Affacciandosi alla Finestra per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla parola, il suo significato e i suoi effetti. Buona lettura e meditazione.

§§§

 

AFFACCIANDOSI ALLA FINESTRA

PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA

 

 

«Preoccupati di ciò che dicono gli altri e sarai sempre loro prigioniero».

Lao Tzu

 

* * *

Ogni essere umano ha la facoltà del parlare per mezzo della quale esprime il suo pensare. La domanda rovente: è il parlare ha da essere libero o no? Diciamo il parlare, poiché si può pensare senza parlare, mentre il parlare è un’esplicitazione del pensare, che così diventa un comunicare. Si parla perché c’è chi ascolta, che a sua volta parla a chi gli ha parlato e che ascolta. Cosa ne vien fuori? Tutto tranne la Verità, se essa ha da essere motivo di convergenza anziché di divergenze. E non sarà da un compromesso fra divergenze che scaturirà la Verità.

La risposta alla domanda “il parlare ha da essere libero o no?” esigerebbe una risposta univoca in un senso o nell’altro, ma si comprende che nel contesto umano la questione è colossale: se il parlare ha da essere libero, non vi è chi possa dettare regole; se invece non è libero, si pone l’interrogativo defraglante circa chi debba porvi delle condizioni e secondo quale criterio, parola che deriva dal greco krino: separo, trascelgo, giudico, decido, e che non può essere che soggettivo. È sempre un soggetto che sceglie il proprio criterio per rivestire, anzi travestire di oggettività e verità i propri asserti, tema attualissimo a livello planetario e acutissimo in seno all’Istituzione. Scendendo nella prassi, i contenuti del parlare  sono molteplici e spessissimo in contraddizione, ragion per cui la comunicazione si fa conflittuale.

Dice sapientemente Hugo von Hofmannsthal:

 

«Un’ora di contemplazione val meglio che un anno di devozione»,

ma basterebbe starsene un solo minuto in silenzio per rendersi conto di come vi sia un Pensiero Silente, assoluto, senza forma e quindi infinito da cui sorge il linguaggio finito che attraverso i molteplici soggetti si fa proteiforme. Ragion per cui nessun pensare e parlare umano può pretendersi indipendente dal Pensiero Silente, cioè dall’Unico Vero, che non può essere pensato e detto, ovvero ridotto a qualsiasi forma, e ancor meno a soggettivo criterio. Per questo l’errore in sè non esiste: esso altro non è che la verità de-formata, e la de-formazione non può darsi che attraverso il soggetto che pensa e parla, fatalmente condizionato dalle proprie passioni e dall’accumulo delle in-formazioni inculcategli o recepite sin da quando viene al mondo. E così, paradossalmente, ogni forma … de-forma la Verità.

 

Da notare che ogni “formazione della coscienza” è un condizionamento della medesima che in sé stessa non ha forma, quindi è vuota e libera a somiglianza del Pensiero Silente, ciò che viene compromesso proprio dalla forma che la avviluppa e la coarta. E, a ben vedere, ogni iniziativa “educativa” si risolve in un esercizio di potere da parte di chi, già formato e dunque limitato egli stesso, inculca una qualsiasi forma in un altro soggetto, quando invece è il Pensiero Silente, l’Unico Vero, a garantire la libertà della Coscienza che Gli somiglia:

«Conoscerete la Verità e la Verità  vi fara liberi».

Dice «la Verità», non quello che è scritto e si dice della Verità.

 

Grazie alla somiglianza, la Coscienza già conosce la Verità, il Pensiero Silente, ma sono le forme – qualsiasi forma – a mettersi di mezzo con pretesa di mediazione assoluta, presentandosi ciascuna come “verità” e “unico criterio”.  

 

Ricordiamo che il termine “forma” deriva sia dal latino forma in quanto  “figura stabile”, sia dal greco morphé in quanto “faccia visibile”, in entrambi i casi significando un perimetro, dunque un limite.

 

Così, a rigore, al confronto del Pensiero Silente, l’Unico Vero, ogni pensare e parlare soggettivo è un errore, posto che è una forma, cioè un limite che a sua volta si esplicita a partire da precedenti  in-formazioni, cioè da precedenti limiti, e certamente non è una somma di limiti che può rappresentare l’Illimitato, il Pensiero Silente, la Verità.

La mancata consapevolezza di ciò, comporta nei molteplici soggetti la convinzione che il proprio parlare – e perciò il proprio pensare –  sia quello “giusto”. Sennonché il Pensiero Silente è assoluto – ab-soluto, cioè sciolto, libero – e perciò trascende ogni dualismo pensato da soggetti umani, quindi anche quello di “giusto” o “ingiusto”. Il giusto e l’ingiusto sono prerogativa del Pensiero Silente che li comprende trascendendoli, quindi in assenza dell’antitesi che scaturisce fra i singoli e molteplici soggetti umani, nei quali, occorre tenerlo sempre presente, la soggettività in quanto coacervo di passioni e limiti (le in-formazioni, gli in-segnamenti), ossia l’io psichico individuale, induce alla presunzione di verità.

Rainer Maria Rilke coglie lucidamente nel segno:

«Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre cosí chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l’inizio e là è la fine.

E mi spaura il modo, lo schernire per gioco,
che sappian tutto ciò che fu e sarà;
non c’è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio.

Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani.
A me piace sentire le cose cantare.
Voi le toccate: diventano rigide e mute.
Voi mi uccidete le cose».

 

Particolarmente stupendi e significativi gli ultimi tre versi circa la presunzione umana che necrotizza le cose!

Illuminante anche Alan Wilson Watts:

«Nessuna bocca è abbastanza grande per pronunciare l’intera cosa».

 

Vale a dire che nessuna bocca può pronunciare l’intero Verbo: l’Inesauribile, l’Irriducibile, l’Incontenibile, l’Immenso di fronte al quale lo scricciolo del soggetto umano – il «chicco di grano» – se vuol vivere deve morire.

 

La Coscienza che attinge il suo essere direttamente al Pensiero Silente è infinitamente prima di ogni forma che la occupa con i suoi limiti e con presunzione di totalità. Di più, ogni forma è esclusiva poiché non ammette altre forme, nenache quelli più simili, così come è esclusivo ogni criterio che non può ammettere altri criteri. Collisione tra fondamentalismi.

Ed ora, affacciandosi alla finestra e sfruculiando bonariamente i dogmatici senza macchia, può risultare di estremo interesse un riferimento squisitamente ecumenico, quindi non conflittuale, al Tao Tê Ching di Lao-Tzu, che viene in genere tradotto come “Il Libro della Via e della Virtù”, oppure, meno comunemente ma più incisivamente, “Il Libro del Principio e della sua Azione”.  

Ching: Libro.

Tao: il Principio, la Via;

: l’Azione, la Virtù.

 

Non possiamo non notare come il termine Tao, cioè Principio, richiami immediatamente la prima parola del Vangelo di Giovanni e della Genesi. E non basta, poiché se «In Principio era (è) il Verbo», il Tao non può non essere anche Tê, l’Azione: «tutto è stato fatto per mezzo di Lui» e la Virtù: «In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Tutto ciò confermando che il Tao-Principio-Verbo è anche l’Unica Via e l’Unica Verità:

 

«Io sono la Via, la Verità, la Vita».  

 

Ora, da parte della Coscienza si tratta di conoscere, anzi ri-conoscere la propria somiglianza con il Tao, con il Principio, con il Verbo, al cui riguardo dice apofaticamente il taoista Chuang Tzu:

«Non avere pensieri e non fare sforzi è il primo passo verso la comprensione del Tao. Non andare da nessuna parte e non fare nulla è il primo passo per trovare la pace nel Tao. Partire da nessun punto e non seguire nessuna strada è il primo passo per raggiungere il Tao».

 

Cui fa eco André Comte-Sponville:

 

«Contemplazione: l’altezza della coscienza quando si accontenta di conoscere ciò che è, senza volerlo possedere, utilizzare o giudicare».

 

Non diversamente Giovanni della Croce:

 

«Ricordati che Dio regna solo nell’anima pacifica e disinteressata».

Si tratta di quello che a più riprese ho indicato come STATO INTERIORE DI NON BELLIGERANZA.

 

Riguardo a Tê, cioè l’Azione e la Virtù, è importante notare come per trovare la pace interiore Lao Tzu indichi, in sintonia con Chuang Tzu, la combinazione fra i “Tre Tesori”: compassione, umiltà e frugalità, e le “Quattro Virtù Cardinali”: rispetto per ogni forma di vita, sincerità, mitezza, aiuto solidale gratuito.

 

Insomma, purificarsi – apofasi – da qualsiasi attaccamento soggettivo, ossia, denudarsi di ogni forma sensibile.

 

Jean Pierre de Caussade:

 

«La morte dei sensi, la loro nudità, le loro sottrazioni o distruzioni sono il regno della fede; i sensi adorano le creature, la fede adora la volontà divina». 

Ma ora, dopo questa boccata d’aria chiudo la finestra, confidando che i dogmatici senza macchia vorranno concedere al Matto una stilla di carità della quale il loro cuore certissimamente trabocca, in quanto testimoni del più matto dei Precetti: «amate i vostri nemici».

§§§

Aiutate Stilum Curiae

IBAN: IT79N0200805319000400690898

BIC/SWIFT: UNCRITM1E35

ATTENZIONE:

L’IBAN INDICATO NELLA FOTO A DESTRA E’ OBSOLETO.

QUELLO GIUSTO E’:

IBAN: IT79N0200805319000400690898

***

41 commenti su “Affacciandosi alla Finestra per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.”

