L’Oltre, per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione questo excursus che ha come punto di partenza Giovanni Taulero. Buon viaggio e buona lettura.

§§§ 

 

L’OLTRE

PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA

Il mio spirito è andato errando
in un silenzio solitario
dove non ci sono né parole né modi.
Mi ha circondato un Essere
in cui non c’è alcuna meraviglia.
Il mio spirito è andato errando.
La ragione non può raggiungere ciò,
è al di sopra di ogni senso.
Ed io voglio lasciarne la ricerca.
Il mio spirito è andato errando.
Per un momento immergiti nel fondo,
la beatitudine increata ti sarà palese.
Separati dal nulla,
tu troverai il nulla
che la lingua nega
e resta tuttavia qualcosa.
Ciò comprende solo lo spirito
che non si cura di alcun profitto.

Giovanni Taulero (1300-1361)

*

 

«Gli uomini onorano ciò che giace nella sfera della loro conoscenza, ma non si rendono conto di quanto dipendano da ciò che giace oltre».

Chuang Tzu

 

*

«La parola Dio è un po’ come la botte delle Danaidi. Più significati vi si mettono dentro e più è vuota».

Ardengo Soffici

 

* * * * *

«Il mio spirito E’ andato errando», e lo ripete tre volte: anche taulero era uno jaculator! UN ERRANTE!

L’Oltre  – l’Essere di Taulero – non lo si può “cercare” perché non è “qualcosa”, non è un oggetto smarrito da “ritrovare”. La stessa parola “oltre” lo suggerisce. Si tratta invece di un esser ritrovati, dacché siamo noi gli smarriti, e così la ricerca è un lasciar che si sia trovati, un abbandono, come dice Teresa D’avila, ad esserne «inghiottiti»:

 

«sperimentare in modo inaspettato una tale consapevolezza della presenza di Dio che io non potevo dubitare che egli era dentro di me o che io fossi completamente inghiottita in lui. Non si trattava propriamente di una visione; credo che si chiami teologia mistica».

 

Noticina – «Egli dentro di me o inghiottita in lui»: cosa accade nel mangiare l’Ostia? Si mangia il Cristo o si è mangiati da Lui?

 

«Non si trattava propriamente di una visione», dice Teresa, ciò che si allaccia a quanto dice Thomas Merton a proposito della contemplazione:

 

«Essa è una vivida realizzazione del fatto che la vita e l’essere in noi procedono da una fonte invisibile, trascendente e infinitamente abbondante. La contemplazione è soprattutto attenzione alla realtà di quella fonte: vede senza vedere e sa senza sapere, poiché nella contemplazione noi sappiamo di non sapere o meglio sappiamo al di là di ogni sapere o non sapere».

 

Dice «vivida realizzazione», ciò che postula una PRASSI che tenda al liberarsi di qualsiasi elaborazione cerebro-intellettuale, cioè di qualunque forma di pensiero (e di desiderio).

 

Bernard McGinn (L’avventura della mistica nel nuovo millennio):

 

«Riconoscere che la realtà di Dio è così oltre il pensiero e la parola dell’uomo che a un certo punto il linguaggio necessita di distruggere se stesso e il Dio che esso ha costruito allo scopo di sottolineare il mistero al di là della conoscenza e della parola».

 

Dice «al di là della conoscenza e della parola». Ciò che richiama il mantra della Prajnaparamita (Perfezione della sagezza):

«Gate, gate, paragate, parasamgate, bodhi, svaha!»
(andato, andato, andato all’altra sponda, completamente sull’altra sponda, benvenuto risveglio!).

 

AL DI LÀ c’è L’ALTRA SPONDA.

 

È l’Oltre che ci trova se ci lasciamo trovare abbandonando la nostra sponda, giacché in mille modi noi siamo limitati da noi stessi, precisamente dalla nostra testa intasata. Se ne sente il magnetico richiamo sempre più possente man mano che si persevera nel Silenzio, «UN SILENZIO SOLITARIO DOVE NON CI SONO NÉ PAROLE NÉ MODI», dice Taulero, un ERRARE attraverso l’azzeramento totale di pensieri e desideri, di ciò che si sa: la «vendita di tutti i propri beni», quindi anche delle dottrine e delle esegesi!

 

«LA RAGIONE NON PUÒ RAGGIUNGERE CIÒ, È AL DI SOPRA DI OGN SENSO».

