Crisi Vaticano- Lefebvriani: Usare lo Stesso Spirito di Papa Ratzinger…Americo Mascarucci.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Americo Mascarucci, che ringraziamo id cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sullo stato dei rapporti fra il Vaticano e la Fraternità Sacerdotale San pio X. Buona lettura e meditazione.

§§§

 

Da giorni è in corso un dibattito per stabilire se sia giusto stare con Roma (leggi papa Leone e più specificatamente la Congregazione per la Dottrina della Fede) o con la Fraternità san Pio X, di fronte alla sempre più concreta possibilità che quest’ultima possa essere scomunicata procedendo alle consacrazioni episcopali senza imprimatur papale alla data del prossimo primo luglio.

Personalmente spero, e fino all’ultimo pregherò, per un costruttivo dialogo e per una positiva ricomposizione della vicenda, ma temo che posta in questi termini la questione sia sbagliata.

Non si tratta di scegliere fra il papa e i lefebvriani, ma di riportare il dibattito sui binari dell’appartenenza alla Chiesa.

Monsignor Marcel Lefebvre ebbe ragione a criticare molti aspetti del Concilio Vaticano II, ed ebbe soprattutto ragione nel denunciare i pericoli che certo rinnovamento avrebbe comportato, creando caos e disordine nella Chiesa e portando gradualmente a relativizzare la fede.

Da questo punto di vista è stato sicuramente un profeta, perché vivendo personalmente il Concilio fu testimone diretto delle strategie messe in atto dai rahneriani per inquinare e confondere i testi conciliari, renderli ambigui, controversi e liberamente interpretabili, quasi con l’intento di ammantare di falso tradizionalismo l’attacco alla tradizione e l’apertura alle derive moderniste.

E qui, come ha giustamente denunciato lo storico Roberto De Mattei, anche i conservatori hanno avuto grandi responsabilità, nella ricerca compulsiva di una mediazione e di un compromesso che si è rivelato alla fine utile proprio a Rahner e compagni per imporre la loro idea di Chiesa nel mondo attraverso l’interpretazione ultra progressista dei testi conciliari artatamente confusi di ambiguità.

Ciò che avvenne in Olanda all’indomani del Concilio con la pubblicazione del nuovo catechismo, ad opera dei vescovi seguaci di Rahner, fu la dimostrazione più evidente del disordine post conciliare, come oggi certamente ne costituisce una prova essenziale il cammino sinodale tedesco e le posizioni anti tradizionaliste che si sta cercando di imporre sui temi del celibato sacerdotale, del diaconato femminile, delle famiglie arcobaleno, del decentramento episcopale.

Ma ciò detto, Lefebvre sbagliò a rompere la comunione con Roma, per altro con un papa come Giovanni Paolo II che era perfettamente consapevole degli errori conciliari e della necessità di correggerli. Durante il suo pontificato Wojtyla non ha fatto che cercare di ricondurre sui binari dell’ortodossia cattolica l’interpretazione del Concilio, in perfetta continuità con la tradizione, aiutato in questo dalla straordinaria opera di Joseph Ratzinger in qualità di Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede. Ma Giovanni Paolo II ha saputo cogliere del Concilio anche i tanti aspetti positivi.

Ora la Fraternità San Pio X rischia di arroccarsi su un tradizionalismo ideologico. La storia della Chiesa è stata del resto sempre caratterizzata dall’alternanza di papi intransigenti (Paolo IV per esempio) e papi riformatori (vedi Benedetto XIV), ognuno dei quali ha comunque lasciato un contributo importante, gli uni contrastando le eresie, gli altri aprendo alle necessarie istanze di rinnovamento.

I lefebvriani sbagliano nel ritenere che tutto del Concilio vada buttato e che niente possa essere condiviso. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI invece ci hanno insegnato che il Concilio deve essere semplicemente applicato in continuità con la tradizione.