  1. Caro don P.P.,
    spero di non perdere il treno…perchè qua l’articolo sotto al quale stiamo dialogando va e viene, e con esso tutte le risposte.
    Il succo del suo discorso, come si poteva facilmente immaginare, consiste tutto nel suo Amore, nella sua Fede per Gesù che l’hanno posta in una situazione di “felicità”, di “beatitudine”, di “libertà”. Ne godo per lei di questa felicità tanto “naturale” e psichica che l’ha colta nel corso della sua vicenda terrena. Capita. Coscienza alterata da qualche visione o vincita al lotto? (Anche se lei torna a riparlare di “rapimento”). Quanto al Paradiso…dove si troverebbe il corpo “glorioso e ferito” di Gesù? Mi saprebbe spiegare come un corpo – che occupa un preciso spazio ed ha un preciso volume- possa trovar luogo accogliente in un mondo a-spaziale e a-temporale? ( Il corpo, come l’anima umane, per vivere e svilupparsi hanno bisogno di spazio e tempo ). Mi spiega che significa naturaliter “glorioso”?
    Lei -mi perdoni se lo affermo- fa come fanno i più. Non crede in Dio, ma- semplicemente in ciò che tanti hanno “narrato” di Dio.
    Si crede a ciò che viene narrato come “vero” da chi ha il potere culturale di definirlo tale…dal “Coro”, ossia dall’Ermeneutica. E’ tutto lavoro dell’Ermeneutica- chiamata, nobilmente, Tradizione, la “natura” dell’Anima ( sostanza o/e strumento per guadagnarsi la Beatitudine Eterna). Un lavoro alquanto pasticciato. Ci vollero due Concili appositi per definirne provvisoriamente la natura: Concilio di Vienne (1312), Concilio Lateranense V (1513). Anche essi si limitarono a proporre niente altro che “aporie” teologiche: tanto che- ieri- la Chiesa è dovuta passare dall’uso della parola Anima a quella di Persona. Oggi-il problema della Coscienza ha sostituito quello di Anima, per cui si parla di Mente- secondo la lezione di Spinoza-. Attendiamo le scienze genetiche e le neuroscienze che- con mio rammarico- finiranno col ridurre l’Anima ad un termine simbolico, poetico, affettivo.
    Il problema dell’Anima è strettamente legato a quello del godimento in Paradiso. Vediamo cosa ne scrissero i “pilastri” del Cristianesimo:
    “Che spettacolo (…) quando il mondo (…) sarà consumato da un’unica grande fiamma (…). Cosa suscita la mia ammirazione: cosa la mia derisione? Quale spettacolo mi dà gioia? Come vedo (…) illustri monarchi gemere nelle tenebre più buie, filosofi (…) mentre il fuoco li consuma. ” (Tertulliano)
    °° ” Coloro che entreranno nella gloria del Signore conosceranno ciò che accade fuori, nelle tenebre esterne.(…) La (…) conoscenza dei Santi, che sarà grande, li terrà al corrente delle sofferenze eterne dei perduti. ”
    ( ** Agostino ).
    ” Affinchè i Santi possano godere più a fondo della loro beatitudine e rendere grazie a Dio in modo più abbondante, viene loro concessa una visione perfetta della punizione dei dannati. ”
    ( **Tommaso d’Aquino )
    Servizio completo. Lei si sente edificato? Io no. Comunque, saluti carissimi, Adriana.

    1. Don Pietro Paolo

      Cara Adriana,
      lei non perde mai il treno: semmai lo trasforma, di volta in volta, in un viaggio attraverso filosofie, aporie e interrogativi intensi, talora provocatori, ma sempre meritevoli di risposte che, lo confesso, mi impegnano particolarmente . Cercherò allora di rispondere punto per punto, nella speranza di non scendere a un livello puramente ermeneutico, ma di restare, per quanto possibile, nella verità delle cose.

      1. “Il suo discorso consiste tutto nell’Amore e nella Fede per Gesù che l’hanno posta in una situazione di ‘felicità’, di ‘beatitudine’, di ‘libertà’. Capita. Coscienza alterata da qualche visione o vincita al lotto?”
      No, niente vincite. Né all’Enalotto né ad altra lotteria
      Mi limito a testimoniare una gioia che nasce – umilmente – da Cristo risorto, dalla certezza che la verità non è un’ipotesi culturale, ma una Persona vivente. Se questa certezza mi dona pace e libertà interiore, non è perché io sia “rapito”, ma perché il Vangelo – quando accolto – libera davvero (Gv 8,32).

      2. “Dove si troverebbe il corpo ‘glorioso e ferito’ di Gesù? Come può un corpo con volume trovar luogo in un mondo a-spaziale e a-temporale?”
      Qui tocchiamo un nodo serio. Ma attenzione: il corpo glorioso non è un corpo “materiale” come il nostro. È corporeo, sì – perché la risurrezione non è dissoluzione – ma trasfigurato, cioè non più soggetto alle leggi di spazio e tempo.
      La fede non ci dice che Gesù occupa “un luogo” nel senso geometrico, ma che vive presso il Padre, con tutto ciò che è, compreso il suo corpo risorto e trasfigurato. Se Dio ha creato lo spazio, può anche contenerlo. E il corpo glorioso non è “naturale” secondo la fisica, ma glorioso secondo la potenza dello Spirito.

      3. “Lei non crede in Dio, ma in ciò che tanti hanno ‘narrato’ di Dio… È tutto un lavoro dell’Ermeneutica, chiamata nobilmente Tradizione.”
      No, Adriana, io credo in Dio. E non in un’idea o in una narrazione, ma in un Dio che ha parlato, agito, salvato, e si è fatto carne.
      La Tradizione non è un semplice “racconto condiviso”: è la trasmissione viva di ciò che Dio ha rivelato una volta per sempre in Cristo.
      L’ermeneutica ha un ruolo, certo. Ma la fede cristiana non nasce dall’interpretazione: nasce da un fatto storico e salvifico, che la Chiesa custodisce non come un’opinione, ma come verità rivelata.
      La Tradizione non è il frutto del “coro” dominante: è la voce dello Sposo trasmessa dalla Sposa.

      4. “Il concetto di anima è stato sempre problematico, tra Vienne, Laterano V, Spinoza e oggi neuroscienze…”
      Che ci siano stati sviluppi teologici sul concetto di anima, è vero. Che la definizione filosofica sia stata dibattuta, anche. Ma l’essenziale è rimasto fermo: l’uomo ha un’anima spirituale e immortale, capace di conoscere Dio, di amarlo, e di partecipare alla sua vita.
      Le neuroscienze ci aiuteranno, forse, a capire meglio i meccanismi cerebrali, ma non troveranno mai l’anima sotto un vetrino, perché l’anima non è un dato biologico, ma ontologico.
      Se la scienza dimentica la metafisica, vedrà solo circuiti e connessioni. Ma l’anima resta, perché l’uomo è più della somma delle sue sinapsi.

      5. “Il problema dell’anima è legato al godimento in Paradiso. E i Padri godrebbero della visione dei dannati… si sente edificato?”
      Domanda seria. I testi che cita (Tertulliano, Agostino, Tommaso) non vanno letti con mentalità cinica o, mi permetta, sadica. Non si tratta di godere del dolore altrui, ma di contemplare la giustizia di Dio in tutta la sua verità, senza sconti né retorica.
      Il “godimento” non è per le sofferenze dei dannati, ma per la gloria di Dio che, anche nel giudizio, si manifesta.
      In ogni caso, nessuno entra in Paradiso per vendetta, ma per grazia.
      Il cuore del beato è pieno di carità, e non potrebbe mai gioire del male di qualcuno. Tutt’al più, contempla la libertà di Dio e dell’uomo, nel mistero tremendo e glorioso della redenzione.

      In conclusione, Adriana, le sue obiezioni sono vivaci, provocatorie, ma utili. Mi costringono a pensare con più precisione e ad amare con più pazienza.
      Lei dice: “non mi sento edificata”.
      Io le rispondo: non cerco di edificarla con i miei argomenti, ma con la speranza che Cristo, Crocifisso e Risorto, sia Lui a toccare – se vorrà – la sua mente e il suo cuore.

      La fede non è il rifugio di chi smette di pensare, ma la porta aperta a una verità che supera anche i nostri pensieri più acuti.

      1. Caro don P.P.,
        la ringrazio per le preghiere- fanno sempre bene-, ma io non sono una pecora perduta della casa di Israele ( quella per la quale il Messia predicava e che si trovava- ancora- abbastanza ignara di possedere un’anima ). Vengo al punto: il Messia non ha lasciato niente di scritto. Se nessuno avesse scritto di lui, riportandone detti, insegnamenti e parabole, -per di più: fortemente contrastanti tra loro- lei pensa che Gli si sarebbe potuto “affezionare” a tal punto?. “Il Vangelo, quando è accolto, libera davvero” (Giov. 8, 32). Lei mi cita la “buona nuova” trasmessaci da un ignoto, tradizionalmente chiamato Giovanni, che scrive in un greco elegante e corretto che – a sua volta- fa a pugni con il lessico e lo stile di un altro Giovanni, il così detto autore dell’Apocalisse.
        Allora…di che trasmissione “viva” si parla? E , soprattutto, chi sarebbe quel Dio che ha “istruito” il Messia? “Che si è rivelato, una volta di più a Cristo”? Non mi risponda, per favore, che è stato il Tetragramma dell’A.T.! Addirittura, la studiosa ebrea , prof. Lia Bat Adam riconosce che quel (suo) Dio è connotato da una personalità ” Austera, biliosa, esclusivista, esigente, feroce, inclemente, infantile, intollerante, ingenua, , punitiva, repressiva, spietata, tremenda, vendicativa, intrattabile, iraconda, malmostosa, pericolosa…” e, soprattutto: straordinariamente volubile e per niente “Immutabile”.
        Io non penso che Lia Bat Adam ne abbia fatto una lettura “cinica o sadica”, ma che le azioni di quel Dio descritte nell’A.T. lo siano, allo stesso modo dei dolci pensieri “beatificanti per Beati” espressi senza equivoci dalle “colonne” del Cristianesimo citate da me in precedenza.
        Esiste qualcosa di più di un dubbio su chi sia quel Padre del Messia: infatti vien fatto dire a Jeshua che nessuno, prima di lui, lo aveva mai visto in faccia.
        Bannati Abramo, Mosè, alcuni gruppi di vecchi seguaci devoti di epoca mosaica, che significato bisogna dare a questa affermazione? Si tratta di un Dio differente? Magari è quello riconosciuto come “vero” dagli Gnostici? Il Dio di Shet, padre di Enos e capostipite dei Patriarchi ante-diluviani? Un altro Mistero. Ma, se la Fede si fonda esclusivamente sul Mistero, come fa essa a “nascere da un fatto storico” comprovabile? Come si fa a riflettere su di essa “con più precisione”? Secondo la sua opinione, da quel “fatto storico e salvifico” echeggia la voce dello Sposo trasmessa alla Sposa”. Bella immagine poetico-apologetica: metafora millenaria di Cristo e della Chiesa.
        In realtà un arbitrario “usucapione” del sublime poemetto erotico: “Il Cantico dei Cantici” (senza neppure pagarne le royalties agli autori originari.)
        Torniamo all’anima in Paradiso: l’anima, alquanto bistrattata dalle esercitazioni apologetiche, si rivela essere comunque un “dato ontologico”, quindi: dotata di “libero arbitrio”- il dono più prezioso che Dio abbia elargito all’uomo-. Ottimo, ma, siccome all’Inferno sembra che non ci vadano solo i grandi Kattivi della storia, bensì possano finirvi persino i figli, i fratelli, i genitori di tanti Beati, che in quel mondo Alto stanno tripudiando, come mai al saperli dannati- peggio ancora. al vederli soffrire-, non se ne addolorano? Significa che in Paradiso il “libero arbitrio” non esiste più? Diventano tutti “marionette” che cantano il “kavod” del Signore? Ossia quella “Gloria” che rischiava di ammazzare Mosè al suo passaggio e che, al minimo, gli lasciò la faccia ustionata? Eh, sì. Il Paradiso non è un luogo, ma, come scrissi , un “mondo” molto extra, abitato- visibilmente- da un “corpo glorioso” speciale- “trasfigurato” dalla Fede, che però non è un fatto storico e così via…
        Caro don P.P., per stavolta mi fermo qua. Colgo l’occasione per ringraziarla dell’attenzione che ha concesso ai miei interventi. Gli argomenti esistenziali sono affascinanti e, con gli anni, urgono più che mai.
        I miei migliori saluti, Adriana.

