “separazione per Dio”. Ciò che conta, in ogni caso, è che Cristo, per Paolo, è il Crocifisso:
“Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1Cor 2,2).
È proprio questo che lo rende scandalo per i Giudei e follia per i pagani (cf. 1Cor 1,23). Paolo non presenta un sistema religioso, ma un evento che lo ha trafitto: un Uomo crocifisso, che però è il Figlio di Dio vivente.
Per questo fu sospetto a molti: perché non proponeva una nuova dottrina, ma una nuova realtà, frutto di un incontro.
⸻
Conclusione
Lei mostra come pochi altri interlocutori una capacità di entrare nel cuore del testo biblico, e di porre domande vere.
Ma mi permetta di osservare: ciò che lei chiama “furto”, il cristiano lo chiama adempimento; ciò che appare come “trattamento” crudele di un innocente, è invece l’assunzione libera di una condizione umana intera; ciò che sembra “scandalo”, per chi crede è potenza di Dio.
E per Paolo – l’ex persecutore – questo non è mai stato una teoria: è stato un crollo, un’invasione della Grazia, un rovesciamento.
Da allora, come lui, anche noi non sappiamo altro se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Con stima,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
il Battesimo, i Sacramenti, l’Amore di Dio…il punto è che, perfino secondo le Scritture, Dio rimane “imperscrutabile”. Sempre. Su tutto. Non solo nel dolore. Non solo nel cosiddetto “Mistero della fede”.
Dio, per come è descritto nelle tre religioni abramitiche, sfugge ad ogni comprensione umana, inclusa quella che nasce dalla Rivelazione. Inutili tutti i tentativi di Teodicea dove si cerca di spiegare, giustificare o accusare una volontà che nessuno può conoscere.
” Solo il Signore, nostro Dio, può conoscere le cose nascoste…” (Deut. 29;28)
E, via via: Is.40;23; Is.,55;8-9 Salmo 145;3; Salmo 147,5; Gb. 37,5; Gb. 42,3; Qoelet 3-11,-8-17; Mt(11,25-27); Mt.( 27, 66) ; Marco,( 13, 32); Gv.( 1, 18); Paolo, Rm (11, 33-34); (1 Cor. 2,11 e 13, 12. Il Corano 2, 255; 3,7; 6, 103; 18, 109; 20, 110; 42,11.
Se Dio è imperscrutabile, come possono esistere testi che pretendono di rivelarne pensieri, volontà, giudizi e comandamenti? Come può l’inconoscibile essere oggetto di una Rivelazione continua, giudicata, normata, codificata? La stessa Scrittura, mentre ne proclama il Silenzio, parla senza sosta. Se l’imperscrutabilità divina è reale, vale erga omnes. Come possono, coloro che hanno scritto i testi sacri,( e testi sui testi sacri ), cercare di spiegare la razionalità di Dio e rivendicare una conoscenza autentica della sua volontà? La Trascendenza a-temporale, a-fisica, lo pone completamente fuori da qualsiasi schema percettivo o cognitivo umano. Per come viene descritto può essere tutto e il contrario di tutto. Soprattutto noi
non lo possiamo sapere. Non è nichilismo ma un atto di lucidità: il riconoscimento del limite. Al tempo stesso un atto di rispetto verso ciò che “sarebbe” il divino se fosse il “totalmente Altro, l’Inattingibile, il Silenzioso”.
Cara Adriana,
⸻
Lei scrive che Dio è imperscrutabile. Concordo. È dogma. Ma la stessa Rivelazione ci insegna che Dio, pur rimanendo sempre infinitamente oltre (sempre Deus semper maior), ha voluto liberamente comunicarsi, rendersi conoscibile, non compenetrabile ma incontrabile. Non siamo noi a cogliere Dio; è Lui che si lascia trovare. È questa la differenza irriducibile tra l’idea di un Dio nascosto per natura e quella di un Dio che si vela per amore.
“Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).
Lei ha ragione nel dire che “se Dio è imperscrutabile, come può essere conosciuto?”. Ma la risposta non può che venire dalla logica stessa dell’Incarnazione. Non è l’uomo che ha violato l’abisso, ma Dio che ha attraversato il tempo, ha preso carne, è entrato nella storia, non per essere contenuto, ma per farsi vicino. Se Dio non potesse farsi conoscere, allora l’amore non sarebbe possibile. E Dio è amore (cf. 1Gv 4,8).
⸻
La sua citazione di Deuteronomio 29,28 è accurata: «le cose occulte appartengono al Signore, nostro Dio». Ma il versetto continua: «le cose rivelate invece sono per noi e per i nostri figli, per sempre, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge». L’imperscrutabilità non esclude la Rivelazione; la fonda. Ed è proprio in questo paradosso che abita la fede cristiana: l’infinito che si comunica senza esaurirsi.
⸻
Lei pone anche un’altra questione cruciale: “come possono testi umani codificare il divino?”. La risposta non è nella pretesa dell’uomo, ma nel dono di Dio. Noi non possediamo la verità; è la Verità che si è fatta carne (cf. Gv 14,6). La Scrittura è parola di Dio nella parola dell’uomo, e per questo deve essere letta nella fede, non come un sistema chiuso, ma come una porta aperta.
⸻
Il silenzio di Dio, che lei richiama con rispetto, non è muto. È gravido. Lo sapeva bene san Giovanni della Croce, lo sapeva san Gregorio di Nazianzo, che scrisse: «È impossibile concepire Dio e ancora più impossibile esprimerlo». Ma questo non impedisce – anzi esige – che lo si adori, lo si ascolti, lo si ami. Il mistero non è un muro, ma un abisso che chiama l’abbandono, non lo scetticismo.
⸻
Infine, mi permetta una parola più personale. Io non cerco di spiegare Dio. Nessuno può. Ma credo, con tutta la mia vita, che Dio ha parlato. E continua a parlare. Non nella logica umana, ma nel fuoco dello Spirito, che brucia senza consumare. La fede non è una via per sapere tutto, ma per affidarsi a Colui che sa, e che ama. E questo, per me, è tutto.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Mio caro don P.P.,
il Mistero della Fede – che viene ripetuto a iosa dai “Crociati-Apologeti”- è affine al percorso coatto del criceto nella sua ruota-. A garantire che il Mistero della Fede è ispirato/suggerito da Dio sono sempre uomini a cui bisognerebbe credere come se “essi” fossero Dio, avendone occupato il posto, l’intelletto, i sentimenti, la volontà.
Caro don P.P., conoscevo la seconda frase del Deuteronomio, consequenziale alla prima. Non l’ho citata in quanto “strumentale” al mantenimento della disciplina familiare e tribale quale appare in Deuteronomio, Numeri, Levitico, perciò senza alcun valore teologico ma con valore esclusivamente “pratico”. Un po’ come l’obbligo del celibato ai preti cattolici per l’Istituzione.
Carissimo DON PIETRO PAOLO, molto chiaro questo invito di San Pietro:
«sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15).
È nobile per lei esporre le ragioni della speranza, sostanza della fede che lei confessa. E rimanervi fedele, sempre pronto a confessarla come invita Pietro.
Così come l’ebreo ortodosso rimane nella fedeltà [emunàh] ad un solo Patto, un solo Tempio ed un solo Popolo.
E così pure il mussulmano che rimane sottomesso ad Allah e che per Natura [Fitra. Sura 30,30, spiegata dal famoso hadith] nasce mussulmano; poi i genitori, la geografia dei “credo”, lo fanno ebreo, cristiano o zoroastriano.
Quanto a me, sono convinto che le ragioni della speranza umana stiano nell’uomo stesso, in quel “simile” che l’uomo stesso genera. Non nei “logoi spermaticoi”. Ma nei soli “spermaticoi” per intenderci! Perché “al Signore la terra, e così la totalità di essa, l’universo ed abitanti [LXX: oi katoikoùntes] in esso”. World wide web.
E c’è una pagina evangelica che “tradisce” cioè rivela, tramanda, per tutti i cristiani innanzitutto, questo insegnamento: il Gesù di Mt 25, 31. Il figlio dell’Uomo, in mezzo al “πάντα τὰ ἔθνη”, indica la sola legge del basilare principio di umanità indipendentemente dal riconoscimento del Dio dei cuori.
Gesù qui è come un dio omerico. Non impone agli uomini le leggi del Divino, ma indica agli uomini dove vanno ricercate le proprie leggi: nella comune umanità!
Nihil hoc verbo veritatis verius?
Caro Rolando,
apprezzo come sempre la sua cultura e la tua passione per ciò che è vero. Ma mi permetta una precisazione essenziale, ovviamente da cristiano, e soprattutto una riflessione in merito a quanto ha affermato: che “le ragioni della speranza umana stanno nell’uomo stesso”.
Ora, questo è precisamente ciò che la Rivelazione biblica contesta con forza, sia sul piano teologico sia su quello antropologico.
1. Sul piano biblico
La Sacra Scrittura è inequivocabile:
• «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo» (Ger 17,5);
• «Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare» (Sal 146,3);
• «Beato l’uomo che confida nel Signore» (Ger 17,7).
La speranza, nella visione biblica, è un atto teologale: ha Dio come oggetto e fondamento, mai l’uomo. L’uomo può essere salvato, rigenerato, abitato dallo Spirito, ma non può essere principio della propria salvezza, né sorgente della speranza.
Anche quando Cristo nel Vangelo di Matteo 25 parla del giudizio universale, Egli non sta proponendo una religione dell’umanesimo etico, ma sta riconoscendo nella carità verso il fratello il segno reale di un’appartenenza a Lui, anche laddove non sia ancora esplicitamente confessata. Ma è sempre il Figlio dell’uomo (inteso nel senso di Dn 7, 13) non l’uomo, a giudicare e salvare.
2. Sul piano antropologico
Credere che l’uomo sia in sé la sorgente della speranza è una forma raffinata di umanismo autosufficiente. Ma l’esperienza umana universale – anche la più onesta – mostra che l’uomo è finito, contraddittorio, vulnerabile, e portatore di una domanda che lo supera. È creatura di desiderio, ma non autosufficiente.
Pascal scriveva:
«L’uomo supera infinitamente l’uomo».
Con questa espressione, intende dire che l’uomo è abitato da un desiderio che lo trascende, da un’apertura all’infinito che nessuna realtà umana può colmare. L’uomo non basta a se stesso, non può essere misura di sé: proprio nella consapevolezza del proprio limite, egli scopre di essere fatto per Dio, e solo in Dio trova la risposta alla propria inquietudine.
Così, La speranza che ha il suo fondamento nell’uomo è sempre frustrata, perché ogni uomo è destinato a morire, a fallire, a deludere. Solo Dio, eterno e fedele, non delude mai (Rm 5,5).
3. Il rischio di rovesciare la Rivelazione
Quando si afferma che “non i logoi spermatikoi, ma solo i spermatikoi” sono la chiave della speranza, si rischia – forse involontariamente – di far cadere lo spirito nell’istinto, e la rivelazione nella biologia. Il Verbo non si è fatto carne per confermare l’uomo a se stesso, ma per trasformarlo in Lui.
La Chiesa confessa che Cristo è la nostra speranza (Col 1,27). Tutto il resto – filosofia, cultura, politica, affetti, umanità stessa – può accompagnare, ma non può salvare.
In conclusione
Se Lei, caro Rolando, trova nella comune umanità un luogo di compassione e solidarietà, questo è un bene. Ma senza Dio, la storia ci insegna che anche l’umanità migliore resta una torre di Babele: alta, ma fondata sulla sabbia.
Per questo, le parole di san Pietro che Lei stesso ha ricitato restano decisive:
«Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).
Ma Pietro non dice che la speranza è “nell’uomo”: dice che è in voi, cioè in noi che siamo in Cristo.
E questo non per orgoglio spirituale, ma per pura grazia.
Io non dico mai e mai ho lasciato intendere “senza Dio”.
Ma sicuramente “senza il Dio delle dottrine umane di supposta rivelazione.
Veda un po’ lei, quali fonti ispiratrici di violenza sono state nella Storia. Come chiaramente ammise, nell’ultima omelia della mezzanotte di Nale da papa, Benedetto XVI, senza punto contestare e smentire.
Lasciamo stare poi le autorità che tutte provengono da Dio (Rm13,1).
“Vedrete il figlio dell’uomo venire con le nubi del cielo”.
Il figlio dell’uomo di Daniele non è certo Dio, né l’unigenito figlio di Dio.
Non solo non si vide venire il figlio dell’uomo con le nubi, ma non resta documentazione alcuna dell’evento dei molti morti che uscirono dai sepolcri e si sparsero camminando per le vie di Gerusalemme dopo la morte e risurrezione di Gesù, come racconta il solo Matteo.
Caro Rolando,
Lei scrive di non volere “il Dio delle dottrine umane di supposta rivelazione”. Ma vede, Rolando, proprio qui è il nodo: non sono gli uomini ad aver supposto la Rivelazione, ma è Dio stesso che ha preso l’iniziativa di rivelarsi all’uomo, culminando nella Persona del suo Figlio, Gesù Cristo. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). E questo Figlio non è semplicemente un maestro o un uomo spirituale, ma è Dio stesso che si è fatto uomo: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).
Lei lamenta che le religioni siano state “fonti ispiratrici di violenza nella storia”. Questo è vero per quanto riguarda l’uomo, ma non per quanto riguarda Dio. Il male è sempre frutto della perversione della libertà umana, non della rivelazione divina. I santi – non gli inquisitori, non i manipolatori della fede – sono i veri testimoni di Dio nella storia. Nessuno può leggere onestamente la vita di un Francesco d’Assisi, una Teresa di Calcutta, un Massimiliano Kolbe o una Chiara Lubich, e dire che la loro fede abbia prodotto violenza. Al contrario: loro hanno portato pace, riconciliazione e amore fino al dono della propria vita.
Immagino però che la sua obiezione – legittima se nasce da un desiderio sincero di comprensione – possa essere anche più radicale: come si può affermare che Dio non ispira violenza, quando proprio nel cosiddetto Antico Testamento si leggono ordini divini di guerra, di sterminio, di condanne collettive?
Questa è una delle domande più complesse, ma anche più fraintese. La Chiesa non ignora questi testi, né li censura. Ma li legge alla luce del compimento in Cristo, che è la chiave di interpretazione della Scrittura intera. Come insegna san Girolamo: “Non si conosce bene la Scrittura se non si conosce Cristo” (Lettera 112).
Nel cammino della Rivelazione, Dio si è fatto conoscere gradualmente, entrando nella storia concreta di un popolo segnato – come tutti – da limiti culturali, violenza, tribalismo. Egli educa Israele, lo chiama, lo purifica lentamente. Non impone dall’alto un codice etico perfetto, ma si serve perfino delle categorie imperfette dell’uomo per condurlo a una coscienza nuova. L’Antico Testamento è un cammino pedagogico, non un trattato di morale compiuta.
Molti passi che oggi ci sembrano intollerabili riflettono una comprensione arcaica e imperfetta di Dio, permessa da Dio stesso per portare gradualmente il cuore dell’uomo a un livello più alto. Non Dio è violento: è l’uomo che ha attribuito a Dio le sue guerre per giustificarle, ma Dio ha purificato nel tempo questa immagine.
Cristo stesso ha corretto pubblicamente l’idea di un Dio vendicativo:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici…» (Mt 5,38-44).
E quando Giacomo e Giovanni vogliono far scendere il fuoco dal cielo contro i Samaritani, Gesù li rimprovera:
«Non sapete di quale spirito siete!» (Lc 9,55).
Ecco il punto: se vogliamo capire chi è veramente Dio, non guardiamo a Giosuè, ma a Gesù. Lui è “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), “irradiazione della sua gloria” (Eb 1,3). Il Dio che si rivela nella storia culmina sulla croce: non uccide, si lascia uccidere. Non stermina, perdona.
Inoltre, la lettura spirituale e tipologica dei Padri della Chiesa (Origene, Gregorio di Nissa, Agostino) ci insegna che molti di quei testi contengono un significato simbolico e morale: i “nemici da sterminare” sono le passioni, l’idolatria, il peccato che abita nel cuore dell’uomo. Non sono istruzioni letterali, ma immagini di un combattimento interiore.
Infine, quanto alla sua seconda osservazione: “Il Figlio dell’Uomo verrà sulle nubi del cielo”, e l’idea che “non sia certo Dio”, i testi biblici – e lo stesso Gesù – dicono il contrario. Nel profeta Daniele (7,13-14), il “Figlio dell’uomo” che viene sulle nubi del cielo riceve potere, gloria e regno eterno: attributi riservati solo a Dio. E Gesù, nel Vangelo secondo Marco (14,61-62), si identifica esplicitamente con quel Figlio dell’uomo, provocando la reazione scandalizzata del sommo sacerdote. Se non fosse stata un’affermazione divina, non avrebbero gridato alla bestemmia.
Gesù riceve l’adorazione dei discepoli dopo la risurrezione (Mt 28,17), e Tommaso esclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Se fosse stato solo un uomo, avrebbe respinto quell’adorazione. Invece la accoglie.