In poche parole: sbaglia la Fraternità a ritenere che non si possa accettare nulla del Concilio, allo stesso modo di come sbagliano i neo modernisti a voler a tutti i costi rinnegare la tradizione ritenendola da ostacolo al dialogo e all’abbraccio con il mondo. Ratzinger, quando da papa ha revocato la scomunica ai vescovi della Fraternità consacrati illegittimamente da Lefebvre, ha comunque posto come condizione imprescindibile per la piena comunione con Roma, l’accettazione dei testi conciliari nella loro giusta declinazione, ovvero nella continuità, non nella rottura con la tradizione smontando le interpretazioni errate e volutamente manipolate e distorte.

Papa Leone chiudendo le porte al cardinale Marx sul tema della benedizione formale delle coppie irregolari, ha lanciato un chiaro segnale, dimostrando di non voler rompere con la tradizione e di non voler andare oltre quanto concesso da Francesco, ovvero la benedizione come forma di inclusione ma senza alcun valore formale o tantomeno sacramentale, e ribadendo il no alle unioni gay. Quindi in un anno di pontificato è apparso evidente come Prevost, pur non volendo cancellare quanto concesso dal predecessore in termini inclusivi, non intenda andare oltre e soprattutto non abbia alcuna intenzione di farsi condizionare dalle forzature e dai colpi, di testa e di mano, di Marx e compagnia tedesca.

Ma è evidente che allo stesso modo non si possono accettare forzature da parte della Fraternità, che pure nella sua difesa della tradizione contiene valori importanti e contributi che possono aiutare la Chiesa a ritrovare la propria identità. Ma attenzione, criticare gli errori del Concilio non può significare restare fermi al 1965, e non cambiare nemmeno ciò che è possibile cambiare. Non esistono i cattolici perfetti (i conservatori) e i cattolici eretici (i progressisti) perché un progressismo coerente con la tradizione non soltanto non è pericoloso, ma aiuta la Chiesa a crescere ed evolversi, calando il Vangelo nei contesti contemporanei, proprio come ha insegnato Giovanni Paolo II. Il progressismo è invece nocivo quando diventa modernismo e tenta di omologare la Chiesa al mondo. Per fare un esempio: è positivo un progressismo come quello del cardinale Schonborn, è fortemente negativo quello del cardinale Marx.

Ma allo stesso tempo è anche nocivo un conservatorismo rigido incapace di comprendere che anche la Chiesa deve riformarsi e aprirsi all’innovazione, pur nell’assoluta fedeltà al Vangelo. Quindi, ricapitolando, non si tratta di scegliere se stare con Roma o con Econe, ma di stare con la Chiesa ed in comunione con il Vicario di Cristo, rispettandone l’autorità e  coadiuvandolo nel governo della Chiesa, portando avanti le proprie posizioni come hanno fatto coraggiosamente in questi anni Muller, Sarah, Erdo e quanti si sono opposti alle politiche di Bergoglio, restando in comunione con lui.

L’auspicio è che da parte di Tucho Fernandez vi sia la massima disponibilità di ascolto e di comprensione verso le richieste e le esigenze della Fraternità venendole incontro il più possibile con lo stesso spirito di Ratzinger verso Lefebvre (vanificato proprio dalle consacrazioni episcopali del 1988), ma da parte dei lefebvriani dovrà esserci la consapevolezza di dover cercare una mediazione e di dover moderare un anti-conciliarismo in larga parte datato.

Americo Mascarucci

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25 commenti su “Crisi Vaticano- Lefebvriani: Usare lo Stesso Spirito di Papa Ratzinger…Americo Mascarucci.”