 

Per questo, lo si ripete, l’Oltre non è un obiettivo. Al contrario, occorre fare piazza pulita di ogni obiettivo, appunto di ogni pensiero e desiderio, di ogni sapienza, persino di “Dio”, il Dio pensato, poiché la «perla preziosa» è al di là di essi e occorre lasciare che si palesi. Più si parla “di” Dio e più lo si smarrisce (la botte della Danaidi).

 

«CIÒ COMPRENDE SOLO LO SPIRITO CHE NON SI CURA DI ALCUN PROFITTTO» riferisce Taulero.

 

E qui notiamo come la contemplazione zen si ponga sul medesimo piano: MUSHOTOKU 無所得: NESSUN LUOGO DA RAGGIUNGERE, o anche SENZA SPIRITO DI PROFITTO E SENZA SCOPO.

 

MU 無: Non – Non c’è – Senza. Qualcosa di inafferrabile, come il tempo che fugge, come l’acqua da una ciotola bucata,  come i pensieri che volano via. L’ideogramma mostra un fuoco che brucia libri, parole, concetti, idee, giudizi, categorizzazioni.

 

SHO 所: Sostanziale – Materiale – Personale. L’ideogramma mostra un luogo dove andare, un simbolo del “parvenu”, di un oggetto che possiamo raggiungere personalmente come meta fissa, il materiale, il sostanziale che cerchiamo di afferrare, pensieri, parole, sensazioni, sentimenti, denaro.

 

TOKU 得: Raggiunto – Arrivato – Ottenuto – Misurato. L’ideogramma mostra una mano che afferra un oggetto che brilla al sole, come un obiettivo, e mostra anche “una misura”, un elemento che quantifica l’oggetto da raggiungere, questo permettendo al Buddhismo di distinguere il “toku”, un oggetto misurabile da ciò che è illimitato, incommensurabile, come l’assoluto Ku 空 , la Vacuità o l’Etere.

 

Interessantissimo e poetico inciso: Kanku 観空 è un kata (forma) del Karate, e significa “guardare il cielo”, da Kan: vista e Ku: vuoto, aria, universo. Il primo movimento consiste di un’apertura con le mani sopra la testa attraverso il quale si guarda il sole nascente e l’universo. Uno dei significati intrinsechi è che non importa quali problemi si devono affrontare. Ogni giorno è nuovo e l’universo è in attesa. Niente è così terribile che possa colpire la realtà fondamentale dell’esistenza. Ciò trovando riscontro nei Salmi:

 

«A te alzo gli occhi,

a te che siedi nei cieli …

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra».

 

Pertanto l’Oltre lo si può soltanto lasciar sorgere (se è un SOLE!), e ciò abbandonando pensieri e desideri, cioè apofatizzando. Si pensi al vedantico “neti-neti”: “non questo non quello”.

 

Di più, niente impedisce di attribuire l’esser ritrovati alla Grazia, cioè … all’Oltre. La Grazia è l’Oltre che scende qua, nel mondo del limite con cui confina e lo integra.

 

NETI-NETI: NON QUESTO, NON QUELLO: benefico sconquasso per la Coscienza abituata ad appoggiarsi – distraendosi – a questo o quello.

 

Di fatto non c’è nulla da dire riguardo all’Oltre, dato che Esso è al di là di ogni concetto, parola o immagine che tentano di dirne quacosa, e che inevitabilmente sono al di qua di Esso, e al più appaiono (ultra infinitesimamente) in Esso. Si può parlare per ore, per giorni e per anni  “di” Esso, citando testi sacri, dottrine ed esegesi senza avvicinarvisi di una spanna o addirittura allontanandosene! Riguardo all’Oltre, il pensiero più alto non cessa di volare basso. Il parlare dell’Oltre – come im questa occasione! – è un balbettamento e non può che condurre ad una negazione (apofasi) di tale parlare, se il contatto ha da essere immediato (non-mediato da alcunché) e quindi reale.

 

L’Oltre è l’unico Reale Assoluto Immanifesto che contiene e sostiene le realtà relative manifeste. Se l’Oltre le abbandonase per un solo istante, l’uomo e il mondo svanirebbero come una bolla di sapone. Esso è l’Oltre, ma, ecco la meraviglia! NON OLTRE LA COSCIENZA bensì al SUO VERTICE DIVINO («DEITADE» dice il Poeta), cosicché rispetto al “me” – l’io psichico – impiastricciato di concetti e immagini (e desideri) con cui (a)normalmente si identifica, essa è un Oltre poiché vive grazie alla sua «immagine e somiglianza» del Medesimo.

