Henry de Lubac, uno dei Promotori  degli Errori Modernisti del Concilio. Antonello Cannarozzo.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Antonello Cannarozzo, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su Henri De Lubac, uno dei “maestri” del Concilio Vaticano II. Buona lettura e diffusione.

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Henry de Lubac gesuita, fu tra i promotori  degli errori del modernismo nel Concilio

 

Antesignano della ‘Chiesa in uscita’ verso il baratro del mondo moderno, discepolo di Taillerand de Chardin, venne considerato eretico da Pio XII, ma riabilitato da tutti i papi dalla Chiesa post conciliare avviando, così, il nuovo corso dottrinale modernista che soffriamo attualmente

Antonello Cannarozzo

Uno dei padri del Concilio Vaticano II e considerato tra i pensatori più aperti al nuovo del mondo cattolico, fu certamente il cardinale Henry de Lubac gesuita, una figura tra le più discusse e dibattute del secolo scorso per la sua visione dottrinale in contrasto con quella bimillenaria della Chiesa e, ciò nonostante, potrebbe essere dichiarato addirittura beato, circa tre anni fa, il 31 marzo del 2023, i vescovi di Francia nella loro assemblea plenaria, avviarono l’apertura della causa per una sua possibile beatificazione.

Ma chi fu veramente questo teologo gesuita che fece tanto parlare di sé nei Sacri Palazzi diventando per alcuni uno scandalo per altri un santo e lasciando, come tanti suoi epigoni, la grave eredità alla Chiesa non più in uscita, triste formula di bergogliana memoria, ma ormai in fuga verso il nulla della modernità?

«Uno dei più acuti e fecondi teologi del nostro secolo – scriveva il 5 settembre del 1991, il giorno dopo la morte di de Lubac, l’Osservatore Romano – ha saputo cogliere il meglio (sic) della tradizione cattolica nella sua meditazione sulla Chiesa e il mondo moderno», e il giornale della Cei, Avvenire, lo stesso giorno non fu da meno: «Nel primo dopoguerra -scriveva- le su intuizioni, fortemente innovative furono sospettate (Meglio dire accusate. Ndr) di eterodossia; in realtà le sue idee costituirono poi una delle basi più solide del Vaticano II (Aggiungiamo con i suoi nefasti risultati. Ndr) fu chiamato a partecipare al Concilio come esperto teologo da Giovanni XXIII», ammettendo con questo gesto, non solo una riabilitazione del suo discutibile pensiero, ma anche una critica, neanche velata, ai suoi predecessori.

Nelle sue memorie de Lubac scrive, riferendosi a papa Roncalli, «Il nuovo papa era rimasto scontento di ciò che era successo al tempo dell’enciclica di papa Pacelli Humani Generis, (Di cui avremo modo di scriverne più avanti. Ndr) Senza dubbio aveva voluto far capire a tutti che le difficoltà sopravvenute nel pontificato precedente dovevano essere dimenticate».

 

La riabilitazione, nonostante gli errori

 

In questo contesto sorge spontanea una domanda: com’ è possibile che solo pochi anni prima della riabilitazione di Roncalli, per il papa Pio XII le idee di de Lubac erano definite ufficialmente avverse alla dottrina cattolica, tanto da venire sospeso dall’insegnamento universitario nel 1950 e vietati i suoi libri e invece, appena dieci anni dopo, diventare uno degli artefici dell’assise conciliare.

Un miracolo? No di certo, fu solo il frutto del pensiero modernista che avanzava nella Chiesa e quando parliamo di modernismo, parafrasando san Pio X possiamo affermare che esso era, e tale si è dimostrato, il vero male che la Chiesa abbia subito nella sua storia millenaria che la sgretola dall’interno.

