Gaza, il Massacro Continua. Donne, Anziani e Tanti Bambini. Israele Flagella Scuole-rifugio e Zone “Sicure”.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCruiali, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi su quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Il primo è questo articolo di InsideOver:

 

Andrea Umbrello

Una lama d’asfalto che solca la terra per dividerla. Una strada che separa, invece di favorire l’incontro. Un’infrastruttura che promette sviluppo, ma colpisce al cuore della Cisgiordania. Israele la definisce “Strada del Tessuto della Vita”, un’espressione che suscita un senso di ironia amara, evocando titoli di opere distopiche. In realtà, questa infrastruttura, lontana dal favorire la coesione sociale, si configura come un elemento di frammentazione. Con un investimento di 335 milioni di shekel, il Governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di questa arteria che collegherà Elazariya e A-Za’im, spianando la strada – è proprio il caso di dirlo – all’annessione di Ma’ale Adumim e alla realizzazione del famigerato piano E1.

Il piano, da tempo al centro di polemiche, prevede la costruzione di migliaia di unità abitative in un’area strategicamente cruciale della Cisgiordania. La sua realizzazione comporterebbe la creazione di una cesura territoriale netta, ostacolando la coesione geografica palestinese e la possibilità di uno Stato palestinese contiguo. Inoltre, il piano E1 isolerebbe di fatto Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, compromettendo ulteriormente le prospettive di una soluzione a due Stati. L’impatto del progetto non si limiterebbe alla sfera politica, ma avrebbe anche gravi conseguenze umanitarie, limitando ulteriormente la libertà di movimento dei palestinesi e ostacolando il loro sviluppo economico e sociale.

A prima vista, sembra solo un nastro d’asfalto in più. Eppure, basta guardare la mappa per comprendere che non è così. La Cisgiordania si presenta come un territorio segmentato, un labirinto geopolitico in cui le dinamiche di controllo esulano dalle prerogative della popolazione palestinese, definendo la configurazione della viabilità, delle barriere fisiche e della connessione territoriale. La realizzazione di questo nuovo tracciato rappresenta un’azione che compromette in modo decisivo la fattibilità di uno Stato palestinese sovrano.

Un sistema di segregazione dei palestinesi

Facciamo un passo indietro. Ma’ale Adumim trascende la semplice definizione di insediamento, si presenta come un progetto strategico, un’entità di cemento e ideologia. Fondata nel 1975, questa colonia ospita attualmente oltre 40.000 cittadini israeliani e rappresenta un fulcro dell’espansione territoriale israeliana in Cisgiordania. L’obiettivo perseguito dai Governi di Tel Aviv, da decenni, è l’integrazione di Ma’ale Adumim nel territorio israeliano, stabilendo una connessione territoriale con Gerusalemme Est. Il piano E1, sigla glaciale per un piano incandescente, prevede la realizzazione di un’area di insediamenti che dividerebbe definitivamente la Cisgiordania. Questa strategia geopolitica, però, si sviluppa in un territorio abitato, dove la popolazione locale palestinese è consapevole che la costruzione di tale infrastruttura non si limita alla realizzazione di una strada, ma costituisce il preludio di un’evoluzione territoriale con implicazioni predeterminate.

La linea d’azione utilizzata in questa occasione assume una forma particolarmente subdola, riproponendo dinamiche già osservate in altre aree della Cisgiordania. Il progetto prevede la costruzione di una strada destinata esclusivamente ai palestinesi, un percorso alternativo concepito per precludere loro l’attraversamento dell’area di Ma’ale Adumim. La misura, apparentemente presentata come una concessione, si rivela in realtà un’imposizione. La creazione di strade separate per popolazioni distinte consolida un sistema di segregazione già esistente, che non necessita di barriere fisiche, in quanto integrato nella stessa conformazione geografica del territorio. Una simile politica di separazione infrastrutturale, giustificata da Israele con motivazioni di sicurezza, comporta la reclusione forzata dei palestinesi, confinandoli in aree sempre più ristrette e isolate.