«E tutte queste nobilissime vertudi, e l’altre che sono in questa eccellentissima potenza, sì chiama insieme con questo vocabulo del quale si volea sapere che fosse, cioè mente. Per che è manifesto che per mente s’intende questa ultima e nobilissima parte de l’anima […] Onde si puote omai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade» (Convivio).

 

Davvero non c’è nulla “fuori” della Coscienza, perciò “fuori” della Mente, appunto l’Ente cosciente. La Trascendenza è nella Coscienza, nella Mente. E chi vuole negare ciò non può farlo che con la Mente, sicché una Trascendenza extra-mentale (extra-coscienziale, extra-animica), non è che una supposizione … mentale. Come dire che è impossibile evadere dalla Mente, dalla Coscienza, per il semplice motivo che non c’è nulla “di fuori”. Nel Fedro, Platone afferma che «l’Anima è immortale e incorruttibile»: immortalità e incorruttibilità, ossia “immagine e somiglianza” che Essa (ri)acquista per unione con Esso. Ineffabile teosi che si realizza nella Coscienza, cioè nella Mente.

 

Certamente questa non è l’unica Via, ma coloro che non la conoscono dovrebbero astenersi dallo stigmatizzarla, e ciò per la semplice ragione che … non la conoscono. E ciò dovrebbe far mutare il loro atteggiamento inquisitorio e anatemizzante.

 

Da Matto, già consapevole di attirarmi i fulmini dei dogmatici senza macchia, che in quanto tali ignorano questa Via e quindi non possono ammettere che esista, ma sotto l’ala protrettrice e sapiente dell’Imitazione di Cristo che recita: «non cercar di sapere chi l’ha detto ma bada a ciò che è detto», propongo tre stupendi brani apofatici di Pierre Teilhard de Chardin.

 

«Oh! adorare e cioè perdersi nell’insondabile, immergersi nell’inesauribile, trovare pace nell’incorruttibile, assorbirsi nell’immensità definita, offrirsi al Fuoco e alla Trasparenza, annientarsi consapevolmente e volontariamente man mano che si prende sempre più coscienza di sé, darsi senza limiti a ciò che non ha limite!». (L’ambiente divino).

 

«L’azione specifica della purezza consiste nell’unificare le energie dell’anima in una passione unica, straordinariamente ricca e intensa. L’anima pura è quella che, superando la molteplice e disgregante attrazione delle cose, tempra la propria unità (cioè matura la propria spiritualità) alla fiamma della semplicità divina». (L’inno all’universo).

«O Cristo glorioso! Influsso segretamente diffuso in seno alla Materia, e Centro sfavillante in cui si congiungono le innumerevoli fibre del Molteplice. Potenza implacabile come il Mondo e calda come la Vita; o Tu, la cui fronte è di neve, gli occhi di fuoco, i piedi più scintillanti dell’oro in fusione. Tu, le cui mani imprigionano le stelle; Tu che sei il primo e l’ultimo, il vivente, il morto ed il risorto; Tu che raccogli nella tua esuberante unità tutti i fascini, tutti i gusti, tutte le forze, tutti gli stati; sei Colui che il mio essere invocava con un’aspirazione vasta quanto l’Universo. Tu sei veramente il mio Signore ed il mio Dio!». (La Messa sul mondo).

Ho iniziato il cerchio con Giovanni Taulero, ed ora lo concludo, in perfetta omologia, con il saggio indiano Sri Gnanananda che indica la PRASSI della contemplazione (dhyana in sanscrito). Da notare la (non) sorprendente coincidenza col brano di Taulero in esergo.

«Ritorna dentro,
nel luogo dove non c’è nulla,
e bada che non entri nulla.
Penetra nelle profondità di te stesso,
nel luogo in cui il pensiero non esiste più,
e fai attenzione che non sorga alcun pensiero!

Là dove non c’è nulla,
la Pienezza!
Là dove non si vede nulla,
la Visione dell’Essere!
Là dove nulla appare più,
l’apparizione improvvisa del Sé!».

Dhyana è questo!».

 

Ah … dimenticavo Agostino, che conferma l’illusorietà distraente dell’“uscire fuori” di sé e come non vi sia nulla fuori della Coscienza, tantomeno la verità:

 

«Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso. Tendi là dove si accende la stessa luce della ragione».