Non è certo un caso che proprio papa Sarto nella sua enciclica Pascendi, già nel 1907, denunciava i sostenitori di questa nuova teologia che si celavano nel seno stesso della Chiesa usando una espressione assai inquietante: «il loro pericolo si nasconde quasi nelle vene stesse e nelle viscere della Chiesa» e Henry de Lubac fu uno di questi frutti, non per nulla era un estimatore e discepolo di Teilhard de Chardin che gli offrì l’occasione per approfondire la dimensione cosmica del cristianesimo.

Nacque a Cambrai nel 1886 e giovanissimo entrò nelle file della Compagnia di Gesù. Studente promettente, studiò filosofia in Gran Bretagna poi in Francia e dopo la prima guerra mondiale lo ritroviamo dal 1929 al 1950 insegnare presso la facoltà di teologia a Lione. Durante la seconda guerra partecipò alla guerra di liberazione nella Francia occupata dai nazisti e per questo venne arrestato più volte dalla Gestapo, finalmente con la fine della guerra tornò la pace nel mondo, ma lo stesso non si poté dire per Henry de Lubac.

Ben presto si trovò, per le sue idee teologiche, in una situazione delicata con le autorità ecclesiale del tempo che non vedevano di buon occhio lo stravolgimento della Dottrina cattolica e le critiche rivoltegli divennero sempre più incalzanti, specie per i suoi libri inerenti alla nuova teologia (o nuova eresia. ndr) tanto da essere costretto, come accennato, a lasciare nel 1950 l’insegnamento.

La sua sospensione venne a causa della pubblicazione del suo libro Soprannaturale. Studi Cristiani, argomenti che portarono ben presto anche al ritiro dei suoi libri e alla proibizione per lui di risiedere nelle case di formazione. In questo contesto de Lubac non era solo, ricordiamo che altri quattro padri gesuiti in quegli anni furono allontanati dall’università Lyon-Fourviere.

 

I circoli modernisti

 

Per il padre gesuita sono dieci anni di deserto, durante i quali si sposta diverse volte, e, amante dello studio e della ricerca, spazia intellettualmente scrivendo libri approfondendo gli aspetti filosofici del buddismo come sui santi padri cristiani del Medioevo.

Seguirono anni di emarginazione, come scrive nella sua autobiografia, almeno dalla Chiesa ufficiale, non certo dai circoli che si stavano formando in vista di una nuova realtà ecclesiale e che negli anni avranno ruoli apicali all’interno del potere vaticano determinandone l’attuale crisi e il trionfo (Ovviamente temporaneo. Ndr) del modernismo cattolico.

Tanto ostracismo pre-conciliare verso de Lubac era dovuto alla sua presenza come tra i principali esponenti della Theologie Nouvelle propagatasi nella facoltà di teologia a Lione negli anni successivi alla fine del secondo conflitto.

Pio XII nella sua enciclica Humani generis (Documento avversato, tra gli altri, proprio da de Lubac. Ndr), denunciò queste idee che sovvertivano, fin dalle sue radici, la Chiesa con il relativismo dogmatico, il falso storicismo, l’abbandono in pratica della filosofia scolastica e, pur senza nominarlo, alludeva chiaramente a due sue opere Il Soprannaturale del 1946 e la Conoscenza di Dio del 1948.

Le diffidenze nei suoi confronti cominciarono a dissolversi, come abbiamo scritto, con l’elezione al pontificato di Giovanni XXIII che lo riabilitò, tanto che poté riprendere, non solo l’insegnamento, ma fu nominato anche tra i principali esperti del Concilio Vaticano II, insieme ad un altro “degno” rappresentante della Theologie Nouvelle, il domenicano padre Yves Congar, due nomi a dir poco simbolici per comprendere come si sarebbe conclusa di lì a pochi anni l’assise conciliare. 

La stessa stima di Roncalli per il gesuita la ebbero anche PaoloVI e Giovanni Paolo II, quest’ultimo gli chiese, quando ancora era cardinale, di scrivere la prefazione del suo libro Amore e responsabilità scritto nel 1966, intrecciando così una amicizia che durerà tutta la vita e fu proprio per questa introduzione al libro che ebbe l’ammirazione di Paolo VI tanto che lo volle nella commissione che lavorava alle questioni del matrimonio.

