Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di tutto cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni e ricordi su Fernanda Pivano – che ci fece conoscere nelle sue traduzioni tanta letteratura d’oltreoceano, e sugli Stati Uniti, e su quella statua dal significato ahimè troppo tradito, laggiù e altrove…Buona lettura e condivisione.
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Ai piani più alti della casa romana all’Aventino basso, dove i pini erano più alti del tetto stesso, vivevano, come fossimo una famiglia solamente, cinque fratelli con i loro genitori. Erano quattro maschi e ultima una bambina, che era giocoforza la mia compagna, una simil sorella, ma anche insieme un’avversaria, come ho scritto in Romaamor. Quando compì, mi pare, i suoi bei sedici anni, Vivian (la chiamo qui così) partì per l’America, nel cui mito viveva l’intera loro cucciolata.
Il primogenito aveva studiato al Mit (cosa che gli dava un’aura di superiorità condensata e il diritto di guardarci da sopra in giù), il loro papà aveva affari con gli americani a Roma e Vivian sempre signorine americane e una con occhi viola che piaceva molto ai gemelli, con gran scorno della sua protetta…
Partì, dunque, per l’America e non ricordo dove andò, ma da qualche parte vicino ad Atlanta (che si deve pronunciar atlana), da dove veniva appunto la sua signorina. Tornò più triste, con moltissimi chili in più e, lo ricordo ancora, dipinse di rosso la sua stanza e ancora non so perché lo fece poiché non me lo spiegò mai. Mi chiesero se volevo andare anche io in America e risposi, con occhi d’angelo, quello che avevo già dichiarato da bambina, quando ancora non sapevo niente degli Stati Uniti. E cioè dissi: “Io, in America, non ci andrò mai”. E così è stato e così è. Mai ho subito la lusinga di quello che arrivava dall’oltre Oceano. Un ricordo mi trascina all’aeroporto di Fiumicino dove sono andata a prendere Fernanda Pivano, che mi fu amica, io giovane giovane lei già in sedia a rotelle, per forse un anno. Pioveva a dirotto, ricordo, e io in pizzo al sedile, il naso a picchiare sul cristallo, per non battere contro la macchina davanti.
Sono andata a prenderla all’aeroporto per portarla nella sua bella casa di Trastevere, dove abitava in una specie di comunità intellettuale, e in macchina parliamo dell’America, che lei portò in Italia nella persona e nelle opere dei poeti della beat generation. “Ma non ti piacciono i miei poeti?”, mi chiese a bruciapelo, leggendomi dentro come sapeva fare bene, lei cresciuta come me a scuola dalle suore. Dribblai nel rispondere per non dirle che non li avevo letti e a tutt’oggi ne ricordo appena i nomi che lei magnificava in discorsi che mi lasciavano fredda come un sarago.
E ora, fatta tutta questa premessa, vorrei qui metter nero su bianco il mio sgomento sulla “Statua della libertà”, dono agli americani di un massone francese. Quell’uomo-donna, con la corona a sette punte, e il lume nella mano destra, simbolo della libertà (secondo loro) a me pare il segno della lotta dell’uomo che s’erge, babelico, contro il mio dolce Signore. E libertà e peccato originale mi sembra che siano un solo lemma in diavoliano. E mi viene il dubbio, ma è un dubbio solamente, che il colosso somigli tanto a un quadro di Lucifero che vidi una volta alle spalle di un banchiere arcinoto, dallo scudo rosso, e che ora morto.
E il dubbio si fa certezza se penso che il nomignolo di New York dove s’erge il gigantone è “la grande mela”…
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1 commento su “Te la Do Io l’America…Gli USA, la Statua della “Libertà” e Fernanda Pivano. Benedetta De Vito.”
Tutto bello, tutto giusto, ma mi volete spiegare i bisticci grammatici della prima parte?
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