Infine, sul passo di Matteo 27,52-53 – i morti risorti che si manifestano a Gerusalemme – non bisogna scandalizzarsi del fatto che solo Matteo lo riferisca. I Vangeli non sono cronache giornalistiche, ma testimonianze di fede fondate su eventi reali, trasmessi secondo l’intelligenza spirituale degli evangelisti. La Scrittura – come insegna il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum – è ispirata da Dio, ma scritta con la piena umanità dei suoi autori. Il silenzio delle altre fonti non nega il fatto, ma ci invita a coglierne il valore teologico e profetico: l’irruzione del Regno dei morti già sconfitto, la primizia della risurrezione universale operata da Cristo.
Caro Rolando, Dio non si lascia imprigionare nei limiti della nostra logica o nei criteri della storiografia moderna. Ma ha parlato, si è fatto vedere, toccare, crocifiggere e risorgere. Il problema non è se Dio si è rivelato, ma se noi siamo disposti ad accoglierlo non a modo nostro, ma come Lui ha scelto di farsi conoscere: umile, crocifisso, risorto e glorioso.
Caro don P.P.,
mi cita gli esempi di Madre Teresa di Calcutta e di Clara Lubitch…farebbe cosa buona e giusta ad informarsi meglio, altrimenti resti pure ai quadernetti devozionali degli anni ’80 con i loro bei disegnini per “bambini buoni”. Sono certa che così rimarrà pienamente felice.
Grazie carissimo DON PIETRO PAOLO.
“Caro Rolando, Dio non si lascia imprigionare nei limiti della nostra logica”.
Condivido. Perbacco!
Al fenomeno elettro-chimico, che avviene in ogni cervello umano e che processa pensiero-come-immagine, cui segue il balbettìo della parola, famoso logos di sempre, Dio non si lascia certo ingabbiare. E neppure dalla fede che ne consegue e che è sempre l’uomo a chiamare teologale. Ci resta soltanto la rimanente e conseguente libertà [ed è tutto. Libero? arbitrio. Scelta determinata da convenienza!] di rendergli eusebeia (“veneremur [da Venere] cernui”) e rispetto in ogni altro uomo, nostro simile, con tutti i suoi relativi miti.
“Panem de coelis praestitisti nobis. Omne delectamentum in se habentem”. Non soltanto a loro: “eis”!
Negare il pane è negare Dio.
Due punti.
1) Dio stesso ha preso l’iniziativa di rivelarsi all’uomo.
2) L’uomo è creatore del male.
Quanto al punto 2): falso. Isaia, cioè YHWH stesso, smentisce:45,7. Dio è Principio Assoluto di Tutto.
Quanto al punto 1) è sempre un uomo che dice e scrive che Dio stesso ha preso l’iniziativa di rivelarsi all’uomo.
Anche se, ironia del caso, “tu vedrai solo il di dietro”, scriveva Mosè che Dio gli aveva fatto vedere!
Bando alle chiacchiere: se Gesù non è risuscitato dai morti, questa fede è inutile e siamo ancora nel Peccato.
E perché mai Gesù doveva risuscitare il terzo giorno, entro tre giorni o dopo il terzo giorno?
La riconciliazione non è avvenuta a sacrificio compiuto?
“Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.”
Non è sufficiente salvezza per l’uomo?
Che centra: “Mors et vita duello conflixere mirando?”
Non è Scienza biologica questa: dum volvitur orbis, crux stat? Cui contigit nasci instat et mori. Tantum religio potuit suadere malorum.
Caro Rolando,
senza contare altri “effetti speciali” accessori.
Una eclisse solare della durata di 3:- tre- ore: roba da restar memorabile per tutti i millenni successivi! ( citato specie in Luca)
Matteo (27, 51) parla di un orribile terremoto, parla altresì del velo del tempio (quello che cela il “sancta sanctorum”) che viene lacerato da cima a fondo. I 500 zombies resuscitati la cui fama non raggiunge quegli altri 500 discepoli “vivi” che avrebbero accolto il resuscitato Jeshua. Queste non sono scritture storiche, bensì testi apologetici utili a costruirvi sopra i più organizzati edifici dogmatici. Un caro saluto, Adriana.
Caro Rolando,
le sue osservazioni – come sempre provocatorie, ironiche e filosoficamente stimolanti – toccano diversi punti nevralgici della fede cristiana, dalla rivelazione alla resurrezione, dal problema del male alla libertà umana, e infine alla stessa struttura del linguaggio religioso. Cercherò di rispondere con ordine, rispettando la profondità delle sue obiezioni e la serietà del tono, anche quando questo si maschera di leggerezza colta.
⸻
1. Dio e la logica umana
Dio non è contenibile nei limiti della nostra logica, ma se è davvero personale e libero, può scegliere di farsi conoscere. Non è l’uomo che sale a Dio con la parola, ma Dio che discende nell’umano con la Parola fatta carne. Il Logos non è il prodotto del cervello umano, ma il Verbo eterno che si è lasciato dire, restando sempre oltre.
2. Il pane e Dio
Cristo si è fatto pane, non solo pensiero. Negare il pane è negare Dio, perché la fede cristiana passa anche per il nutrimento concreto dell’uomo. Ma dare solo pane senza Cristo è ridurre la salvezza a filantropia. Come diceva san Lorenzo: Cristo non dà semplicemente il pane – dà sé stesso come pane.
⸻
3. “L’uomo non è il creatore del male – lo dice Isaia 45,7”
Lei cita un versetto spesso usato per negare che il male morale sia originato dall’uomo:
“Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e creo il male (ra’)” (Is 45,7).
Ma il termine ebraico ra’ non indica necessariamente il male morale – bensì disgrazia, calamità, sventura. Si tratta di affermazioni tipiche della letteratura profetica, che intende affermare che nulla sfugge alla sovranità di Dio, neppure il giudizio.
Il male morale – la colpa – è altra cosa: nasce dalla libertà umana, cioè dalla possibilità di rifiutare il bene. Questo non rende Dio autore del peccato, ma sovrano anche nel lasciarci liberi, e quindi capaci – tragicamente – di ferire noi stessi, gli altri, e perfino l’ordine creato.
⸻
4. “È sempre un uomo che dice che Dio si è rivelato”
Certo. E tuttavia, se Dio si è davvero rivelato, non poteva farlo che attraverso parole umane, storie, segni. La Scrittura non si è scritta da sola, ma è una testimonianza ispirata, dove l’uomo racconta ciò che ha ricevuto – non ciò che ha inventato.
Il “vedrai solo il mio di dietro” (Es 33,23) è una delle immagini più umilianti e poetiche della rivelazione: l’uomo non può afferrare Dio in volto, ma può vederne il passaggio. E nella fede cristiana, quel passaggio è Cristo stesso: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9).
⸻
5. “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” – e allora?
Su questo, lei e san Paolo siete d’accordo:
“Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,17).
Ma proprio per questo la risurrezione non è un’appendice del sacrificio, è il suo sigillo divino.
Non bastava che Cristo morisse “innocente per i colpevoli”: è la risurrezione che mostra che l’amore ha vinto, che la giustizia è stata davvero compiuta, che la morte non ha l’ultima parola.
Lei chiede: “Non era sufficiente il sacrificio?”.
No, se non fosse stato accolto e ratificato dal Padre nella potenza dello Spirito.
La risurrezione non è un miracolo postumo: è il compimento dell’atto d’amore più radicale, che altrimenti sarebbe rimasto solo tragedia.
⸻
6. “Mors et vita duello conflixere mirando” – poesia o realtà?
La Sequenza di Pasqua non è un trattato di biologia, ma un annuncio liturgico: non descrive, ma proclama.
“Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello”: non è scienza, ma teologia in atto, una liturgia della verità.
Non dice: “guardate il fatto biologico”, ma: credete nel Mistero.
⸻
7. “Tantum religio potuit suadere malorum” (Lucrezio)
Certo, la religione ha generato anche molti mali – e la storia lo conferma. Ma ciò che Lucrezio dice della religione antica, non si può traslare meccanicamente sul cristianesimo.
Il Dio crocifisso non è colui che impone il sacrificio, ma colui che si sacrifica.
Non è il padrone che chiede sangue, ma il servo che versa il proprio.
⸻
In conclusione
La sua è una critica colta, intelligente, ma a volte – mi permetta – chiusa nel sospetto sistematico.
Eppure, in mezzo a tutto questo, lei cita la Sequenza pasquale, Isaia, Mosè, la teologia, la liturgia… Forse – nonostante tutto – il Mistero ancora la brucia un poco.
E allora mi permetta di concludere con il versetto che lei ha richiamato, ma che forse ha trascurato nella sua forza:
Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.
Sì. Ma è risorto, e questa non è superstizione. È il cuore del cristianesimo.
Perché, se fosse rimasto nella tomba, davvero avremmo perso tempo.
Ma se è vivo, allora anche le sue domande, Rolando, non sono vane. Sono già, a modo loro, una sete.
Con stima,
don Pietro Paolo
Carissima Adriana1, c’è tanto buon senso in ciò che scrivi. E ritengo che la rinuncia ad esso sia un prezzo di cui sicuramente il Dio, qualunque cosa Egli sia, non ha alcun bisogno, ma l’uomo di Potere, quello che vuole il Potere sulle menti. Forse ci si arriverà quando si collegheranno tutti i cervelli umani, tipo www, “MA” con il codice di un solo unico cervello! Allora l’unico “Dio” sarà Tutto in Tutti.
Fino a quel tempo evolutivo immenso, meglio essere prudenti e non dimenticare mai l’avvertimento di Pico Della Mirandola: “Non è furbo il furbo, ma colui che conosce il furbo”. Il che equivale a far funzionare il cervello.
“Conosci te stesso”.
Carissimo DON PIETRO PAOLO.
Questa tua spiegazione non è condivisibile.
““Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e creo il male (ra’)” (Is 45,7).
Ma il termine ebraico ra’ non indica necessariamente il male morale – bensì disgrazia, calamità, sventura.”
Rah altro non è che RASHAP/RESED. Un termine accadico che indica il Dio del Male.
Lo ritroviamo nel “serpente astuto” e più chiaramente nell’attenzionare Caino prima dell’uccisione [realtà finora sconosciuta della morte!] del fratello Abele.
YHWH si trova di fronte ad un’altra Divinità. Ne ammette l’esistenza, negando quindi per Sé di essere il Principio Assoluto di Tutto, come contrariamente ammette Isaia 45,7!
Senza Dio, questo Principio Assoluto di Tutto, non è concepibile alcunché. Mi vien sempre in mente il tempio di RASHAP ad Ebla, dove ho lavorato, e la devozione degli Accadi per questa Divinità. Veniva rappresentata sotto forma di serpente dietro l’uscio della porta di casa.
Donde il puerile ed ingenuo timore infantile umano per ciò che sta “dietro l’uscio”.
La bibbia ebraica non è proprio assolutamente “originale”; così come altrettanto si può affermare che non lo sia il NT.
Come può un Principio Assoluto di Dio, rivelarsi attraverso qualcosa di contingente?
Solo la fantasia umana può ritenere possibile ciò e la discesa di Ulisse agli Inferi in Omero lo rivela: ciò che vede sono “eidola”. Fantasie.
Comunque dottrina cattolica canta : Dio non “vuole” il Male, ma lo permette….
Il problema del Male non è mai stato risolto. Inutile diversificare.
Sì, carissimo DON PIETRO PAOLO.
È proprio come dici tu!
Gv14,6 testimonia che l’ebreo Gesù ha detto: “Io sono la via e la verità e la vita”.
Ma ciò segue Gv8, 44: “Vostro padre è il Diavolo” dice Gesù ebreo ai Giudei che dichiaravano la paternità di Abramo.
Ma non abbiamo altre testimonianze di sì radicali parole.
Quis quid per alium dixit sibi dixisse putatur, recita la norma giuridica umana.
Alla Chiesa Istituzione è andato bene scegliersi i vangeli su cui, Costantino imperante, si fonda. Circolo vizioso.
Queste asserzioni hanno dell’assurdo che inficia la dignità della persona umana perché viene teoricamente (e praticamente, come Storia dimostra) annientato il libero pensiero speculativo umano. Celso già per tempo ci vide bene!
Ma poi!!! “Alcuni dicono che non c’è risurrezione dai morti. Ma se la realtà fosse questa…. allora neppure Gesù è risuscitato e vana sarebbe la nostra fede e saremmo ancora nei nostri peccati”. Ragionamento di Paolo-Parola di Dio!
Platone scrive che l’essenza del Peccato è l’Ignoranza…
E Meister Eckhart che l’umano istinto di conservazione, che tanto radicalmente ci tiene legati e rilegati, ci porta ad esser falsi circa l’Amor Dei.
Mi conservi benevolenza. Grazie.
Caro Rolando,
Cercherò di rispondere da sacerdote cattolico, con rispetto per la sua ricerca, ma anche con chiarezza su ciò che la fede cristiana professa.
1. Sulla selezione dei Vangeli e la verità storica
Lei fa riferimento al fatto che i Vangeli sarebbero stati “scelti” dalla Chiesa, sotto Costantino. Questo è un argomento spesso ripetuto, ma storicamente infondato. I quattro Vangeli canonici erano già letti, venerati e trasmessi come autentici ben prima di Costantino. Già alla fine del II secolo, Ireneo di Lione difendeva la loro autorità contro gli scritti apocrifi, che circolavano in ambienti marginali e spesso eretici. Non si tratta di una scelta imposta dal potere politico, ma del riconoscimento, all’interno della Chiesa, dei testi che testimoniavano fedelmente la fede apostolica. È vero, come lei cita: “Quis quid per alium dixit sibi dixisse putatur”, ma la Chiesa – guidata dallo Spirito Santo – non ha semplicemente “scelto” i testi, ha ricevuto e custodito quelli che già le comunità cristiane riconoscevano come espressione della Parola di Dio.
2. “Vostro padre è il diavolo” (Gv 8,44)
Questa affermazione, durissima, non va intesa in chiave razziale o etnica. Gesù non sta condannando un popolo, men che meno la sua stirpe. Egli, da ebreo, si rivolge a un gruppo preciso di Giudei che rifiutavano il suo messaggio e cercavano di metterlo a morte. Il Vangelo di Giovanni è pieno di tensione teologica, e va letto nella sua unità. Gesù rivela che la vera figliolanza di Abramo non è quella biologica, ma quella che si manifesta nell’ascolto e nella fede. Dire che “Dio è Padre” implica l’accoglienza della verità, non semplicemente un’identità storica. La critica, dunque, non è etnica, ma spirituale.
3. Sul libero pensiero e la dignità umana
Lei teme che la fede cristiana possa annullare il pensiero umano e la libertà. Ma è esattamente il contrario. La fede autentica non soffoca la ragione: la purifica, la eleva e le dà compimento. Come diceva Giovanni Paolo II, fede e ragione sono “le due ali con le quali lo spirito umano si eleva verso la contemplazione della verità” (Fides et Ratio, prologo). La fede cristiana riconosce la libertà della coscienza, ma anche la necessità di una verità che la trascenda, per non cadere nell’arbitrio.
4. “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” (1Cor 15,17)
Sono parole decisive. Non si può ridurre il cristianesimo a un insieme di valori morali, né alla sola figura storica di Gesù. Tutto dipende dalla risurrezione. Se Cristo non è risorto, allora non è il Figlio di Dio e non ha vinto la morte. Ma se è risorto, allora tutto cambia: la storia è aperta all’eternità. La fede cristiana non nasce da un’idea, ma da un avvenimento: da testimoni che hanno visto, toccato e annunciato un Risorto.
5. Platone, Celso, Eckhart… e la verità cristiana
Certo, Platone parlava del peccato come ignoranza; ma Cristo rivela che il peccato è più profondo: è la rottura della comunione con Dio. Celso fu un critico arguto del cristianesimo, ma la sua lettura resta esterna, più ideologica che esistenziale. Meister Eckhart, infine, grande mistico cattolico, non negava l’Amor Dei, ma metteva in guardia – come i Padri – dai surrogati dell’amore divino contaminati dall’amor proprio.
6. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Ger 17,5)
La Scrittura è chiara: l’uomo che fa dell’uomo il suo assoluto è destinato alla delusione. Non perché l’uomo non abbia valore, ma perché non è fonte ultima di speranza. Come citavo in un altro intervento, scrive Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”, cioè: l’uomo non basta a se stesso. È proprio quando l’uomo prende coscienza del proprio limite che si apre al bisogno di Dio. Il cristianesimo non umilia l’uomo: lo salva. Non nega la dignità umana: la fonda, la redime e la orienta verso il suo compimento.
Caro Rolando,
non scrivo per spirito critico o per amore di polemica, che ritengo segno di fragilità argomentativa, disinteresse per la verità o, talvolta, di un cuore inquieto o tronfio. E non è questo il suo caso, ne sono certo.
Scrivo perché, come raccomanda san Pietro, dobbiamo essere «sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Approfitto anche di un momento in cui sono relativamente più libero: molti dei miei parrocchiani, in questo periodo estivo, si trovano nelle vicine zone balneari, dove possiedono la seconda casa, e quindi le attività pastorali ordinarie sono un po’ ridotte.
La ringrazio per la sua riflessione, tanto affettuosa nel tono quanto impegnativa nei contenuti. Provo a rispondere ai due punti principali che solleva, cercando di rimanere fedele alla verità della fede cristiana e al rispetto dovuto a ogni autentica ricerca.