  1. Simone Torreggiani

    Concordo sul fatto che sarebbe cosa buona e giusta seguire il cammino tracciato da Papa Benedetto XVI — non solo per dirimere la questione contingente, ma anche per riportare la Chiesa Cattolica Romana sui binari della piena legalità.
    Leggendo alcuni commenti comprendo la saggezza della via scelta da Papa Ratzinger, che ha raggiunto il duplice obiettivo di proteggere la successione petrina nella persona del suo legittimo successore…
    https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
    … e al contempo di preservare l’apparenza della Chiesa visibile edificata su Pietro — secondo le legittime aspettative della maggioranza del clero e dei fedeli — anche in un tempo di grande confusione dottrinale e di usurpazione del Papato come quello attuale. Proprio per non provocare scandalo e turbamento senza rimedio il Papa vero è ora costretto non solo al nascondimento, ma anche a riconoscere il ‘Papa’ visibile (Leone XIV), ancorché illegittimo, come sommo pontefice (o ‘vicario del Vicario’) per non creare caos e divisione — fintanto che le circostanze non saranno favorevoli per reclamare quel ministerium che gli spetta di diritto.
    In altre parole: dato che all’autentico Vicario di Cristo non sarebbe al momento ‘concesso’ dagli oscuri poteri facenti capo al ‘principe di questo mondo’ di governare la Chiesa (come pure a un certo punto non fu più concesso a Papa Benedetto XVI, che rientrato più morto che vivo dal viaggio del 2012 in Centro America dovette dolorosamente prenderne atto e agire di conseguenza…) occorre scegliere il male minore, che in realtà è il massimo bene: dire, per quanto possibile, la verità, ma ponendo un velo affinché il palesarsi di questa verità non faccia più male che bene, alla Chiesa e al mondo.

  2. la signora di tutti i popoli

    Chiedo scusa per la lunghezza.
    Ognuno può dire le sue idee, donare simpatie o critiche purchè siano ben argomentate! Non devono accettarsi peró quelle osservazioni che offendono con la nostra mente questo Blog di respiro internazionale, dimenticando i fatti accaduti e le norme vigenti.
    Ad ed.: dire che la Chiesa é quella che “tutti accettano” o il papa é quello che “tutti vedono”. Ma quei tutti, sarebbero i fessi (vds. etimologia lingua latina) che, senza saperlo prima, si scoprono cattolici per la sola menzione sull’anagrafe e poi danno la Comunione al loro cane?
    Poi c’é la dimostrazione (prove!) che il conclave elettivo é stato un farsa organizzata sempre per quei soliti fessi.
    Poi ci sono altri fatti storici, dimostrati veri e poi, tutti lo dimenticano, a latere ci sono le decisioni che la Chiesa, con linearità dottrinale, ha preso nel tempo in cui il papa era legittimo ed esercitava col suo Munus la potestas primaziale.
    Dopo la premessa per ridimensionare quei “tutti”, ecco il tema:
    La Fraternità cosa é e ha mai avuto uno status legittimo?
    L’ignorante o il furbo risponde: sono decenni che la FSSPX dice la Messa Antica, garantisce il Deposito della Fede, rispetta la Tradizione… come ci si sente bene, che pompa!
    NON BASTA!! Dopo la scomunica (né dopo l’annullamento) nessuno l’ha autorizzata a entrare in chiesa a dire neanche una litania. La FSSPX deve essere PRIMA in Comunione con ogni altra realtá ecclesiale e, affianco alle chiese particolari e ai loro vescovi riconosciuti e col papa: deve essere parte integrante della Chiesa CattolIca. A questo punto, e solo allora, dopo aver abiurato al suo scisma in modo ufficiale, avrà uno status canonico riconosciuto.
    Mettetevelo nella capa! Dai quei tempi ad oggi al FSSPX si vede ma non c’é, NON È NIENTE, NON ESISTE e ogni messa celebrata, ogni sacramento amministrato È STATO SEMPRE ILLECITO cioé, per quei fessi di cui sopra, É SEMPRE STATO GRAVEMENTE PECCAMINOSO FREQUENTARE QUESTA Fraternità.
    Ed ancora NON È UNA REALTÀ ECCLESIALE perchè, come ha detto Mascarucci, la FSSPX NON HA VOLUTO OTTEMPERARE ALL’ORDINE DI B. XVI, ma ancor prima l’ho detto io e la sig. Danieli, fino alla nausea!
    Dunque non è giusto e assolutamente inutile che un cattolico si ponga il problema con chi debba stare: con il Papa o con i Fraterni. Si sta sempre e solo col papa, fino alla morte (che bella sorte per noi sarà!). Non vi piace? Allora siete scismatici ed eretici e essere in tanti non diventa esenzione dal peccato, solo inganno fra voi.