La costruzione di questa opera viaria comporterà l’isolamento di numerose comunità beduine, tra cui al-Khan Al-Ahmar, attualmente residenti nell’area. L’assenza di vie di accesso alternative le priverà di connessione con il resto della Cisgiordania, con la conseguente potenziale dislocazione di migliaia di abitanti palestinesi. Inoltre, il tracciato della strada prevede la demolizione di abitazioni situate nella comunità di A-Saraiya, situata in Area B. L’Area B è una delle tre divisioni amministrative della Cisgiordania, definite dagli Accordi di Oslo II del 1995. In quest’area, l’autorità civile è condivisa tra l’Autorità Palestinese e Israele, mentre Israele mantiene il controllo della sicurezza. La demolizione di queste case, come l’intero processo, viene giustificata da ordini di sequestro militari che consentono alle autorità israeliane l’utilizzo temporaneo del terreno per motivi di sicurezza. Analogamente, le comunità di Wadi Jamal e Jabal Al-Baba, composte da centinaia di palestinesi e situate in prossimità del tracciato, saranno isolate dal loro tessuto geografico-sociale, con incertezza riguardo alle modalità di accesso alle loro abitazioni.

Un insostenibile arcipelago di enclavi

La nuova arteria stradale è concepita per convogliare il traffico palestinese al di sotto del tracciato della barriera di separazione, incanalandolo all’interno del Blocco Adumim, un’area di insediamenti israeliani il cui centro principale è proprio Ma’ale Adumim, attraverso un percorso delimitato da strutture murarie che precludono l’accesso al versante israeliano, creando un assetto strutturale simile a quella di un tunnel. Una volta ultimata l’opera, Israele potrà sostenere che la costruzione nell’area E1 e l’edificazione della barriera perimetrale al Blocco Adumim non determinano una discontinuità territoriale in Cisgiordania, adducendo l’esistenza di una via di transito alternativa per i palestinesi. Tale argomentazione, in realtà, si dimostra inconsistente. La realizzazione di un esiguo corridoio viario, strutturato come passaggio tunnelizzato e destinato a collegare zone territorialmente scollegate, non soddisfa i requisiti di contiguità territoriale necessari per lo sviluppo sostenibile e la sussistenza della popolazione palestinese nell’area metropolitana di Ramallah-Gerusalemme-Betlemme. L’assenza di una reale contiguità territoriale compromette la fattibilità di uno Stato palestinese indipendente e prospero, ostacolando la realizzazione della soluzione a due Stati, già compromessa dalla proliferazione di insediamenti e avamposti israeliani in territorio palestinese.

Il tema della continuità territoriale trascende la dimensione tecnica, rivelando la propria natura di variabile determinante per ogni possibile risoluzione pacifica della questione israelo-palestinese. L’assenza di un territorio unificato trasforma la Cisgiordania in un arcipelago di enclavi amministrativamente insostenibile, vanificando la possibilità di uno Stato palestinese. L’affermazione che la costruzione di questa strada non costituisca un atto politico si configura come una deliberata mistificazione. Ogni intervento infrastrutturale in Cisgiordania, dalla posa di una singola pietra alla realizzazione di un chilometro di asfalto, di una rotonda o di uno svincolo, rappresenta sempre un atto politico che travalica di gran lunga le declamate finalità urbanistiche. Alla luce di questa realtà, ogni decisione infrastrutturale è una dichiarazione di guerra o di pace. E questa, chiaramente, non è una dichiarazione di pace.

Questa strada, in fondo, non è solo asfalto e cemento. È una metafora. Rappresentazione concreta di un conflitto che sembra destinato a non trovare mai una soluzione giusta, né equa né duratura. Un promemoria amaro di come, in certe parti del mondo, il futuro non si edifica su fondamenta di accordi, bensì sull’implacabile ontologia del cemento, materia che definisce e limita, che plasma e annulla. Una testimonianza tragica di come, mentre si disegna la geografia di domani, si continui a cancellare quella di ieri. La strada diviene, in tal modo, un monumento all’assenza di dialogo, un’epigrafe di un conflitto che si autoalimenta nella sua stessa irrisolvibilità.

E allora, dopo che l’odore acre del catrame si sarà mescolato alla polvere del deserto, dopo che i segnali stradali saranno stati piantati come bandiere di metallo su una terra che Israele sottrae sistematicamente al popolo palestinese, cosa rimarrà della Cisgiordania quando l’ultima pietra di questo piano sarà stata posata? E soprattutto, chi potrà ancora chiamarla casa?

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Poi c’è questopost pubblicato su Instagram, che testimonia del crescente grado di erosione delle libertà democratiche in Europa:

Germania Fascista 250x311

Le autorità tedesche hanno recentemente annunciato l’espulsione di quattro attivisti pro-Palestina, tre cittadini dell’Unione Europea e uno statunitense. Nonostante nessuno di loro sia stato condannato per reati specifici, è stato emesso un ordine di lasciare il Paese entro il 21 aprile, con la minaccia di espulsione forzata.