⸻
1. Su “creduto Dio” e il relativismo implicito
Ha ragione nel ricordare che, per il pensiero ebraico del tempo – e Filone d’Alessandria ne è un testimone autorevole – la divinizzazione dell’uomo o l’incarnazione di Dio erano considerate empietà. Uno dei motivi per cui Gesù fu ucciso era proprio questo (cfr Gv10, 33; Mc 15, 39 …). Ma è proprio in questa “scandalosa novità” che si radica il cuore della fede cristiana: «E il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). La salvezza cristiana non è una teoria religiosa fra le altre, ma l’irruzione dell’Invisibile nel visibile, dell’Eterno nel tempo.
Quando si afferma che Gesù «è creduto Dio», si introduce – anche involontariamente – un criterio relativistico, come se la fede fosse solo una proiezione soggettiva dell’uomo religioso. Ma per il cristiano, Gesù non è “creduto Dio” perché lo si pensa tale: è Dio fatto uomo, riconosciuto come tale perché rivelato e adorato nello Spirito Santo.
Lei scrive: «Dio è Dio. L’uomo è l’uomo. Come si può relativizzare Dio?». Se ho ben compreso, intende dire che affermare “Dio si fa uomo” sarebbe un modo di relativizzare Dio. In realtà, è vero l’opposto: l’Incarnazione non relativizza Dio, ma manifesta la radicalità del suo amore.
La fede cristiana afferma con forza che Dio si è fatto uomo senza cessare di essere Dio, e che questo abbassamento è un atto della sua onnipotenza, non una limitazione della sua divinità. È proprio nella kenosi – l’umiliazione volontaria del Figlio – che si rivela l’assolutezza dell’amore di Dio.
È l’uomo che può relativizzare Dio, quando riduce la fede a simbolo, a opinione culturale o a costruzione filosofica. Ma Dio, nella sua realtà, non si relativizza mai.
La fede cristiana non inventa un Dio che si fa uomo: riconosce un fatto, un dono. In Cristo, Dio si è fatto carne senza cessare di essere Dio. È un atto della sua onnipotenza, non un limite. Come scrive san Leone Magno:
«L’invisibile si è reso visibile, l’ineffabile si è fatto udibile… senza smettere d’essere ciò che era, ma iniziando ad essere ciò che non era» (Sermone sul Natale, I).
Quanto alla frase di Marcello di Ancira – «il dogma nasce dal pensiero e dalla volontà umana» –, va ricordato che tale posizione fu rigettata dalla Chiesa al Concilio di Nicea. In quel Concilio, con autorità apostolica e sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa ha professato che il Figlio è consustanziale al Padre (homoousios). Il dogma non nasce dal pensiero umano, ma dalla Rivelazione che la Chiesa custodisce fedelmente.
⸻
2. Sulla Rivelazione e la fede come dono
Condivido profondamente quanto scrive a proposito della fede come dono: nessuno può generare in sé la fede vera, se non ricevendola da Dio. È un’iniziativa divina, ma richiede una risposta libera e una ragione aperta alla verità.
Quando Lei afferma che “riconosce ciò che la mano dell’uomo ha scritto”, mi pare voglia dire che anche la Scrittura è opera umana. E in parte è vero: la Bibbia è Parola di Dio in parole umane, scritta da autori ispirati, con categorie storiche, culturali e linguistiche proprie. Ma ciò che la distingue da ogni altro testo umano è che in essa Dio parla realmente e definitivamente, e in Cristo si rivela in modo personale e insuperabile.
La sua immagine finale, quella della cerva che anela all’acqua viva, è di una bellezza limpida e biblica: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,2). Ma proprio qui sta il punto decisivo: l’acqua non è una proiezione soggettiva, né un’immagine intercambiabile. È Cristo stesso che dice: «Chi ha sete, venga a me e beva» (Gv 7,37).
Non si disseta chi cambia sorgente ogni giorno, ma chi riconosce, nella carne dell’Uomo Gesù, il Dio vivo e vero.
Con grande stima
don Pietro Paolo
Stimatissimo e carissimo DON PIETRO PAOLO, non sono io che cambio sorgente, ma è l’acqua che da questa sorgente scaturisce che non è mai la stessa e a temperatura variabile.
Io posso nutrire desideri oltre, ma invano.
Poi tu scrivi:
“Il dogma non nasce dal pensiero umano, ma dalla Rivelazione che la Chiesa custodisce fedelmente.”
Io vedo uomini e recepisco pensieri altrui.
Questi uomini che, millisecondo per millisecondo mutano in continuazione, non son mai lo stesso Sé; non possono custodire fedelmente alcunché!
Possono solo generare sempre nuova e diversa fiducia.
“Dum vivimur, sic est” . “Cerchiamo come persone che indagano ed indaghiamo come persone che cercano” (Agostino). Il nostro cuore irrequieto non è un adeguato luogo per stabilità permanenti.
Mi dica sinceramente: lei continuerebbe ad amare questo suo Dio se questo suo Dio le dicesse: guarda che tu sei mortale e non potrai mai carpirmi la mia unica immortalità. Nè con meriti che non hai, né con ruffianerie d’amore. Ama lei di Desiderio Dio o l’Immortalità? Crizia quando tira in ballo Dio è molto più convincente. E come se questo suo Dio ci dicesse: ti ho lasciato libero, o uomo, di cercare le tue leggi, quelle che fanno per te, per la tua redenzione, non le mie! E Gesù uomo, in un punto del vangelo di Mt, sembra aver sfiorato….Crizia. “Ero affamato, assetato, nudo, carcerato….”. Quest’ “Io Ero” è l’uomo, nient’altro che l’uomo. La scusa di non aver conosciuto il Signore Dio nell’uomo, non ha salvato i disumani.
E i benedetti stessi: “Quandomai Signore ti abbiamo visto?!!”
Le leggi di Dio non sono quelle che Dio vuole per l’umanità, ma la lascia libera a cercare le proprie in una redenzione umana. La cultura greca c’era arrivata prima di Cristo.
Caro Rolando,
le sue domande, così radicali e stimolanti, meriterebbero più tempo di quanto io possa dedicarle ora. Sinteticamente:
Sì, il cuore umano è mutevole, e gli uomini cambiano – ed è proprio per questo che Dio ha scelto di rivelarsi in modo oggettivo, storico, reale, e di affidare la sua Parola a una Chiesa visibile, non perfetta, ma sostenuta dallo Spirito. I dogmi non sono frutto del pensiero umano, ma risposta fedele della Chiesa a ciò che Dio ha detto e fatto nella storia.
Quanto all’idea di un “Dio che non si lascia carpire”, può sembrare suggestiva, ma non è cristiana. Il Dio di Gesù Cristo non si è sottratto: si è fatto carne, si è lasciato crocifiggere, si è donato interamente. Non lo si conquista con meriti, ma lo si accoglie come grazia.
Mt 25 mostra che Dio si è identificato con l’uomo – ma non perché l’uomo basti a se stesso, bensì perché Dio ha scelto di farsi nostro fratello. È Dio che si è fatto uomo, non l’uomo che si è fatto Dio. La cultura greca ha intuito molto, ma non ha mai immaginato un Dio umiliato per amore.
E no, non amo Dio per la promessa dell’immortalità: lo amo perché in Gesù ho riconosciuto il volto dell’Amore vero, che dà senso anche alla mia mortalità.
Caro Rolando, se solo si aprisse, anche solo un poco, lascierebbe entrare quel Gesù che – paziente – da tempo bussa alla porta del suo cuore (cf. Ap 3,20).
Con stima sincera,
don Pietro Paolo
Caro don P.P., vorrei farle rilevare che, come in questo tipo di appello, lei sembra molto vicino alle convinzioni della teologa Dorothee Solle, ( v. “Rappresentanza”). In questa opera si rifà alla “morte di Dio” sperimentata nella moderna società post-teista, per cui l’identità personale autenticamente credente si attua solo nell’incontro con Cristo che è colui che “rappresenta” il Dio assente. E’, quindi una “rappresentazione” che “presenta” Dio, non “sostituendosi” a lui e lasciando al centro la natura umana a cui appartiene anche Cristo, uomo e “presenza” di Dio.
Ma quante belle cose ha prodotto la “scuola di Francoforte”!
Rolando,
👏❤👏
Caro don PietroPaolo, chiedo venia per il mio lapsus : da Edith Stein a Simone Weil….Dal relativo dell’empatia all’assoluto della solitudine autoimposta…”Ma “la bontà divina ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei ” ( Dante, Purg. III 118-123 ).
Perciò, anche lei può “estollersi” tranquillamente dal manifestare troppa empatia.
Cara Adriana,
La ringrazio per la citazione dantesca, tanto più evocativa quanto più misericordiosa: “la bontà divina ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei”. Vi è, in queste parole, tutto lo spazio della grazia, che non chiede all’anima se sia giunta con i piedi sporchi, o se abbia sbagliato strada troppe volte, ma semplicemente se ha avuto il coraggio di volgersi.
Quanto all’“estollermi” — mi perdoni il sorriso — temo che non ci riesca facilmente. La mia “troppa empatia”, se tale appare, non è un esercizio retorico, ma nasce da una partecipazione reale, spesso silenziosa, al dolore, alla ricerca, alle lacerazioni interiori degli altri. Questa è una delle funzioni preminenti nella pastorale del prete. Fra l’altro, se non sbaglio, “l’empatia”, come la intendeva proprio Edith Stein, è già un atto della caritas intellectiva, non un sentimentalismo.
Se a volte mi soffermo su certi volti, è perché in essi cerco — mi sforzo di cercare — il riflesso di Colui che ha promesso di essere con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E non solo nella liturgia o nella parola, ma anche — e forse soprattutto — nei volti feriti dei sofferenti, degli smarriti, di chi non osa più sperare, perché proprio lì Egli ha scelto di abitare: “Ero malato e mi avete visitato… ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35-36). Anche in chi non Lo conosce, anche in chi Lo rifiuta, Cristo continua a bussare silenziosamente.
La solitudine weilliana, quella sì, forse mi è più familiare: perché chi ha intravisto il Vero non può più accontentarsi del comodo. Ma, come ha scritto un’ altra mistica contemporanea, “ci si salva insieme, oppure non ci si salva” (A. von Speyr). E dunque, empatia e solitudine non si escludono: si tengono, si purificano a vicenda. Con stima
La saluto con stima sincera
Carissimo DON PIETRO PAOLO.
Nel tuo intervento di oggi 21, festa di San Luigi Gonzaga, alle ore 10;32, scrivi:
“ma è Dio che, attraverso quel segno, agisce con potenza.”
Ma è Dio che, attraverso quel potente segno, agisce!
Che bel balletto di parole: ” E gridarono forte tutti i figli di ELOHIM ” (Gb 38,7).
“Questa la generazione di i cercanti lui, i cercanti la faccia sua” (Sal 24, 6).
Logoi spermatikoi.
Poeticamente: “Verba praetereaque verba”.
Caro Rolando,
Il tono poetico e frammentario, che in parte mi sembra anche criptico, rende difficile cogliere una linea precisa, ma provo a rispondere.
La tua variante alla mia frase (“attraverso quel potente segno”) sembra voler suggerire che io giochi con le parole. Ma non si tratta di retorica: Dio agisce davvero attraverso segni, perché ha scelto di farsi storia, carne e sacramento.
Citi Giobbe, il Salmo, i logoi spermatikoi e la frase “verba praetereaque verba”. Forse vuoi sottolineare che la potenza di Dio supera le parole umane e che il linguaggio teologico, a volte, rischia di oscurare la realtà viva di Dio? Se questo è il senso, ti do ragione: la teologia è sempre seconda rispetto alla grazia e alla rivelazione, che rimangono dono gratuito e sovrano.
I logoi spermatikoi indicano i semi della verità presenti ovunque, sì, ma fioriscono solo nel Verbo incarnato. Quanto a “verba praetereaque verba”, se intendi dire che le parole non bastano, hai ragione – ma le parole vere conducono a Dio, non lo nascondono.
La Scrittura, che tu stesso evochi, è piena di parole – eppure non sono solo parole: sono Parola di Dio. Anche il Verbo eterno non ha disdegnato di entrare nel nostro linguaggio, nelle nostre storie, nelle nostre espressioni: non per ornare, ma per salvare.
Perciò, se le mie parole talvolta sembrano un “balletto”, spero almeno che danzino attorno al Mistero, non lontano da esso. E che, nel loro piccolo, aiutino – come scrivi tu – a cercare il Volto di Dio.
Anche affermare che sono parola di Dio è parola d’uomo, nient’altro che parola d’uomo tale affermazione e per di più si restringe Dio, immenso ed infinito, ad un cumulo di parole scelto dalla convenienza di uomini, parte di uomini pretestuosi che con argomenti indimostrabili razionalmente vorrebbero importo al resta dell’umanità: “chi non crederà sarà condannato” Mc.
[Un vescovo tradizionalista, nominato da papa Benedetto XVI, mi ha assicurato a tu per tu, che ciò non è vero].
Non mento
Caro Rolando,
capisco il suo turbamento: che Dio, l’Infinito, si esprima in parole d’uomo sembra quasi un limite. Eppure, questo è il cuore del cristianesimo: il Verbo si è fatto carne. Non siamo noi ad aver divinizzato parole, ma è Dio che si è abbassato a parlare la nostra lingua, per farsi comprendere, per farsi incontrare.
È vero: dire che la Scrittura è Parola di Dio è anche parola d’uomo. Difatti Dio parla a noi con parole di uomini. Ma non è solo parola d’uomo. Come Cristo non è solo uomo. La Rivelazione è un incontro tra Spirito e lettera, dove Dio si comunica attraverso l’umano, senza esserne imprigionato.
Quanto a Mc 16,16 – “chi non crederà sarà condannato” – non è una minaccia, ma la constatazione che rifiutare Dio è rifiutare la vita. Non perché Dio condanni, ma perché l’uomo si chiude alla salvezza.
Non metto in dubbio ciò che ti ha detto quel vescovo tradizionalista, ma la verità della fede non si fonda su pareri personali, bensì sulla Tradizione viva della Chiesa. Se ogni parola è sospetta, se ogni Vangelo è manipolabile, allora resta solo il silenzio. Ma io credo che Dio continui a parlare. E parla proprio dove l’uomo è più fragile. Perché ama. E l’amore si fa sempre parola.
Ogni bene
Ma la verità della fede non si appunta su preferenze personali…c’è solo il dio che è “personale” nelle religioni abramitiche. Come la mettiamo? Per farvi fronte in totale, dogmatica sottomissione, ci vuole l’uomo- Cyborg?
Cara Adriana,
la Sua riflessione è densa e provocatoria, e proprio per questo merita una risposta meditata.
La categoria dei “fratelli maggiori” usata da Benedetto XVI – come Lei accenna – non ha nulla a che vedere con un culto tribale della “comunione di sangue”, né con un feticismo arcaico della primogenitura carnale. Piuttosto, riflette un ordine storico-salvifico: Israele è il popolo che per primo ha ricevuto la Rivelazione, custodito la Legge, atteso il Messia. Non si tratta dunque di un merito biologico, ma di una vocazione, la cui grandezza – come ogni vocazione biblica – è spesso accompagnata da incomprensioni, infedeltà, prove.
Quando il Vangelo dice che “gli ultimi saranno i primi”, non intende ribaltare arbitrariamente l’ordine della storia, ma indicare una logica escatologica di grazia, che non annulla la precedente, ma la compie in modo paradossale. È Gesù stesso, ebreo e figlio di Davide, a dire: “La salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22). San Paolo, nella Lettera ai Romani, non esita a definire Israele “il popolo dell’adozione, della gloria, delle alleanze, della legislazione, del culto, delle promesse” (Rm 9,4).
Quanto alla Sua osservazione sull’“Alleanza”, intesa come contratto tribale imposto da un Dio sconosciuto con clausole “draconiane”, mi permetta un chiarimento: l’Alleanza biblica non è un contratto commerciale, ma un patto sponsale. È Dio stesso che si lega a un popolo debole e testardo, e lo educa con pazienza, come un padre con un figlio, o uno sposo con una sposa infedele. Non conquista per Israele i territori a pagamento, ma li dona in eredità come segno della sua fedeltà.
Il “Nuovo Testamento” non cancella l’antico, ma lo porta a compimento nella persona di Cristo, che non fonda una religione alternativa, ma realizza la promessa: “Non sono venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a dare compimento” (Mt 5,17). L’amore di Dio che si manifesta nel dono di Sé non è una “contraddizione logica”, ma il punto più alto della Rivelazione, dove la giustizia e la misericordia si abbracciano. Come disse Pascal, “non è Dio ad essere assurdo, è il nostro cuore a esserlo, quando non ama”.
E infine, a proposito di quella Sua bella – e un po’ ironica – immagine (post precedente): “La vetta ci viene data: ma se restiamo seduti ai piedi del monte per un sonnellino, ci cade in testa?”, mi permetta di rispondere così: la vetta non ci cade in testa, ci viene incontro in un volto. Non siamo noi a salire per primi: è Lui che discende, si fa VIA, si fa carne, si fa strada sotto i nostri piedi. Per questo la strada, appunto, “ci viene data” e abbiamo da percorrerla: liberi, responsabili, amati.