    1)…ma lo stato di necessitá?
    Lo decide il papa se dichiararlo e solo lui ne valuta il grado ed i modi di intervento!
    2)… ma i nostri vescovi hanno il Parkinson!
    Il papa sa se e quando avvicendarli o se saranno reintegrati nei loro (se diverrano leciti) uffici.
    3)… ma il Concilio V II é pieno di errori e noi non li vogliamo seguire.
    Ma voi dovete seguirli, pur ammesso che siano errori, voi non avete infatti alcuna voce in capitolo, anche perché per essere vescovi occorre prima giurare sul Vangelo la fedeltá al Concilio V.II e ai Magisteri conciliari (come ha fatto anche m. Viganó, che però se lo è dimenticato!).
    4) Ma se aderiamo alle norme della Chiesa tutti i nostri soldini, il nostro patrimonio finanziario ed immobiliare mondiale sará dato a disposizione di Roma!
    Come tutte le altre realtá: francescani, domenicani & C., non esistono mosche bianche… ma come: non vi fidate, del vostro papa, della vostra Chiesa???

    5) Allora don PP. ha ragione? No! MAI!! Non basta citare la dottrina per essere nel giusto perchè l’anti-papa attuale non fa parte della Chiesa cattolica. Attualmente non è un papa canonicamente eletto.
    Allora d.PP ci imbroglia? Lui sí e voi perché vi fate imbrogliare?

    La Fraternitá non ha gli attributi o la convenienza per rifacciarlo a Prevost ma è consenziente alla attuale situazione illegittima di Roma e preferisce tenersi lo status quo per mantenere tutta sua la fetta di torta fatta da introiti e vantaggi materiali, senza cederli all’ammasso. Comprensibile ma la FSSPX non é una azienda a scopro di lucro, o sí?
    La cura delle anime si fa nella comunione ecclesiale non con la disubbidiena al vero papa.
    Insomma degli scismatici (che illudono i fedeli con l’aspetto formale: latino, le ginocchia, niente acua santa agli omosessuali ma liturgia a gogó e poi li fregano nell’aspetto sostanziale, sono ministri illeciti) chiedono ad un’altra antichiesa scismatica a deriva sincretista di poter continuare a fare i cavoli propri!
    La cosa non é assurda: é reale, ma è triste per le anime di quei fessi che si fanno ingannare.
    Dunque siamo in regime di “Sede vacante”, senza vero papa, ed è proprio la legge ecclesiastica decide cosa si deve fare e non le opinioni, nè quelle opportunistiche della FSSPX che in sede vacante ( cosí la vide Le Febvre pur con papi legittimi) non ebbe e non ha il diritto di invocare “stati di necessità” come fossero indisposizioni intestinali dopo troppa gola, diritti che NON le competono e che NON ha alcuna potestà di nominare vescovi leciti, ma aborti pei quali (sempre per questioni di denaro?) non interessa la cd. “Giurisdizione”, per sfuggire all’autoritá di Roma. Che furbi!
    Il rimedio per due scismi, in mezzo alle chiese scismatiche del mondo?
    Il peccato si cura certo con la misericordia, ma previo pentimento, non con l’avallo dello scisma e al “volemose bene” di chi non puo vedere né il cuore degli uomini ma puó vedere il volto offeso di Cristo. Il mondo é allo sbando e per questo dovremmo validare le sue azioni e garantire una facciata tradizionalista o una modernista? O un fritto misto, senza rispetto della vera della Dottrina Cattolica che é la volontá di Dio?
    No!!
    Forse meglio una dittatura illegittima con una facciata di rispetto tradizionalista o é meglio la democrazia di una chiesa di preti con la vagina e di fedeli gay benedetti nel loro Back Hole a doppio uso?
    No, Dio ci da regole inderogabili non mezzi rimedi!
    Occorre denunciare ogni errore e esortare al pentimento e alla fede quelle mezze tacche di cardinali pre-2013 e che venga eletto un vero papa, secondo la Universi Dominici Gregis. Solo costoro hanno il legittimo potere di nomina e fino a quel momento “nihil innovetur”, come dice la Chiesa, e basta!

    1. Don Pietro Paolo

      Cara sedicente signora,,

      il suo intervento ha un pregio involontario: dimostra perfettamente la contraddizione in cui cade.