I quattro attivisti sono stati accusati di aver partecipato a delle manifestazioni pro-Palestina in cui sarebbero stati espressi slogan considerati antisemiti, come “From the river to the sea, Palestine will be free”, vietato in Germania dal 2024, e “Free Gaza”. Le autorità sostengono, inoltre, che abbiano “indirettamente” supportato Hamas e organizzazioni affiliate, senza addurre alcuna prova.

La giustificazione delle autorità tedesche si basa sulla “Staatsräson”, un principio post-Olocausto che impegna la Germania a garantire la sicurezza di Israele come parte integrante del proprio interesse nazionale. Tuttavia, l’applicazione di questo principio per espellere delle persone, limitare la libertà di espressione e di assemblea solleva non poche preoccupazioni.

Questa mossa rappresenta infatti un’escalation nelle misure adottate da Berlino contro l’attivismo pro-Palestina, che rispecchia quelle di altri Paesi tendenzialmente democratici, USA in primis. Negli ultimi mesi, la Germania ha optato per un forte inasprimento delle restrizioni, con divieti e interventi delle forze dell’ordine per disperdere manifestazioni anche pacifiche.

Mentre le autorità tedesche giustificano tali misure come lotta all’antisemitismo, di fatto stanno limitando le libertà fondamentali e instaurando un clima di repressione incompatibile con i principi democratici. È giunto il momento che all’interno dell’Unione Europea, che di questi valori è portabandiera, qualcuno si faccia sentire.

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E sullo stesso argomento anche questo post:

Il genocidio a Gaza sta mostrando sempre più i limiti democratici della Germania. Dal tentativo di censura della scrittrice Masha Gessen e degli autori del documentario No Other Land (in Germania è stato definito “antisemita”) alla repressione di molte manifestazioni a sostegno della Palestina, il legame ideologico tra Berlino e Israele sta spingendo la nazione europea verso un futuro davvero cupo.

A farne le spese sono in questo momento i giovani residenti stranieri che protestano contro la guerra di Israele. Le autorità migratorie di Berlino hanno emesso ordinanze di espulsione contro quattro di loro, colpevoli di aver occupato alcuni spazi di una università e aver interrotto la normale circolazione dei treni.

Eventi che le promesse ottimistiche degli anni Novanta avrebbero considerato parte della quotidianità di un’Europa unita, progressista e dove il dissenso è accettato, ma oggi trattati da un Paese fondatore dell’Unione Europea come episodi sempre più incongrui col nuovo ordine. I destinatari degli ordini – Cooper Longbottom (statunitense), Kasia Wlaszczyk (polacca), Shane O’Brien e Roberta Murray (irlandesi) – non sono mai stati condannati per alcun reato.

Il dato cruciale: tre degli espulsi sono cittadini Ue. Un provvedimento senza precedenti che segnala come per regolamentare la libertà di espressione e il diritto di protesta l’amministrazione berlinese sia disposta a rinnegare Schengen.

I quattro sono accusati di aver partecipato all’occupazione dell’Università Libera di Berlino (senza specifici atti di vandalismo), aver gridato slogan come “From the river to the sea” (vietato in Germania dal 2023), di insulti generici a poliziotti (“fascista”) e di un “sostegno ad Hamas” (senza prove).

Una deportazione interna alla stessa Europa, presa direttamente dal manuale dell’estrema destra.

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Interessante questo articolo pubblicato da Il Manifesto:

Donne, anziani e tanti bambini. Israele flagella scuole-rifugio e zone “sicure”

 

Scavavano ancora a mani nude quando il sole ha cominciato a tramontare. Erano lì dall’alba, poco dopo che un bombardamento israeliano ha colpito la zona di Shujaiya, a Gaza City, distruggendo diversi edifici residenziali. È un’area già in macerie e le case rimaste in piedi, anche se gravemente danneggiate, vengono utilizzate come ricovero per centinaia di famiglie che non hanno più nulla. Dopo l’esplosione, i testimoni hanno raccontato che «i corpi erano sparsi ovunque». Sotto le macerie c’erano ancora tante persone, alcune vive, ma non è giunta protezione civile né vigili del fuoco, non sono arrivati mezzi pesanti. Così chi poteva è rimasto un giorno intero a scavare.
Gaza City, nel nord della Striscia, è stata la zona più attaccata dai raid di ieri. Almeno 37 morti su un totale che in serata superava le 60 persone.