E forse il Mistero, più che lasciarlo in pace, chiede d’essere accolto, contemplato, e – sì – anche adorato. Non per spiegarlo fino in fondo, ma per non lasciarlo solo nel silenzio delle ragioni incompiute.
Con stima
Caro don P.P.,
bella la sua ultima frase. Ma nulla spiega. Pura poesia- un pochino sentimentale-… Come può soffrire di solitudine un dio creatore, onnipotente, onnisciente, buono, onni-pervasivo?
E’, forse, simile a Visnu che ebbe bisogno della sua Lakshmi? O ad Amon che ebbe bisogno della sua “fidanzata”?
O, infine è proprio il dio che ha bisogno degli uomini ( come tratteggiato da Henri Queffelec)?
Cara Adriana,
la ringrazio per il suo appunto. Ha ragione: la mia frase non “spiega” – perché il Mistero, per definizione, non si spiega fino in fondo. Ma non è per questo muto. Se fosse solo poesia, sarebbe fragile. Se fosse solo logica, sarebbe fredda. In realtà, è la fede cristiana stessa che ci dice qualcosa di inaudito: Dio non ha bisogno dell’uomo, ma ha voluto averne bisogno. Non per mancanza, ma per sovrabbondanza d’amore.
Non è un Dio incompleto, come ho potuto capire lo è Visnu o Amon, né un Dio che si consola nell’uomo. È un Dio che ama per primo, senza necessità, per pura gratuità. E nel suo amore ha voluto essere accolto, non per colmare un vuoto, ma per aprire il nostro.
Il Dio cristiano non soffre la solitudine perché è già comunione – Trinità. Ma se può “soffrire”, è solo perché ama. Non un bisogno metafisico, ma una decisione d’amore.
E forse è proprio questo, cara Adriana, che ci salva dalla solitudine più grande: sapere che non siamo noi a cercare Dio, ma Lui a cercare noi.
Con stima,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
lei parla d’Amore, come il mio caro maestro Oscar Wilde:
“Il mistero dell’Amore è più grande del mistero della Morte”( Salome )…Naturalmente assai antica è la contrapposizione tra Eros e Thanatos che è destinata a sfuggire alla povera comprensione umana, ma, come parrebbe, non a quella di un Dio che, essendo Onnisciente , conosce appieno cosa significhi la mancanza d’Amore.
P.S.: Gli umani perciò l’hanno voluto collocare in “ottima” compagnia quando le loro discussioni si sono fatte animatissime, con lotte, schiaffoni ed “eliminazioni” non metaforiche dei dissidenti. Come disse Bergoglio, non è escluso che questa bella Famiglia triadica NON viva sempre in perfetto accordo e appagante soddisfazione ( visto e considerato che, per accogliere tale dogmatica Rivelazione, gli sprovveduti umani avrebbero impiegato- in toto- (quasi) un paio di migliaia di anni.
Cara Adriana,
Rispondo qui. ai suoi diversi interventi.
Nel primo intervento, lei accenna a un’idea che mi pare centrale: Cristo come “colui che rappresenta un Dio assente”. Ora, se si intende che Cristo manifesta Dio, lo rende presente, allora è proprio ciò che la fede cristiana afferma da sempre:
“Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).
Ma se per “Dio assente” si intende che Dio non è realmente presente nel mondo e che solo l’uomo Gesù lo “sostituisce” simbolicamente, allora questo è profondamente estraneo alla fede cristiana. Cristo non è un sostituto di Dio, ma è Dio stesso fatto uomo. Non rappresenta un Altro, ma è Lui stesso il Verbo eterno del Padre, fatto carne. E questo non lascia “al centro” l’uomo al posto di Dio, ma eleva l’uomo fino alla comunione con Dio.
Nel secondo intervento, lei cita Wilde: “Il mistero dell’Amore è più grande del mistero della Morte”. È un’affermazione bella e vera – anche dal punto di vista cristiano. Infatti la fede non solo riconosce questo mistero, ma proclama che l’Amore ha vinto la Morte:
“La morte è stata inghiottita per la vittoria” (1Cor 15,54).
Si! l’Amore è più profondo della Morte – e lo è perché in Cristo l’Amore ha realmente vinto la Morte. Non è un concetto, ma un evento. La contrapposizione tra Eros e Thanatos resta un dramma umano, ma nella fede cristiana viene assunta, trasfigurata e redenta dal Dio crocifisso e risorto.
Quanto poi alla “Trinità non sempre in accordo” – espressione riportata da lei come citazione di papa Francesco – è chiaro che non può essere presa in senso letterale. Il Dio trinitario è unità perfetta di amore, senza divisione o conflitto. Se il Papa si è espresso in termini umani e provocatori, non si può certo dedurne che vi sia disaccordo nella Trinità. Il linguaggio talvolta cerca di farci entrare nel mistero, ma la fede resta ferma:
“Le tre Persone divine sono una sola sostanza e un solo amore” (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 253).
Infine, che l’umanità abbia faticato per secoli ad accogliere la Rivelazione trinitaria è vero, ma ciò non sminuisce la verità della Rivelazione: la verità non dipende dalla rapidità con cui viene compresa, ma dalla fedeltà di Colui che la dona.
In fondo, cara Adriana, lei pone la grande questione del nostro tempo: Dov’è Dio? È presente? È riconoscibile?
La fede risponde: Sì, è presente. In Cristo. Nello Spirito. Nel cuore dei santi. Nella Chiesa, fragile ma viva. Non lo rappresentiamo noi: è Lui che si rende presente, anche oggi.
continua…”un paio di migliaia di anni” che non sono nulla se osservati dall’occhio di un Dio Eterno. Peccato che di tale Eternità l’A.T. non faccia cenno, in quanto il vocabolo “Olàm”, che la dottrina Cattolica ha tradotto- enfaticamente- con Eternità,
significhi: “di lunga durata, di durata imprecisa, non conosciuta”, (come dai migliori dizionari di ebraico biblico).
Carissimo DON PIETRO PAOLO, sono preoccupato.
Leggo: “Il Dio cristiano non soffre la solitudine perché è già comunione – Trinità. Ma se può “soffrire”, è solo perché ama.”
Quel “se può soffrire”, se non erro, ha per soggetto Dio.
Pertanto il catechismo di San Pio X, la smentisce in toto.
Non io!
Comunque è bello vedere il Signore ragionare col Diavolo (Mefistofele).
Caro don P.P.,
interessante la sua definizione di “patto sponsale” con cui sembra echeggiare il giudizio di Ida Magli sull’omaggio che i maschi ebrei fanno a JHWH, ossia: il proprio “prepuzio”, assumendo per sé un atteggiamento e una connotazione femminile davanti a colui che “Sta il alto”… Lasciamo da parte le idealizzazioni fiorite, di stampo apologetico, trascuriamo le “celestiali” imprese che JHWH pretende dai suoi sottoposti per strappare a popoli preesistenti in Canaan e in Palestina beni e terre che i discendenti di Giacobbe lasceranno ai propri eredi. Un fine che lei presenta come cosa nobilissima e disinteressata. Allora… chissà per quale motivo è lo stesso JHWH ad ammettere, parlando ad Ezechiele, di aver trattato in modo talmente feroce gli Ebrei e la loro prole da non permetter loro di vivere?
Quanto al discendente di Davide… Se Giuseppe ( descritto come discendente di Davide) non ne fu il padre carnale, bensì a fecondare Maria fu il Ruah- lo Spirito Santo-, di che discendenza davidica si può parlare per colui che doveva diventare il Mashìach, l’Unto, colui che porterà la salvezza ad Israele combattendo contro i di lei nemici? E’ vero che si fa dire all’Unto che egli non intende cambiare neppure una “spina”, una “jota” della Legge dei Padri, ( che poi cambia, per es.: a proposito dei tradimenti matrimoniali e della destinazione infernale per chi non gli crede), ma è anche vero che gli si fa affermare che quei venerabili Padri non hanno “mai veduto in faccia” il PADRE, che solo lui (oppure: il Figlio) è in grado di vedere…Poveri Abramo, Mosè, Ezechiele e un gruppetto di vecchi simpatizzanti…Ne ho già scritto e lei non mi ha risposto…P.S. Profitto del luogo per osservare che lei si è collocato nel gruppo delle anime belle “tradizionaliste”, tra cui colloca Simone Weil. Il pensiero “ascetico” di quest’ultima sarà sublime ma è sinceramente “écoeurant” sia nei confronti del rapporto con il divino, sia riguardo alla vanità della preghiera. Una strana coincidenza: la moderna, Simone Weil pare ricalcare la mistica islamico/sufi Rabi’a al-‘Adawiyya (713-801 d.C.). Entrambe sottomesse ad un Assente disinteressato…proprio vero che “tout se tient”, almeno presso certe culture non greche e non romane.
Caro don P.P.,
prima di tutto mi chiedo quali meriti possano essere attribuiti ad un intero popolo per aver creduto ad un dio che lo stesso Benedetto chiama “sconosciuto”, ( ne discende che-qui- appare poco opportuna anche la scelta concettuale e lessicale di Benedetto XVI ). Quella divinità rifiutò di rispondere alla domanda di Mosè su quale fosse il suo nome. Del resto, la mancata rivelazione del nome è perfettamente in linea con i dettami della religione egiziana di cui,- a quanto pare- Mosè doveva conoscere almeno le basi. Tra esse, importantissima era l’esigenza di conoscere il nome “segreto”, del dio.
In tal modo l’interrogante si “impadroniva” della forza e della conoscenza possedute da quella determinata divinità: “rubandogliele”, per così dire, poteva perfino divenire in grado ( se malintenzionato ) di sottomettere totalmente o parzialmente la divinità cui si era rivolto. E’ noto come, ricorrendo alle sue straordinarie risorse di “entertainer”, Iside fosse riuscita a strappare ad Amon- Ra le preziose sillabe nascoste del nome di lui, divenendo- ipso facto- da allora in avanti, “la Grande Madre forte di parola” e, come tale, venendo invocata.
Quanto al Tetragramma, il suo significato divenne, per secoli, oggetto appassionato di studi rabbinici, fino addirittura alle moderne indagini di Umberto Eco nel “Pendolo di Foucault”.
Pare che, molto probabilmente, secondo gli archeologi e i biblisti, il nome originario fosse stato Yà (o Yè): un richiamo, una invocazione a farsi presente… perchè il dio dell’A.T. è dotato di corpo visibile e tangibile: non è puro spirito. Userà la sua mano per calare Mosè nella fessura tra le rocce, in modo da tenerlo al sicuro dal potere mortifero del suo Kavod ( della sua gloria). Mosè sentirà quella mano: inoltre, in quell’occasione, Mosè vede il dio allontanarsi di schiena, ne ode la voce e, quando, in un secondo tempo, rimane più a lungo sulla vetta del Sinai per incidere sulla pietra(?) non solo i comandamenti ebraici, ma anche i 613 mitzvot, il prolungato contatto con la divinità gli procura una luminescenza facciale da ustione, tanto è vero che, ogniqualvolta dovrà uscire dalla propria tenda Mosè si coprirà il volto con un pezzo di stoffa per non spaventare i seguaci. ( a “sopportarlo” nella tenda saranno in due: la sorella e Giosuè ). Le mitzvot si trovano scritte in Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio, Giosuè. A riordinarle provvide in epoca medievale Rambàn, ossia: il sapiente Maimonide. Concludendo: l’Elohim biblico era dotato di corporeità, non era affatto un puro spirito. Lo si era capito già dalle sue passeggiate nell’Eden. Ma, a cambiargli decisamente la “struttura” provvidero -velocemente- i “Gesuani”. In particolare Stefano protomartire, asserendo che la Legge non venne data a Mosè direttamente da Dio, bensì per mezzo degli Angeli e dei Padri di Israele che ne furono gli- intermediari- ( Atti 7:30-42 ). Evidentemente, essendo di origine greca, come il suo nome indica, egli era molto più vicino alle concezioni spiritualistiche del Pleroma e dell’emanazionismo che al rude e carnale realismo manifestato dai mal’akh veterotestamentari. “… e involve/ Tutte cose l’obblio nella sua notte…e le reliquie/ Della terra e del ciel traveste il tempo” ( Foscolo, I Sepolcri, vv. 18-20). Oppure, più pedestremente: “Tout passe, tout lasse, tout casse”. Ciononostante: “Vive les différences”.
Sentiti e cari saluti, Adriana.
Carissima Adriana1.
Condivido. Sarà Filone Alessandrino, LXX alla mamo, ad identificare l’enigmatico passo di Es.3,14 con L’Essere Assoluto, immutabile ed assolutamente senza diretta relazione con la ghenesis, il creato che evolve.
Ma se, come scrive la Kraus, Filone ha fallito nel suo tentativo di conciliare cultura ellenica col pensiero giudaico, tuttavia il fallimento ha aperto altre vie.
Condivido…ma chi è la Kraus?
La grande studiosa Kraus Reggiani. C’è anche un’altra grande donna: Francesca Simeoni. Il suo lavoro su Filone è pubblicato in italiano dalla Brepols Publishers, Belgio.
Caro Rolando, grazie dell’informazione.
La mente segue le sue abitudini…la mia era corsa alla
Uta Ranke-Heinemann (evidentemente a torto).
In Geremia 31, 31-33, YHWH stesso parla di “e kainè diathèke” che sostituirà “e pàlaia diathèke” . Ma questa nuova alleanza è ancora un’alleanza di YHWH con la casa di Israele.
Quando Qumran si parla di un patto nuovo, s’intende questo. Non può essere quello cristiano. Contrariamente saremmo più precisi pensare che il cristianesimo nasce Qumran.
A don P.P.
Sono certo che adesso, dopo i numerosi e torrentizi scambi, lei possa ammettere che ognuno va per la sua strada e non c’è nessuno che possa (e debba) impedirlo.
Proverbi 16, 1-2:
«All’uomo appartengono i progetti della mente,
ma dal Signore viene la risposta.
Tutte le vie dell’uomo sembrano pure ai suoi occhi,
ma chi scruta gli spiriti è il Signore».
Ritengo che il finale del secondo verso possa, anzi debba mettere tutti d’accordo.
Per quanto mi riguarda, seguo la mia strada, confidando nel Signore quale unico scrutatore del mio cuore.
Con un cordiale saluto.
Dio è il Punto attraverso il quale passano infinite rette d’infiniti Punti.
” torrentizi scambi ” 😅😆😁👏
Una chicca a proposito delle “tecniche ascetiche”.
“Il primo gesto delle tecniche ascetiche mira giusto a questo «impoverimento» dell’essere umano: ridurre l’uomo a quel che gli è proprio, vale a dire quel che non va oltre la condizione umana: la vanità, i vermi, la polvere. […] Tutte le ascesi procedono da una svalutazione della vita profana, e dunque da un’intuizione «pessimistica» dell’esistenza umana in quanto tale. (Mircea Eliade).
Mircea Eliade, a mio parere, espone questo pensiero partendo da un dato esperienziale della realtà più primitiva: un luogo duale: fanum e profanum. Nell’uno il sacer-do, che, tra gli umani, è deputato a ricevere le rivelazioni del Dio e dall’altro chi riceve dal sacer-do il “suo” sacrum-facere.
Prima di entrare nel fanum, il sacer-do e sacrum-facere, si purifica dalle impurità del profanum.
In questa dualità immaginaria e supposta dell’unica realtà naturale spazio-temporale origina teologia-politica. Ben spiegata con altre parole da Crizia.
Aveva forse ragione quel tale che, più recentemente, scrisse che il prete ti frega e ti fregherà sempre.
Caro “Matto”,
la citazione di Eliade descrive un tipo di ascesi che parte da una visione negativa della condizione umana: l’uomo come essere vano, destinato alla polvere, e quindi da “svuotare” per mezzo di pratiche spirituali. Questo è vero in molte religioni orientali o antiche, dove l’ascesi nasce dal disprezzo della vita terrena o dal desiderio di annullare l’io.
Ma nel Cristianesimo è l’esatto contrario.
L’ascesi cristiana non nasce da un pessimismo sull’uomo, ma da una certezza: Dio ama l’uomo. Per questo l’ascesi non serve a disprezzare il corpo o la vita, ma a purificare ciò che ostacola l’amore, per liberare l’uomo nella sua verità più profonda, quella di essere figlio di Dio.
Quando il Vangelo dice “Chi perde la propria vita la troverà” (Mt 10,39), non invita alla negazione dell’uomo, ma alla sua trasfigurazione in Cristo.
L’uomo, nella sua fragilità, è polvere — sì — ma impastata con il soffio di Dio (Gen 2,7).
Ecco perché l’ascesi cristiana non è fuga, ma offerta.
Giusto?
Mah
oscar wells
Caro IL MATTO mio!
Ho riflettuto sul tuo intervento! Quante cose da dire in silenzio ancora e quanto silenzio ancora imporre ai pensieri. O meglio ancora: cosa mai potrebbe frenare il processo elettrochimico del pensare [mentare! Dov’è e cos’è mai la “mente”?] se non reclinando la testa verso il cuore e trattenere il respiro?