      Lei dice cose in parte corrette sulla FSSPX: senza piena comunione con Roma non basta celebrare in latino, custodire forme liturgiche antiche o proclamarsi difensori della Tradizione. La comunione ecclesiale non è un sentimento: è visibile, canonica, gerarchica, sacramentale.

      Fin qui, nulla da eccepire.

      Il problema nasce quando, dopo aver giustamente ricordato che non ci si può autolegittimare contro il Papa, lei fa esattamente la stessa cosa: dichiara illegittimo il Papa, nullo il conclave, vacante la Sede, e pretende di sostituirsi alla Chiesa nel giudicare chi sia Papa e chi non lo sia.

      Quindi il principio vale per la FSSPX, ma non vale per lei?

      La FSSPX non può inventarsi uno “stato di necessità”, però lei può inventarsi una “sede vacante” privata?

      La Fraternità non può giudicare Roma, però lei può giudicare il conclave, il Papa, i cardinali e l’intera Chiesa visibile?

      Questo non è cattolicesimo: è arbitrio con lessico canonico.

      Quanto a don P.P., l’accusa di “imbrogliare” è semplicemente grottesca. Don P.P. non imbroglia nessuno: richiama un dato elementare della fede cattolica, cioè che la Chiesa di Cristo non è una nebulosa invisibile governata dalle convinzioni private di qualche commentatore, ma una realtà visibile fondata su Pietro e sui vescovi in comunione con lui.

      Lei, invece, usa la dottrina contro la FSSPX e poi la sospende quando arriva al punto che le dà fastidio: il Papa.

      Ma la dottrina cattolica non funziona a intermittenza.

      O la Chiesa visibile esiste ancora, e allora bisogna restare in comunione con il Papa legittimamente riconosciuto dalla Chiesa; oppure non esiste più, e allora tutto il suo discorso crolla, perché non avrebbe più nessuna autorità ecclesiale a cui appellarsi.

      Il punto è semplice: non si combatte uno scisma inventandone un altro.

      E non si difende la Tradizione trasformando il proprio sospetto personale in tribunale supremo della Chiesa.

      Perciò sì: quando don P.P. ricorda che si sta con Pietro, non sta imbrogliando nessuno. Sta solo dicendo ciò che ogni cattolico dovrebbe sapere prima ancora di aprire bocca:

      senza Pietro non c’è piena comunione cattolica.

      Il resto è rumore.

  3. Antonio de Felip

    Il Concilio Vaticano II. Ecco il punto dolente. I suoi errori, orrori, abiure, semi-eresie, se non vere eresie rispetto alla Dottrina dommaticamente indicata dal Magistero precedente, possono essere letti “alla luce della Tradizione”? Come la “libertà religiosa” esaltata della Dignitatis Humanae (che, come tutti i documenti conciliari non è dogmatico) si può conciliare con quanto disposto dal Quanta Cura Sillabo, questo sì dogmatico? Ed è solo un esempio. Quanti teologi, intellettuali, sacerdoti hanno sottolineato la non accettabilità di molti passi del cvii alla luce della Tradizione e della Dottrina di Sempre: possiamo rileggere Romano Amerio, Monsignor Brunero Gherardini, Enrico Maria Radaelli, oltre a Monsignor Lefebvre, ovviamente. Persino il moderatissimo Roberto de Mattei, nella sua monumentale storia del Concilio, ne sottolinea le innegabili ambiguità, che nessuna lettura “in continuità” può giustificare. Se non si comprende che il cvii è il vero spartiacque, che tutti i mali del postconcilio fino ad oggi, ammessi e denunciati, anche qui, dai “conservatori” vengono da lì, ci si ferma ad una visione superficiale delle scelte della FSSPX.
    Riguardo a queste ultime, e a coloro che si ostinano nel voler condannare le consacrazioni annunciate incolpando la Fraternità di una indimostrata “rottura della Comunione Ecclesiale”, voglio citare Martin Mosebach che nel suo bel testo “Eresia dell’informe”, recentemente ripubblicato meritoriamente da Cantagalli ci ricorda che: “Abbiamo bisogno di molti sacerdoti inflessibili che custodiscano per noi il santo rito dell’Incarnazione. E’ nella loro ubbidiente disubbidienza che ripongo tutta la mia speranza”. Si parva licet, anch’io.