      2. Caro don P.P.,
        la ringrazio per le preghiere- fanno sempre bene-, ma io non sono una pecora perduta della casa di Israele ( quella per la quale il Messia predicava e che si trovava- ancora- abbastanza ignara di possedere un’anima ). Vengo al dunque: il Messia non ha lasciato niente di scritto. Se nessuno avesse scritto di lui, riportandone detti, insegnamenti e parabole, -per di più: fortemente contrastanti tra loro- lei pensa che Gli si sarebbe potuto “affezionare” a tal punto?. “Il Vangelo, quando è accolto, libera davvero” (Giov. 8, 32). Lei mi cita la “buona nuova” trasmessaci da un ignoto, tradizionalmente chiamato Giovanni, che scrive in un greco elegante e corretto che – a sua volta- fa a pugni con il lessico e lo stile di un altro Giovanni, il così detto autore dell’Apocalisse.
        Allora…di che trasmissione “viva” si parla? E , soprattutto, chi sarebbe quel Dio che ha “istruito” il Messia? “Che si è rivelato, una volta di più a Cristo”? Non mi risponda, per favore, che è stato il Tetragramma dell’A.T.! Addirittura, la studiosa ebrea , prof. Lia Bat Adam riconosce che quel (suo) Dio è connotato da una personalità ” Austera, biliosa, esclusivista, esigente, feroce, inclemente, infantile, intollerante, ingenua, , punitiva, repressiva, spietata, tremenda, vendicativa, intrattabile, iraconda, malmostosa, pericolosa…” e, soprattutto: straordinariamente volubile e per niente “Immutabile”.
        Io non penso che Lia Bat Adam ne abbia fatto una lettura “cinica o sadica”, ma che le azioni di quel Dio descritte nell’A.T. lo siano, allo stesso modo dei dolci pensieri “beatificanti per Beati” espressi senza equivoci dalle “colonne” del Cristianesimo citate da me in precedenza.
        Esiste qualcosa di più di un dubbio su chi sia quel Padre del Messia: infatti vien fatto dire a Jeshua che nessuno, prima di lui, lo aveva mai visto in faccia.
        Bannati Abramo, Mosè, alcuni gruppi di vecchi seguaci devoti di epoca mosaica, che significato bisogna dare a questa affermazione? Si tratta di un Dio differente? Magari è quello riconosciuto come “vero” dagli Gnostici? Il Dio di Shet, padre di Enos e capostipite dei Patriarchi ante-diluviani? Un altro Mistero. Ma, se la Fede si fonda esclusivamente sul Mistero, come fa essa a “nascere da un fatto storico” comprovabile? Come si fa a riflettere su di essa “con più precisione”? Secondo la sua opinione, da quel “fatto storico e salvifico” echeggia la voce dello Sposo trasmessa alla Sposa”. Bella immagine poetico-apologetica: metafora millenaria di Cristo e della Chiesa.
        In realtà un arbitrario “usucapione” del sublime poemetto erotico: “Il Cantico dei Cantici” (senza neppure pagarne le royalties agli autori originari.)
        Torniamo all’anima in Paradiso: l’anima, alquanto bistrattata dalle esercitazioni apologetiche, si rivela essere comunque un “dato ontologico”, quindi: dotata di “libero arbitrio”- il dono più prezioso che Dio abbia elargito all’uomo-. Ottimo, ma, siccome all’Inferno sembra che non ci vadano solo i grandi Kattivi della storia, bensì possano finirvi persino i figli, i fratelli, i genitori di tanti Beati, che in quel mondo Alto stanno tripudiando, come mai al saperli dannati- peggio ancora. al vederli soffrire-, non se ne addolorano? Significa che in Paradiso il “libero arbitrio” non esiste più? Diventano tutti “marionette” che cantano il “kavod” del Signore? Ossia quella “Gloria” che rischiava di ammazzare Mosè al suo passaggio e che, al minimo, gli lasciò la faccia ustionata? Eh, sì. Il Paradiso non è un luogo, ma, come scrissi , un “mondo” molto extra, abitato- visibilmente- da un “corpo glorioso” speciale- “trasfigurato” dalla Fede, che però non è un fatto storico e così via…
        Caro don P.P., per stavolta mi fermo qua. Colgo l’occasione per ringraziarla dell’attenzione che ha concesso ai miei interventi. Gli argomenti esistenziali sono affascinanti e, con gli anni, urgono più che mai.
        I miei migliori saluti, Adriana.

  2. Grazie per aver ripescato la mia risposta a don P.P..
    Ora, però, bisognerebbe aumentare il numerino degli interventi, arrugginito sul 31.

  3. Gentile Tosatti,
    le chiedo un favore. Sa dirmi se la mia ultima risposta a don P.P. le è arrivata? Qui non compare. Mi rendo conto che è Domenica e che anche il Padrone di casa ha diritto di riposare…Mi basterebbe un si o un no da parte sua. Grazie anticipate. Adriana.

  4. Gentile don P.P.,

    innanzitutto la ringrazio per il tempo che dedica al rispondermi.

    A proposito del libero parlare, la sua risposta è in linea col suo compito, e per questo, a mio avviso, non lascia affatto che il parlare sia libero, dato che, come mi sembra lei affermi, ha da essere conforme in tutto e per tutto alle Scritture ed alla conseguente dottrina stabilita dall’Istituzione. Lei viene infatti a sostenere che la facoltà del libero parlare (e ovviamente del libero riflettere) è del tutto inutile, poiché l’Istituzione ha già stabilito cosa pensare e cosa dire, pretendendo di essere depositaria di TUTTA la Verità, parola che almeno per me (e come ho già risposto alla gentile Cristina) è difficile, fuori della mia portata umana.

    LA Verità, sempre a mio parere (libero?) non può essere esaurita né da Scritture né dalla conseguente dottrina, e nemmeno dalle fiumane di esegesi, poiché il linguaggio umano, per quanto ispirato, non esce dai limiti dei sillogismi, delle formule, insomma della MOLTEPLICITÀ delle parole, le quali non possono essere che ALLUSIVE alla Verità che inesorabilmente le trascende.

    Pertanto, a mio avviso (libero?) nessuna religione, teologia e filosofia può ergersi ad unica espressione inconfutabile della Verità-in-Sé, e con intenzione di inculcare la propria forma nella mente di chicchessia.

    La Verità-in-Sé, il Cristo-in-Sé, il Cristo MISTICO (che è OLTRE il Carnale), non può mai essere alla portata definitiva dell’essere umano, poiché ciò ne negherebbe la Trascendenza. È il MISTERO che trasfigura l’essere umano, se questi vi si abbandona senza la velleità di “possederlo” attraverso ciò che ne è scritto e detto, e che non cessa di essere una mediazione.

    Il MISTICO si trova completamente al di là delle mediazioni, che costituiscono delle indicazioni, utili sì, ma limitate.

    Sempre cordialmente (e liberamente?)

    1. Don Pietro Paolo

      Caro Matto,

      le sue parole segnano, a mio avviso, una marcata distanza dal pensiero cattolico.
      Lei afferma, in sostanza, che la Verità non possa mai essere posseduta, definita o mediata compiutamente, nemmeno dalle Scritture o dalla Chiesa. Aggiunge che ogni dottrina sarebbe solo allusiva, relativa, mai definitiva.

      Nel passato, se non ricordo male, rispondendo proprio a me, lei interveniva spesso su questo blog prendendo le difese di Mons. Lefebvre. E ora — mi permetta la franchezza — mi chiedo: può ancora definirsi cattolico?
      Temo di doverle rispondere di no.
      Un tale modo di pensare non è cattolico.

      È forse un pensiero “religioso”, “mistico” nel senso più generico del termine, ma non è — e non può essere — cristiano nel senso pieno, cioè cattolico, proprio perché nega l’Incarnazione come rivelazione definitiva di Dio e il carattere oggettivo, vincolante e salvifico della Parola di Dio affidata alla Chiesa.

      Il cuore della fede cristiana è che la Verità si è fatta carne (Gv 1,14) e non è rimasta inaccessibile, trascendente e irraggiungibile.
      Il Verbo eterno è entrato nella storia, si è fatto comprensibile, toccabile, udibile — e ha detto: «Io sono la Verità» (Gv 14,6).
      Non ha detto: “Vi parlo della verità”, ma: «Io sono la Verità».

      Se Cristo è la Verità, e la Chiesa è il Suo Corpo — come attesta san Paolo, chiamandola «colonna e fondamento della verità» (1Tm 3,15) — allora la Chiesa non inventa la verità, ma la riceve e la trasmette fedelmente.
      Questo è il senso autentico della Tradizione.

      Lei dice che ciò la scandalizza, perché la Chiesa “pretenderebbe di possedere tutta la Verità”.
      Ma la questione non è possedere, bensì essere costituiti da Cristo come testimoni, custodi e servitori della Verità.
      Ed è un compito umile, non arrogante.

      Lei teme che ogni mediazione limiti il Mistero. Ma la fede cattolica non oppone Mistero e Verità: li unisce. Non li confonde, ma non li separa.
      È vero che il Mistero ci supera — ma è altrettanto vero che Dio ha voluto farsi conoscere, non come una vaga energia spirituale, ma come Padre, Figlio e Spirito Santo — e ha affidato questa Rivelazione alla Chiesa, che non è una costruzione istituzionale umana, ma «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15).

      Lei parla di un Cristo “mistico”, “oltre il carnale”, ma Cristo mistico è inseparabile da Gesù di Nazaret, vero Dio e vero uomo.
      Separare il Cristo “mistico” dal Cristo “storico” significa non avere più il Cristo, ma solo un’idea, una proiezione, un simbolo.

      E il cristianesimo non si fonda su simboli, ma su una Persona viva, risorta, presente, e sulla Sua parola affidabile.