Ho pensato ad una sintesi come via di liberazione dalla liberazione e senza bisogno di pagare un prezzo al demone mefistofelico.
Eccola. È nello stesso testo di cui tu citi il finale come exergo:
“Il vento spira dove vuole e tu senti il suo suono ma non sai da dove provenga e dove vada, così è per ognuno che nasceva dal vento” (Gv, 3,8).
Caro “Matto”,
Mi di spiace per lei, ma come cristiano non posso tacere.
la sua riflessione è suggestiva, ma rischia di essere profondamente ambigua. Quando si applicano categorie alchemiche come solve et coagula alla figura di Cristo, si corre il pericolo di piegare il Vangelo a una chiave interpretativa che lo snatura. Il cristianesimo non è un processo iniziatico, ma una rivelazione, un dono, un incontro con una Persona viva, il Verbo incarnato.
1. Cristo non è una “pietra filosofale”
Cristo non è un simbolo, né un principio alchemico: è il Verbo eterno fatto carne (cf. Gv 1,14), vero Dio e vero uomo. La cosiddetta “pietra filosofale” è un mito esoterico; la vera pietra è Cristo, scartato dai costruttori ma divenuto testata d’angolo (1Pt 2,7). La salvezza non viene da un processo di purificazione interiore operato dall’uomo, ma dalla grazia gratuita di Dio, comunicata nei sacramenti.
Come afferma il Concilio di Trento:
«Se qualcuno dicesse che l’uomo può giustificarsi davanti a Dio per le opere […] senza la grazia divina, sia anatema» (De iustificatione, can. 1).
2. Attenzione al cristianesimo gnostico
Presentare Cristo come “energia interiore” da liberare con pratiche spirituali è gnosticismo moderno, non fede cristiana. Il Cristo della fede è un evento storico, reale e oggettivo, non un simbolo da risvegliare. La Chiesa ha più volte condannato queste derive sincretistiche, come ribadito anche dalla Congregazione per la Dottrina della Fede:
«Si afferma che la salvezza non consisterebbe nella remissione dei peccati e nella comunione con Dio, ma nell’“illuminazione”, cioè nella presa di coscienza di una realtà divina già presente nell’uomo» (Lettera ai Vescovi su alcuni aspetti della meditazione cristiana, 1989, n. 2).
Ma Cristo ci salva mentre siamo ancora peccatori (Rm 5,8), e non come frutto del nostro sforzo ascetico.
3. Il Vangelo non è alchimia
Giovanni Battista dice: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,30). Ma lo dice in riferimento alla missione salvifica di Cristo, non a un processo simbolico. Cristo è “colui che viene dall’alto” (Gv 3,31), non un principio che emerge dall’interiorità.
Il Vangelo è luce che viene a illuminare il mondo (Gv 1,9), non una forza da attivare tramite pratiche iniziatiche.
Come ricorda Benedetto XVI:
«La fede cristiana non è una filosofia, né un’ideologia mistica, ma l’incontro con un avvenimento, con una Persona» (Spe salvi, n. 4).
4. Grazia, non tecnica
La santità è un cammino, certo, ma non è opera dell’uomo che “opera su di sé” come un alchimista. È frutto della grazia, dello Spirito Santo, che plasma il credente con la libertà dei figli.
«Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).
Non siamo “operatori spirituali”, ma figli adottivi, redenti dal Sangue dell’Agnello.
Come insegna il Catechismo:
«La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà per rispondere alla sua chiamata» (CCC 1996).
5. Cristo nasce in noi… ma per grazia
Hai citato bene Angelo Silesio: “Nascesse mille volte Cristo a Betlemme, se non nasce in te, sei perduto in eterno”.
Ma questa nascita interiore non avviene per tecnica o purificazione iniziatica, bensì per grazia accolta nella fede.
Maria non “trasmutò” Cristo in sé: disse “Fiat”. Così il cristiano, come Maria, diventa dimora di Dio nella docilità alla sua Parola.
6. Conclusione
Il cristianesimo non è alchimia, né “solve et coagula”. È rivelazione, grazia, croce e risurrezione. È sacramentale, non simbolico. Cristo non si cerca nel crogiolo dell’anima, ma nella carne crocifissa e glorificata, nel mistero dell’Eucaristia, nella vita della Chiesa, nella Parola vivente.
«Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue… fate questo in memoria di me» (Lc 22,19-20).
Con franchezza evangelica,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
a parte, diciamo così, l’impostazione generale che ci divide, la “tecnica” che lei disdegna è tutt’altro che una … tecnica: precisamente è contemplata dalla Teologia ascetica che almeno da vari decenni è andata alle ortiche.
Non posso condividere nemmeno un po’ quel che lei afferma: “Cristo ci salva mentre siamo ancora peccatori (Rm 5,8), e non come frutto del nostro sforzo ascetico”: con ciò lei nega pericolosamente ciò che lo stesso Cristo dice in merito al chicco di grano che deve morire e al rinnegamento di sé, condizioni che non si realizzano da un momento all’altro ma richiedono un lavorìo paziente, fiducioso e coraggioso, appunto un’ascesi, una purificazione che rende degni della Pietra-Gesù.
Il celebre e disatteso proverbio: “Aiutati che Dio t’aiuta” è una mirabile sintesi che allude tanto alla Grazia (Dio che aiuta) quanto alla tecnica (il soggetto che si aiuta dandosi da fare per emendarsi dalle proprie sozzure).
Stando a quanto afferma lei, e per fare un solo esempio, gli Esercizi spirituali ignaziani sarebbero delle “tecniche” inutili: a che servono se quello che conta è soltanto la Grazia gratuita? Ma poi, è così sicuro che le Grazia sia sempre e soltanto gratuita?
Mi sembra di cogliere nel suo intervento l’ombra del modernista e bergogliano “Dio ti ama così come sei”, cui non segue l’esortazione ascetica che dà lo stesso Gesù: “va e non peccare più”. E già, per non peccare più occorre uno sforzo titanico, altro che Grazia gratuita!
Per finire, comprendo la sua posizione fondamentalista e non solo non la contesto ma ne riconosco la legittimità, ma legittimo non significa assoluto ed esclusivo.
Sempre cordialmente.
Caro “Matto”,
la ringrazio per la sua replica, che – come sempre – manifesta intelligenza. E tuttavia, la distanza teologica che lei definisce “impostazione generale” non è questione secondaria: tocca il cuore del Vangelo e la comprensione stessa della salvezza cristiana.
Vado per punti, e spero di essere chiaro.
⸻
1. Ascesi sì, ma non come tecnica
Scrive che la “tecnica” da me criticata è contemplata dalla Teologia ascetica. Vero: l’ascesi cristiana è realtà fondamentale della vita spirituale. Ma proprio la teologia ascetica – autentica – ci insegna che l’ascesi è frutto della grazia preveniente, non un’autoproduzione spirituale.
Come dice San Giovanni della Croce:
«Tutto ciò che l’anima può fare da sola non è sufficiente se Dio non opera in essa» (Salita del Monte Carmelo, II, 9).
L’ascesi non è una tecnica da “operatori spirituali”, ma un atto di obbedienza alla grazia, una cooperazione umile al dono ricevuto. Diversamente, scivoliamo in pelagianesimo mascherato: l’illusione che l’uomo possa “prepararsi” o “rendere degno” Cristo con le proprie purificazioni.
⸻
2. Cristo ci salva mentre siamo peccatori
Qui non si tratta di negare il morire a se stessi – che è necessario – ma di fondare tutto sulla priorità della grazia.
Dice l’Apostolo Paolo:
«Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).
Questo non elimina l’ascesi, ma la fondamenta. Non ci si purifica per essere degni di Cristo; è Cristo che ci purifica rendendoci degni. La logica è sacramentale, non tecnica.
⸻
3. “Aiutati che Dio t’aiuta”? No, non è dottrina cattolica
Il proverbio “Aiutati che Dio t’aiuta” non è né mirabile né evangelico. È, nel migliore dei casi, un’espressione semi-pelagiana che capovolge il Vangelo.
La vera dottrina è questa:
«Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5),
e: «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno di salvezza» (Fil 2,13).
La cooperazione dell’uomo non precede la grazia, ma ne è frutto. Questo è l’insegnamento costante del Magistero, da Trento alla Dominus Iesus.
⸻
4. Gli Esercizi spirituali non sono tecniche, ma risposta alla grazia
Gli Esercizi ignaziani non sono “tecniche” ascetiche autosalvifiche. Sant’Ignazio li concepisce come un itinerario di discernimento e conversione, guidato dallo Spirito Santo, vissuto in obbedienza alla Chiesa, alla luce della Scrittura.
Non funzionano per efficacia intrinseca, come una formula esoterica, ma solo in chi si lascia condurre da Dio.
Come ha detto Benedetto XVI:
«La fede non nasce da un ragionamento, ma da un incontro con una Persona» (Porta fidei, 10).
E gli Esercizi servono proprio a favorire quell’incontro, non a sostituirlo.
⸻
5. La grazia è sempre gratuita – e questo non esclude la lotta
Mi chiede se sono sicuro che la grazia sia “sempre e soltanto gratuita”. La risposta è: sì, perché se non fosse gratuita, non sarebbe grazia.
«Per grazia infatti siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio. Non viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2,8-9).
Ma questa grazia gratuita è anche esigente: trasforma, purifica, plasma. È grazia efficace, non grazia a buon mercato. Non dice solo “ti amo come sei”, ma anche: “Vieni, e non peccare più” (Gv 8,11). Ma anche questo “non peccare più” è grazia, non prestazione.
⸻
6. “Modernismo” e “bergoglismo”: un’accusa infondata – e fuorviante
Mi accusa di modernismo o “bergoglismo”? Le rispondo con franchezza: non sono modernista, né progressista, né relativista. Non accetto che la verità rivelata sia ridotta a espressione mutevole della coscienza storica, né che il Vangelo sia svuotato del suo contenuto oggettivo in nome dell’emozione o della prassi.
Non ho mai detto, né pensato, che basti ripetere “Dio ti ama così come sei” per risolvere la questione della salvezza. Quella frase, se isolata e slegata dalla conversione, è una caricatura della misericordia, non il Vangelo.
Io affermo, con san Paolo, che Dio ci ama mentre siamo ancora peccatori (Rm 5,8) — non per lasciarci nel peccato, ma per salvarci da esso. La grazia non è complicità col male, ma potenza che libera e trasforma.
La conversione, la lotta ascetica, il rinnegamento di sé sono necessari, ma non come meriti, bensì come effetti della grazia che ci precede e ci sorregge.
Chi confonde questo con il modernismo, o non conosce la dottrina, o la usa come etichetta polemica.
Io non mi giustifico con etichette: professo la fede cattolica, quella di sempre — e non ho intenzione di rinnegarla.
⸻
7. “Legittimo” non significa “relativo”
Infine: no, caro Matto, non esistono più “verità spirituali” legittime e coesistenti come in una fiera delle opzioni. La Chiesa può accettare pluralità di scuole spirituali, ma non pluralismo dottrinale.
«Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5).
Se la posizione che ho espresso è, come lei dice, “fondamentalista”, allora anche San Paolo, Sant’Agostino, San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila … lo erano.
⸻
Conclusione
La vera ascesi è quella di chi dice con San Paolo:
«Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1Cor 15,10).
Questa è l’unica “tecnica” cristiana: vivere di grazia, cooperare alla croce, lasciarsi amare fino alla fine.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
perdoni, ma- secondo me- avrebbe fatto meglio a firmarsi: ” con franchezza dogmatica “, invece che: “con franchezza evangelica”. Franchezza, che si usa come sinonimo di onestà e coraggio, può voler significare anche: ” sfacciataggine”.
Stavolta il suo triplo ingresso a passo teso- ha fatto emergere dal profondo del mio Multiverso proustiano l’immagine di un vagone di treno vecchiotto, di quelli a scompartimento. C’era sempre qualcuno che ne occupava -preventivamente- i sedili, con copie di giornali, sciarpe, borse, indumenti, ombrelli per conquistarselo tutto per sé…come ha fatto lei, occupando ogni cm. quadro degli ” altrui” interventi con citazioni di passi catechistici e conciliari…
Temeva che il pubblico dubitasse della sua competenza nel riciclare i documenti ufficiali dell’Istituzione?
A proposito… secondo i loro dettami, niente poesia, niente musica, niente arte, nessun volo nel sogno, ma anche niente razionalità, niente esperienza, né logica matematica, né filosofia: niente scienza, né studi, né legislazioni: dosati pure- oculatamente- gli affetti umani… Che vita miserabile, priva di valore e di dignità! E tutto questo per qual motivo? UNICAMENTE per il timore- chiamiamola pure: sconcia paura- di finire in un Inferno di durata “eterna” come, con generosa perversità da qualcuno sarebbe stato immaginato.
Cara Adriana,
la conosco ormai da tempo, e sono abituato alla sua ironia — devo ammettere, spesso ben costruita. Mi permetta, con altrettanta franchezza, di chiarire alcuni punti fondamentali. In questi giorni ho un po’ più di tempo libero, perciò posso risponderle senza che questo mi sottragga ad altri impegni.
Lei mi rimprovera per aver firmato “con franchezza evangelica” e propone “dogmatica”, suggerendo che le mie citazioni — bibliche, conciliari, catechistiche — equivalgano a occupare uno scompartimento ferroviario con valigie e giornali, per respingere ogni altro passeggero.
Mi dispiace se ha avuto questa impressione, ma non si tratta di occupazione, bensì di fondazione: ogni parola che ho scritto non nasce dal desiderio di impormi, ma dal dovere di dire ciò che la Chiesa insegna — non per chiuderla, ma per servirla, e con essa servire la libertà vera.
⸻
Il dogma non uccide la poesia
Lei oppone il dogma alla poesia, la dottrina alla musica, il Vangelo alla vita. Mi perdoni, ma questa è una caricatura, non la realtà del cristianesimo. I santi — da Francesco d’Assisi a Giovanni della Croce, da Hildegarda di Bingen a Edith Stein — non hanno rinunciato alla bellezza, al pensiero, alla scienza, alla ragione, bensì li hanno trasfigurati nella luce della verità.
Nessun concilio ha mai proibito “la poesia o la musica”. Anzi, la liturgia cattolica è la forma più alta e antica di arte sacra, l’unica che ha saputo unire mistero e intelletto, canto e silenzio, simbolo e ragione.
⸻
Il pensiero cattolico è tutt’altro che misero
La fede non disprezza la filosofia, né la scienza, né l’esperienza. La Chiesa ha generato Agostino e Tommaso, Pascal e Maritain, Rosmini e Ratzinger. Ha fondato università, conservato biblioteche, promosso il metodo sperimentale.
Se ha dei limiti, non sono limiti di pensiero, ma limiti dell’uomo che, senza Dio, smarrisce anche sé stesso.
⸻
Sull’inferno e la libertà
Lei infine evoca l’inferno, definendolo un’invenzione “generosamente perversa”. Ma l’inferno non è un’ossessione cattolica: è la logica conseguenza di una libertà che si chiude a Dio.
La Chiesa lo proclama non per spaventare, ma per prendere sul serio la dignità dell’uomo, che può dire no a Dio per sempre.
Come dice C.S. Lewis:
“Ci sono solo due tipi di persone: quelli che dicono a Dio: ‘sia fatta la tua volontà’, e quelli a cui Dio dirà: ‘sia fatta la tua volontà’.”
⸻
Cara Adriana,
non firmo “con franchezza dogmatica” perché il dogma, quando è autentico, non ha bisogno di essere gridato. È luce tranquilla, non rumore.
E se talvolta uso citazioni e documenti, non è per mostrare competenza, ma per ricordare che non ci apparteniamo, e che anche nel treno della fede c’è posto per tutti, ma non tutto è vero solo perché ci piace.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
noto qui che, con mio dispiacere, lei non ha dato risposta alle mie osservazioni (poche) sull’arbitrarietà delle traduzioni dell’A.T.- chiamato anche, per non offendere i Fratelli Maggiori, la Bibbia antica od originale-. Si trovano, ormai sulla carrozza n.9 . Tra un po’ rischiamo di sparire entrambi da quel treno ( di fede ). Gradirei leggere la sua risposta in merito.
Cara Adriana,
Con fatica cerco di correre appresso alle sue riflessioni e domande, mentre il tempo a mia disposizione lo permette.
la Sua riflessione solleva interrogativi importanti sulla questione delle traduzioni dell’Antico Testamento e sulla terminologia usata oggi in ambito interreligioso.
È vero che ogni traduzione comporta una mediazione interpretativa; ma non si tratta di arbitrarietà. Le versioni fondamentali – dalla Settanta alla Vulgata fino a quelle moderne – sono atti ecclesiali, nati dalla Tradizione viva e finalizzati alla trasmissione fedele della Parola di Dio. La Chiesa, attraverso di esse, non impone significati estranei, ma custodisce l’intelligenza spirituale del testo nella continuità dell’unica Rivelazione.
