Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul duro e morbido, e sulla graduale de-composizione del complicato. Buona lettura e meditazione.
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IL COMPLICATO PRIMA O POI SI DECOMPONE
«Chi è flessibile si conserva integro. Perché ciò che è duro e rigido è seguace della morte, ciò che è morbido e adattabile è seguace della vita».
Lao Tzu
«La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma. Ogni forma è la morte. Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprende in questo flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte».
Luigi Pirandello
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È verosimile che dall’anno 34 i Cristiani abbiano cominciato pian pianino, e sempre più “perfezionandosi”, a organizzarsi come religione e a consolidarsi come granitica, ricca e potente Istituzione detta “cattolica” già a partire dal I secolo con Ignazio di Antiochia. E così, la Chiesa cattolica si è affermata come propositrice (o impositrice?) di una religione che non può non porsi in contrasto con altre religioni, cioè con altre Istituzioni religiose.
Sorvolando in questa sede sull’indistricabile interrogativo riguardo a dove finisce la Chiesa, l’autorità spirituale, la “casta”, e comincia il Vaticano, il potere temporale, la “meretrix”; dove finisce l’Annuncio e cominciano il potere e la diplomazia; dove finisce il «non guardare in faccia a nessuno» del Maestro e comincia il compromesso per la pace «come la dà il mondo» dei discepoli; dove finisce il Vicario di Cristo e comincia lo statista; dove finisce l’essere «nel mondo» e dove comicnia l’essere «del mondo»; dove finiscono i Pastori e dove cominciano gli amici dei lupi; dove finisce il vero Papa e dove comincia il falso papa; sorvolando su tuttociò, dicevo, occorre tenere presente che altro è religione e altro è spiritualità, quindi altro è essere una persona religiosa e altro è essere una persona spirituale, sebbene la linea di demarcazione non si costituisca senz’altro come reciprocamente esclusiva dell’una nei confronti dell’altra.
La religione è un sistema organizzato di credenze e pratiche condivise da una comunità. Essa si basa su dogmi, testi sacri e rituali che servono a guidare l’individuo nella relazione con il divino o con una realtà superiore.
La spiritualità è un concetto ampio e flessibile, che si riferisce alla ricerca interiore e alla connessione con qualcosa di più grande di noi stessi. Essa non è vincolata a dogmi o istituzioni e spesso viene interpretata in modo soggettivo, secondo le esperienze e le credenze personali.
Di conseguenza, la religione si presenta rigida, intransigente e chiusa in se stessa, mentre la spiritualità si mostra morbida, accondiscendente e aperta.
Ora, per quanto lo si cerchi, nella Buona Novella non si trova alcun motivo che giustifichi la costituzione di una struttura religiosa organizzata, monolitica e più che complessa, la quale è addirittura “evoluta” diventando complicata: «CUM assieme e PLICARE piegare, avvolgere. Render comechessia una cosa meno semplice, e più difficile a risolversi, a trattarsi e simili, Intrigarla, Imbrogliarla, Inviluppparla» (etimo .it).
Pertanto, il «pasci i miei agnelli e le mie pecore» non può essere interpretato come un «Tu, Pietro, fonda e organizza prima un’associazione e poi fonda e organizza uno stato», prova ne siano il «non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno», il «non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture» e «il mio regno non è di questo mondo». Ragion per cui ci si può legittimamente chiedere che ne sia stato di questi Precetti squisitamente spirituali.
E poi, se il nascere in questo lazzaretto di afflizione che è la terra porta le stimmate dell’esilio dall’Eden, che senso può avere lo stabilire un’Istituzione-Regno di Dio nella terra dell’esilio, che prima o poi si deve abbandonare?
E difatti è lo Spirito che trasfigura la materia dell’uomo e del mondo, e non una qualsiasi Istituzione capillare e complicata che se ne impadronisce e lo gestisce in proprio per mezzo di un magistero imponente e impositivo, che non lascia spazio alla minima riflessione e al minimo contributo personale, una maschera di ferro applicata al fedele attraverso la quale risuona – deve risuonare! – un’unica nota, quando ci sarà pure un motivo perché le note sono sette, come sette sono i colori dell’arcobaleno: chi può, intenda.