      Mi dispiace dirlo, ma in ciò che lei scrive ravviso un cattolicesimo deviato, e dunque non cattolico, finché non si riconcilierà con la Verità fatta carne, che è Cristo Signore, e con la Chiesa da Lui voluta e fondata, che ne è l’arca visibile nella storia.

      Il cattolico non rinuncia al Mistero, ma lo accoglie là dove Dio ha voluto incontrarci: nel Cristo crocifisso e risorto, nel Suo Vangelo e nella Sua Chiesa.

      1. Caro don P.P., sono ancora un ammiratore di mons. Lefebvre, ma l’ammirazione non comporta necessariamente l’identificazione. Non sono più cattolico e andrò all’inferno mentre lei ha il paradiso assicurato? Beh, né io né lei possiamo saperlo .Andiamo dunque ciascuno per la sua strada nel rispetto reciproco. Del resto non c’è altro modo di procedere Cordialmente

    2. Don Pietro Paolo

      Caro Matto,

      le sue parole segnano, a mio avviso, una marcata distanza dal pensiero cattolico.
      Lei afferma, in sostanza, che la Verità non possa mai essere posseduta, definita o mediata compiutamente, nemmeno dalle Scritture o dalla Chiesa. Aggiunge che ogni dottrina sarebbe solo allusiva, relativa, mai definitiva.

      Nel passato, se non ricordo male, rispondendo proprio a me, lei interveniva spesso su questo blog prendendo le difese di Mons. Lefebvre. E ora — mi permetta la franchezza — mi chiedo: può ancora definirsi cattolico?
      Temo di doverle rispondere di no.
      Un tale modo di pensare non è cattolico.

      È forse un pensiero “religioso”, “mistico” nel senso più generico del termine, ma non è — e non può essere — cristiano nel senso pieno, cioè cattolico, proprio perché nega l’Incarnazione come rivelazione definitiva di Dio e il carattere oggettivo, vincolante e salvifico della Parola di Dio affidata alla Chiesa.

      Il cuore della fede cristiana è che la Verità si è fatta carne (Gv 1,14) e non è rimasta inaccessibile, trascendente e irraggiungibile.
      Il Verbo eterno è entrato nella storia, si è fatto comprensibile, toccabile, udibile — e ha detto: «Io sono la Verità» (Gv 14,6).
      Non ha detto: “Vi parlo della verità”, ma: «Io sono la Verità».

      Se Cristo è la Verità, e la Chiesa è il Suo Corpo — come attesta san Paolo, chiamandola «colonna e fondamento della verità» (1Tm 3,15) — allora la Chiesa non inventa la verità, ma la riceve e la trasmette fedelmente.
      Questo è il senso autentico della Tradizione.

      Lei dice che ciò la scandalizza, perché la Chiesa “pretenderebbe di possedere tutta la Verità”.
      Ma la questione non è possedere, bensì essere costituiti da Cristo come testimoni, custodi e servitori della Verità.
      Ed è un compito umile, non arrogante.

      Lei teme che ogni mediazione limiti il Mistero. Ma la fede cattolica non oppone Mistero e Verità: li unisce. Non li confonde, ma non li separa.
      È vero che il Mistero ci supera — ma è altrettanto vero che Dio ha voluto farsi conoscere, non come una vaga energia spirituale, ma come Padre, Figlio e Spirito Santo — e ha affidato questa Rivelazione alla Chiesa, che non è una costruzione istituzionale umana, ma «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15).

      Lei parla di un Cristo “mistico”, “oltre il carnale”, ma Cristo mistico è inseparabile da Gesù di Nazaret, vero Dio e vero uomo.
      Separare il Cristo “mistico” dal Cristo “storico” significa non avere più il Cristo, ma solo un’idea, una proiezione, un simbolo.

      E il cristianesimo non si fonda su simboli, ma su una Persona viva, risorta, presente, e sulla Sua parola affidabile.

      Mi dispiace dirlo, ma in ciò che lei scrive ravviso un cattolicesimo deviato, e dunque non cattolico, finché non si riconcilierà con la Verità fatta carne, che è Cristo Signore, e con la Chiesa da Lui voluta e fondata, che ne è l’arca visibile nella storia.

      Il cattolico non rinuncia al Mistero, ma lo accoglie là dove Dio ha voluto incontrarci: nel Cristo crocifisso e risorto, nel Suo Vangelo e nella Sua Chiesa.

      don P.P.

      1. Uno dei tanti tentativi di trovare l’ingresso. Spesso il QUID(?) mi rimprovera di aver scelto troppe poche sillabe e – perciò- di aver osato superarlo in velocità. 😆🤗😬

  5. Grazie,caro Matto,delle sue romantiche suggestioni spiritualiste,ma per un Cristiano,Cristo è la Verità diventata carne.”DIO non ha scelto la natura degli Angeli,ma quella dei figli di Abramo per salvarci,noi lo incontriamo nella carne.”(Lettera agli Ebrei)

    1. Grazie a lei che ha la pazienza di dedicare del tempo a quanto propongo.

      Certo: “per un Cristiano, Cristo è la Verità diventata carne”. Ma, almeno per me, “Verità” è una parola tremendamente difficile. La Verità è si è fatta Persona carica di Mistero, non esauribile, sempre a mio avviso, a ciò che, da chiunque, ne è stato scritto e detto.

      Per quanto mi riguarda (non posso parlare che per me) le citazioni di Rilke e di Watts mi mettono di fronte al Cristo che non posso conoscere senza ridurlo alla mie condizioni. Di qui la necessità di sparire, alla lettera, per essere assimilati dalla Persona-Mistero che è la Verità in Sé, infinitamente oltre tutte le parole, i concetti e le immagini che ne sono soltanto i mediatori.

      Voglia scusare la mia pignoleria, ma per me tant’è.

      Un cordialissimo saluto.

  6. Don Pietro Paolo

    Caro Matto,
    Pur non conoscendo in modo approfondito il pensiero taoista, mi permetto – in base a quanto leggo in questo testo – di osservare che, sebbene vi siano espressioni e termini che sembrano richiamare concetti presenti anche nel cristianesimo, le idee qui espresse mi appaiono, nella loro sostanza, profondamente inconciliabili e divergenti rispetto alla fede cristiana come è stata rivelata da Gesù Cristo e proclamata dalla Chiesa. Di seguito, cercherò di indicare, punto per punto, ciò che ritengo essere in contrasto con la dottrina cattolica.

    1. Un “Pensiero Silente” assoluto e senza forma
    La Verità sarebbe un principio impersonale, muto, indefinibile.
    • Fede cattolica: La Verità è il Verbo, Persona divina, che si è rivelata pienamente in Cristo. (Gv 1,1; Eb 1,1-2; CCC 65)

    2. Ogni parola come deformazione inevitabile della Verità
    Nessuna parola umana potrebbe esprimere la verità.
    • Fede cattolica: Dio ha parlato nella storia e la parola umana, nella grazia, può essere veicolo della verità, soprattutto nella Scrittura e nei sacramenti. (Dei Verbum 4; CCC 101–104)

    3. “L’errore non esiste”, ma è solo verità deformata
    Negazione dell’errore oggettivo.
    • Fede cattolica: L’errore morale e dottrinale esiste, e può allontanare dalla salvezza. (CCC 1790–1792; Gal 1,6–9)

    4. Ogni forma come limite e ostacolo alla Verità
    Tutte le forme ridurrebbero o deformerebbero il vero.
    • Fede cattolica: La forma è stata assunta da Dio nel Verbo incarnato. La verità si è fatta visibile, sensibile, sacramentale. (Fil 2,6-8; CCC 470, 1084)

    5. Coscienza “vuota e libera”, simile al Pensiero Silente
    La coscienza sarebbe neutra, priva di contenuto, da lasciare indeterminata.
    • Fede cattolica: La coscienza è facoltà morale, che deve essere educata alla legge di Dio e illuminata dalla Rivelazione. (CCC 1776–1785)

    6. Educazione come potere deformante
    Ogni educazione sarebbe imposizione arbitraria.
    • Fede cattolica: L’educazione cristiana è un’opera di amore e collaborazione con Dio, volta alla verità e alla libertà autentica. (Gravissimum Educationis, 1; CCC 2221–2229)

    7. Il giusto e l’ingiusto superati dal Pensiero Silente
    Il bene e il male sarebbero categorie soggettive e superabili.
    • Fede cattolica: Il bene e il male sono oggettivi, radicati nella natura creata e nella legge di Dio. (CCC 1954–1960; Rm 2,14–16)

    8. Tutte le forme e i criteri portano al conflitto e sono fondamentalismi
    Qualsiasi affermazione di verità esclude il dialogo.
    • Fede cattolica: Esiste una sola Verità, pienamente rivelata in Cristo e affidata alla Chiesa, che non è fondamentalismo ma servizio alla verità e alla salvezza. (Gv 14,6; CCC 846)

    9. Il Tao come principio simile al Logos
    Il Tao viene assimilato al Logos cristiano.
    • Fede cattolica: Il Logos è il Figlio eterno del Padre, persona divina, non un’energia impersonale. Ogni somiglianza tra Tao e Verbo è solo parziale e inadeguata. (Redemptoris Missio 29; Ad Gentes 11)

    10. Raggiungere la verità tramite il “non agire”, il “non pensare”, il vuoto
    Mistica del vuoto e dell’inerzia come via di salvezza.
    • Fede cattolica: L’unione con Dio avviene per grazia, fede e carità, non per annullamento della volontà o assenza di pensiero. (CCC 1996–2000; Gv 17,3)

    11. La pace come semplice non belligeranza interiore
    La pace sarebbe uno stato neutro dell’anima, svincolato dalla verità.
    • Fede cattolica: La vera pace è dono di Cristo e frutto dello Spirito, nasce dalla giustificazione e dalla comunione con Dio. (Gv 14,27; Rm 5,1; CCC 2304)

    12. Virtù universali (compassione, mitezza, sincerità) come via autonoma alla salvezza
    Le virtù sarebbero sufficienti in sé, indipendentemente da Cristo.
    • Fede cattolica: Le virtù naturali, se non ordinate a Dio e animate dalla carità, non conducono alla salvezza. (CCC 1812–1829; Rm 14,23)

    13. Uso del Vangelo per disarmare i dogmi (“amate i vostri nemici”)
    La carità sarebbe opposta alla verità definita, e giustificherebbe l’indifferenza dottrinale.
    • Fede cattolica: La carità non esclude la verità, ma la suppone e la manifesta. “Veritatem facientes in caritate” (Ef 4,15).