Antico e Nuovo Testamento: una sola Scrittura
Il termine “Antico Testamento” non è stato abbandonato per timore o riguardo verso altri, ma per sottolineare – con maggiore precisione – l’unità delle due Alleanze. Dire “Primo Testamento” o “Scritture di Israele” è legittimo in contesto accademico o interreligioso, ma non sostituisce il significato teologico della parola “Antico”, che implica una relazione costitutiva con il “Nuovo”, non un superamento.
Il cristiano non può leggere l’A.T. come un testo autonomo: lo legge in Cristo. Come insegna Agostino: “Novum Testamentum in Vetere latet, Vetus in Novo patet” – Il Nuovo è nascosto nell’Antico, e l’Antico si illumina nel Nuovo.
Non spariremo da quel treno
Lei scrive che siamo ormai sulla “carrozza 9” di quel treno di fede, e che rischiamo di sparire entrambi. Io direi invece che ogni carrozza è buona, se conduce alla verità, purché restiamo uniti al convoglio della Chiesa. La Tradizione non è né staticamente conservatrice né fluidamente accomodante: è madre viva che custodisce, interpreta e trasmette ciò che ha ricevuto, senza snaturarlo.
È giusto vigilare sulle derive ideologiche e sulle mode terminologiche, ma senza perdere fiducia nella capacità della Chiesa di discernere e di custodire la Parola in tutta la sua integrità.
Caro don P.P.,
che angoscia quel suo continuo citare la Tradizione “Viva”.
Mi ricorda quelle vasche di pesci, granchi ed astici posti sul bancone dei ristoranti giapponesi, da dove il cuoco estrae e cucina sotto gli occhi golosi dei clienti la creatura su cui si sentono in diritto di puntare il dito… La Tradizione, è, di per sé, qualcosa di antico e che si trasmette- tradere- traditio- di padre in figlio, assumendo nel tempo caratteristiche via via più spirituali. In questo caso ci si riferisce ad antiche elaborazioni di un pensiero molto complicato…
Che questa tradizione sia “viva” è opinabile…forse è soltanto “surgelata”. Ma, forse, per le creature crudelmente sacrificate, è meglio così.
Non me ne abbia, caro DON PIETRO PAOLO se mintrometto a questo suo intervento.
M’interessa questa sua citazione:
“«Se qualcuno dicesse che l’uomo può giustificarsi davanti a Dio per le opere […] senza la grazia divina, sia anatema» (De iustificatione, can. 1).”.
Ecco qui è pienamente dimostrato ed applicato il pensiero scritto di Filone Alessandrino: tra Dio-Essere (Es 3,14) e creazione non c’è diretta relazione. Immanenza, stabilità perfetta contro divenire, evoluzione, contingenza.
Ed allora cosa insegna Filone contemporaneo di Gesù?
Che la relazione tra Dio e la genesi avviene per mezzo di POTENZE e queste POTENZE esprimono funzioni. Tra queste ce n’è una che si chiama “Untura” e che nel suo stesso greco interesserà l’unto, che da aggettivo si muta in nome proprio KC Krystòs e questi è il Signore, Dominus, che nella LXX si riferisce ad YHWH o anche al Re, al Padrone, e nel nel NT diventa prerogativa di un MARANATHA, cioè Signore/Re vieni.
Interessanti le POTENZE dell’Alessandrino note anche a Paolo. Anzi sono queste ad aver messo in croce Gesù, figlio d’Israele, secondo Paolo!
Caro Rolando,
non me ne abbia lei, ma mi permetto di rispondere con franchezza al suo commento, denso e ricco di riferimenti che, tuttavia, richiedono qualche necessaria distinzione, soprattutto per chi legge.
Lei collega la definizione del Concilio di Trento — «Se qualcuno dicesse che l’uomo può giustificarsi davanti a Dio per le opere senza la grazia divina, sia anatema» — con il pensiero di Filone di Alessandria, in particolare con l’idea che tra Dio (Essere) e la creazione non ci sia una relazione diretta, ma solo mediante potenze. Lei fa anche riferimento a una di queste potenze, l’Untura, collegandola al termine “Cristo” (Χριστός) e alla figura del “Dominus” della Septuaginta, fino a citarne il legame con il “Maranathà” del Nuovo Testamento.
Con tutto il rispetto, questa lettura è filologicamente forzata, teologicamente debole e, soprattutto, dogmaticamente irricevibile.
⸻
1. Filone non è il Vangelo
Filone è un pensatore ebreo-ellenistico che cercò di conciliare Platone, Stoicismo e Torah, ma non ha conosciuto Cristo né ha abbracciato il Vangelo. Le sue “potenze” divine (dynameis) sono concetti filosofici intermediari tra il Dio trascendente e il mondo, più vicini al Logos platonico che al Logos fatto carne di Giovanni (Gv 1,14).
Le “funzioni” divine, secondo Filone, sono mediazioni impersonalizzate, mentre nel cristianesimo Dio agisce personalmente e direttamente nella storia, in Cristo, suo Figlio consustanziale.
⸻
2. L’Untura non è una “potenza” impersonale
Il termine greco chrîsma (χρῖσμα, “untura”) non è una potenza, ma un segno sacramentale e simbolico della consacrazione. Cristo (Christós, l’Unto) non è il prodotto di una funzione cosmica, ma è il Figlio eterno del Padre, vero Dio da vero Dio, che ha assunto la carne.
La “cristificazione” del termine in ambito paolino e giovanneo non deriva da una gnosi filoniana, ma dalla promessa messianica biblica adempiuta in Gesù di Nazaret, Re, Profeta e Sacerdote.
⸻
3. San Paolo non dice che “le potenze hanno messo in croce Gesù”
San Paolo dice che “se l’avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1Cor 2,8), riferendosi ai “principati di questo mondo”, cioè sia alle autorità umane sia, secondo alcuni Padri, alle potenze angeliche decadute.
Ma non c’è alcuna identificazione positiva tra le potenze cosmiche di Filone e la missione di Cristo. Anzi, per Paolo, Cristo ha vinto e sottomesso ogni potenza e principato:
«Spogliò i Principati e le Potenze, ne fece pubblico spettacolo, trionfando su di essi» (Col 2,15).
⸻
4. La salvezza è personale, non cosmico-funzionale
La teologia cattolica insegna che la giustificazione avviene per grazia, tramite un incontro reale, personale e trasformante con Gesù Cristo, morto e risorto. Nessuna “potenza” intermedia può sostituirsi a questo evento unico.
Come insegna Dominus Iesus:
«Gesù Cristo è l’unico mediatore e redentore dell’uomo, e nessuna realtà, neppure spirituale o cosmica, può mediare indipendentemente da Lui» (DI, 14).
⸻
In conclusione, Rolando, il suo sforzo è intellettualmente stimolante, ma non possiamo sovrapporre Filone a Paolo, né parlare di Cristo come di un “risultato simbolico” delle potenze. Cristo è il Figlio del Dio vivente, non l’effetto di un dinamismo cosmico.
E la salvezza non è un effetto di potenze o funzioni, ma un dono gratuito che si riceve nella fede e si vive nella grazia.
Con stima,
don Pietro Paolo
A me risulta, leggendo il suo post, che lei senza volerlo, supporti e confermi in nuce il pensiero di Filone. D’altronde una autorità insospettabile come San Girolamo, autore della Vulgata, pone Filone come secondo degli uomini illustri a servizio del cristianesimo ortodosso. Non citiamo poi la Suda, mille anni dopo.
Qualcosa pur vorrà significare…
Interessante passo di DON PIETRO PAOLO:
“Il termine greco chrîsma (χρῖσμα, “untura”) non è una potenza, ma un segno sacramentale e simbolico della consacrazione. Cristo (Christós, l’Unto) “.
Cos’è quindi un sacramento, che opera ex opere operato, se non una Potenza (segno efficace della Grazia santificante e che imprime il carattere, quali il battesimo, cresima ed ordine)?
Non agisce Dio attraverso questi potenti segni?
Non è attraverso queste potenzialità che il dogma sancisce che Dio agisce nell’uomo?
Non è il credo il simbolo in cui si confessa la Chiesa, una, santa, cattolica? E nel battesimo dei piccoli incoscienti, dove il sacramento funziona da sé, non sono altri cristiani che confessano la fede per loro?
Ma?!
Caro Rolando,
la tua osservazione è stimolante, ma confonde due livelli distinti: il significato del chrîsma come segno sacramentale e l’azione divina che opera nei sacramenti.
Quando ho scritto che il chrîsma «non è una potenza», ma «un segno sacramentale e simbolico della consacrazione», intendevo distinguere – secondo il linguaggio teologico preciso – tra la materia sacramentale e l’effetto che Dio produce tramite essa.
1. Il sacramento è un segno efficace, non la potenza in sé
Il Concilio di Trento e tutta la teologia cattolica insegnano che:
“I sacramenti della Nuova Legge sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, mediante i quali ci viene dispensata la vita divina” (CCC 1131).
Quindi: non è il segno in quanto tale ad essere “potenza”, ma è Dio che, attraverso quel segno, agisce con potenza. L’ex opere operato non significa che il segno agisca da solo per una sorta di magia immanente, ma che l’efficacia deriva dall’azione di Cristo, non dalla disposizione del ministro o del fedele.
Come dice San Tommaso d’Aquino:
“In sacramentis virtus divina causat effectum; non sacramentum virtute propria.”
(Summa Theologiae, III, q.62, a.1)
“Nei sacramenti è la potenza divina a causare l’effetto, non il sacramento con una virtù propria.”
2. Il chrîsma è segno, non forza autonoma
Il chrîsma (l’olio consacrato) è materia sacramentale, segno sensibile e consacrato da un’azione liturgica. In sé non è “una potenza”, ma un segno della potenza divina che opera attraverso la Chiesa. Non possiamo confondere il segno (l’olio, il gesto, la parola) con l’efficacia divina che lo accompagna.
3. Il Credo è simbolo, ma non nel senso di “segno di potenza”
Il symbolon, da cui il termine “simbolo” nel senso del Credo, non è un sacramento, né un’energia, ma una professione di fede condivisa, una formula che unisce. È un atto ecclesiale, una regola di fede, non un mezzo attraverso cui Dio comunica grazia sacramentale.
4. Il battesimo dei piccoli non è un automatismo
Nel battesimo dei bambini, è vero che il sacramento è efficace anche senza la fede personale del battezzato, ma non è un’“azione autonoma della potenza sacramentale”: è la Chiesa, madre e maestra, che crede per loro, come insegna il Catechismo (CCC 1250-1255). È sempre la grazia di Dio, non la “potenza” del rito in sé, ad agire.
⸻
In sintesi: il tuo ragionamento, caro Rolando, contiene un equivoco semantico. Nessuno nega che Dio agisca potentemente nei sacramenti, ma proprio per questo è essenziale non identificare la materia sacramentale (come il chrîsma) con una forza intrinseca, quasi fosse essa stessa causa della grazia. Questo sarebbe una forma sottile di superstizione sacramentalista, condannata da Trento.
La potenza è di Dio, non dell’olio. L’efficacia è di Cristo, non del gesto. Il sacramento è strumento, non sorgente.
Caro Rolando,
comprendo il Suo riferimento a Filone d’Alessandria e alla menzione che ne fa san Girolamo nel De viris illustribus. Tuttavia, è importante distinguere tra un riconoscimento culturale e un’accettazione teologica. Filone non è un autore cristiano, né un padre della Chiesa: fu un pensatore ebreo influenzato dal platonismo, che cercò di armonizzare la Scrittura con la filosofia greca, ma senza mai entrare nell’orizzonte della Rivelazione cristiana.
San Girolamo lo cita per la sua erudizione, non come modello di ortodossia. E se è vero che alcune sue espressioni sembrano anticipare concetti poi sviluppati nella teologia cristiana – come il Logos – è altrettanto vero che la Chiesa ha purificato e trasfigurato tali concetti alla luce dell’Incarnazione. Per noi, infatti, il Logos non è un principio filosofico, ma il Verbo fatto carne, realmente venuto nel tempo.
Il fatto che alcune mie affermazioni possano ricordare “in nuce” certi tratti del pensiero filoniano non implica affatto un’adesione a quel sistema. È sempre valido il principio di san Tommaso: “omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est” – ogni verità viene dallo Spirito Santo – ma ciò non significa che tutto ciò che un autore afferma sia conforme alla fede.
Quanto alla Suda, fonte bizantina del X secolo, essa ci testimonia la ricezione culturale di Filone in ambito ellenistico, ma non costituisce alcun criterio teologico per la Chiesa. La Tradizione cristiana non lo ha mai assunto tra i suoi testimoni autorevoli.
In definitiva, valorizzare alcune intuizioni culturali non significa legittimare un pensiero estraneo alla Rivelazione. La fede cattolica non nasce dalla fusione di sistemi filosofici, ma dalla luce della Parola che si è fatta carne. Ed è solo alla luce di Cristo che si possono eventualmente rileggere – criticamente – anche autori come Filone.
Caro don P.P.,
perdoni se una creatura rozza come la sottoscritta desidera- ogni tanto- tenere i piedi per terra per non perdere l’equilibrio. Ma, tra tutte queste frasi e notazioni alte e sublimi, dove mi colloca uno dei parti fattuali più notevoli ed intimamente covati in ambito ecclesiastico: la : “De falso credita et emendata donatione Constantini”?
Perbacco!, non ne parla mai!!!
Nominando Ermete Trismegisto, Adriana ha suscitato in me un magnifico brano del Pimandro (Pastore d’uomini) che ho il piacere di proporre.
“Se non ti fai simile a Dio, non potrai capire Dio; perché il simile non è intelligibile se non al simile. Innalzati a una grandezza al di là di ogni misura, con un balzo liberati dal tuo corpo; sollevati al di sopra di ogni tempo, fatti Eternità: allora capirai Dio. Convinciti che niente ti è impossibile, pensati immortale e in grado di comprendere tutto, tutte le arti, tutte le scienze, la natura di ogni essere vivente. Sali più in alto della più alta altezza; discendi più in basso della più abissale profondità. Richiama in te tutte le sensazioni di ciò che è creato, del fuoco e dell’acqua, dell’umido e del secco, immaginando di essere dovunque, sulla terra, nel mare, in cielo; di non essere ancora nato, poi di trovarti nel grembo materno, di essere quindi adolescente, vecchio, morto, al di là della morte. Se riesci ad abbracciare nel tuo pensiero tutte le cose insieme, tempi, spazi, qualità, quantità, potrai comprendere Dio”.
⸻
Caro Matto,
Dopo la sua affermazione del 31 maggio – “Andiamo dunque ciascuno per la sua strada nel rispetto reciproco. Del resto non c’è altro modo di procedere” – avevo deciso di non rispondere più. Mi scuso se lo faccio ora, ma lo ritengo necessario per una questione di chiarezza dottrinale cattolica.
Nel suo testo, infatti, riscontro ambiguità teologiche, rischi sincretistici e una visione riduttiva della Tradizione cattolica. Espongo brevemente i punti principali:
⸻
1. Lo Spirito è ineffabile, ma non inconoscibile
La fede cristiana non è agnostica: conosce Dio perché Dio si è rivelato. La Rivelazione permette una conoscenza vera – sebbene non esaustiva – del mistero trinitario, comunicato nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero. Dire che “nessuna parola può contenerlo” è vero solo in senso analogico: non per negazione della verità, ma per la consapevolezza che la verità ci trascende mentre ci raggiunge.
⸻
2. L’uomo non è una maschera impersonale dello Spirito
L’essere umano non è un canale vuoto. È persona creata a immagine di Dio, chiamata a cooperare liberamente con la grazia. L’idea dell’uomo come “maschera” che risuona dello Spirito evoca concezioni gnostiche o orientali, in cui l’individualità viene dissolta. Invece, nel cristianesimo, la persona è il luogo della relazione e della libertà, non uno strumento impersonale dello Spirito.
⸻
3. Lo Spirito non è un “vuoto cosmico”, ma Persona divina
Assimilare lo Spirito a un “vuoto” o a un’energia cosmica (stile taoista o zen) snatura la sua identità trinitaria. Egli è “Signore e dà la vita” (Credo niceno-costantinopolitano), Persona distinta, coeterna al Padre e al Figlio, e inviata da Cristo come Paraclito (Gv 14,26).
Lo Spirito non annulla la carne, ma la santifica; non cancella il linguaggio, ma lo trasfigura in profezia e verità; non dissolve la liturgia, ma la eleva ad atto divino. San Giovanni Damasceno scriveva: «Noi non adoriamo la materia, ma il Dio che nella materia ha operato la nostra salvezza».
⸻
4. La Parola di Dio non è ostacolo allo Spirito, ma sua espressione
Dio si è rivelato con parole. Il linguaggio umano, pur limitato, è stato assunto dal Verbo. La Parola non imprigiona lo Spirito: lo rende presente e operante nella storia, nella Scrittura e nei sacramenti. Il Cristo è il Logos: la Parola fatta carne (Gv 1,14), e il linguaggio, quando elevato dalla grazia, diventa sacramento di salvezza.
⸻
5. Il silenzio è fecondo solo se radicato nella Parola
Il silenzio cristiano non è vuoto di senso, ma grembo dell’ascolto. È una delle vie più alte della spiritualità, ma non può essere contrapposto alla Parola, che genera la fede e annuncia il Verbo.