Il minaccioso e repressivo: «se qualcuno dice che … sia anatema», ovvero l’azzeramento della facoltà di pensare perché tutto è già pensato, non sembra il mezzo migliore per attrarre anime (che è altro dal proselitismo). Di più, un tale magistero è facile produca bacchettoni religiosi, quando non di assoggettati ed esaltati, invece di autentici discepoli spirituali.
La Verità dice: «se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei»: anche questa Rivelazione non sembra sia stata rispettata: la storia ci presenta una sequela ininterrotta di eserciti militari cristiani armati di tutto punto, impegnati pure essi nell’ammazzare gli infedeli per affermare (con beneficio d’inventario riguardo alle vere intenzioni) il regno di Dio sulla terra, mentre invece, come già visto, tale regno «non è di questo mondo». Classiche le Crociate (e non solo), retaggio innegabile delle spedizioni stragistiche veterotestamentarie (tuttora in atto!), quando invece il Santo Sepolcro da liberare si trova nell’uomo interiore: «noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas» (Agostino), e perciò la Terra santa della Crociata è nell’uomo e non fuori di esso.
E non traggano in inganno i famosi: « chi non ha una spada, venda il mantello e ne compri una» e «non sono venuto a portare la pace, ma una spada», dacché Cristo parla della spada spirituale che ha da dividere la luce dalle tenebre, di nuovo, in interiore homine. Infatti, sconsolato davanti agli apostoli che senza imbarazzo e fraintendendo tirano fuori subito due spade che erano in loro possesso, Gesù dice «Basta!»
E non finisce qui: «I discepoli, vedendo ciò che stava per accadere (l’arresto), dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?», dopo di che ecco il fendente menato su un servo del sommo sacerdote. Gesù ancora una volta, con tristezza, ripete la stessa frase: «Lasciate, basta così!». Insomma, la spada deve rimanere nel fodero, esattamente come insegna il … Bushido, di cui Gesù è l’Eccelso Maestro.
E poi non c’è solo Pietro, c’è anche Giovanni, l’aquila che tocca altezze vertiginose impossibili ad essere impacchettate in formule dagli addetti ai lavori dell’organizzazione religiosa. Il passo giovanneo circa lo Spirito (il Vento) non può essere aggirato da qualsivoglia campanilistica esegesi. È la Verità stessa che dice ecumenicamente, ricordando che l’Ecumene è la terra abitata che comprende tutti i popoli:
«Lo Spirito [il Vento] soffia dove vuole, ne puoi udire la voce, ma non sai né da dove viene né dove va».
Senza soprendere, Plotino conferma e suggerisce la … prassi apofatica:
«Ma non si deve indagare da dove quella luce sia apparsa. Poiché lì non vi è luogo d’origine. Poiché essa non viene da nessuna parte e non va da nessuna parte, ma appare o non appare. Ecco per quale ragione non la si deve inseguire, ma attendere in pace che compaia, preparandosi a contemplarla, così come l’occhio attende il levarsi del sole: esso, levandosi all’orizzonte (“dall’Oceano”, dicono i poeti) si offre ai nostri sguardi per venire contemplato».
Occorre rendersi conto che il Vento soffia dove vuole Lui, non soltanto dove suppongono e stabiliscono gli addetti ai lavori, i quali anch’essi non sanno «da dove viene né dove va», perché se lo sapessero sarebbero altrettanti dèi o quanto meno serafini, gli angeli più vicini a Dio. Come dire che lo stabilito religioso istituzionale (come il singolo facente parte dell’Istituzione, ecclesiastico o laico che sia) non può prevedere tutte le possibiltà di conoscere lo Spirito, o, meglio, di essere conosciuti – illuminati – dallo Spirito che liberamente soffia e vivifica.
Al riguardo, traggo spunto da accademia.edu per proporre un’omologa – non sorprendente – parentesi induista, ove il Vento/Spirito è chiamato Vāyu in sanscrito, e che all’inizio di un inno vedico (Rg Veda Samhita I, 2) viene così invocato:
«O Vāyu, vieni a noi, desideriamo* vederti,
che Tu sia il benvenuto*».