    Conclusione

    La spiritualità proposta nel testo, benché intrisa di ricerca e termini affascinanti, non è compatibile con la fede cristiana. La Verità non è un principio informe o impersonale, ma una Persona viva, Gesù Cristo, che si è rivelato, ha parlato, ha agito, è morto ed è risorto per noi.

    Solo in Lui la coscienza si illumina, la parola si redime, la forma si trasfigura e la libertà diventa realtà:
    «Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

    Questo è ciò che il cattolicesimo crede e professa.

    1. Caro don P.P.,

      prendo atto delle sue osservazioni e le rispetto. Chi, come lei, è legittimamente un giuridico-dogmatico, non poteva non intervenire come lei è intervenuto.

      Tuttavia, l’incompatibilità che lei mette in evidenza può, a mio avviso, e sperando che a sua volta ne riconosca la legittimità, essere affiancata da una comparazione (per me più che affascinante) che può svelare delle assonanze e, perché no, delle coincidenze, se l’Origine del mondo e dei Popoli è Una e precede di secoli e secoli ogni religione scritta.

      Dopo di ciò, ciò torno al tema iniziale del mio articolo in cui pongo la domanda: il parlare ha da essere libero o no?

      Non so se lei abbia sorvolato volontariamente su tale domanda, che esige (esigerebbe) una risposta univoca, cioè un sì o un no, magari con le relative motivazioni.

      Diciamocelo chiaramente: una risposta difficile. Forse non è un caso che nessuno l’abbia data.

      Un distinto saluto.

      1. Don Pietro Paolo

        Caro Matto,

        Mi scuso, ma mi ci vuole tempo per risponderle — lo confesso — non solo per le contingenze quotidiane, ma anche e soprattutto perché le sue domande esigono una particolare attenzione: non si tratta di repliche frettolose, ma di interrogativi che toccano temi profondi, e per questo vanno considerati con ponderazione.

        Sul primo punto, mi pare che lei intenda affermare che, pur riconoscendo l’inconciliabilità tra taoismo e cristianesimo sul piano della verità rivelata, sarebbe comunque legittimo rintracciare, sul piano simbolico o antropologico, delle corrispondenze, delle risonanze — ciò che lei chiama assonanze o perfino coincidenze.

        A patto che si resti su questo piano — e non si cada in un sincretismo che annacqua la verità in nome di una supposta pre-religiosità originaria —, potrei anche convenire che alcuni spunti di riflessione antropologica meritano attenzione. Ma attenzione: se l’Origine è Una, come lei giustamente dice, allora non è indifferente ciò che essa ha detto di sé, né come lo ha fatto. E proprio perché tale Origine ha parlato in modo definitivo nel Figlio, ogni altra “eco” deve essere giudicata alla luce del Logos incarnato, e non viceversa.

        Quanto alla questione della libertà del parlare, non l’ho affatto sorvolata. Ma dirò ora chiaramente:
        sì, il parlare ha da essere libero.
        Ma — e qui il punto — libero secondo verità, come ricorda san Paolo: «dicentes veritatem in caritate» (Ef 4,15).

        Il parlare, per essere veramente umano, non può prescindere dalla verità né dalla carità. Un parlare che si emancipa dalla verità diventa propaganda, confusione o manipolazione; un parlare che prescinde dalla carità diventa violenza travestita da sincerità.

        La libertà del parlare non consiste dunque nell’arbitrio del dire tutto e il contrario di tutto, ma nella responsabilità di dire ciò che edifica, illumina e salva. E in tempi come questi, forse è più che mai necessario riscoprire che tacere può essere più evangelico che dire; ma quando si parla, lo si faccia come chi parla “parola di Dio” (1Pt 4,11).

    2. Grazie anche al Padre Pietro Paolo per aver saputo rendere conto con tanta sapienza della fede che è in lui.

    3. Caro don P.P.,
      sento l’obbligo di chiederle scusa per la mia mancata risposta al suo intervento nel capitolo precedente. Voglia credere che congiunture diverse me l’hanno impedito.
      Sono felice di averla recuperata qui. Gli interventi del Matto hanno la capacità di attrarre, invincibilmente, tutte quelle “angeliche farfalle” che si permettono di volare grazie alla dottrina della Chiesa che sparge sulle loro ali il soffio dorato dello Spirito di Fede.
      Il suo “cahier” abbonda di citazioni tratte -per lo più- dal CCC. e dalle encicliche o epistole papali. Da questo/ i elenchi- in verità un tantino sommari- si viene bensì a conoscere qualche direttiva su ciò che fu stabilito dall’Istituzione, ma nulla su di lei (intendo: come essere umano che pensa e riflette e si emoziona), né sul cammino che lei ha percorso o sugli ostacoli che lei stesso ha dovuto superare per addivenire alla sua attuale condizione di perfetta obbedienza. Eppure “queste” sarebbero state le rivelazioni opportune ad una funzione di amorevole proselitismo, a meno che non intendesse celarle per ottenere lo scopo contrario: ossia di ribadire una “damnatio” nei confronti di tutti coloro la cui anima esprime dubbi o semplici domande,-non contestazioni-, assetata di una Verità che gli interventi dell’Istituzione hanno contribuito a rendere, nei secoli, alquanto fumosa. Non parli di singoli, “estemporanei” pregiudizi da parte mia, la prego. Dai testi di S.Giustino martire alla corposa, ma solida ricerca di Karlheinz Deschner anche il mondo cristiano ha manifestato i suoi dubbi sulle proprie manchevolezze: in relazione più a quanto venne taciuto che a quanto si permise di rivelare, coprendo le argomentazioni più “scottanti” -anche in campo teologico-, con il consueto tappeto anti-ignifugo del “mistero di Fede”. Penso che senza le aperture di un sincero colloquio non sia possibile arrivare ad altro che a forme di dialogo “aporetico” e, quindi, abbastanza inutile. Da ultimo: non disprezzi tanto la dottrina degli antichi e liberi maestri del Taoismo, la prego, essi invocano virtù analoghe a quelle del Cristianesimo “pratico”: rispetto per ogni forma di vita, sincerità, mitezza, aiuto solidale gratuito, ispirati dalla compassione, dall’umiltà e dalla frugalità. Manca l”ipse dixit”? Eppure non possono, ormai, rimanere nascosti i numerosi secoli e gli accaniti dibattiti “umani” che ci vollero per trasformare quell'”ipse” da uomo a semidio a Dio. E… ancora non è finita visto che il CV II ha parlato di una Rivelazione in corso d’opera. Attendiamo con fiducia…

      1. Don Pietro Paolo

        Cara Adriana,

        la ringrazio per il tono garbato e per la premura nel recuperare il dialogo. Accolgo volentieri la sua riflessione, come al solito, ricca di intelligenza, sensibilità. Tuttavia, mi permetta una risposta ferma ma cordiale, nella verità della fede che professo e servo, non come burocrate del dogma, ma come peccatore redento, riconciliato da un amore che mi ha afferrato e sta cercando di trasformarmi

        Lei mi rimprovera – con una certa eleganza, va detto – di aver offerto più “catechismo” che “cuore”, più istituzione che testimonianza. È un punto interessante. È vero: ho parlato da presbitero della Chiesa Cattolica, non da narratore autobiografico. Eppure mi chiedo: non è forse già personale la voce di chi, dicendo “credo”, si gioca l’anima in ogni parola, in ogni silenzio, in ogni lotta per restare fedele? Quel “cahier” di cui parla, non è per me un elenco freddo ma la mappa vivente della mia traversata – colma anch’essa di dubbi, croci, errori, ma orientata da una luce che non è mia: Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente.

        Capisco la fatica di molti nel percepire quella luce. La storia della Chiesa non è immune da ombre, da opacità, da pagine umane – troppo umane – che fanno rumore e lasciano polvere. Ma da ciò non segue che la luce si sia spenta o che il “mistero della fede” sia un tappeto per nascondere la polvere. Il mistero – nel senso cristiano – non è mai il rifiuto della ragione, ma il suo superamento nell’amore, là dove la logica del calcolo non basta più e si entra nella logica della croce.

        Riguardo al taoismo: non l’ho disprezzato, ma ne ho segnalato l’inconciliabilità con il cristianesimo. Una cosa è riconoscere delle consonanze etiche o simboliche (mitezza, compassione, rispetto per la vita); altra cosa è affermare che vi sia continuità o equivalenza tra l’esperienza cristiana – centrata sull’Incarnazione, sulla Croce e sulla Risurrezione – e la via taoista. Il taoismo – da quel poco che ho potuto desumere e sapere da ricerche recenti per rispondere al Matto – cerca l’armonia con un principio impersonale; il cristiano entra in comunione con un Dio che si fa carne, volto, storia, relazione. Non è questione di “ipse dixit” ma di un “Tu” che chiama per nome. E la Verità cristiana non è un sistema, ma una Persona: Gesù Cristo, Dio da Dio, Luce da Luce, Verbo fatto carne.

        Quanto al Concilio Vaticano II, lei evoca la “Rivelazione in corso d’opera”. Ma va precisato: il Concilio non ha mai affermato che la Rivelazione continui nel tempo. È noto, e la Chiesa lo ha sempre ribadito, che la Rivelazione è compiuta in Cristo ed è conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo. Ciò che continua è l’approfondimento nella Chiesa – grazie allo Spirito Santo – di quel deposito immutabile della fede. Nessuna “nuova” rivelazione, nessun aggiornamento dogmatico, ma una crescita nella comprensione di ciò che è stato già definitivamente dato.

        Infine, se ho parlato con fermezza, non è per “damnare” le anime in ricerca, ma per onorare la mia vocazione di testimone, e qui nel contesto di un blog dove scrivono persone che si ritengono cattoliche. Sono un prete e, come prete che crede, parlo: non posseggo la verità, ma ne sono posseduto, e ne rispondo. Dialogare sì, sempre; ma senza confondere il dialogo col sincretismo, né l’umiltà con la resa.