Come scrive il Catechismo:
«Il silenzio contemplativo è unito all’amore. È comunione silenziosa, “in cui il Padre nel segreto ci ama, e noi lo amiamo” (cf. Mt 6,6). Lo Spirito è Colui che unisce, non che dissolve» (CCC 2711–2713).
Il silenzio cristiano non è assenza, ma attesa. Non è un vuoto impersonale, ma luogo della Presenza.
L’idea che ogni parola sia travestimento dello Spirito e che la verità richieda la rinuncia a ogni definizione, conduce – pur involontariamente – a una dissoluzione della fede nel nulla mistico. È un errore antico, già condannato dalla Chiesa contro forme di quietismo e spiritualismo radicale (cf. Denzinger 2201–2205).
Il Dio cristiano si è manifestato con parole, eventi e volti: l’Incarnazione è scandalo per ogni misticismo che rifiuta forma, materia e storia.
⸻
6. La dottrina della Chiesa non è opinione relativa
Il dogma non è un limite imposto alla libertà dello Spirito, ma la forma viva della verità rivelata, generata nella Chiesa sotto la guida dello stesso Spirito.
Negare il valore normativo del dogma significa dissolvere l’unità della fede e cedere al relativismo spirituale. Lo Spirito non guida a un pluralismo soggettivo, ma a «tutta la verità» (Gv 16,13).
Il dogma non è una gabbia, ma una tutela. I Padri lo sapevano: le eresie spesso si vestivano di “spiritualità”, ma minavano l’identità di Cristo.
La Verità è una Persona: Gesù Cristo, rivelato nello Spirito e confessato dalla Chiesa.
⸻
7. Attenzione a suggestioni gnostiche e spiritualismi ambigui
Termini come “vuoto”, “qi”, “lingua degli uccelli” sono suggestivi poeticamente, ma non appartengono alla rivelazione cristiana. Il rischio è confondere lo Spirito con un principio energetico impersonale o con una gnosi autoreferenziale. La Chiesa distingue nettamente tra ispirazione e soggettivismo spiritualista.
⸻
8. Il vero ritorno allo Spirito avviene nella Chiesa
Lo Spirito Santo non scavalca la Chiesa, ma la edifica. Guida all’unità, non alla dispersione; alla comunione, non all’autonomia individuale.
Ogni autentica esperienza spirituale conduce a Cristo, alla fede apostolica, alla vita sacramentale e all’unità ecclesiale.
⸻
In conclusione
Il desiderio di un “ritorno allo Spirito” è nobile e urgente. Ma per un cristiano, non si dà Spirito senza Cristo, né Cristo senza la Chiesa.
Lo Spirito non dissolve la forma, ma la vivifica. È principio d’unità, di verità e di carità nella Chiesa.
Il silenzio dello Spirito è grembo della Parola, non sua negazione; il “vuoto” dello Spirito non è assenza impersonale, ma pienezza di presenza: è Persona viva che opera, consola, converte.
Come scrive san Paolo VI:
«Il cristianesimo è lo Spirito che diventa parola, è l’incontro tra l’ineffabile e il proclamato, tra il silenzio e la liturgia, tra il mistero e la confessione della fede» (Evangelii Nuntiandi, n. 75).
Lo Spirito non distrugge la Parola e il dogma, ma li anima.
Non ci allontana dalla fede ricevuta, ma ci guida a viverla in profondità e libertà.
Non ha di che scusarsi, caro don P.P., lei fa quel che deve fare, in questo caso scrivere quel che deve scrivere. Da parte mia, essendo un convinto ecumenico (non ecumenista, ecumenico!) ritengo che l’unico confronto tra persone rispettose l’uno dell’altra sia il pro-porre e non l’im-porre ciascuno il rispettivo pensiero, dopo di che, come lei ricorda citandomi, ognuno per la sua strada.
Data la sua premessa, presumo che questo sia l’ultimo “round” del nostro confronto. Un po’ me ne dispiace e un po’ debbo riconoscere che prolungarlo sarebbe inutile.
Mi lasci concludere con l’immagine-simbolo della montagna: chi fra gli umani, può dire quanti e quali sono i sentieri per giungere in vetta?
Con il più cordiale saluto.
Caro “Matto”,
la ringrazio per le sue parole cortesi, anche se intrise di un certo commiato che sa di chiusura più che di apertura. Tuttavia, considerato che ci troviamo in uno spazio pubblico di confronto, anche se mi ero promesso di non infastidirlo, mi permetto di rispondere, non solo a beneficio suo, ma soprattutto per chi legge e potrebbe essere fuorviato da una distinzione linguistica suggestiva quanto ambigua.
Lei si definisce “ecumenico (non ecumenista, ecumenico!)”, ma, a dire il vero, l’uso che fa di questo termine si avvicina molto a quello che, nel lessico cattolico attuale, corrisponde più propriamente all’ecumenismo relativista, ovvero a quel modo di intendere il dialogo che, in nome della “reciproca proposta” tra le religioni o confessioni, finisce per negare ogni pretesa di verità oggettiva. In tal caso, più che ecumenico, lei appare ecumenista, nella forma di quel pensiero che Benedetto XVI ha giustamente chiamato “dittatura del relativismo”.
L’ecumenismo autentico, invece – quello promosso dal Concilio Vaticano II nella Unitatis Redintegratio – non mette tutte le vie sullo stesso piano, né equipara tutte le fedi, ma cerca l’unità “nella verità” e nel riconoscimento della Chiesa una di Cristo come “strumento universale di salvezza” (UR, 3).
Vengo infine alla sua immagine della montagna con i molti sentieri. È una metafora diffusa e suggestiva, ma è anche profondamente fuorviante, almeno dal punto di vista cristiano. Lei si chiede chi possa dire “quanti e quali sono i sentieri per arrivare in vetta”. Ebbene, qualcuno lo ha detto, Gesù Cristo, e lo ha fatto con parole inequivocabili:
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6).
Non uno dei sentieri, ma la via, e quindi l’unica. Non una verità, ma la verità. Non un modo di vivere, ma la vita stessa.
Questa affermazione non è un’imposizione, ma una rivelazione. Non annulla il dialogo, ma lo orienta. Il vero rispetto dell’altro non sta nel rinunciare a proporre ciò che si crede vero, bensì nel farlo con carità, nella libertà e nella speranza che la verità, quando è davvero tale, non offende, ma illumina.
Le auguro di cuore un buon cammino, ma non mi unisco a lei per “ognuno per la sua strada”, perché io seguo una sola via: Cristo crocifisso e risorto, unico Salvatore di ogni uomo.
Con rispetto e verità.
Don P.P.
Caro don P.P.,
certo che è “divertente” assai la sua citazione dello sconcertante rabuffo sul “relativismo” di Benedetto XVI, che fu lo stesso papa ( assieme a Giov.Paolo II ) ad incoraggiare gli Israeliti a mantenere la propria fede garantendo -o spalancando per ciò stesso a loro- un percorso privilegiato per la salvezza. “La missione agli Ebrei non era prevista, non era necessaria semplicemente perchè solo loro tra tutti i popoli, conoscevano il “Dio sconosciuto” (Benedetto XVI). Potenza dei Fratelli Maggiori!
Caro don P.P.,
lei nega che quella frase: “Gli ultimi saranno primi” possa venire utilizzata per gli “angelici sponsali” tra la tribù di Giacobbe e il dio biblico, affermando che tale frase è indirizzata. 1) ad un insegnamento morale; 2) ad una dimensione trascendentale- Non ne vedo il motivo- Dal momento che l’Istituzione e i suoi capi passeggiano nel mondo tenendo alternativamente un piede sulla solida terra ed uno negli impalpabili cieli, uno nell’immanenza fisica e uno nella eternità metafisica, questa frase mi pare adattarsi benissimo ad entrambe le interpretazioni. Altrimenti che ci stanno a fare le due chiavi?
Quanto mi spiace, caro don P.P., che lei non abbia la minima contezza della lettera di Francesco Petrarca a suo fratello Gherardo ( che prenderà i voti ) Entrambi impegnati in una scalata alpinistica verso la vetta del Monte Ventoso…le riflessioni cristianissime del Petrarca, le avrebbero fatto bene…l’avrebbero fatta meditare o, – se non altro- le avrebbero tolto quell'”aire” un po’ comico da Radamès trionfante quando entra in scena- vincitore-, accompagnato dallo squillo delle trombe (ehm, d’argento)..
Cara Adriana,
Le rispondo sui due fronti da lei citati, cercando di unire — come lei stessa invita a fare — dottrina e umanità, pensiero e rispetto.
⸻
1. Su Benedetto XVI, gli Ebrei e il “relativismo”
Lei trova “divertente” la mia citazione di Benedetto XVI sul relativismo, che definisce un “rabuffo sconcertante”. Ma non era un rimprovero generico: era una diagnosi profonda della crisi culturale contemporanea, che riduce ogni verità a opinione e ogni identità a opzione reversibile.
Quanto al rapporto con gli ebrei, le consiglio di rileggere bene Benedetto XVI. Egli ha ribadito più volte che non esistono due vie parallele di salvezza, una per i cristiani e una per gli ebrei, ma una sola via — Cristo — alla quale il popolo ebraico è legato in modo misterioso e irrevocabile, proprio in forza dell’Alleanza antica, non come alternativa, ma come prefigurazione.
Scrive Benedetto:
«La missione verso gli ebrei non è mai stata formalmente prevista, proprio perché essi sono il popolo dell’Alleanza; e tuttavia, proprio per questo, sono inseriti nella storia della salvezza» (Gesù di Nazaret, III, p. 49).
Non c’è favoritismo, ma fedeltà di Dio, che non revoca i suoi doni (cf. Rm 11,29). Il “fratello maggiore” non ha una corsia preferenziale, ma una chiamata più antica, che attende compimento nel Messia promesso.
2. Su Petrarca, Gherardo e la “vetta” del Monte Ventoso
Il suo riferimento a Petrarca e alla “famosa” lettera al fratello Gherardo (ma – lo confesso- io non mi ricordo di essere stata nei miei studi scolastici e per questo sono andato a cercarla), mi pare tutt’altro che casuale. Con finezza, lei sembra voler dare sponda poetica alla tesi del “Matto”, secondo cui “ci sono molti sentieri per arrivare alla vetta”.
Ma è proprio lì che ci separiamo. Il Monte Ventoso di Petrarca, che – come scrivevo prima – ora sono andato a leggere, non legittima il relativismo religioso. Anzi, se si legge bene quella lettera, non si celebra la pluralità delle vie, ma il fallimento di una salita puramente estetica e individuale: a un certo punto Petrarca, spiazzato, si sente colpire da sant’Agostino che gli grida dal Confessiones:
«Gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti… e si dimenticano di sé stessi.»
Non c’è romanticismo spirituale in questo — c’è un richiamo forte alla conversione interiore.
E allora: non basta salire. Non basta camminare. Non tutte le salite portano alla vetta vera, e la vetta non è metafora generica della trascendenza.
L’unica via per arrivare alla Vetta ha un nome e un volto: Gesù Cristo, il solo che ha detto:
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6).
La ringrazio per aver evocato il Petrarca cristiano: ci ricorda che la vera vetta non si conquista, si riceve. E che Dio non è solo alla fine dei nostri sentieri, ma anche all’inizio della nostra conversione.
Caro don P.P.,
lei mi sembra- qui- un cartografo chino sulla mappa, non un uomo alle prese, nel territorio, con una salita reale dominando, o venendo dominato dagli sforzi, le capacità o incapacità della propria natura. Ciò che conta in quella lettera non è la differenza “tra” le strade, bensì il diverso ritmo che ciascuno dei due “alpinisti” adotta come il più adatto alla propria indole e costituzione, per affrontare, entrambi, un’unica strada. Francesco “invidia”- umilmente- l’irruente spontaneità di Gherardo, la sua assenza di dubbi, la sua -naturale, focosa e avventata mancanza di riflessione . Ma, (EXTRA EPISTULAM) può darsi pure che tale impeto lo travolga, che rimanga incidentato, che, soprattutto, preso dalla velocità e dal desiderio di salire, oblivi quale sia il retto percorso verso la vetta. Il divario non riguarda la strada, bensì il modo di percorrerla. E, ringraziamo il cielo di poter godere almeno di così piccola libertà, altrimenti verremmo costretti a marciare col medesimo passo cadenzato, tutti schierati in divisa…
“La vetta ci viene data”. Ossia- se restiamo seduti ai piedi del monte per un piacevole pic-nic o per un sonnellino-, la cima di esso ci cade in testa? Può capitare, anche di recente episodi del genere sono capitati,…non proprio una Grazia. In ogni modo, anche se lo fosse, lei continua a sottolineare che ad agire è esclusivamente una Volontà dall’alto e a subire a propria insaputa (o a ricevere) è sempre un qualunque tizio che vive in basso e che non si sogna minimamente di alzare lo sguardo. N.B. Il Monte Ventoso è talmente battuto dal vento che le rocce del vertice ne sono state ridotte in minuscoli frammenti tra cui crescono graziosi fiorellini gialli. Ci sono stata.
P.S.: Lei fa un lungo elenco dei “meriti” culturali e umani dell’Istituzione. Io, pur senza negarli, potrei ribatterle con un elenco storico anche più lungo di demeriti….e non approderemmo a nulla. Perciò- almeno per il momento- mi astengo da questa inutile diatriba. Mi stia bene, la saluto caramente.
Caro don P.P., ancora un breve accenno (che, forzatamente, devo postare qui) sui fratelli maggiori, secondo l’interpretazione di Benedetto XVI.
Egli parla di “precedenza storico-temporale”; ma, nei Vangeli non sta, forse, scritto che gli ultimi saranno i primi? Questa eccedente affermazione di fratellanza mi sembra si apparenti un po’ troppo strettamente alla concezione di una venerazione della “comunione di sangue” di tipo tribale: quella che dominava le famiglie e le tribù israelite dell’età del bronzo. (compreso il sempiterno richiamo al diritto di “primogenitura”). Primogenitura, in questo caso “morale-spirituale”, in quanto queste tribù sarebbero state le prime a sottoscrivere un vero e proprio “Contratto”- chiamato aulicamente: “Alleanza”-, con un Dio (A)”sconosciuto”, (B) che imponeva loro condizioni dettagliate quanto draconiane in cambio della sua protezione per conquistare con le armi terre, paesi e beni. Solo un’apologetica tendenziosa e collusa con un potere imperiale- o, comunque, con governanti cui si doveva altrettale obbedienza (Paolo, Romani 13)-, poteva asserire- in contrapposizione al precedente Contratto, l’esistenza successiva di un “nuovo contratto” che restituisse- a differenza dell’altro- la libertà morale (?) ai propri contraenti umani. Questa volta (C) il dio sarebbe stato un dio conosciuto (?) che -addirittura- avrebbe donato la sua vita per noi secondo un principio alquanto incongruo e illogico: quello di un dio di puro amore, perfetto, onnipotente, onnisciente, onnipresente che sacrifica se stesso a se stesso per salvare da se stesso l’umanità da lui stesso creata imperfetta. Io direi che è il caso di lasciare in pace il Mistero cui la Ragione non arriva: non avviliamolo con elucubrazioni che riescono solamente a degradarlo, per puro piacere speculativo.
“Solve et coagula” è un celeberrimo motto alchemico, OPERATIVO e non soltanto speculativo. Ce ne sono tracce evidenti (anche) nei Vangeli canonici e non. Tale OPERATIVITÀ, non è “proprietà” o prerogativa (rispondo a Marco sensei) di nessuno né tantomeno di chiese e congregazioni più o meno segrete. Semplicemente, si tratta di una disciplina che è di pertinenza di chi seriamente vi si sottopone. L’alchimia è … l’alchimia. Nessuna etichetta esclusiva può esserle attribuita.
Lasciando l’entrare – e il perdersi – nei meandri storico-culturali concernenti l’alchimia, mi limito ad una sola e breve osservazione di sapore cristiano:
misticamente la “pietra filosofale” è il Cristo-Sole che è sepolto nelle profondità della terra umana («il Regno dei cieli è dentro di voi») e che l’OPERATORE cerca purificandosi (solve) dalle proprie scorie mentali e passionali, cioè dalla presunzione di sé che lo ammorba ed insozza sotto varie forme, per poi unirsi (coagula) ad essa, cioè al Cristo resuscitato.
“Occorre che egli cresca (resusciti) e io diminuisca (muoia).
Inutile aggiungere che lo sciogliere e il legare non lo si realizza con un unico tentativo, bensì ci vuole una vita.
Angelo Silesio:
«Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se non nasce in te sei perduto in eterno».
Perciò: risuscitasse mille volte Cristo in Gerusalemme, se non resuscita in te sei perduto in eterno.
«Vi sono ancora molte altre cose compiute dall’uomo, che, se fossero state scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si sarebbero dovuti scrivere».
Ma meglio così! Ed in relazione alle cose compiute: immaginarsi poi se fossero state scritte tutte quelle pensate!
“Verba praetereaque verba” (Catullo, carmi).
Il bello è che un tal Giovanni pensa di conoscere tutte le cose compiute e pensate dal tal Gesù !