*Desideriamo … benvenuto: darshata, il più bello ed onorabile, desiderabile a vedersi. Il Vento non si può scorgere, ma si può udire (vedi Rg Veda X, 168, 4). Si tratta di un sincero appello ad una Sua rivelazione tangibile all’occhio della mente:
«Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita».
Procedendo:
« O Vāyu, i tuoi adoratori si avvicinano a Te
con parole di lode.
Sono coloro che, avendo preparato il soma,
vedono il Giorno*»
*Vedono il Giorno: aharvidah, anche “conoscono il giorno”. La preparazione del soma (nome di una pianta e del succo che ne veniva estratto, bevuto nei riti sacri, ndc) aveva luogo al mattino presto, prima dell’alba; così, chi prepara il soma, prepara la scena alla manifestazione della vita, reiterando, in piccolo, la creazione dell’Universo, il Giorno di Brahmā, il cui preludio è proprio Vāyu, movimento e respiro vitale sulle acque (Genesi 1:1-3). Si diviene coscienti della Luce, della divina vittoria sulle tenebre: si “conosce”, quindi, nel senso upanisadico del termine, l’atman illumina l’identità dell’individuo. Questa è l’opera dello Spirito:
«Veni, Sancte Spíritus, et emítte cǽlitus lucis tuæ rádium».
Cui faccio seguire, a proposito della vittoria sulle tenebre, il giovanneo:
«Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre».
Cui si lega a sua volta «il giorno di Brahma», il giorno della Luce – della Verità – che libera, di cui, per esempio, in Geremia 8, 30:
«In quel giorno – parola del Signore degli eserciti – romperò il giogo togliendolo dal suo collo, spezzerò le sue catene; non saranno più schiavi di stranieri»,
passo ovviamente da intendere sub specie interioritatis, dunque universalmente valido, ove il “giogo”, le “catene”, la “schiavitù” e gli “stranieri” indicano nient’altro che le passioni e i vizi che attentano all’integrità dell’anima e del corpo, dunque certamente non riferiti a popoli da sterminare poiché … non eletti!
Prima della conclusione, si osserva come la decomposizione dell’Istituzione cui si sta assistendo non da oggi, nonostante quanto propinano gli allucinanti media e con buona pace di coloro che in un modo o nell’altro cercano di salvare capra e cavoli, sia dovuto palesemente alla sua mastodonticità complicata e rigida, e nonostante il camaleontico apparato sinodale in via di approntamento. In realtà, l’imposizione gerarchica e l’imposizione sinodale sono le due facce della stessa medaglia.
Inesorabilmente, il retaggio veterotestamentario del “popolo eletto” ha fatto il suo tempo, lasciando irrisolta la perplessità suscitata da un creatore di tutti i popoli che poi se ne sceglie uno per sé e lo incarica di annientare gli altri! Un solo bonbon confezionato dai “fratelli maggiori” può bastare:
«Allora Israele fece un voto al Signore e disse: “Se tu dai nelle mie mani questo popolo, le loro città saranno da me votate allo sterminio”. Il Signore ascoltò la voce d’Israele e gli diede nelle mani i Cananei; Israele votò allo sterminio i Cananei e le loro città». (Nm 21:2,3).
Altro che «rimetti la tua spada nel fodero»!
Poco ma sicuro che l’elezione spirituale – di anima e corpo – la si conquista individualmente, non certamente in gruppo o facenti parte di un popolo speciale, sicché nessun cattolico può superbamente presumere di essere un privilegiato rispetto ad altri, giustificandosi con le 900 pagine (!) del Catechismo e ai 7 volumi (!) comprendenti 1752 canoni (!) del Diritto canonico – a proposito di spiritualità e fluidità vitale! – piuttosto che darsi ad un processo di auto-purificazione dalle proprie sozzure ed al Silenzio contemplativo.
Come dire che quella del domani sarà una Chiesa cattolica penitente e contemplante che recupera la castità e povertà – la semplicità! – dell’anno 34 o non sarà.
