Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Investigatore Biblico, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.
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“Il Padre Nostro Come Non Lo Hai Mai Pregato. San Girolamo insegna…” di IB
Grazie alla segnalazione di un Lettore, mi accingo a spiegare una interessantissima parolina del Padre Nostro, che ha davvero un significato BOMBA.
C’è una parola nel Padre Nostro che da sempre affascina e interroga. È una parola misteriosa, unica nel suo genere, un piccolo frammento greco che custodisce un mondo: ἐπιούσιον (epioúsion). La si trova solo due volte in tutta la Scrittura, in Matteo 6,11 e in Luca 11,3, ma non ha veri paralleli altrove. È come se l’evangelista, nel raccogliere l’insegnamento di Gesù, avesse dovuto coniare un termine nuovo, quasi a voler esprimere qualcosa che ancora non esisteva nel linguaggio umano, ma che da quel momento diventava essenziale alla nostra preghiera.
La radice di questo termine è doppia e affascinante: ἐπί (epí), che significa “sopra”, “al di là”, e οὐσία (ousía), che vuol dire “sostanza”, “essenza”. Dunque, epioúsion può essere tradotto come “soprasostanziale”, qualcosa che supera l’essere, che trascende la semplice materialità. È un pane che va oltre il nutrimento ordinario: è il Pane dell’essere profondo, dell’esistenza piena, del bisogno essenziale dell’uomo.
Noi recitiamo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Ma Gesù, secondo il testo greco, ha detto:
Τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον — “Dacci oggi il nostro pane epioúsion”.
Questa parola, che la Nuova Vulgata liturgica ha reso con “quotidianum”, è stata tradotta da san Girolamo, nella sua versione più fedele al testo greco, come “supersubstantialem”: panem nostrum supersubstantialem da nobis hodie.
È un termine potente, che letteralmente significa “soprasostanziale”, cioè oltre la sostanza, oltre il semplice nutrimento corporeo. È come se volesse dirci: dacci il Pane che non è solo pane, dacci il Pane Eucaristico, il nutrimento che non finisce a tavola ma che riempie anche il cuore, lo spirito, tutta la nostra esistenza.
Quando Gesù insegna a pregare in questo modo, non sta semplicemente insegnando a chiedere ciò che serve per sopravvivere. Sta insegnando a desiderare il Cibo vero, quello che secondo Giovanni 6, dà la vita eterna:
“Io sono il Pane vivo disceso dal cielo… Chi mangia di questo Pane vivrà in eterno”.
Ecco: in quel epioúsion i Padri della Chiesa hanno letto fin da subito un riferimento all’Eucaristia. Non solo al pane quotidiano della mensa, ma al Pane della Vita, che ci è dato ogni giorno — o che almeno dovremmo desiderare ogni giorno — come sorgente, forza e sostegno.
Origene, uno dei primi grandi esegeti, scriveva:
“Noi chiediamo il pane soprasostanziale, che è più adatto all’anima che al corpo, e lo chiediamo ogni giorno, perché ogni giorno abbiamo bisogno di Cristo, del suo Corpo e del suo insegnamento”.
E Ambrogio, nella sua catechesi ai neofiti, affermava con audacia:
“Questo pane è il Corpo di Cristo. Egli è il nostro pane quotidiano, e noi lo riceviamo come medicina dell’anima, come cibo che dà la vita eterna”.
Anche Cipriano di Cartagine, nel suo commento al Padre Nostro, osservava:
“Questo pane non è chiesto per un banale bisogno del ventre, ma perché chi lo riceve, riceve Cristo stesso e, con Lui, ogni grazia”.
Questo versetto dovrebbe, per ogni cristiano, aprire una porta alla contemplazione e alla catechesi. Perché se davvero il cuore della preghiera di Gesù, il Padre Nostro, ci insegna a chiedere oggi il Pane Eucaristico, allora ogni volta che recitiamo quella preghiera entriamo già nel mistero dell’altare, ci uniamo a Cristo che si dona, e chiediamo al Padre di renderci degni di accogliere il Figlio.