Non fu certo una folgorazione sulla ‘ via di Damasco ’ da parte di Montini perché negli in cui de Lubac subì l’ostracismo della Chiesa ufficiale, non gli fece mai mancare il suo sostegno e incoraggiamento. Lo stesso de Lubac ricorda come nel 1953, ancora in isolamento ecclesiale, scrisse, non essendogli proibito, un libro, Meditazioni sulla Chiesa che ebbe un certo successo editoriale, ma in Vaticano si rifiutarono di concederne ovviamente l’imprimatur, però l’anno dopo, sotto la protezione dell’allora arcivescovo di Milano, appunto mons. Montini, il libro fu distribuito ai sacerdoti e seminaristi della diocesi meneghina, insomma, una infedeltà da parte dell’arcivescovo della volontà del papa ancora regnate, Pio XII.

Cerchiamo di comprendere come questo pensiero di de Lubac avesse così tanto affascinato ben tre papi post conciliari e perché mai venne tanto osteggiato dal loro predecessore Pio XII.

La risposta ci porterebbe lontano dal tema che ci siamo preposti, ma possiamo affermare che tra le idee che troviamo, non certo conformi alla dottrina, è la sua posizione contro la teologia tradizionale come materia definitiva e certa, ma avulsa dal contesto culturale in cui era nata, secondo lui, sempre più distaccata non solo dalla sacra Scrittura, ma anche dai comuni fedeli oltre che dalla società civile sempre in evoluzione. Curiosamente, proprio in questo ambito, il de Lubac attraverso i suoi studi da un ampio spazio al valore della tradizione, ma attenzione non come essa è sempre stata considerata cioè quella di trasmettere nella loro integrità nel tempo e da una generazione a quelle successive, memorie, notizie, testimonianze passate, ma dandogli un nuovo significato, avulso però dalla realtà culturale.

 

Uno stravolgimento della Tradizione

 

La tradizione per essere valida, secondo lui, deve sapersi evolvere, seguendo lo sviluppo del dogma oltre che della dottrina, progredendo di fatto insieme a tutte le strutture fondamentali del pensiero teologico e anche filosofico attraverso una propria rivalutazione dell’allegoria e del simbolo per penetrare al meglio i significati reconditi della Scrittura e per arrivare (bontà sua, Ndr) a conoscere la presenza attiva dell’Eterno nella storia la quale è in una continua evoluzione, perché nulla è fermo nella storia, neanche Dio.

Un nostro caro amico sacerdote solveva ricordarci che un faro serve alle navi per trovare il porto sicuro di arrivo, ma se il faro si muove anch’esso nel mare, quale sicurezza potrà mai dare alle navi? E questa in sintesi è l’obbrobrio di queste idee.

Come i suoi colleghi della Nuova Teologia, era contro la Tradizione statica e millenaria della Chiesa, bisognava modernizzarla e andare verso il mondo, una idea certamente perniciosa che ha messo, purtroppo, da troppi anni le sue radici nella odierna dottrina e raccogliendone frutti non certo salubri per la Fede, come la sua concezione tra ordine naturale e ordine sovrannaturale.

Un errore, quest’ultimo, spiegato chiaramente nella enciclica Pascendi di san Pio X dove evidenziava l’errore di confondere i due piani; un vecchio abbaglio  che concedeva alla natura umana quasi un diritto all’ordine soprannaturale, perciò con somma ragione il Concilio Vaticano I pronunciò nel capitolo De Revelatione,: «Se alcuno dirà non poter l’uomo essere elevato da Dio ad una conoscenza e perfezioni che superi la natura, ma potere e dovere di per se stesso, con un perpetuo progresso , giungere finalmente al possesso di ogni  vero e di ogni bene, sia anatema».