Pertanto, circa il «non praevalebunt» occorre intendere bene.
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12 commenti su “Il Complicato prima o poi si Decompone. Il Matto.”
A proposito di “casta” e “meretrix”, è notizia di stamani che lo IOR (Istituto incorporato nell’Istituzione) ha pubblicato il Bilancio d’Esercizio (eh, sì, è un’azienda, come da indicazione evangelica). L’utile netto è stato di 32,8 milioni di euro, in crescita (bene per il Vaticano!) del 7% rispetto al 2023.
Di questo “utile”, 13,8 milioni di dividendo (classico termine dell’impresa a scopo di lucro) andranno al Papa (vero o falso che sia).
Come dite? “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro” ?
Ma dai! Questa è poesia!
Caro Matto,
l’ho letta anch’io, e subitissimo mi è venuta una preghierina per l'”Incompreso” Mons. Markcincus che sapeva che la Chiesa non si poteva governare con un’Ave Maria!
Qui sulla Terra convivono anime (e ‘gruppi di anime’, ossia popoli e nazioni) molto diverse tra loro.
Molte di queste anime traggono giovamento dall’unirsi a una (più o meno regimentata e dogmatica) religione per mantenersi orientate al bene e avvicinarsi gradualmente ai misteri dello Spirito.
Altre anime privilegiano invece una ricerca ‘indipendente’ delle verità e della Verità, senza vincoli particolari a un singolo ‘sistema’, quindi, ma facendo proprio tutto ciò che si reputa vero e giusto dovunque lo si trovi, sulla base del proprio personale discernimento.
La ‘libera esplorazione’ (che pure presenta alcuni vantaggi) espone l’anima a tutta una serie di insidie, errori e cadute che invece la religione punta a prevenire sul nascere (o a quanto meno a minimizzare) offrendo una morale in un certo senso ‘preconfezionata’ al fine di tenere i fedeli lontani dal peccato.
In verità la Legge Universale è già scritta nei nostri cuori. I dogmi e i comandamenti sono (o dovrebbero essere) semplici richiami per risvegliare la nostra coscienza sopita, assieme alla naturale facoltà di discernere la verità dalla menzogna in quanto anime ‘create a immagine e somiglianza di Dio’, anche se attualmente decadute, ‘smemorate’ e quasi irriconoscibili.
Fintanto che l’umiltà accompagna la ‘libera esplorazione’ non si corrono particolari pericoli; con questa virtù si rimane infatti aperti ad imparare dagli errori (e ad aggiustare prontamente il tiro all’occorrenza).
Quando invece subentra la superbia si finisce inevitabilmente in pasto a satana, che subito oscura la verità a favore di false, faziose scelte di comodo, che trascinano l’anima sempre di più alla deriva.
Con o senza il ‘guardrail’ della religione istituzionale ognuno segua pure il cammino spirituale che gli è più congeniale, senza perdere troppo tempo a giudicare e condannare il cammino altrui; non c’è niente di meglio che puntare il dito per montare in superbia e perdere lo stato grazia…
Chi pretende di salvare il mondo spremendosi le meningi è destinato a fare un buco nell’acqua, più o meno grosso a seconda di quanta grinta ci mette ad arrovellarsi il cervello…
‘Penso dunque sono’ è un inno alla vanità, una solenne falsità che il pensiero stesso (con un minimo di onestà intellettuale…) può smontare molto facilmente.
Non è il pensiero dell’uomo che crea la realtà, anche se certamente può (in parte) influenzarla; il pensiero di Dio (la Parola, il Verbo) invece ha creato l’uomo assieme al suo pensiero e a tutto il resto.
È Dio che per manifestarsi ha bisogno del pensiero dell’uomo o è l’uomo che per manifestarsi ha bisogno del pensiero di Dio?
‘Rendere a Dio quel che è di Dio’ significa arrendersi di fronte all’evidenza che, come afferma il Signore, ‘senza di me non potete far nulla’.
La ringrazio per il suo bel contributo.
Per quel che mi riguarda … sono, dunque penso.