Ma lo sappiamo davvero? Lo insegniamo nelle nostre comunità, nei nostri cammini di fede, ai bambini, ai giovani, agli adulti? O rischiamo di ridurre quella parola a un’eco scolorita, a un’abitudine?
Forse, oggi più che mai, servirebbe una catechesi su questa parola. Un cammino di riscoperta. Perché “epioúsion” non è solo grammatica, né curiosità filologica: è un invito. È come se Gesù, ogni giorno, ci dicesse: non accontentarti del pane che sazia il corpo. Chiedi il Pane che ti fa vivere davvero. Il mio Corpo, la mia Vita, il mio dono.
E quando la Chiesa prega con il Padre Nostro poco prima della Comunione, nella Messa, non lo fa a caso. È la logica interna di quella preghiera che porta, passo dopo passo, alla Mensa. All’incontro reale con Lui.
Dacci oggi il nostro Pane epioúsion.
Signore, donaci oggi te stesso. Donaci la fame di te. Donaci la grazia di riconoscere nel pane spezzato il tuo amore, e di saper vivere ogni giorno come risposta a quel dono.
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17 commenti su “Il Padre Nostro Come Non Lo Hai Mai Pregato. San Girolamo insegna…di Investigatore Biblico.”
Quotidiano: il pane del giorno (dies), di giorno c’è la luce, dunque “pane di luce”. Non circoscritto alla sola Eucarestia.
Lo stesso San Girolamo traduce in Matteo con supersostanzialem ed il Luca con cotidianum.
L’edizione del messale romano del 1634 riporta nel Pater noster la traduzione cotidianum.
Credo quindi che entrambe le traduzioni siano legittime mantenendo fermo il fatto che il pane di cui si parla è il Pane della Vita, cioè il Corpo di Gesù Cristo.
Il significato di questa parola del Padre Nostro l’ho scoperto qualche anno fa grazie al buon Andrea Cionci, il quale ha detto tante cose giuste insieme a tante altre sbagliate.
Inizio ringraziando l’ Investigatore Biblico: leggerLa è per me -sempre sempre sempre- di grande aiuto. Inolre, poichè non è la prima volta che Lei dimosra laborioso impegno nell’ approfondire varie sottigliezze, vorrei farLe presente che ormai da molto tempo mi permetto una modesta variazione che sento, quasi, come obbligatoria. Dunque -concludendo la meravigliosa preghiera che recito nella versione di sempre- penso oppure esclamo “……..ma liberaci dal MALIGNO”. Spero sia accettabile. In caso contrario, sono certa, mi CORRIGERA’. Ci conto
Un altro bell’articolo illuminante e soprattutto arricchente. Grazie!
Mi auguro che questa sia più una riflessione teologica, certamente legittima, che il desiderio di effettuare un altro cambiamento alla formula del “Padre Nostro”.
D’altro canto, al di là dell’esercizio esegetico che si possa compiere sulla preghiera che ci ha insegnato direttamente Gesù (roba per specialisti che potrebbe comportare un volume intero), io penso che un comune credente, col crescere dell’età e continuando a formulare la Preghiera, abbia capito bene che quel pane che si chiede al Padre Noistro di darci ogni giorno non si riferisca solo a quello materiale ma anche, e soprattutto, a quello spirituale. Anche un semplice fatto banale induce a pensarlo: la Preghiera, per un buon credente, fa parte delle preghiere da recitarsi al Mattino appena svegliati ed alla Sera prima di coricarsi: che senso avrebbe la sera chiedere di darci “oggi” il pane materiale prima di coricarci: per mangiarlo durante la notte?
“Non di solo pane vive…” mt.4… dunque anche di pane che nutre il corpo.
Non vale la pena accapigliarsi per una preghiera che ben conosciamo ed amiamo, anche quando il nostro Holmes ci precisa che il “pane” non corrisponderebbe a quello che nutre il corpo. Ma il nostro cuore sa e ha sempre saputo che il riferimento è al Pane Eucaristico che “cotidie”, ogni giorno, sempre(!) dovrebbe sostenerci. E se questo Sostegno riguarda certamente l’anima, non esclude certo il corpo che è l’involucro dello nostro spirito e tempio dello Spirito, il nutrimento della nostra vita terrena e di quella futura di un corpo che risorgerà. Dimenticate quei santi che si sono nutriti della SS.Ostia consacrata, senza toccare altro cibo? Non erano forse sazi per non desiderare altro?