Caro Rolando,
la sua brillante ironia meriterebbe quasi una risposta più breve della sua citazione di Catullo.
Ma faccio uno sforzo.
Lei scrive: “Il bello è che un tal Giovanni pensa di conoscere tutte le cose compiute e pensate dal tal Gesù!”
In realtà, caro Rolando, il “tal Giovanni” dice esattamente il contrario: che le cose compiute da Gesù sono così numerose che il mondo stesso non basterebbe a contenerle tutte, se fossero scritte.
Ma capisco: la lettura selettiva del testo è ormai un’arte diffusa – si prende una frase, la si rovescia, e si attacca l’autore per ciò che non ha detto. È la nuova esegesi postmoderna: creativa, approssimativa e del tutto autoreferenziale.
Quanto a Catullo – “verba praetereaque verba” – ben detto: di parole inutili è pieno il mondo, e alcune, a dire il vero, arrivano anche sotto forma di commenti che confondono il mistero con la battuta, e il Vangelo con un elenco di fantasie editoriali.
Lei ipotizza con sarcasmo cosa accadrebbe se si scrivessero tutte le cose “pensate” dagli uomini. Ebbene, alcune – come le sue – forse è meglio che restino pensate e non scritte, per pietà dell’inchiostro e della carta.
Infine, un piccolo promemoria:
nessuno la costringe a leggere ciò che è già stato scritto. Ma se decide di farlo, almeno abbia la cortesia di capirlo prima di ironizzarci sopra. Anche perché, chi disprezza ciò che non conosce, finisce per dire molto più di sé che dell’oggetto del proprio sarcasmo.
Cordialmente,
don Pietro Paolo
Caro DON PIETRO PAOLO, sicuramente non ci siamo capiti. Non ho inteso prendere in giro Gesù, né come uomo e men che meno come creduto Dio , della stessa sostanza Padre, generato, non creato, come fu scritto inizialmente a Nicea 1700 anni fa e proprio il 18 -19 giugno, giorni che videro la ratifica finale del testo e la conclusione del grande primo Concilio ecumenico voluto ed indetto dall’unico PONTIFEX MAXIMUS di Roma che solo legittimamente deteneva questo titolo e relative funzioni.
Ho semplicemente parafrasato, e di poco, una frase di tal Giovanni, in cui si riferisce alle parole e fatti di tal Gesù, e di cui, tal Giovanni ( o altri) se avessero potuto scriverli tutti, il mondo non basterebbe a contenerne i libri.
[A parte l’assurdo che per documentarli per iscritto tutti bisogna conoscerli proprio tutti i pensieri e le azioni di un uomo da parte di un altro! Ma come si fa a collegare i cervelli? O a seguire un uomo istante per istante, se non ingabbiandolo?]
In pratica, ho solo sostituito il nome “Gesù” col generico “uomo” onnicomprensivo di tutti i fatti e detti di tutti gli umani.
E tu ribatti:
“In realtà, caro Rolando, il “tal Giovanni” dice esattamente il contrario: che le cose compiute da Gesù sono così numerose che il mondo stesso non basterebbe a contenerle tutte, se fossero scritte.”
Ognuno di noi può dire e scrivere la stessa cosa di chiunque altro umano, grande o meno che sia.
Temo piuttosto che questa frase conclusiva sia una maldestra eco di una già ben chiaramente messa in bocca a Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”.
E con questa affermazione ogni bocca viene chiusa, ogni filosofia spenta, come nobili cervelli avevano già intuito fin dall’antichità.
Ogni altra via della ricerca di Dio che non passi attraverso l’uomo Gesù, è vicolo cieco, erronea, e non porta a Dio. E per me, ciò, più che assurdo, mi rimanda al PONTIFEX MAXIMUS di cui sopra. Ecc… Ecc…
Dio è spirito e vita. E lo spirito spira dove vuole, in tutte le direzioni e nessuno sa dove e quando… Gv3,5-8.
Il resto?
TIMEO DANAOS ET DONA FERENTIS.[-ES]
Donde “religio” è nient’altro che il personale istinto di conservazione che gioca nella scelta dell’accettazione o meno dei DONA. Meister Eckhart docet, pure.
Con altrettanta cordialità e buona volontà.
Caro Rolando,
grazie per il tuo intervento, che merita una risposta attenta, benché su diversi punti io ritenga necessario precisare e talvolta correggere con chiarezza quanto hai espresso.
Parto da ciò che tu stesso dichiari: non intendi prendere in giro Gesù, né come uomo né — tanto meno — come “creduto Dio”. Tuttavia, proprio l’espressione “creduto Dio” tradisce una forma di relativismo che non può essere accettata da un cristiano. Cristo non è “creduto” Dio: è Dio, consustanziale al Padre, come afferma la fede cattolica professata nel Simbolo Niceno-Costantinopolitano e trasmessa sin dalle origini dalla predicazione apostolica. La fede non crea ciò che crede; riconosce ciò che è stato rivelato. E ciò che è stato rivelato è che Gesù è il Figlio unigenito di Dio, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero.
Tu dici di aver solo “parafrasato” il versetto giovanneo (“molte altre cose fece Gesù…”), estendendolo all’umanità intera. Ma questo non è un semplice esercizio letterario: è un’operazione teologica. E da questo punto di vista, l’analogia proposta è errata. Il versetto di Gv 21,25 è un’iperbole teologica, non una semplice esagerazione poetica: esprime il carattere divino e incommensurabile della vita e dell’azione del Verbo incarnato. Nessun uomo, per quanto geniale, può essere messo sullo stesso piano. L’umanità intera, con tutto ciò che ha fatto e farà, non può “essere detta” come lo è il Verbo, che in quanto tale è la Parola stessa di Dio.
Scrivi poi: “ognuno di noi può dire e scrivere la stessa cosa di chiunque altro umano, grande o meno che sia”. Ma questo è precisamente ciò che Giovanni non dice: proprio perché Gesù non è un uomo come gli altri, ma l’Unigenito, l’Emmanuele, Dio-con-noi, l’unico in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). La fede cristiana non può essere ridotta a una forma di idealismo umanistico. In Gesù non abbiamo un esempio sublime di uomo, ma la piena autorivelazione di Dio.
Tu ipotizzi poi che la frase “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) sia stata attribuita a Gesù “da altri”. Ma su quale base? I Vangeli non sono racconti mitici manipolabili a piacere. Essi sono testimonianze apostoliche che, pur redatte con stili e accenti diversi, convergono nel proclamare l’identità divina del Cristo. Negarne l’autenticità significa sconfessare la fede stessa trasmessa dalla Chiesa. E allora: chi ha il potere di dire che Cristo non ha pronunciato quelle parole? E con quale autorità si potrebbe affermarlo?
Riguardo al Concilio di Nicea: Costantino non era un teologo, né ha dettato il contenuto della fede. Il suo ruolo fu politico e organizzativo. La fede nicena è frutto del discernimento dei Padri riuniti in concilio in continuità con la Tradizione apostolica. Il fatto che egli presiedesse (formalmente) non inficia la verità dogmatica di ciò che fu lì proclamato, verità che la Chiesa riconobbe come espressione autentica della fede ricevuta dagli Apostoli.
Citi infine Gv 3,8: “Lo Spirito soffia dove vuole…”. Ma non dimenticare il versetto che precede: “se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel Regno di Dio” (Gv 3,5). Lo Spirito non contraddice mai il Figlio, e non è uno spirito generico o impersonale: è lo Spirito del Padre e del Figlio, che ci conduce alla verità tutta intera, non alle opinioni soggettive. È la terza Persona della Trinità, che attesta la signoria di Cristo (cf. 1Cor 12,3).
E infine: il tuo riferimento a “religio” come istinto di conservazione e alla diffidenza verso i “doni” (dona) suona più stoico che cristiano. Il cristiano non teme i doni di Dio, ma li riceve con gioia e tremore. Il Donum Dei, il Dono per eccellenza, è Cristo stesso, e chi lo rifiuta non segue lo Spirito, ma si chiude alla Vita.
Con rispetto e franchezza evangelica, ti invito a distinguere tra ciò che è simbolico e ciò che è rivelato, tra ciò che è filosofia umana e ciò che è Parola eterna. In Cristo, via verità e vita, non solo troviamo l’uomo perfetto, ma Dio che si è fatto vicino, carne della nostra carne, sangue del nostro sangue.
Con sincera stima nel Signore,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
lei chiede ” su quale base (fare) certe affermazioni? “.
Per esempio su quella dei circa 5600 codici in greco e più di 10.000 in latino che riportano- variamente- i testi evangelici. (Senza contare quelli scritti in altre lingue).
Caro don P.P.,
ritengo che Rolando- come ogni biblista- possa affermarlo anche semplicemente sulla scorta dei 5600 testi in greco dei Vangeli trasmessici con varianti e dei più di 10.000 trasmessici in latino (sempre con varianti)….senza contare quelli scritti in altre lingue.
Carissimo DON PIETRO PAOLO, mi limito solo a due tue affermazioni.
1) “Proprio l’espressione “creduto Dio” tradisce una forma di relativismo che non può essere accettata da un cristiano”.
Filone Alessandrino ebreo, quello del Commentario allegorico della bibbia dei LXX, in Legatio, scrive chiaramente delle due massime empietà per un ebreo: che un uomo si faccia Dio e che Dio diventi uomo.
È un contemporaneo di Gesù, nato prima e morto dopo Gesù. A prescindere da ciò, uno è libero di nutrire i propri ragionevoli dubbi su ciò in cui fin da piccolo è stato addomesticato. È libero di pensare e scrivere “creduto Dio” tanto quanto il cristiano che invece crede che Gesù, uomo ebreo, è Dio, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre.
Se tale “forma di relativismo” non può essere accettata da un cristiano ortodosso, pazienza. Nessuno gliela impone. E poi che tipo mai di relativismo sarebbe? Dio è Dio. L’uomo è l’uomo.
Com’è possibile relativizzare Dio?
È realtà invece che l’uomo è “relativo”.
Cosa dimostra la discussione a Nicea, con Ario ed il focoso vescovo di Ancira che lasciò scritto :
“ΤΟ ΔΟΓΜΑΤΟΣ ΟΝΟΜΑ ΤΗΣ ΑΝΘΡΩΠΙΝΗΣ ΕΧΕΤΑΙ ΒΟΥΛΗΣ ΤΕ ΚΑΙ ΓΝΩΜΗΣ”
“IL DOGMA NASCE DAL PENSIERO ED OPERA UMANE”.
Marcello di Ancira (Ancara 285-374).
Ma passiamo al secondo punto.
2) ” La fede non crea ciò che crede; riconosce ciò che è stato rivelato”.
Anch’io “riconosco” ciò che la mano dell’uomo ha scritto. Certo: credo che mani di uomini hanno scritto i loro pensieri, le loro esperienze, le loro visioni socio-politiche.
Tutte le immagini-pensiero che processa il cervello umano sono “rivelazioni”. Rivelazioni del grande Mistero personale dell’hic et nunc evolutivo.
Ma poi, caro DON, la rivelazione fatta a Paolo non rivela che Dio fa grazia a chi vuole ecc…
A lei non hanno insegnato che la Fede, quella vera con la F maiuscola è dono gratuito di Dio, dopo che l’uomo Gesù ebreo, “innocens Patri reconciliavit peccatores”?
Io nella mia ricerca di Dio sono come quella cerva che fin che vive necessita dell’acqua fresca che scorre e non è mai la stessa.
Con affetto. Ma mi dica ancora…
Cara Adriana,
è vero che esistono migliaia di manoscritti greci e latini dei Vangeli, con alcune varianti. Ma si tratta per lo più di differenze minori (ortografiche, lessicali), che non intaccano in alcun modo i contenuti fondamentali della fede.
L’affermazione di Cristo “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) è salda in tutti i testimoni antichi, e non è mai stata messa in discussione né dal punto di vista filologico, né teologico.
Usare l’esistenza di varianti per sostenere che queste parole non siano autentiche non è un metodo critico, ma una forzatura ideologica.
I Vangeli sono testi apostolici trasmessi nella Chiesa, non racconti manipolabili a piacere.
Caro don P.P.
impossibile trovare il-Rispondi—
Allora, la sua caratteristica comportamentale è di “prescindere” dai dati che non le si confanno: “Quisquilie, pinzillacchere…” Non proprio: provi a leggere Bart Ehrman ( se non l’ha già fatto) dove troverà- onestamente citate- varianti di poco peso, dove però- con onestà intellettuale- troverà altresì quelle di un peso tale da affondare il piatto della bilancia della Psicostasia.
Caro Matto,
tutto ciò mi pare altresì rispecchiato negli studi delle “costanti fondamentali” e della “Parsimonia” dell’Universo
( ancora a livello ipotetico), ma che- comunque- sono fondati su esperimenti “naturali, scientifici ed epistemici”- tra questi: l’ipotesi del Multiverso. Le teorie dell’Occidente si sposano con quelle dell’Oriente, ma entrambe in modi non trascendenti.
“Forse” un po’ di ragione-volezza l’aveva anche Pascal quando ricorda che la grandezza dell’uomo consiste nel riconoscere la propria limitatezza.
Però, amo molto gli spunti di pensiero che i tuoi interventi sollecitano nel pensiero!
🙏
Ti ho ringraziato con un 🙏 ma ancora non è apparso.
👋
Fluidificare- coagulare…
Caro Matto,- Solvo et Coagulo-… mi ricorda la fisica dei quanti per cui ogni sub-particella diviene onda, ( con la facoltà -ulteriore- di trasmettersi “altrove” ).
Mi sembra di ricordare che è anche il motto di un qual certa associazione piena di compassi e grembiulini…
Caro Tosatti,
da circa tre secoli i grembiulini se ne sono impadroniti, esclusivamente per non “macchiarsi” con le loro azioni”operative”. Ma, in antico, servì agli alchimisti “speculativi”, alla ricerca di una pietra filosofale che rappresentasse il cristallo della loro anima….O tempora, o mores.
Gentile Tosatti,
del resto, come lei saprà benissimo, nel magnifico pavimento a mosaico del Duomo di Siena viene esaltata la figura di Ermete Trismegisto, considerato il “patrono” di questi sapienti.
Carissimoa Adriana1….
…..il computer impossibile. Come il calcolatore quantistico cambierà il mondo.
È vero che “Dio gioca a dadi” e con quei dadi ci si potrà trovare in….sovrapposizione.
Omnia possibilia sunt credenti. Verbum Domini.
Caro Rolando,
ben trovato. Mi mancavano i tuoi interventi “glassati” di sottile ironia.
Veramente Albert Einstein affermò esattamente il contrario e cioè che Dio NON gioca a dadi.
Sì, carissimo STILUMCURIALE EMERITO, “Dio non gioca a dadi”!….
È Filone Alessandrino ad identificare Dio con l’Essere partendo da Es, 3,14 della LXX. Stabilendone l’assoluta trascendenza ed immanenza. La genesi è altro dall’Essere perché questa è essenzialmente cambiamento. Non c’è relazione tra Dio-ESSERE e genesi della realtà del cosmo, se non per mezzo di POTENZE intermediarie.
Girolamo, l’autore della Vulgata, Padre e dottore della Chiesa anche di Roma, mette Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio tra i primi quattro uomini illustri della Chiesa. Vorrà ben dire qualcosa il peso del pensiero dell’ebreo alessandrino Filone che commenta allegoricamente la LXX e mai si rifà al testo ebraico, di cui sembra perfino ignorare la lingua! Ed è largamente contemporaneo di Gesù.
Le due affermazioni si equivalgono: nessuno può sapere se Dio gioca o non gioca a dadi.
Ed Einstein ben lo intuiva separando gli assiomi della Scienza dal dogma della Teologia.
Mi perdoni, Rolando, se mi intrometto.
Anche se potrei obiettarle molte cose su quanto ha scritto, mi preme chiarire un punto fondamentale: san Girolamo non considera Filone e Giuseppe Flavio “uomini della Chiesa”.
La sua affermazione secondo cui Girolamo li avrebbe inseriti “tra i primi quattro uomini illustri della Chiesa” non corrisponde al vero.
Nella sua opera De viris illustribus, Girolamo:
• cita Filone (cap. 11) come giudeo dotto, ma non cristiano;
• cita Giuseppe Flavio (cap. 13) come storico giudeo, ma estraneo alla Chiesa.
I veri “uomini illustri della Chiesa”, secondo Girolamo, sono gli apostoli e i padri della fede cristiana: Pietro, Paolo, Giovanni, ecc.
Dunque, il pensiero di Filone può essere stimato per erudizione e profondità speculativa, ma non ha autorità teologica né ecclesiale.
Nessun Padre della Chiesa lo annovera tra i grandi della fede, né lo utilizza come fonte normativa della Rivelazione.
La verità cristiana non nasce dalla filosofia greca, né da “mediazioni alessandrine”, ma da un fatto storico e soprannaturale:
«Il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi» (Gv 1,14).
E non ci sono “potenze”, né filosofie, che possano eguagliare o sostituire il volto del Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore.
don Pietro Paolo
E perchè non dovrebbe, o potrebbe? Del resto a quel tempo Einstein non aveva certo potuto approfondire la fisica quantistica.
I commenti sono chiusi.