Il Concilio, sotto l’influsso del neo modernismo trionfante, evitò nei suoi principali documenti, precisamente in quelli che riguardano l’ecumenismo, l’uso del termine «soprannaturale» e avrebbe così sancito, nei suoi principali documenti, la vittoria del naturalismo, che è l’essenza del modernismo ed il fondo segreto, ma non troppo, della filosofia ottocentesca di Maurice Blondel, di cui stiamo preparando uno studio, e della teologia del de Lubac in contrasto con la Dottrina di sempre, la Scolastica, che allora era la base nel metodo attraverso i principi definiti da San Tommaso, ma la risposta indiretta a questa santa consuetudine perpetrata da secoli dalla Chiesa veniva contestata in quegli anni dal nuovo che avanzava.

Sulla rivista Communio (patrocinata dal card. Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Fede) apparve, nel dicembre del 1990, un articolo: La maturazione del Concilio Esperienze di teologia nel pre concilio, scritto dal gesuita Peter Henrici, che alzava il sipario sull’assemblea conciliare in merito proprio al Tomismo. Gli studi scolastici ufficiali, secondo l’articolista, amico di de Lubac, erano solo una facciata: «il manuale vecchio stile (scolastico) […] al massimo veniva solo sfogliato», così la teologia cattolica fu disprezzata e combattuta dai novatori senza essere neppure conosciuta.

 

Ma di che ecumenismo parliamo

 

Rispondeva per le rime davanti a questa situazione, un vero grande teologo come padre Garrigou-Lagrange di cui riportiamo ampi stralci assai esplicativi: «Noi – scriveva nel 1946 – non pensiamo che gli scrittori di cui abbiamo parlato [si riferiva proprio a de Lubac e suoi epigoni, ecc.] abbandonino la dottrina di San Tommaso, essi non vi hanno mai aderito perché non l’hanno mai ben compresa. E questo è doloroso ed in quietante»: dall’articolo dal titolo assai chiaro Nuova Teologia. Dove è nata? aggiungeva polemicamente a un ecumenismo che viviamo ancora oggi «Ma se i non cristiani sono destinati a unirsi ai cristiani non già per una mutazione che li porti fuori di sé al Cristo della Chiesa cattolica, ma per un approfondimento della loro stessa credenza [i buddisti sono invitati ad essere buoni buddisti, i musulmani buoni musulmani ecc.] allora sembra che il Cristo, cioè il principio dell’ecumene, si trovi nel fondo della loro coscienza naturale e si cade certamente nella negazione del soprannaturale o nell’agguagliamento del naturale al soprannaturale della grazia. Il principio della salvezza non viene dall’alto ma dalla base umana, esso è immanente all’umana natura e rifulge in tutti gli uomini».

Alla fine di questo articolo su de Lubac e la lotta contro il modernismo, mala pianta della Chiesa, ci domandiamo oggi cosa viene offerto fondamentalmente a noi cattolici in nome del Concilio Vaticano II? Il nulla che si manifesta nella «Nouvelle Theologie» condannata da Pio XII, che nasconde sotto questa definizione il modernismo, condannato duramente da San Pio X, che, nelle sue risoluzioni più coerenti, conduce alla più radicale negazione del fatto storico della Divina Rivelazione e della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo oltre dell’origine divina della Chiesa e a una visione naturalistica orizzontale della vita senza alcuna visione che porta l’anima assetato di Dio nell’empireo della conoscenza.

Abbiamo, allora, un pensiero pieno di falsità diventato, con amarezza, la linea guida della teologia ufficiale del Concilio Vaticano II e, nostra riflessione, davanti a tanto degrado che si era manifestato fin da subito, Paolo VI si meravigliava dell’«autodemolizione» e del fumo di Satana entrato nella Chiesa, come se i nemici fossero fuori e non dentro la Chiesa.