Se non fossi come potrei pensare?
Così il pensiero è subordinato all’Essere che scrivo con la maiuscola, e non c’è altro essere che l’Essere (perdoni il gioco di parole).
L’Essere non necessita di pensare altrimenti ne sarebbe condizionato e non sarebbe più l’Essere Puro e quindi Assoluto.
Così, anche per l’essere umano il pensare (e parlare, e scrivere) è una facoltà, non un obbligo. Una facoltà che però, facilmente, produce dissipazione, complicazione e conflittualità.
E allora: non penso, dunque sono.
E se sono, penso, parlo e scrivo per gioco. Un gioco in cui vincere o perdere non ha la minima importanza.
Cordialmente.
La vera rivoluzione, quella che porta alla Salvezza, è il trionfo del Cuore Immacolato di Maria:
io non penso…
io non sono…
Dio Pensa in me…
Dio È in me…
Io Sono (che è il nome di Dio, v. Esodo 3, 14)
Per questo Maria, l’umile serva che si è abbandonata completamente nelle braccia del Signore, un foglio bianco su cui Dio Padre, per mezzo di suo Figlio, può scrivere la Sua sublime storia d’Amore, piena di grazia e di Spirito Santo, afferma:
“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome: […]” (Lc 1, 49)
La serva, che si è fatta piccola, un nulla di fronte a Dio, ha trovato in Dio l’unione mistica con tutto il creato, ha realizzato (nel proprio Sé glorificato) l’eterna alleanza, la sublime congiunzione tra Cielo e Terra nell’abbraccio del Padre.
Dal canto mio devo ammettere che ho ancora paura del vuoto, che la goccia si perda nell’Oceano… quando, per grazia di Dio, questa paura verrà meno, solo allora avrà inizio il Regno di Dio in me.
👍
https://marcotosatti.com/2024/03/16/47405/
Non mi adombro, non ne ho il tempo 😄.
Ma poi cos’è il tempo, se non un arrancare della mente?
Tagore:
“Non puoi attraversare il mare semplicemente stando fermo e fissando le onde”.
Non so più cos’è la spiaggia e nuoto … nuoto … e questo nuotare è il mio contemplare, ora alla luce del sole, ora al chiarore della luna e sotto le stelle.
Perdona: mi è venuta fuori di botto 🖐
Allora, caro Matto, nemmeno permetterti di “corrugare le sopracciglia”, dal momento che posto qui una domandina dimenticata.
Diciamo…mi pare… che il tuo animus sia “monoteista”. Va benissimo, ma a quell’unico Dio sembri rivolgerti ora come a un Padre, ora come a un Figlio:- incongrui “lacerti” delle tre religioni abramitiche -? Io penso che il dio- unico- dell’AT sia particolarmente bisognoso di sedute analitiche per migliorarsi: specie quando ordina ai suoi: “Non fate alleanze, anzi distruggete i loro altari, fate a pezzi le loro stele…perchè YHWH si chiama geloso. Egli è un Dio geloso.” ( Es.:20, 2-17). Sorpassati di corsa Padre e Figlio, talora sembra tu ti rivolga a Dio Filosofico, quello tanto più agevole su cui ragionare e tanto più “astratto”. Come la mettiamo?….Il nuoto fa bene.
Non corrugo e completo la tua osservazione: mi rivolgo all’unico Dio anche in quanto Spirito Santo.
Però, molto spesso, come hai potuto constatare, mi riferisco all’Assoluto, che trascende ogni distinzione.
Inoltre, non di rado ho fatto riferimento a IO SONO. Come pure a UNO.
Questa onomastica vien fuori da sé, mentre butto giù l’articolo che poi propongo, ovviamente dopo la seduta apofatica. Per poter scrivere – almeno così è per me – devo far decantare dalla mente ogni parola, concetto e immagine (e attaccamento).
Tanti, tanti anni fa, fui attratto da Maestro Eckhart. Non saprei dire perché: mi attraeva perché … mi attraeva. Poi la prassi apofatica mi ha permesso di entrare un pochino nel merito delle sue opere e così eccomi qui: un cattolico eckhartiano-zen con … velleità samuraiche 😄
Colgo l’occasione per farti omaggio di uno strepitoso (per me) brano di Eckhart circa il “Luogo dell’unità”.