        1. Caro don P.P., le do ragione. Avrei dovuto adoperare il termine tecnico “Redenzione”, invece di “Rivelazione”, grazie al quale, però, la faccenda si complica ancor di più.
          Ricordo una frasetta di Elémire Zolla di parecchi anni fa, posta nella prefazione di”Verità segrete esposte in evidenza”. Egli invitava il lettore a tener conto della sua autocollocazione tra gli scrittori “sincretistici”… quindi, già maledetto, bannato, dannato da tutto il gruppo della fede abramitica cristiano-cattolica. Mi meravigliai molto, animata com’ero,- sinceramente-, da un amore “universale” travolgente che ritenevo- a torto- fosse il frutto più bello della Religione dell’Amore. Perchè tanta sua furia? Eredità talmudica?
          Se lei, in un angolino spoglio della sua casa in stile gotico-flamboyant, inserisce un minuscolo tokonoma, pensa forse che lei e tutti i suoi conoscenti e amici, correte il rischio di gettarvi a capofitto tra le braccia del Buddha o di Kung-Fu? Padre Matteo Ricci deve aver sbagliato tutto… Anche Assisi, peraltro… Quanto all’elemento “impersonale” del taoismo, direi piuttosto trattarsi di “MU”, donna, elemento femminile, che scorre- limpida come un ruscello- fino alla coscienza del fedele, purificandola: “Natura naturans”…A questo proposito, naturalmente, non si può sottacere l’apporto alla vita e all’esperienza “naturale”- non coartata da leggi e decreti- di un pensatore scrupoloso come Spinoza- cultore esperto delle religioni abramitiche-. Egli ebbe la perspicacia di notare che, per quanto buone siano le intenzioni, per quanto carismatico ne sia il leader, per quanto “sacro” (Qodesh-separato) ne sia il libro, quando una società permette alla Religione di mescolarsi col Potere, noi non abbiamo una Religione, ma una Teocrazia mascherata. La Fede diventa Legge dove il dissenso è peccato e la Ragione viene inchiodata alla croce dei dogmi. Piccola Nota: consiglierei a lei- molto amichevolmente, peraltro-, ma anche agli altri lettori di questo Blog, di seguire le lezioni riprese da Youtube sul concilio di Nicea e seguenti, tenute dal prof. Francesco Giorgi. Ci si fa una buona scorpacciata di “idiòmata- ipostasi-prosopa; di Excoresis dello Spirito(Santo), di porègumai, di Teghè,, di Taxis trinitaria…e di gruppi e gruppuscoli, come gli Ariani, i Pneumomatomachi ecc…senza contare le diatribe tra homusìa e homoiusìa (un tantino a noi più note)…Uno sciorinamento di manifestazioni di intelletto umano mirabili, non lo nego. Da queste- e non da altre- elaborazioni nacque l’attuale (?) Cristianesimo- cui bisogna portar riverenza-, per quanto- personalmente- io non possa liberarmi dalla sensazione di aver osservato- da spettatore esterno- il difficilissimo e prolungato parto (7 secoli) di un infante nato già handicappato. Concludo: commendo la sua lievità nel seppellire “alcuni” errori della Gerarchia ecclesiastica, come polvere impalpabile…”Sunt lacrimae rerum”; la cultura woke- compresa quella attuale chiesastica-, neppure li conosce. Il tappeto, però, a cui avevo fatto riferimento, non era stato tessuto per nascondere la polvere, ma, come lo scudo di Leonida, per far fronte ai brucianti dardi “avversari” cui non si aveva la forza di replicare. Un’ultima domanda: ” Come fa a “rispondere” in piena, ragionevole consapevolezza della sua fede, se da essa- o meglio, dal suo rappresentante- è stato a tal punto “catturato” da non poter emetter sillaba che non sia perfettamente(?) consentanea alla sua(?) ???, A’ la prochaine…con simpatia, Adriana.

          1. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            grazie per il suo intervento, come sempre denso, brillante e venato di quell’ironia arguta che le è propria.
            Con lei mi trovo non solo a rispolverare studi che mi hanno formato nella giovinezza, ma anche a documentarmi su ciò che mi è meno familiare. Finché il tempo me lo consente…

            Parlare di Redenzione è altra cosa che parlare genericamente di Rivelazione, perché la Redenzione suppone un Dio che interviene nella storia non solo per comunicare, ma per salvare — e lo fa nella carne, nel tempo, nella Croce. Non attraverso simboli universali, ma in un segno di contraddizione (Lc 2,34) che scandalizza e salva.

            La citazione di Elémire Zolla è affascinante, ma anche rivelatrice: chi si dichiara sincretista si pone consapevolmente fuori da ogni appartenenza che esiga verità e identità.
            La Chiesa — va detto con chiarezza — non lancia scomuniche ideologiche né anatemi arbitrari: ma ha il dovere — e la carità — di riconoscere quando un pensiero si colloca obiettivamente fuori dai confini della fede.

            Capisco — e rispetto — il suo slancio verso una dimensione “universale” del religioso. Ma la “Religione dell’Amore”, come lei la definisce, non è un abbraccio indistinto tra tutte le vie spirituali. È l’Amore che si è rivelato in Cristo Crocifisso, e che ci chiede non una fusione sincretistica, ma un’adesione personale, consapevole e obbediente.

            Padre Matteo Ricci non ha sbagliato: ha saputo entrare in dialogo con il cuore cinese, usando linguaggi e categorie culturali comprensibili a quel mondo, ma non ha mai diluito la verità del Vangelo.
            E Assisi, con gli incontri interreligiosi, non ha mai preteso di fondare un “meta-credere” sincretico: ha testimoniato la pace come valore evangelico, nella chiarezza e nel rispetto delle identità.

            Quanto a Spinoza, sì: ha avuto il merito di smascherare certe degenerazioni del potere religioso. Ma ha anche compiuto una riduzione del Mistero, trasformando Dio in Natura, e la Rivelazione in razionalismo etico.
            La Chiesa, quando è fedele a sé stessa, non impone e non mortifica la ragione: la sollecita, la eleva, la illumina.
            E la libertà, per essere vera, non può coincidere con l’arbitrio dell’autodeterminazione, ma deve rispondere alla verità dell’essere.

            Quanto al prof. Giorgi, ne prendo atto con interesse. Fra l’altro, insegno anch’io teologia trinitaria, e conosco bene il peso, la complessità e la bellezza del lessico teologico.
            Ma mi permetta un’osservazione:
            il cristianesimo non nasce da una raffinata architettura concettuale, né da un esercizio filologico su hypostasis o ousía — nasce da un fatto inaudito: Dio si è fatto uomo e ha camminato tra noi.
            I Concili e i Padri non hanno prodotto la fede, ma hanno custodito ciò che era stato donato.
            Il parto, da lei definito “lunghissimo e difficile”, non riguarda l’essenza della fede, ma la fatica della sua comprensione da parte dell’intelligenza umana: un’intelligenza che, pur illuminata dalla grazia, resta umile destinataria del Mistero, non sua padrona.

            Mi chiede come io possa parlare liberamente, se sono “catturato” dalla mia fede.
            Le rispondo con una parola che non invecchia: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).
            Non sono prigioniero della Chiesa: sono stato liberato da Cristo, nella Chiesa.
            Ogni mia parola cerca, umilmente, di restare fedele a questo dono.
            E sì, lo riconosco: se non mi sforzassi di essere coerente con ciò che credo, parlerei a vuoto.
            Ma non perché mi sia vietato pensare: piuttosto, perché è il pensare senza verità a diventare sterile.

            Con stima e schiettezza,
            don P.P., sacerdote

          2. Caro don P.P.,
            noto con soddisfazione che lei sta avvicinandosi- anche se alquanto peritosamente- a quella forma di comunicazione che ottimisticamente può/potrebbe definirsi: “dialogo” interpersonale. Perciò non me ne voglia se le risponderò evitando il più possibile le citazioni. I suoi cahiers ne tripudiano: lei è convinto che “le citazioni” parlino per lei ed esprimano i suoi stessi palpiti. Ma questo non è un giudizio “oggettivo”. A me, per es., fanno l’effetto della lista del Menu di un Grande Albergo che nulla dicono né della esperienza del Maitre, né degli ingredienti con cui sono stati composti i singoli piatti- siano quelli appartenenti alla “vieille” che alla “nouvelle cuisine”-
            Quindi…Se tale- quale lei la descrive- fu la linea di condotta di Padre Matteo Ricci, come mai la sua statua si trova gemellata con quella di altrettanti Avalokitesvara in un tempio buddhista? O, forse, non sarebbe il caso di elogiare l’apertura mentale e la fiducia nella Provvidenza del mandarinato cinese e dello stesso Figlio del Cielo per non averlo condannato a morte, ma l’abbia onorato?
            Assisi…può darsi che lei abbia ragione: sarebbe il caso, però di chiedersi quali debbano essere le caratteristiche di tale Pace per non rischiare di farne la copia-carbone della neo-capitalistica “Imagine” (John Lennon), o, al contrario, di proporre al mondo il medesimo stile di vita dei ben più antichi Lotofagi.
            “La Chiesa non lancia scomuniche ideologiche né anatemi arbitrari”… significativo il suo uso del verbo al Presente Indicativo. Esiste però anche l’uso del Presente Storico, dove- come può assicurarsene da solo- tale prassi venne impiegata assai frequentemente, superando in ferocia persino le crudeltà del mondo attuale, imbastendo “giustificate crociate” addirittura contro gli stessi Cristiani: i massacri di Marmande e di Béziers non possono venir liquidati come semplici granelli di polvere…
            Lei considera una operazione di “abbassamento di livello” quella attuata da Spinoza , con un Dio che ci avvolge e ci penetra come Natura Naturata e Natura Naturans. Ma…quale è la Natura di Dio? Perchè, se lei aprioristicamente afferma che il Sacro supera la dimensione e la potenza dell’Universo allo stesso modo di quella umana, il medesimo Sacro resta, da parte dell’ uomo, irraggiungibile. Oppure… ci troviamo di fronte a un Dio privo di Natura- neppure di quella così detta e sconosciuta divina-? Oppure…non c’è alcun Dio né dentro, né fuori di noi?…
            “La Fede che è Rivelazione”…perdoni, don P.P., ma di quale Rivelazione può trattarsi nel caso di Nicea e seguiti? Forse di una Rivelazione sul genere dell'”Edipèo Enciclopedico” della vecchia, mai troppo rimpianta “Settimana Enigmistica”? Se il Dio d’Amore intendeva rivelarsi- durante poco più di un millennio (tra Antico e Nuovo Testamento)- a una popolazione di “tonti” ( ciò che sono tutti gli umani al Suo confronto ), non poteva esprimersi chiaramente, invece di gareggiare con le oscurità dell’Oracolo di Dodona e di quello di Delfi?
            ” E’ il Pensiero senza Verità a diventare sterile”… Caro don P.P., mi conceda un paragone tolto dalle sue innumerevoli affermazioni su tale argomento. Lei ha ammesso di esser stato “preso e catturato” da un elemento, da una “Persona” a lei “esterna”, ne ha subito il suo irresistibile richiamo. Ebbene, diciamolo: se ne è “innamorato”! Come un qualunque ostaggio-maschio o femmina che sia- di Stoccolma. Il Rapitore, divenuto Padrone, esige di aver ragione, ma non è detto che sempre la abbia…tanto meno in Amore, che è il sentimento più irrazionale che esista al mondo, e forse- per questo- anche il più pericoloso…Come può allora, uno/a preso/a da un Amore tanto totalizzante, giurare, garantire, del proprio ponderato giudizio? Con i miei più sentiti e cari saluti, Adriana.