Un baluardo a tale catastrofe era L’enciclica Humani Generis di Pio XII (1950), ma ben presto, a distanza di pochi anni, venne completamente sconfessata dal suo successore, che appoggiò attivamente coloro che il suo predecessore aveva condannato. Allora ogni cattolico fedele alla dottrina che avevano aderito fedelmente alle direttive romane, si chiedevano a chi dovessero ubbidienza: se al Papa di ieri in linea con tutti i suoi Predecessori o al Papa di oggi in evidente rottura con l’orientamento costante della Chiesa? Un problema grave che ci lascia, tra i tanti dubbi, l’eredità conciliare ancora oggi.

De Lubac alla fine dei suoi giorni, morirà all’età di 95 anni, nonostante la malattia e la paralisi che gli tolse l’uso della parola, continuò a scrivere e portare avanti le sue idee e speriamo che i vescovi francesi, ma è solo un nostro auspicio,  abbiano un ripensamento per una sua beatificazione, ma vista la prassi della odierna Chiesa sarebbe questo sì un miracolo. Ci rimane solo da essere fiduciosi, nonostante tutto.

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6 commenti su “Henry de Lubac, uno dei Promotori  degli Errori Modernisti del Concilio. Antonello Cannarozzo.”

  1. Sorvolando sui contributi eterodossi per la compilazione dei documenti Conciliari, rimane pero’ un problema centrale : nessuno puo’ distaccarsi dal contenuto degli stessi ( caratteristica dogmatica ), nonostante siano ”Pastorali ” e con evidente inficiamento della Dottrina . Si parla di cattiva applicazione : ma nessuno in sessant’anni ha convocato un assise per produrne l’interpretazione autentica dunque, deduco, vadano bene cosi. Credo non si voglia vedere l’elefante nella stanza. O forse l’elefante e’ nel posto in cui deve stare ?

  2. In difesa e in onore del grande papa San Paolo VI, ancora oggi ingiustamente deriso, calunniato e condannato, desidero postare questo stupendo messaggio della Madonna dato a D. Gobbi, in cui testimonia che al momento della morte di papa Paolo VI, Lei stessa ha accolto tra le Sue braccia la sua anima per accompagnarla direttamente in PARADISO:

    9 agosto 1978.
    🌹IN MORTE DEL PAPA. (Paolo VI)

    «Domani, figlio mio carissimo, terminerai questo breve periodo di riposo.
    Ti ho voluto ancora qui, accanto al tuo Direttore spirituale e con questi bambini così fragili e umanamente limitati, ma che il mio Cuore predilige.
    È solo la piccolezza e la fragilità che attira su di voi la mia predilezione materna.
    Sei vissuto con loro con tanta semplicità.
    Hai passato questo periodo nella preghiera, nel raccoglimento interiore e nella vita di unione con Me.
    🌹Con Me hai pure trascorso questi momenti di DOLORE che la Chiesa sta vivendo per la MORTE DEL SUO SUPREMO PASTORE, DEL VICARIO DI MIO FIGLIO GESÙ, IL PAPA PAOLO VI.

    🌟EGLI È STATO VERAMENTE UN GRANDE DONO CHE IL CUORE DI GESÙ HA FATTO ALLA CHIESA.

    _ La sua missione è compiuta.
    Come su questa terra voi siete stati molto vicini a Lui con la preghiera e con il vostro amore, così ora, dal “PARADISO” lui, con il suo potente aiuto di intercessione, sarà vicino a voi per aiutarvi a compiere la vostra MISSIONE ».
    https://youtu.be/Za_0YX8fn3E?is=_oAg4fhQuZ6Rg-VU

  3. Simone Torreggiani

    La distinzione fondamentale da comprendere è la seguente:

    – se ‘evoluzione e mutamento’ vengono (davvero, non per finta…) dallo Spirito Santo, siano accolti come una benedizione celeste
    – se ‘evoluzione e mutamento’ vengono da umano arbitrio, ossia da una pseudo-ragione che oscura la Fede, siano anatema

    A chi spetta il compito, nella Chiesa Cattolica Romana, di distinguere ciò che è frutto di umano arbitrio da ciò che è il fisiologico e salvifico dispiegarsi della Rivelazione per opera dello Spirito Santo?
    Al (legittimo) Sommo Pontefice regnante.
    Con l’assistenza dello Spirito Santo il Vicario di Cristo guida la Chiesa verso la Verità in armonia con i tempi e lo sviluppo delle coscienze: dei fedeli, del clero e del mondo.

