Howard Chua-Eoan è editorialista di Bloomberg Opinion, sui temi della cultura e dell’ economia. In precedenza, è stato redattore internazionale di Bloomberg Opinion ed è stato direttore delle notizie della rivista Time.
In un editoriale del 11.04.2025 risponde subito alla domanda del titolo:”Se pensate che sia complicato adesso, aspettate che i chip per computer vengano tariffati”.
Ora che sappiamo che tutta questa crisi commerciale causata da Trump riguarda in realtà la Cina, Shuli Ren vorrebbe dire che gli Stati Uniti perderanno non solo i beni di consumo a basso costo di Shein e Temu, ma anche la moda, le borse, le auto e l’elettronica, economiche ma chic, che si sono evolute nella Cina continentale dopo gli anni di recessione del Covid. Shuli afferma: “I marchi locali hanno dovuto migliorare i loro prodotti per fidelizzare i clienti. Ma ahimè, grazie a Trump, gli americani non possono approfittarne”.
Chi scrive non la pensa allo stesso modo. La grande bagarre dei dazi cinesi è una mossa politica per indurre a trattare, in fretta, il governo di Xi Jinping. In un contesto multipolare, gli USA non vogliono essere inferiori a nessuno e giocarsela, almeno alla pari con i competitor asiatici, i quali negli ultimi trent’anni hanno approfittato delle follie dell’iper liberismo senza regole basato esclusivamente sulla logica del profitto, per intrufolarsi ed arricchirsi attraverso la manodopera a basso costo di milioni e milioni di persone, che lavorano anche 18 ore al giorno per aumentare la produzione. La delocalizzazione delle imprese occidentali ha prodotto gran parte dello sviluppo della Cina, che, dal canto suo, ha saputo investire in tecnologia e sicurezza.
Probabilmente i predecessori di Trump avrebbero dovuto agire diversamente, soprattutto perché buona parte del debito pubblico statunitense non è finito in mano alla Cina in un giorno solo, ma progressivamente, negli anni dei propagandistici “fasti” Dem, ma anche in quelli della famiglia Bush. Probabilmente, vi è analogia con ciò che ha fatto il centrosinistra in UE ed in Italia, a scapito del welfare ma a favore del grande Capitale in mano a pochi compagni. Per questo la premier Giorgia Meloni ha un ruolo così importante sul piano internazionale, che ridà lustro al nostro Paese, nelle stanze ove si decidono le sorti del mondo e gli equilibri sono difficili e precari.
In due articoli di questa settimana, Catherine Thorbecke solleva altri scenari inquietanti. La guerra commerciale di Donald Trump, parzialmente sospesa ma ancora volatile, ha per il momento esentato i semiconduttori da dazi aggiuntivi. La situazione è già abbastanza complicata: l’azienda americana di maggior valore, Apple Inc., è gravemente compromessa dai dazi imposti ai paesi in cui vengono assemblati i suoi iPhone più venduti. E questo senza alcun dazio sui chip utilizzati per realizzarli. In Cina, Tencent Holdings Ltd. e le sue omologhe connazionali hanno sì visto i prezzi delle loro azioni tremare insieme al resto del mondo, ma hanno una prospettiva molto più stabile perché i loro clienti e la base produttiva sono nel paese.
La Silicon Valley, d’altra parte, ha una catena di approvvigionamento molto più esposta a livello globale. Catherine afferma: “I materiali e i componenti necessari si basano su vaste catene di approvvigionamento globali, molte delle quali ancorate in Asia. Al contrario, le attività di espansione cinesi erano già supportate da incentivi governativi”. Sostiene che la situazione potrebbe peggiorare se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia di imporre dazi sui chip, compresi i prodotti di punta di Taiwan Semiconductor Manufacturing Co.
I giganti tecnologici americani dipendono dai chip TSMC per i loro già costosi piani di espansione, non solo per i telefoni, ma anche per l’intelligenza artificiale e i relativi data center. Il presidente Lai Ching-te della Repubblica di Cina (con sede a Taiwan) scrive in un articolo per Bloomberg Opinion che Taipei intende collaborare con gli Stati Uniti in materia di dazi. Come sottolinea Catherine, questi tentativi di placare Trump non hanno funzionato per Apple, che ha promesso 500 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti ma non ha ricevuto alcun segnale che i prodotti che produce in Cina riceveranno alcun tipo di esenzione tariffaria.
Nel frattempo, come scrive Parmy Olson, l’industria tecnologica europea sta assaporando per una volta una probabile svolta. Mentre i rivali statunitensi potrebbero essere penalizzati dai maggiori costi dei fornitori asiatici, la francese OVH Groupe SA, l’italiana Aruba SpA e Scaleway possono provare a guadagnare terreno su Amazon, Microsoft e Google, che attualmente detengono il 75% del mercato cloud europeo. Afferma Parmy: “La guerra dei dazi di Trump potrebbe rivelarsi il catalizzatore geopolitico di cui il settore tecnologico europeo aveva bisogno”. Anche se i burocrati e vertici UE non l’hanno capito.
Mihir Sharma ha un’opinione particolare su dazi e inflazione: il tentativo di Trump di innalzare dazi doganali sul mondo – ricordiamoci che tutti hanno avuto almeno un aumento del 10% nonostante la tregua di 90 giorni – gli ricorda l’India in cui è cresciuto, che ha usato le barriere commerciali per fare essenzialmente lo stesso nel tentativo di creare una nazione autarchica. “I beni di consumo, in particolare, hanno attirato dazi superiori al 50%”, scrive.
Immagina il destino degli americani, tagliati fuori dalle ultime innovazioni in Asia e in Europa. “Inizieranno a chiedere ad amici e colleghi che viaggiano all’estero di portare a casa qualcosa che desiderano. Quando ero giovane, ci si aspettava che ogni visitatore dall’estero arrivasse con regali come orologi, cioccolatini o persino pentole antiaderenti. Questi potevano essere disponibili in patria, ma la differenza di prezzo rendeva più sensato passare mesi a cercare qualcuno che li portasse oltre confine”.
Aggiunge un’ironia: “Un tempo i grandi magazzini di lusso di Asia o Europa venivano inondati di turisti cinesi che trasportavano valigie piene di acquisti di beni di lusso; un giorno, non troppo lontano, quei turisti potrebbero essere americani”.
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