 

Dice «non uscire fuori», cioè non distrarti.

 

E a che altro si riferisce quel «trascendi anche te stesso» se non all’apofasi?

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6 commenti su “L’Oltre, per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.”

  1. stefano raimondo

    Questa (breve ma intensa) poesia del mio concittadino Giorgio Caproni credo sia in tema con l’Oltre. La dedico al mio grande amico Matto.

    La Lanterna

    Non porterà nemmeno
    la lanterna. Là
    il buio è così buio
    che non c’è oscurità.

  2. Molto belli e pregnanti questi stralci tratti da Teilhard de Chardin. Sa però dove risiede la vera problematicità dello scienziato-teologo? La sua fede non sarebbe stata minimamente scalfita (anzi..) se qualcuno gli avesse mostrato i resti di Gesù di Nazareth nel sepolcro. Ciò a mio avviso cozza con la sana “materialità” del cristianesimo. “Se Cristo non è risorto è vana la nostra fede” disse san Paolo. Vogliamo pensare che per l’ebreo Paolo di Tarso la risurrezione si risolvesse nella sola immortalità dell’anima? Tanto rumore per nulla?
    Un cordiale saluto

    1. Mi sembra che la sana materialità del Cristianesimo sia ampiamente salvaguardata nel brano de “La Messa sul mondo”, che illustra in maniera direi superba l’immagine del “Cristo glorioso”. Di fatto, “glorioso” è sinonimo di “risorto”, posto che a risorgere è il “corpo di gloria”, ossia il corpo materiale glorificato che non lascia residui . Di più, nel brano è detto del Cristo quale “vivente, morto e risorto”.

      D’altra parte, ne “L’inno all’universo” si dice, con inflessione alchemica, dell’“anima pura temprata alla fiamma della semplicità divina”, condizione indispensabile per la costituzione del corpo di gloria.

      Forse san Paolo non ha rivelato una novità, visto che il il corpo di gloria era già conosciuto dagli Egizi come “ka”, il corpo indistruttibile quale sintesi fra l’anima e la forma corporea, in altri termini: punto di convergenza tra la corpificazione dello spirito e la spiritualizzazione del corpo.

      È sempre un piacere risentirla.

      1. Caro il Matto,
        sono felice che tu abbia citato gli antichi Egiziani, la cui religione anticipa l’esistenza dell’anima e il suo concetto che si crede inventata da Platone, ma con maggiori approfondimenti. Per quel che se ne sa dalle traduzioni, essi distinguevano il corpo- la carne “Khet” dall’anima “Sah” ( dignità, nobiltà eterna ed immutabile dell’individuo). Inoltre, abbiamo il “ka”, l’energia vitale tramandata dai genitori ai figli ( era il dio Knum (vasaio) che creava dalla argilla l’uomo- la forma d’uomo- con il suo Ka).
        Il “Ba”,rappresentante della personalità, vola fuori dalle tombe ( alla luce ) e torna a visitare le persone che amava. Era rappresentato da un grazioso uccellino.
        Il “Ren”, è il nome e l’identità della persona, nome che il defunto deve ricordare nell’aldilà. Contiene la sua potenza; vale anche per la potenza della Divinità, che la Divinità non deve rivelare pena il rischio di perderla: (vedi la risposta negativa del cespuglio ardente a Mosè- proveniente dall’Egitto-, alla domanda su quale fosse il suo autentico e celato nome.)
        Lo “Ib” ( il vasetto con i manici) significa “cuore” ( con il corollario di intelletto- memoria-sentimenti… tutto ciò che compare nella “psicostasia” ). “Shut” è l’ombra, che segue sempre gli uomini sulla terra, spesso espressa con la sagoma del parasole, e, finalmente, abbiamo l'”Akh” ( lo spirito luminoso che il defunto-giudicato mondo da colpe- acquista solo nell’Aldilà! ), Viene rappresentato da un Ibis col ciuffo che compare ai “puri” solo a mezzogiorno nel pieno del fulgore solare ed è di natura tanto spirituale da non proiettare ombra alcuna.
        Come vedi, l’ellenizzante Paolo, uomo dotto e di scuola farisaica, ben difficilmente avrebbe potuto ignorare queste importanti fonti del sapere “tradizionale”.

I commenti sono chiusi.

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