UN ALTRO TERRIBILE MASSACRO, avvenuto nel pomeriggio in una scuola rifugio, ha causato almeno 29 morti, 18 tra bambini, donne e anziani, secondo l’Ufficio media di Gaza. L’istituto Dar al-Arqam, che si trova nel quartiere di Tuffah, sempre a Gaza City, è stato colpito da quattro razzi. Almeno 100 i feriti, molti dei quali sono stati condotti sotto un tendone improvvisato, seduti stretti su letti senza materassi, per ricevere le prime cure. Decine di corpi sono giunti all’ospedale Al-Ahli, con gravi ferite o ustioni. Tra le vittime, il fotogiornalista Youssef Hassouna, che si trovava nella struttura.

Ancora una volta, i filmati mostrano tantissimi bambini, sanguinanti e sotto shock, ma Israele non cambia registro: «Abbiamo colpito un comando militare di Hamas a Gaza City», ha dichiarato l’esercito.

Dopo poche ore dal massacro, quando sul posto le squadre della protezione civile e i volontari ancora tentavano di tirare fuori i sopravvissuti, Israele ha di nuovo colpito la scuola con un bombardamento. Sarà impossibile stabilire, alla fine, quante siano le vittime del primo attacco e quante quelle del secondo. E poco importa, in realtà, su una terra in cui le stragi non si contano più, non c’è limite alla distruzione, la morte è ovunque e il diritto internazionale è solo carta straccia.

LA VIOLENZA ISRAELIANA non ha risparmiato le altre zone della Striscia. Come la cosiddetta «area umanitaria di al-Mawasi» sulla costa, nel sud. È qui che l’esercito sta spingendo una larga parte della popolazione palestinese, cacciata da case e rifugi. Al-Mawasi è un enorme campo profughi, una zona che Tel Aviv ha descritto come «sicura» ma che più volte è stata attaccata. È successo anche ieri, quando un missile ha colpito le tende degli sfollati, causando almeno quattro vittime.

A Rafah, l’avanzata dell’esercito sta mandando via quasi tutti e la città che prima della guerra ospitava circa 300mila abitanti e che a maggio del 2024 contava 1,5 milioni di persone rifugiate (più della metà dell’intera popolazione della Striscia), oggi si sta svuotando. I militari stanno abbattendo case e strutture e l’area si sta trasformando in un deserto di macerie sotto i bulldozer dello stato ebraico.

«COME UMANITARI, non possiamo accettare che i civili palestinesi siano disumanizzati al punto da essere indegni di sopravvivenza», ha dichiarato ieri l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha): «Gaza è una guerra senza leggi, umanità e responsabilità».

Eppure, Israele ha fatto sapere ieri che indagherà sull’omicidio dei 15 operatori sanitari e soccorritori giustiziati a Rafah. Lo farà con il Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti (Ffam). Si tratta di un organismo militare che dovrebbe sostenere inchieste preliminari per poi, eventualmente, consigliare all’avvocato militare generale di aprire un’indagine penale. È stato fondato nel 2014 e in dieci anni, secondo la ong israeliana Yesh Din, ha chiuso l’81,6% delle denunce senza consigliare indagini. Solo nello 0,17% dei casi si è giunti a un’azione penale e i procedimenti durano anni.

MA IL FFAM è molto importante per Israele, perché le sue indagini non lasciano spazio agli interventi della Corte penale internazionale. Quest’ultima, infatti, non può ammettere un caso se esiste un tentativo di perseguire lo stesso crimine in un tribunale nazionale.

Eliana RivaStorica, esperta di Paesi Islamici, documentarista

1 commento su “Gaza, il Massacro Continua. Donne, Anziani e Tanti Bambini. Israele Flagella Scuole-rifugio e Zone “Sicure”.”

  1. C’è una sintesi per tutto questo male.
    Si tratta dell’odio verso La Verità.
    I dominatori in terra vogliono fingerne una.
    L’uomo terraneo è terribile, spargendo terrore.
    Trova scuse per odiare e odia giustificandosi.
    Trova modo per indebitare e pretende gli interessi.
    Trova sciocca la misericordia e si fa giustizia da sé.
    Se poteva avere qualche ragione ha perso la testa.
    Sa solo odiare, ha perso la pace e non la trova.
    Perduta la bellezza può solo agire così.
    Può sentirsi amato chi uccide chi non lo ama?
    Buona Pasqua!

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