      2. N.B.: “NON: ignifugo, perchè- da quando venne usato- invece di far da protezione al sacro e al divino,- salvandoli e rimanendo intatto- servì esclusivamente ad attirare su di sé tutti gli incendi possibili, riducendosi ad una sottile superficie costellata di grandi buchi trasparenti dagli orli drammaticamente bruciacchiati.

        1. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,
          ho letto la sua risposta con attenzione e con la consueta franchezza con cui argomenta, anche quando sceglie la via del paradosso e dell’ironia più tagliente.

          Mi permetta però di partire dal fondo, da quella sua osservazione sul mio “innamoramento” per la fede che professo. Lei accenna, con sottile provocazione, alla sindrome di Stoccolma: un amore che nascerebbe dalla prigionia, come difesa psicologica dell’ostaggio verso il proprio carceriere. È un’immagine forte, suggestiva — ma profondamente inadeguata.

          Il cristiano non è un ostaggio, è un uomo liberato.
          E l’Amore che lo cattura non è l’imposizione di un potere, ma la rivelazione di una Presenza che lo precede, lo raggiunge e lo attira a sé con dolcezza e verità. È proprio perché questo Amore è irrazionale nel senso più alto del termine — eccedente ogni logica mondana, gratuito, incarnato, crocifisso e risorto — che non si confonde con alcun vincolo patologico, né con l’abbandono del pensiero critico.

          Cristo non imprigiona: convoca, chiama, affascina, propone.
          E quando ci si lascia amare da Lui, non si perde il giudizio: lo si purifica.

          Quanto alla sua riflessione sulla Rivelazione — che lei riduce a un’operazione enigmistica per iniziati — mi permetta di dissentire con convinzione.
          Il fatto che la Rivelazione divina richieda un’ermeneutica, e si sia dispiegata nella storia concreta, tra eventi e parole, non la rende opaca, ma testimonia il rispetto di Dio per la libertà e i limiti dell’uomo.

          Dio non ha parlato come un algoritmo, ma come un Padre.
          E ogni padre sa che la verità più alta si comunica attraverso parole umane, dentro una cultura, una lingua, un’esperienza condivisa.
          Che ci sia voluto un Concilio a Nicea per articolare con precisione ciò che i cristiani già professavano nella fede e celebravano nella liturgia, non è segno di oscurità, ma riflesso della fatica dell’intelligenza di stare all’altezza del dono ricevuto.

          Lei mi chiede qual è la natura di Dio. Io le rispondo con tremore e rispetto: Dio non ha una “natura” analoga a quella delle creature. Dio è la sua essenza: è Atto Puro, è Amore infinito, uno nella natura, trino nelle Persone: è relazione sussistente, è libertà assoluta.
          Non è un’energia impersonale, né un tutto indifferenziato: è il Vivente che parla, ascolta, si dona.
          E proprio per questo può entrare nella storia non come simbolo, ma come carne crocifissa e gloriosa.

          Quanto a Spinoza, non nego né la finezza della sua visione né la sincerità della sua ricerca. Ma resto convinto che un Dio ridotto a Natura non può salvare.
          Potrà affascinare l’intelletto, ma non consola il cuore, né redime la storia.
          Ciò che il cristianesimo annuncia non è una formula cosmica, ma una Persona che ci ha amati fino alla morte, e oltre.

          Lei ironizza anche sull’uso che faccio delle citazioni, paragonandole alla lista di un grande menù che nulla dice dell’abilità del cuoco.
          Mi consenta una controimmagine: le citazioni, se ben usate, non sono piatti freddi, ma voci di un coro.
          Non mi affido ad esse per mancanza di pensiero personale, ma perché — come ogni uomo che cerca — mi colloco dentro una Tradizione vivente, nella quale altri, prima di me, hanno pensato, sofferto, pregato e amato Dio, aiutandomi a non perdere la via.

          Quanto a Matteo Ricci: non ignoro che la sua figura sia stata reinterpretata in chiave simbolica da molti. Ma egli non dissolse mai il Vangelo nel Buddhismo o nel Confucianesimo.
          Al contrario, seppe entrare nel cuore del mondo cinese senza rinunciare alla verità cattolica, testimoniando che l’Incarnazione non è un’idea occidentale, ma una risposta universale al bisogno di salvezza dell’uomo.

          Sulle scomuniche e le ombre della storia della Chiesa:
          sì, vi sono state pagine dure, talora oscure. Ma la Chiesa, pur composta da peccatori, non è la somma delle sue ombre, bensì la custode di una luce che le ombre non hanno mai spento.

          La Pace di Assisi, infine, non è — o non dovrebbe essere — un’“Imagine” new-age o una fuga lotofagica, ma testimonianza della forza mite del Vangelo, che non impone, ma propone.
          E se questa proposta non è accolta, la Chiesa non si adatta al mondo, ma continua ad annunciare il Crocifisso con pazienza, coraggio e verità.

          In conclusione:
          sì, mi dichiaro “innamorato” di Gesù Cristo , per questo ho scelto di diventare sacerdote. Quindi, innamorato non per compensazione, non per fuga, non per bisogno.
          Semplicemente perché ho incontrato un Dio che si è fatto vicino, che mi ha chiamato per nome, e che non chiede l’annullamento della ragione, ma — come insegnava Anselmo — “Fides quaerens intellectum”: una fede che non rinuncia a pensare, ma cerca l’intelligenza dell’Amore.

          Con cordialità,
          don P.P.

        2. Don Pietro Paolo

          X Adriana,
          ho letto la sua risposta con attenzione e con la consueta franchezza con cui argomenta, anche quando sceglie la via del paradosso e dell’ironia più tagliente.

          Mi permetta però di partire dal fondo, da quella sua osservazione sul mio “innamoramento” per la fede che professo. Lei accenna, con sottile provocazione, alla sindrome di Stoccolma: un amore che nascerebbe dalla prigionia, come difesa psicologica dell’ostaggio verso il proprio carceriere. È un’immagine forte, suggestiva — ma profondamente inadeguata.

          Il cristiano non è un ostaggio, è un uomo liberato.
          E l’Amore che lo cattura non è l’imposizione di un potere, ma la rivelazione di una Presenza che lo precede, lo raggiunge e lo attira a sé con dolcezza e verità. È proprio perché questo Amore è irrazionale nel senso più alto del termine — eccedente ogni logica mondana, gratuito, incarnato, crocifisso e risorto — che non si confonde con alcun vincolo patologico, né con l’abbandono del pensiero critico.

          Cristo non imprigiona: convoca, chiama, affascina, propone.
          E quando ci si lascia amare da Lui, non si perde il giudizio: lo si purifica.

          Quanto alla sua riflessione sulla Rivelazione — che lei riduce a un’operazione enigmistica per iniziati — mi permetta di dissentire con convinzione.
          Il fatto che la Rivelazione divina richieda un’ermeneutica, e si sia dispiegata nella storia concreta, tra eventi e parole, non la rende opaca, ma testimonia il rispetto di Dio per la libertà e i limiti dell’uomo.

          Dio non ha parlato come un algoritmo, ma come un Padre.
          E ogni padre sa che la verità più alta si comunica attraverso parole umane, dentro una cultura, una lingua, un’esperienza condivisa.
          Che ci sia voluto un Concilio a Nicea per articolare con precisione ciò che i cristiani già professavano nella fede e celebravano nella liturgia, non è segno di oscurità, ma riflesso della fatica dell’intelligenza di stare all’altezza del dono ricevuto.

          Lei mi chiede qual è la natura di Dio. Io le rispondo con tremore e rispetto: Dio non ha una “natura” analoga a quella delle creature. Dio è la sua essenza: è Atto Puro, è Amore infinito, uno nella natura, trino nelle Persone: è relazione sussistente, è libertà assoluta.
          Non è un’energia impersonale, né un tutto indifferenziato: è il Vivente che parla, ascolta, si dona.
          E proprio per questo può entrare nella storia non come simbolo, ma come carne crocifissa e gloriosa.

          Quanto a Spinoza, non nego né la finezza della sua visione né la sincerità della sua ricerca. Ma resto convinto che un Dio ridotto a Natura non può salvare.
          Potrà affascinare l’intelletto, ma non consola il cuore, né redime la storia.
          Ciò che il cristianesimo annuncia non è una formula cosmica, ma una Persona che ci ha amati fino alla morte, e oltre.

          Lei ironizza anche sull’uso che faccio delle citazioni, paragonandole alla lista di un grande menù che nulla dice dell’abilità del cuoco.
          Mi consenta una controimmagine: le citazioni, se ben usate, non sono piatti freddi, ma voci di un coro.
          Non mi affido ad esse per mancanza di pensiero personale, ma perché — come ogni uomo che cerca — mi colloco dentro una Tradizione vivente, nella quale altri, prima di me, hanno pensato, sofferto, pregato e amato Dio, aiutandomi a non perdere la via.

          Quanto a Matteo Ricci: non ignoro che la sua figura sia stata reinterpretata in chiave simbolica da molti. Ma egli non dissolse mai il Vangelo nel Buddhismo o nel Confucianesimo.
          Al contrario, seppe entrare nel cuore del mondo cinese senza rinunciare alla verità cattolica, testimoniando che l’Incarnazione non è un’idea occidentale, ma una risposta universale al bisogno di salvezza dell’uomo.

          Sulle scomuniche e le ombre della storia della Chiesa:
          sì, vi sono state pagine dure, talora oscure. Ma la Chiesa, pur composta da peccatori, non è la somma delle sue ombre, bensì la custode di una luce che le ombre non hanno mai spento.

          La Pace di Assisi, infine, non è — o non dovrebbe essere — un’“Imagine” new-age o una fuga lotofagica, ma testimonianza della forza mite del Vangelo, che non impone, ma propone.
          E se questa proposta non è accolta, la Chiesa non si adatta al mondo, ma continua ad annunciare il Crocifisso con pazienza, coraggio e verità.