Impariamo ad accettare con fiducia quello che la Chiesa ci ha tramandato e che la fede dei nostri padri e nonni ci hanno trasmesso, senza fossilizzarsi per qualche piccola “traduzione” involontaria (o non) scappata al buon S.Girolamo. Quanto al “non ci indurre in tentazione”, violato da Bergoglio, è ben altra faccenda: corrisponde ad una gravissima dimostrazione di eresia: la modifica del Vangelo.
Ma è morto alla fine e dicono che il nuovo Prevosto sistemerà tutto, e… sarà la fine per tutti.
Il mio pensiero va poi alla frase “sia fatta la Tua volontà”.
Per le madri cristiane perchè capiscano un po’ la maternità di Maria e ne comprendano il dolore costante e onnipresente, ma anche la Sua santità sovrumana e corredentrice, vorrei citare Maria in Valtorta, che offrì al Pater Noster il suo secondo “Fiat”, appena nacque Gesù:
“Quando il mio Bambino mi fu nelle braccia, io, per Lui che non sapeva parlare perché era nulla più che un piccolino che sapeva unicamente vagire -il mio Figlio Dio, la Voce del Padre, la Parola del Padre essendosi, per amore, annichilito ad un infante vagente con voce d’agnellino- io per Lui ho detto l’offerta al Padre. Il primo “Pater noster” l’ho detto io nella fredda grotta di Betlemme tenendo alzato fra le braccia il mio Agnello venuto al mondo per essere ucciso e per dar vita agli uccisi nell’anima. Il “Fiat voluntas tua” l’ho detto, piangendo, io per prima” (quaderni del ’43).
Come per Gesù, anche per Maria amare è stato -ed ancora è- soprattutto soffrire: che sofferenza enorme danno i figli ingrati partoriti sotto la Croce.
Nella bibbia Martini, il testo latino riporta il termine “supersubstantialem” SOLO per il Vangelo di Matteo. In quello di Luca, invece, c’è la parola “cotidianum” anche se il testo greco è lo stesso per entrambi.
Ho verificato il testo latino, sia sulla Bibbia Martini, scaricata da internet in PDF, che nella edizione del San Paolo, del Nuovo Testamento interlineare.
Qualcumo mi sa dire come mai?
Grazie
Molto interessante tutto.
Un neologismo greco, due traduzioni diverse in latino da parte dello stesso traduttore, tracce indelebili nella tradizione ecclesiale e nell’attualità dei documenti editi dalla Santa Sede (leggere dopo).
Sito del Vaticano
vangelo di S. Matteo in latino
https://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html
versetto 6,11: SUPERSUBSTANTIALEM
Stesso sito, vangelo di S. Luca 11, 3
“panem nostrum cotidianum da nobis cotidie”
Lettera enciclica Mirae Caritatis di Leone XIII
https://www.vatican.va/content/leo-xiii/la/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_28051902_mirae-caritatis.html
“Paterno affectu admonet Sancta Synodus … ut panem ilium SUPERSUBSTANTIALEM FREQUENTER suscipere possint…
C’è tutto anche in italiano.
Quindi il pane è “soprasostanziale” ma va assunto “frequentemente” (cioè quotidiano).
Interessante il ritorno di Leone XIII nella sua enciclica dedicata all’Eucaristia.
Che quel pane non sia “il solito pane” è chiaro come il sole! Eppure è quotidiano, però sta sopra la sostanza immediatamente visibile. Ci vuole fede e perciò chi si inginocchia forse ha più coscienza del mistero.
Siamo davanti al sacrificio di Cristo, non in una mensa.
Il pane (il vino) è il corpo (e il sangue) di Cristo.