«In tutta verità, e per quanto Dio viva, “questo Luogo” Dio stesso non penetrerà mai un momento, non lo ha mai penetrato con il suo sguardo, in quanto possiede un modo e una proprietà delle sue Persone. Questo è facilmente comprensibile, perché l’Uno di cui parlo è senza modo e senza proprietà. Perciò, se Dio dovesse mai penetrarlo con il suo sguardo, ciò gli costerà tutti i suoi nomi divini e la proprietà delle sue Persone. Deve lasciarli tutti fuori in modo che il suo sguardo penetri. Egli deve essere l’Uno nella sua semplicità, senza alcun modo o proprietà, dove in questo senso non è né Padre, né Figlio, né Spirito Santo, eppure è qualcosa che non è né questo né quello».
Seppur nel mio piccolo, posso dire che è così!
Ciao!
Caro Matto,
grazie dell’omaggio costituito da quello che io ricevo come un lacerto di alta poesia: quella che trascorre celata, ma frusciante nel tempo come un torrente carsico. L’ umbratile immagine mi ricorda il dio solitario Amon- il nascosto, l’ inconoscibile antico dio del lontano Cielo dove solo Vento e Aria -invisibili- hanno dimora.
A mia volta spero ti sia congeniale un pensiero del caro prof. Vittorio Mathieu:
“Ascoltare la musica è ascoltare il silenzio.
Grande è la potenza significante di ciò che non significa nulla, perchè è il nulla a far emergere l’essere delle cose. E la musica e la luce si situano proprio in questo iato insuperabile tra l’essere e il nulla.”. 💖 Saluti cari.
Grazie! Sarà un caso, ma proprio ieri sera consideravo, per così dire, l’etericita’ della musica che s’innalza dalla fissazione dello spartito e dalla materia dello strumento portando con se la coscienza.
Caro Matto, finalmente il soffio di un po’ d’aria pulita!
Non adombrarti però, se, in mezzo ai tuoi parallelismi, il mio spirito- un pochino polemico😆 – troverà modo di sollevare qualche argomento che eccepisca ad alcune tue convinzioni che profondamente rispetto, in quanto frutto- liberissimo frutto- della tua personale interpretazione.
Secondo la mia, per es., quel famoso “Basta!” significa esclusivamente : “E’ sufficiente! (una spada)”. L’intervento di Jeshua su Pietro nell’orto degli ulivi serve a stigmatizzarne un gesto francamente inutile e controproducente. Ancora: da notare che deve trattarsi di una spada corta dalla lama ricurva, se taglia un orecchio come il burro senza ferire altrimenti il servo. Per logica doveva trattarsi della famosa “sica” di origine romana che servi ai “sicari” per commettere numerosi delitti “patriottici” a sorpresa per poi squagliarsela, (dopo averla nascosta facilmente nella manica).
Le “Buone Nuove” contengono detti ed episodi tra loro spesso contradditorii. Per il personaggio tanto “spirituale” di Pietro, basti citare la “cristiana misericordia” che mostrò ad Anania e Saffira. (“Perdonate 70 volte 7”??? ) S. Gerolamo nella sua lettera 109 si dichiara convinto che fu Pietro ad ammazzare entrambi- colpevoli di menzogna e di essersi intascati una parte del loro legittimo ricavo, (fai fuori 2 per educarne 200)- e, aggiunge che questo fu un gesto bello e necessario.
I riti induisti sono senz’altro meno rigidi di quelli della tradizione cattolica. Seguono però, anche essi, una prassi di formule e gestualità molto precise e alte e onorate (così come coloro che la compiono).
Un autentico sollievo spirituale, per me, è dato dalla lettura del Radhakrishnan del Bhagavad Gita dove i problemi di coscienza vengono indagati onestamente e profondamente.
Con il tuo intervento avrai fatto rizzare il pelo a una quantità di crociati da tastiera. 🤗 Me ne congratulo.
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