    Una confortevole (ma fossilizzata, anacronistica e campanilistica) ‘fede di sempre’ (che pretende di assolutizzare la Scolastica e il magistero variabile di alcuni Romani Pontefici preconciliari per rifiutare la guida dei Romani Pontefici postconciliari) di fatto oscura la vera Fede e ostacola il suo cammino.

    Quando Cristo venne e ‘rivoluzionò’ la Legge (v. Matteo 5, 21-48), molti tra i giudei lo accusarono ingiustamente di aver creato un’insanabile discontinuità con la Tradizione Antica. Gesù invece parlò e agì secondo verità, portando a compimento la Legge nelle sue parti fisiologicamente destinate ad evolversi, ma preservando intatta la Legge immutabile (i Dieci Comandamenti).
    Che i cattolici di oggi non ripetano lo stesso errore dei giudei di ieri!
    Chi rifiuta il magistero del Vicario di Cristo (a cui Cristo stesso diede il potere delle chiavi: quello di ‘legare e di sciogliere’, v. Matteo 16, 18-19) in nome della tradizione (che coerentemente prevede la reverenza, l’obbedienza e la fedeltà al Papa) in pratica (implicitamente) afferma: “So meglio io del Vicario di Cristo cosa è compatibile con la Tradizione e cosa non lo è.”
    Ma nell’affermare ciò nega un caposaldo della Tradizione…
    Questo, secondo la Tradizione vera, è un modo di pensare da usurpatore, da scismatico ribelle che si erge arbitrariamente a sommo giudice della Chiesa, proprio sulla base di quella ‘ragione oscurata’, del prevalere di quella ‘umana natura’ che tanto critica nei modernisti (!!!).
    Da questo risulta evidente che modernisti e falsi tradizionalisti sono le due facce della stessa medaglia: l’anti-Chiesa, ossia quella chiesa infedele che (pur senza legittimità, autorità o discernimento) pretende di giudicare e rivoluzionare la Chiesa vera con denigrazioni e ragionamenti capziosi, cercando di approfittare dell’usurpazione del Papato in atto:
    https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
    per acuire contrasti e divisioni, aggravando i problemi piuttosto che cercare di risolverli, servendosi di menzogne e mezze verità ma rifiutando ostinatamente la verità tutta intera per preservare il falso paradigma su cui si basano le sue accuse infondate e politicizzate ai Romani Pontefici legittimi degli ultimi decenni: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e il suo successore legittimo: (il vero) Papa Francesco (non Bergoglio — v. link sopra).

  4. Come ribadito da Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia Romana il 22 dicembre 2005:

    «Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra fede della Chiesa ed elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche; ma in questa “apparente discontinuità” ha invece “conservato” e approfondito la sua intima natura e la sua vera identità »

    Ergo:
    Credo sia importante ribadire che, se dal 2013 la massoneria ecclesiastica è riuscita a realizzare l’iniquo obiettivo di occupare la cattedra di S. Pietro eleggendo illegittimamente due antipapi per distruggere Cristo e la Sua Chiesa, la colpa non è affatto dei legittimi papi conciliari. Bensì della DISOBBEDIENZA a questi papi infallibili. attraverso i quali “CRISTO, pur continuando a governare in modo arcano la Chiesa direttamente da sé, “VISIBILMENTE” ha continuato a dirigerla attraverso coloro che rappresentavano la Sua persona e quindi, anche attraverso i legittimi papi conciliari.

    Perché, dopo la Sua gloriosa ascensione in cielo, Gesù non lasciò edificata la Sua Chiesa soltanto in sé stesso, ma anche in “PIETRO”, quale “FONDAMENTO VISIBILE”.