    1. Don Pietro Paolo

      Antonio de Felip,

      il problema del suo ragionamento è che assume come premessa ciò che dovrebbe invece dimostrare: cioè che il Concilio Vaticano II avrebbe realmente insegnato eresie o contraddizioni dottrinali rispetto al Magistero precedente.

      Ma questa tesi, per quanto ripetuta da alcuni ambienti tradizionalisti, non è mai stata riconosciuta dalla Chiesa stessa. E qui sta il nodo decisivo.

      Perché se un Concilio ecumenico promulgato dal Papa e recepito dall’episcopato universale contenesse realmente eresie formali incompatibili con la fede cattolica, allora il problema non sarebbe il Vaticano II:
      sarebbe la sopravvivenza stessa della Chiesa come realtà visibile e assistita dallo Spirito Santo.

      Ed è precisamente questa la conclusione verso cui molti finiscono inevitabilmente per scivolare: sedevacantismo pratico, sfiducia sistematica verso Roma, riduzione del Magistero a un archivio da selezionare personalmente.

      Lei cita Dignitatis humanae contro il Sillabo come se il Magistero fosse un collage di frasi isolate da opporre meccanicamente tra loro.

      Ma la Chiesa non interpreta mai i propri documenti fuori dallo sviluppo storico e dall’analogia della fede.

      Il Sillabo condannava il relativismo religioso e l’idea che tutte le religioni fossero equivalenti davanti alla verità.
      Dignitatis humanae, invece, tratta dell’immunità dalla coercizione civile in materia religiosa, fondata sulla dignità della persona umana.
      Sono piani distinti.

      Infatti il Concilio non insegna affatto che l’errore abbia diritti “in sé”, né che tutte le religioni siano vere.
      Continua anzi ad affermare che la pienezza della verità sussiste nella Chiesa cattolica.

      Che poi il postconcilio abbia conosciuto abusi, confusioni, derive liturgiche e cedimenti pastorali, è evidente.
      Ma attribuire tutto questo al Concilio in quanto tale è un salto logico e teologico enorme.

      Altrimenti dovremmo dire che ogni crisi storica della Chiesa prova il fallimento del precedente concilio:
      tesi insostenibile.

      Quanto poi alla formula di Mosebach sull’“ubbidiente disubbidienza”, mi permetta:
      suona suggestiva, ma ecclesiologicamente è una contraddizione quasi romantica.

      Perché nella Chiesa cattolica l’obbedienza non è cieco servilismo, certo — ma neppure auto-legittimazione permanente contro l’autorità visibile.

      San Paolo resistette a Pietro ad Antiochia “in faccia”, sì, ma senza creare una giurisdizione parallela, senza consacrare vescovi contro il mandato apostolico e senza trasformare la correzione fraterna in principio stabile di eccezione ecclesiale.

      Ed è questo il punto che molti evitano:
      non si discute qui della legittimità di porre questioni teologiche o criticare ambiguità pastorali.

      Si discute del fatto che nessuno può custodire la Tradizione contro la struttura stessa della Chiesa voluta da Cristo.

      Perché la Tradizione cattolica non è un museo liturgico autosufficiente.
      Vive dentro la comunione visibile con il Successore di Pietro.

      Altrimenti ciascuno finirà inevitabilmente per scegliersi il “vero cattolicesimo” che preferisce —
      e a quel punto non resterà più la Chiesa cattolica,
      ma soltanto molte “tradizioni” concorrenti, come pare stia avvenendo nei vari mondi “tradizionalisti “.