Non diamo tutta la colpa ai traduttori in italiano. E’ vero che i disastri sono recentissimi con “non abbandonarci alla tentazione”, però il soprasostanziale eucaristico fa tuttora parte della dottrina: il problema vero è di non studiarla più e di parlare di eucaristia come Lutero.
Papa Leone XIV ha già detto, opportunamente, di un ateismo di fatto che riguarda molti credenti in Gesù.
Carlo Acutis interceda per tutti noi!!!
No, chiedo scusa, a me non basta, non può chiudere l’articolo così, a questo punto vorrei da lei sapere quando è stata introdotta la “Nuova vulgata”, ho fatto una ricerca veloce in “rete” e vengo a sapere del 1979. Vado al Ricciotti del 1940 e leggo: “Dacci oggi il nostro pane necessario alla nostra sussistenza”, e ora mi suona ambiguo. Vede, io sono stato catechizzato col “Catechismo di Pio X”, avevo 10 anni quando ricevetti la “prima comunione” e il “Padre nostro” mi è stato insegnato con “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, correva il 1964, si era ancora in pieno Concilio, la Messa veniva celebrata ancora in “vetus ordo”, e io facevo il chierichetto, e Bergoglio non era ancora papa (?). Abbiamo fatto un gran parlare della correzione del “non ci indurre in tentazione” e oggi devo venire a sapere (sa, non siamo tutti biblisti) che non ho capito niente recitando il “Pater noster”? Lex orandi lex credendi. Cosa m’insegnavano nel 1964, il mio sacerdote e i catechisti (suore benedettine) erano modernisti?
In attesa di un chiarimento, cordiali saluti
Ps. Ho davanti a me il “Padre nostro” tradotto e commentato da Simon Weil: “Τον αρτον ημων τον επιουσιον δος ημιν , Notre pain, celui qui est surnaturel (επιουσιον), donne-le-nous aujourd’hui, dacci oggi il nostro pane, quello che soprannaturale. Traduzione fedele del testo greco.
Dal Diodati, Giovanni Diodati (1576-1649), calvinista: Matteo, 6, 11: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano.” Le mie catechiste si erano formate sul Diodati?
Il commento giustamente allibito di Angelo conferma come certi articoli, se non ben ponderati, con informazioni parziali e incomplete, che hanno lo scopo, per dirla con una vecchia réclame, di “stupire con effetti speciali”, servano purtroppo solo a generare confusione nei lettori. Allora facciamo un po’ di chiarezza. “Panem cotidianum” è sempre stata la traduzione usata nella messa: c’era già nel messale di San Pio V fin dalla sua prima edizione. Bergoglio non c’entra niente. San Girolamo traduce “supersubstantialem” nel vangelo di Matteo, “cotidianum” nel vangelo di Luca, quindi “dacci il nostro pane quotidiano” era una traduzione corretta anche nella Chiesa antica, lo è sempre stata e lo è tuttora. Epiousion è un termine che compare nella lingua greca solo queste due volte, dunque gli studiosi si arrovellano da sempre sul suo significato. Soprasostanziale è la traduzione apparentemente più aderente alla lettera del testo greco, altri hanno ipotizzato “quotidiano”. Quasi tutti i vocabolari di greco antico, da quando tale lingua è tradotta nelle lingue moderne (dunque ben prima di Bergoglio, del Concilio Vaticano II e compagnia bella) hanno sempre riportato le due opzioni: 1) quotidiano, di ogni giorno 2) soprasostanziale, soprannaturale. La seconda è stata sviluppata dai Padri in senso eucaristico. Si tratta comunque di interpretazioni, perché non esiste certezza sul significato esatto di quella parola; non c’è neppure certezza sulla sua etimologia, infatti le due traduzioni si basano su due possibili etimologie. In questo articolo non c’è dunque alcuna mirabolante scoperta e non c’è nulla di cui allarmarsi: “quotidiano”, alla pari di “soprasostanziale” è sempre stata considerata traduzione corretta, e anche optando per la prima e più diffusa opzione i traduttori hanno sempre avuto presente la possibile interpretazione nel senso del Pane eucaristico.