    ◾E che CRISTO è il. Suo VICARIO costituiscono un solo CAPO, lo spiegò solennemente il Nostro Predecessore Bonifacio VIII.. d’immortale memoria con la sua Lettera Apostolica “Unam Sanctam”:
    …”La Chiesa ha un solo corpo ed UNA SOLA TESTA, NON DUE, come se fosse un “mostro,” cioè CRISTO e PIETRO, vicario di Cristo e il successore di Pietro.
    A meno che non si pretenda, come i Manichei, che ci sono DUE PRINCIPI; il che noi affermiamo FALSO ed ERETICO”.
    ◾Si trovano quindi in un pericoloso ERRORE coloro i quali ritengono di poter aderire a Cristo, Capo della Chiesa, pur non aderendo fedelmente al Suo Vicario in terra.
    (il legittimo ultimo papa BXVI)
    SOTTRATTO infatti questo VISIBILE CAPO e SPEZZATI I VISIBILI VINCOLI DELL’UNITÀ, essi “OSCURANO ” e deformano talmente il CORPO MISTICO del REDENTORE, da non potersi più né scorgere né raggiungere il porto della “salute eterna.”

    ▪️Ecco perché, per salvare la chiesa dalla grande impostura in atto, è assolutamente necessario RICONOSCERE il defunto Benedetto XVI quale ultimo e legittimo papa stabilito da Cristo ed obbedire alle sue indicazioni profetiche date nel lontano 1969 per ricostituire la futura chiesa attraverso un piccolo resto costretto ad abbandonare le strutture occupate dall’esercito nemico e celebrare nelle case dei fedeli:

    🔥 «… Alla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto…non sarà più in grado di abitare gli “EDIFICI”…
    SARÀ UNA CHIESA PIÙ “SPIRITUALE”… povera e diventerà la Chiesa degli indigenti»…

    http://www.korazym.org/65921/la-profezia-di-ratzinger-del-1969-sul-futuro-di-una-chiesa-della-fede-e-quel-piccolo-gregge-di-credenti

  5. Ottimo ottimo, gentile Cannarozzo!
    E per rinfrescare la memoria di tutti, ecco San Pio X a conclusione della sua enciclica “Pascendi” :
    “In tutta questa esposizione della dottrina dei modernisti vi saremoj sembrati, o Venerabili Fratelli, prolissi forse oltre il dovere. Ma è stato ciò necessario, sì per non sentirCi accusare, come suole, di ignorare le loro cose, e sì perché si veda che, quando parlasi di modernismo, non parlasi di vaghe dottrine non unite da alcun nesso, ma di un unico corpo e ben compatto, ove chi una cosa ammetta uopo è che accetti tutto il rimanente. Perciò abbiam voluto altresì far uso di una forma quasi didattica, né abbiamo ricusato il barbaro linguaggio onde i modernisti fanno uso. Ora, se quasi di un solo sguardo abbracciamo l’intero sistema, niuno si stupirà ove Noi lo definiamo, affermando esser esso la sintesi di tutte le eresie.

  6. Don Pietro Paolo

    Caro Antonello Cannarozzo,

    il problema del suo articolo non è l’intenzione di difendere la Tradizione, intenzione legittima e doverosa per ogni cattolico. Il problema è che, nel tentativo di denunciare derive teologiche reali del postconcilio, finisce per deformare sia la storia sia il giudizio teologico della Chiesa.

    Anzitutto occorre precisare un fatto: Pio XII non dichiarò mai Henry de Lubac “eretico”. L’enciclica Humani generis del 1950 denunciò errori teologici concreti — relativismo dogmatico, falso storicismo, svalutazione della scolastica, confusioni sul soprannaturale — ma senza nominare personalmente de Lubac.

    Scrive infatti Pio XII:

    «Alcuni riducono a vana formula la necessità di appartenere alla vera Chiesa per conseguire la salvezza eterna» (Humani generis, DS 3881).

    E ancora:

    «Disprezzano la filosofia e la terminologia usata dai dottori scolastici» (Humani generis, DS 3883).

