Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di tutto cuore, offre alla vostra attenzione questa passeggiata nella nobiltà romana di altri tempi. Buona lettura e condivisione.
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Proprio qui, su Stilum Curiae, ho dedicato un piccolo articolo papalino sulle memorie (divertenti) del principe Agostino Chigi che già viveva, tra Sette e Ottocento, i primi sussulti massonici che dovevano negli anni portarci alla situazione attuale, con il mondo a capo in giù. Non sapevo però chi fosse sua madre e l’ho scoperto, per grazia, dopo lo splendido Stabat Mater a Santa Maria del Popolo a cui ho avuto la gioia di assistere. E dunque, pigiamo il tasto rewind e sono, quel sabato pomeriggio sulla scalinata della chiesa agostiniana, gremita di turisti che mangiano, ticchettano sul cellulare, ciarlano e si fanno tutti i casi loro tranne pensare che il portone al quale voltano il cecè appartiene alla casa del Signore.
Pazienza, sospiro, salutando un raggio di sole che mi solletica il collo. Entro nell’andirivieni di cui ho già detto e che non torno a raccontare e mentre m’avvicino ai banchi di fronte all’altare perché so che a breve inizierà la Santa Messa, noto un velo nero che mi parla di una suora. Ma, m’accorgo nell’avvicinarmi che quel velo, troppo lungo per appartenere a una religiosa di questi anni, è trasparente, di tulle credo. Cammino e giunta un passo avanti al velo, mi giro. Il velo appartiene a un visino di fanciulla incorniciato da una strana cuffietta di pizzo nero. Ha gli occhi chiari, pallida, i lineamenti delicati. Proseguo nel mio spedito passo e mi siedo non senza domandarmi chi possa essere la devota nerovestita che sembra appartenere alla Chiesa e non al mondo.
Mi volto, non c’è più. Intanto suona il campanellino che avverte dell’inizio della funzione e mi perdo nel bel vocione del padre agostiniano che legge, canta e spiega il Vangelo in omelia convincente. Dopo la Messa e a concerto finito, mi avvio verso l’uscita e mi trovo, nella navata di mano manca, davanti a un maestoso monumento funebre. In alto, un visino muliebre, delicato, che pare un cameo, spicca sul nero e un gran drappo rosso mattone, come mosso dal vento, s’agita sul naso di un leone a muso in su, che sembra guardare la defunta e più in su un aquilotto e i due puttini che gli fan da scudieri.
Mi raggiunge un conoscente: “E’ il monumento funebre di Maria Flaminia Chigi Odescalchi. Molto barocco”. Mi racconta dell’autore, Paolo Posi, scultore e specializzato in allestimenti sontuosi per feste mondane. Lo ascolto con un orecchio solo, perché la figurina di fanciulla mi sembra che somigli alla damina dalla cuffia velata che ho veduto poco prima. Ma no, Benedetta, dai, non può essere, datti un pizzicotto. Lo so, lo so, ma io l’ho veduta lì seduta, composta, una figurina nera che faceva a pugni con il gusto volgare d’oggigiorno e che pregava…
Tornata a casa, eccomi a ticchettare sul computer per scoprire chi fosse mai Maria Flaminia. E scopro, e il cuore palpita, che la giovinetta, una Odescalchi, aveva sposato il principe Sigismondo Chigi e che, a ventuno anni appena, aveva già avuto da lui due figliolette e uno in arrivo. E che proprio durante il parto del suo maschietto morì di parto. E il figlio, indovinate un poco, chi era? Sì, era l’Agostino Chigi di cui ho scritto nell’incipit dell’articolo e che è qui nel sito di Marco Tosatti. Mi perdo nella dolcissima Maria Flaminia che, morta giovinetta, non riuscì a salvare il marito dalla deriva massonica, anticlericale e illuminista che seguì nella sua vita piena di sciagure. Maltrattò la seconda moglie (quanto amò la prima, devotissima), tentò di avvelenare un cardinale, ebbe una condanna al carcere perpetuo in contumacia e morì senza un soldo a Padova.
A Maria Flaminia, Sigismondo innamorato aveva dedicato lo splendido monumento funebre di Santa Maria del Popolo. Un ritratto di lei, dolcissimo, è nello stupendo Palazzo Chigi ad Ariccia.
E concludo, nel pensiero mio che vola a Elisabetta Canori Mora, la mia amatissima beata che riposa a San Carlino e che visse, lei pure con il marito Cristoforo Mora, i tempi di Maria Flaminia e di Sigismondo.
Lei pure, Elisabetta, ebbe un marito difficile, incuriosito dalle sette segrete di quei tempi carbonari. Gli salvò la vita, in miracolosa bilocazione, durante un agguato, ebbe guai e dolori da lui che amava un’altra e prima di morire, mentre lui la prendeva in giro chiamandola bizzocca e beghina, lei gli disse: “Sì, sì, parla, parla, che tanto un giorno dirai messa!”.
Morta la moglie, Cristoforo Mora si fece frate francescano…
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2 commenti su “Incontrare – adesso! – Maria Flaminia Odescalchi Chigi a Santa Maria del Popolo. Benedetta De Vito.”
Ti ringrazio, non sai quanto….
Cara Laura, la sua mail è quella indicata? Non riesco a scriverle…
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