Grazie Gabri, un caro saluto
Caro amico,
leggo con attenzione e con rispetto le sue parole, cariche di passione, di memoria viva e di amore per la verità. Mi colpisce la sincerità del suo turbamento, che non nasce da polemica ma da un desiderio autentico di comprendere, di restare fedele a ciò che ha ricevuto e vissuto con devozione fin da bambino.
Capisco bene la fatica che si prova quando parole familiari, che per decenni hanno formato la nostra preghiera e il nostro sguardo su Dio, vengono rilette, interpretate, persino modificate. Ci si può sentire smarriti, quasi traditi. Ma la Scrittura, e ancor più la preghiera insegnata da Gesù, sono come un pozzo profondo: più si scende, più l’acqua diventa limpida.
Lei cita il Catechismo di Pio X, la Messa in vetus ordo, la formazione ricevuta da sacerdoti e suore che erano per lei testimoni fedeli. E non ho motivo di pensare che lo fossero meno per il fatto che abbiano trasmesso “il pane quotidiano” anziché epioúsion nella sua traduzione più ardita. La Tradizione è anche questo: un filo continuo che si intreccia con il tempo, con le lingue, con la comprensione graduale.
La “Nuova Vulgata” liturgica, pubblicata nel 1979 non è poi così fedele ai testi originali. Non per smentire il passato, ma per cogliere con maggior fedeltà il senso profondo delle parole del Signore. Epioúsion resta una parola unica, misteriosa, e in quanto tale ha dato origine a diverse traduzioni: “quotidiano”, “soprasostanziale”, “necessario alla sussistenza”…
La tradizione latina conosce entrambe le versioni: Girolamo stesso, nella Vulgata, traduce in Matteo con supersubstantialem, ma in Luca con quotidianum. Non c’è contraddizione: ci sono livelli diversi. Il pane di cui viviamo ogni giorno, certo. Ma anche il Pane che viene dal cielo, come dice il Vangelo di Giovanni.
Lei cita Simone Weil, ma anche moltissimi pensatori e Padri che hanno letto in quell’unica parola un invito all’Eucaristia, al Mistero.
No, non era un errore il catechismo che ha ricevuto. Non erano modernisti i suoi insegnanti. Erano donne e uomini che le hanno trasmesso la fede con gli strumenti e le parole del loro tempo. Ciò che ha ricevuto non va perduto: va solo illuminato da una luce più ampia.
Oggi possiamo tornare a quella parola, epioúsion, non per giudicare il passato, ma per ascoltare meglio. Per capire che Gesù ci insegna a chiedere il necessario per vivere, ma anche il necessario per vivere in pienezza.
Non è un pane altro, è il di più del pane.
E allora il “Padre nostro” continua ad accompagnarci, oggi come nel 1964, come nel I secolo.
Non abbiamo sbagliato a pregarlo, se l’abbiamo fatto col cuore aperto.
Ma possiamo sempre imparare a pregarlo meglio.
Con amicizia
IB
Grazie Biblista, un caro saluto
Angelo
E’ incredibile, che pur non conoscendo le antiche scritture in greco, intuitivamente gli ho sempre dato questo significato alle parole: “Pane quotidiano”.
Infatti non potevo pensare che Dio ci chiedesse di pregarlo affinché ci sfamasse quotidianamente solo con il pane della terra, ma essenzialmente con quello soprasostanziale salvifico di Gesù Cristo.
Infatti nel Vagelo Matteo 6 Gesù disse: il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate, voi dunque pregate così….
Di conseguenza non poteva che riferirsi, con il “Padre Nostro”, alla richiesta dei fedeli del Pane quotidiano soprasostanziale.
Grazie infinite Marco Tosatti per questo illuminante articolo.
.. Non di solo pane vivrà l’uomo.. Quindi noi chiediamo quel pane che ci fa vivere di Dio. Peccato che non ci sia più il vero Padre Nostro manca molto.
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori… È un po come dire trattami come io tratto gli altri.. Scrivere “anche” invece, non è come sostenere che “anche” Dio ha dei debitori quindi dei “debiti” con qualcuno?
“Anche” lo hanno messo in italiano, per il semplice fatto che c’è nel testo greco.
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