          In conclusione:
          sì, mi dichiaro “innamorato” di Gesù Cristo , per questo ho scelto di diventare sacerdote. Quindi, innamorato non per compensazione, non per fuga, non per bisogno.
          Semplicemente perché ho incontrato un Dio che si è fatto vicino, che mi ha chiamato per nome, e che non chiede l’annullamento della ragione, ma — come insegnava Anselmo — “Fides quaerens intellectum”: una fede che non rinuncia a pensare, ma cerca l’intelligenza dell’Amore. Con cordialità

  7. O, caro Matto, Rilke e Watts…come ti ringrazio!!!
    Sincerely, mi disturbano un tantino alcuni tuoi richiami alla suddivisione platonica, neoplatonica, biblica tra anima e corpo ( a tutto scapito del secondo- nel timore , suppongo, si riesca a indagarlo meglio della prima- ).
    Avrei, perciò voluto, o potuto risponderti in molti modi…ne scelgo uno (a caso?).
    “Un vecchio padre rimprovera un giorno il figlio, che ha il vizio del bere e torna tutte le sere a casa ubriaco. Il figlio promette di moderarsi. Quella sera stessa, poichè il giovane non torna, il padre esce alla sua ricerca. Lo trova semiannegato, aggrappato al pilastro del ponte che divide la locanda dalla casa paterna.
    “Perchè sei in questo stato,” chiede il padre, ” e proprio il giorno in cui mi avevi promesso di moderarti nel bere?”. Il figlio risponde: “In effetti ho bevuto di meno ed ecco il risultato. Abitualmente bevo tre sho di sake, e ogni sera, rientrando, vedo tre ponti: PRENDO SEMPRE QUELLO DI MEZZO E TUTTO VA BENE! Stasera ho bevuto solo due sho e ho visto due ponti; non sapendo che fare, ho imboccato a caso quello di sinistra e sono caduto in acqua! Lasciami dunque bere il mio terzo sho di di sake, e tutto andrà meglio. ”
    Quale, abissale differenza tra questa e altre “precettistiche” imposte! In quella veterotestamentaria il figlio sarebbe stato lapidato almeno tre volte- e: pubblicamente- se ciò fosse stato possibile. In quella neotestamentaria, per accogliere il “figliol prodigo” il padre imprudente ed enfatico si macchia di una palese ingiustizia nei confronti del figlio primogenito- nonchè di tutti i presenti obbedienti- dando origine- anche se il testo, diplomaticamente, non lo riporta- ad una faida che facilmente potrà trasformarsi in guerra. Mah!
    Io, come il “Vecchio-Bambino: Lao Zi, “Sto fra i solchi”, e, soprattutto: “Via dalla pazza folla” dei fanatici mossi da passioni e sdegni tanto “sublimi”, quanto poco “spirituali”.

    1. Deliziosa la storiella dell’ubriaco equilibrato. Non la conoscevo.

      Vorresti indicarmi dove sono i “richiami alla suddivisione platonica, neoplatonica, biblica tra anima e corpo”?

      Ho scritto di trascendimento di ogni dualismo, ciò implicitamente comprendendo quello di anima e corpo.

      Ma non è affatto escluso che mi sia espresso insufficientemente.

      Sincerely 😊

      1. Caro Matto,
        i richiami non sono affatto numerosi, sincerely lo ammetto, però sono posti soprattutto nel tuo incipit, creando- secondo me- una certa confusione attorno al principio di libertà di pensiero.
        Citi Giovanni della Croce che. attraverso il “pensiero silente”, riduce l’uomo a forma/pensiero. Citi una frase di H.V. Hoffmanstal: “Un’ora di contemplazione val meglio di un anno di devozione”, (di severità tacitiana), che riconduce il pensiero del lettore all’intelletto del contemplante- allocato una volta di più in una configurazione di primaria importanza-. Senza contare la inevitabile domanda cui un lettore avveduto viene indotto da tale frase : “Quale è, o dovrebbe essere l’oggetto di tale contemplazione?”
        A questo proposito, ti cito a memoria un piccolo insegnamento, visto che- anche in estremo Oriente talvolta- lo zelo eccessivo corre il rischio di obnubilare la mente grazie a quella medesima forma di masochistico orgoglio che troviamo sparso tra le religioni orientali ed occidentali- in entrambi i casi contrabbandato e
        ben celato sotto la maschera della “virtù”- :
        ” Il maestro Joshu chiese un giorno ad un suo discepolo:
        “Cosa sei?” Il discepolo rispose: “Sono in meditazione, nello stato del Nulla, e dunque non sono nulla.” Il maestro Joshi allora gli disse: “Devi abbandonare il pensiero di esser nulla, devi abbandonare i tuoi pensieri!” “.
        Qui opera un saggio maestro che evita gli scivoloni al discepolo. Sappiamo che la libertà fa paura a tanti i quali preferiscono una legge esterna, dettata da altri uomini, che venga a controllare le loro menti e i loro corpi; ma tutti costoro dimenticano volentieri che una autentica conoscenza responsabile, non solo libera, ma trasforma le emozioni in bene.

        1. Carissima,

          lo scritto avrà i suoi vantaggi, però ha anche i suoi limiti: mi riferisco al comunicare … ISHIN DEN SHIN, la trasmissione da cuore a cuore, ovvero senza parole.

          Stavolta la storiella zen di Joshu la conoscevo, essendo strettamente legata alla disciplina del Spada che impegna non dualisticamente la mente e il corpo, considerati NI-FUNI: due-non due.

          Volendo essere più precisi riguardo all’abbandono dei pensieri, anche “abbandonare i pensieri” è un pensiero che va abbandonato, non per “obnubilare la mente” bensì per liberarla e renderla per quella che già è: uno specchio puro, incondizionato da ciò che vi si riflette.

          Brevemente circa la contemplazione: può essere con oggetto, come quando, per esempio, si rimane “incantati” di fronte ad un tramonto (e non sorge alcun pensiero), oppure, a più alto livello, senza oggetto – apofasi suprema – ove anche il soggetto sparisce: non ci sono più il contemplante e il contemplato bensì soltanto la contemplazione.

          Che belli questi scambi!😉

          1. Molto belli…”e il naufragar m’è dolce in questo mare”. Più passa il tempo, più mi sembra apparentabile l'”Infinito” di Leopardi alla concezione Taoistica-Zen…Miracoli della sintesi poetica.

          2. Caro Matto,
            infatti: al proposito di maestro e discepolo, avevo avuto la tentazione di specificare: “gli scivoloni dei primi passi”.
            E’ stato meglio così: mi ha dato modo di seguire la tua più dettagliata istruzione- da operatore-.

    2. A proposito del figliol prodigo si potrebbe dare un’altra spiegazione: il padre non può non essere felice per il figlio pentito e ritrovato, e perciò lo festeggia: è il figlio fedele da sempre (e tutti gli altri) che sono un po’ carogne, il primo perché vedeva nel fratello perduto un’occasione per arraffare l’intera eredità, e gli altri in quanto ruffiani nella speranza di sgraffignare qualcosa pure loro.

      Volendo andare sul sottile: il figlio “giusto” e ed i ruffiani interessati rappresentano la solita banda degli “eletti” pronti a puntare il dito contro il reietto di turno: loro che sono così buoni e corretti!

      1. Caro Matto: vero. Ma tutto ciò fa parte della natura umana. Un Padre amoroso, ma previdente e sapiente non avrebbe dovuto dare esca a situazioni e moti dell’animo che egli avrebbe ben dovuto conoscere dall’alto della sua esperienza o della sua posizione…Oppure dei figli -e tantomeno dei parenti o dei servi- non conosceva altro che le proprie idealizzate e dispotiche supposizioni? Mi sembra la controfaccia simmetrica della figura di Giobbe, che viene orbato dei figli (per volontà divina), ma che ne viene ricompensato dalla comparsa di un numero pari di figli “nuovi” al termine della sua prova, collocati sullo stesso piano di altrettante greggi e messi ecc… Quanta autentica attenzione, amore e rispetto vengono manifestati da questi padri -misericordiosi e giusti- nei confronti di figli da loro stessi “creati”?

  8. “C’è del metodo in questa follia.” Caro Matto, anche ciò che hai scritto è un silente pensare attinto in un “silente pensiero”? Non me ne volere, soprattutto, sii caritatevole anche tu: che la tua risposta sia un silente parlare. Confido nella tua intelligenza. Un caro saluto.

    Ps. Non si presti ciò che ho scritto a mettermi in polemica con il Matto.

    1. Davvero pregiato il tuo intervento, caro Angelo.

      La risposta alla tua domanda è: sì, ciò che scrivo è preceduto dal raccoglimento nel “silente pensiero”. Non soltanto occasionale, ovvero prima di scrivere, bensì … follemente metodico da più di quarant’anni.

      In fondo, lo scrivere è un tipo di azione, e se l’azione non è preceduta (e accompagnata) dalla contemplazione (dacché il silenzio è contemplativo), si riduce a mera agitazione.

      Del resto, se hai letto i miei precedenti articoli, sai che sono un convinto propositore dell’apofasi, un procedimento di radicale superamento di qualsivoglia parola, concetto e immagine, mediatori fino a un certo punto indubbiamente utili, ma che alla lunga occorre togliere di mezzo proprio perché mediatori tra la Coscienza e l’Assoluto.

      Chiaro che, come Autori antichi e moderni assai più quotati di me, non posso evitare il paradosso di proporre ciò che propongo attraverso parole, concetti e immagini.

      Trovo il tuo Ps davvero saggio. La polemica uccide il ‘cum-loqui’, il parlare pacato fra due o più persone.

      Un distinto saluto.

  9. stilumcuriale emerito

    Ciao Matto! Lo sai perchè l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio? Perchè l’uomo è uno e trino. Infatti:
    una cosa è quello che pensa
    un’ altra cosa è quello che dice
    la terza cosa è quello che fa.

    1. Piacerone di risentirti carissimo S.E.!

      Quella che esponi tu mi sembra un’immagine totalmente negativa dell’uomo, disintegrato fra ciò che pensa, ciò che dice e ciò che fa. Una sorta di incoerente tri-dissociato. Insomma, per dirlo alla toscana, un cazzabubbolo.

      Non ho capito se ti riferisci a me, oppure anche a te, quindi a tutti.

      Già: o tutti “fighi” o tutti cazzabubboli, sennò riecco gli invadenti, perniciosi “eletti”.

      In ogni caso, l’uomo è uno e trino perché ha la coscienza (l’anima) che è una, con le sue tre potenze: volontà, memoria e intelletto. E va da sé che il tre non potrebbe sussistere senza l’uno(a). Come dire: ‘prima’ uno e ‘poi’ tre (questo(i) tre che col tempo diventa(no) sempre più incasinato(i).

      Se poi vogliamo fraternamente immergerci nel Mistero e quindi nell’inutilissima esegesi:

      «Il Tao generò l’Uno, l’Uno generò il Due, il Due generò il Tre e il Tre diede origine a innumerevoli creature». (Tao Te Ching).

      Con un cordiale saluto.

I commenti sono chiusi.

Se hai letto « Affacciandosi alla Finestra per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto. » ti può interessare:

Torna in alto