    Sono richiami serissimi e tuttora validi. Ma da ciò non segue automaticamente che ogni autore sospettato o corretto coincida col modernismo condannato da san Pio X.

    Infatti il modernismo descritto nella Pascendi dominici gregis è qualcosa di molto preciso:

    «I modernisti pongono il fondamento della religione nel sentimento religioso» (san Pio X, Pascendi, n. 7).

    E ancora:

    «Il dogma non solo può, ma deve evolversi e mutarsi» (Pascendi, n. 13).

    Ora, si possono discutere alcune formulazioni di de Lubac sul rapporto natura-soprannaturale, ma attribuirgli la dissoluzione del dogma nella soggettività religiosa è storicamente e teologicamente forzato.

    De Lubac cercò soprattutto un ritorno ai Padri della Chiesa, alla Scrittura e alla dimensione spirituale della Tradizione. Che alcune sue tesi abbiano suscitato legittime riserve è vero. Che sia stato “il promotore del modernismo conciliare” è invece una semplificazione ideologica.

    Anche l’accusa secondo cui il Vaticano II avrebbe sancito il “naturalismo” non regge alla lettura dei testi conciliari.

    La costituzione Lumen gentium insegna:

    «L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e bontà, ha creato l’universo; ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina» (Lumen gentium, 2).

    La Dei Verbum afferma:

    «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso» (Dei Verbum, 2).

    E la Gaudium et spes insegna chiaramente che:

    «Il mistero dell’uomo si illumina veramente soltanto nel mistero del Verbo incarnato» (Gaudium et spes, 22).

    Dov’è qui il naturalismo? Dov’è la negazione del soprannaturale?

    Che poi nel postconcilio molti abbiano letto il Concilio in chiave sociologica, antropocentrica o progressista è purtroppo vero. Ma gli abusi interpretativi non coincidono automaticamente col testo del Concilio.

    Anche Benedetto XVI, che fu vicino sia a de Lubac sia a Congar, parlò esplicitamente della necessità di una “ermeneutica della continuità” contro l’idea di una rottura tra Chiesa preconciliare e postconciliare:

    «Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra fede della Chiesa ed elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche; ma in questa apparente discontinuità ha invece conservato e approfondito la sua intima natura e la sua vera identità» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005).

    È precisamente qui il punto decisivo.

    La Tradizione cattolica non è immobilismo archeologico, ma nemmeno evoluzione liquida del dogma. La Chiesa cresce nella comprensione della verità rivelata senza contraddirla.

    San Vincenzo di Lerino lo spiegava già nel V secolo:

    «Crescano dunque e progrediscano largamente e vigorosamente l’intelligenza, la scienza e la sapienza… ma solamente nel proprio genere, cioè nello stesso dogma, nello stesso senso e nella stessa sentenza» (Commonitorium, 23).

    Ed è esattamente ciò che il cattolico deve custodire oggi: continuità senza fossilizzazione, sviluppo senza rottura.

    Per questo il problema di certi ambienti tradizionalisti contemporanei è che, pur denunciando errorireali, finiscono spesso per costruire una narrazione nella quale la Chiesa avrebbe cessato di essere se stessa dopo il Vaticano II, i papi conciliari sarebbero implicitamente sospetti e la Tradizione diventerebbe una sorta di “contro-Chiesa” parallela.

    Ma questa non è la fede cattolica.
    Lo ripeto fino alla nausea.
    la Chiesa non nasce nel 1962, ma neppure muore nel 1965.

    E soprattutto la Tradizione non è un’arma per mettere un Papa contro l’altro o un Concilio contro il Magistero precedente.

    La Tradizione è la vita stessa della Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo.

    Criticare certe ambiguità postconciliari è legittimo.
    Trasformare invece il Vaticano II nell’origine di ogni male ecclesiale significa finire, spesso inconsapevolmente, in una ecclesiologia della rottura che col cattolicesimo ha ben poco a che fare.

    Don Pietro Paolo

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