      1. Antonio de Felip

        Caro don Pietro Paolo, si rilegga il Sillabo, unitamente al Quanta Cura, di cui è un allegato, e si rilegga la Dignitatis Humanae: il concetto di “libertà religiosa” è lo stesso, là viene condannato, qui viene esaltato. E, ovviamente, il problema del Concilio non è solo questo: c’è lo scandalo della Nostra Aetate, dell’ecumenismo, del “subsistit in”, della collegialità, dell’esaltazione del mondo moderno, della mancata condanna del comunismo, e potrei continuare. La rottura c’è stata ed è innegabile e non sanabile. E poi abbiamo vissuto la “santificazione” del cvii, con quanto ne è conseguito in termini di orrori: da Assisi con i galli sgozzati sugli altari, alle visite devote in sinagoghe e moschee, alla comunione ai divorziati, alle benedizioni ai sodomiti, alle dichiarazioni di Abu Dhabi (tutte le religioni si equivalgono) e a tutto il resto. Lei cita, per giustificare le contraddizioni, il “contesto diverso”. Mi perdoni, ma questo, prima di essere un errore teologico, è un errore logico, una negazione dei principi aristotelici di identità e di non contraddizione: la Verità prescinde dal contesto, dalla storia, dall’evoluzione sociale. Parafrasando la divisa dei Certosini, potemmo dire “Stat Veritas dum volvitur orbis”. Il cvii e l’altrettanto sciagurato postconcilio hanno ripetutamente e formalmente insegnato cose diverse, e avverse, rispetto quelle rivelateci dalla Tradizione e dal Magistero. Ecco perché il Concilio è “il” problema, con una conseguente contraddizione: il Vaticano ci chiede di accettarlo, quando lo stesso cvii si è dichiarato non dogmatico. A parte il solito pegno del doveroso ossequio (mah!), nulla è dovuto. Il Vaticano potrebbe persino concederci – e la cosa si chiama ricatto – la Santa Messa di Sempre, ma con la clausola dell’accettazione del “conciliabolo”, come argutamente lo definisce il professor Pasqualucci nelle sue opere, che le consiglio vivamente. Ma il dato di fatto è che la persecuzione della Vera Santa Messa continua, con proibizioni di ogni tipo, sospensioni a divinis, cacciate dalle parrocchie, condanne dei vescovi, e così via. Tutto ciò, a parte l’altrettanto importante questione dottrinale, giustifica l’appellarsi a uno “stato di eccezione” da parte della FSSPX.
        Un ultimo punto: trovo veramente fuori luogo la sua ironia nei confronti di Martin Mosebach. Ma almeno, “Eresia dell’informe” lo ha letto?

        1. Don Pietro Paolo

          Caro Antonio de Felip,

          il problema è che lei continua a trasformare le conseguenze patologiche del postconcilio nella prova che il Concilio sarebbe eretico.

          Ma non funziona così.

          Assisi, Abu Dhabi, derive liturgiche, benedizioni ambigue, confusioni pastorali:si può discutere criticamente tutto questo quanto vuole.Anch’io ho più volte riconosciuto ambiguità e gravi problemi nel postconcilio.

          Ma da qui a dire che il Vaticano II abbia formalmente insegnato eresie ce ne passa enormemente.

          Perché a quel punto lei non sta più criticando un concilio pastorale:sta mettendo in discussione la credibilità stessa della Chiesa docente.

          Ed è curioso che continui a parlare di logica aristotelica mentre introduce una contraddizione ecclesiologica gigantesca:una Chiesa assistita dallo Spirito Santo che convocherebbe un concilio ecumenico universalmente recepito per diffondere errori contrari alla fede.

          Mi perdoni, ma è una tesi devastante per il cattolicesimo stesso.

          Quanto poi a Dignitatis humanae, lei continua a leggere i testi come slogan giustapposti.

          No:Quanta Cura e il Sillabo combattevano il relativismo liberale e l’idea che lo Stato dovesse essere indifferente alla verità religiosa come principio filosofico assoluto.

          Dignitatis humanae invece affronta il tema dell’immunità dalla coercizione civile in materia religiosa.

          Non afferma mai che tutte le religioni siano vere.Non dice che l’errore abbia diritti “in sé”.Non abolisce l’unicità salvifica della Chiesa cattolica.

          Che poi molti abbiano usato quel testo per giustificare indifferentismo religioso, è un altro discorso.Ma l’abuso interpretativo non coincide automaticamente col testo.

          Lei poi cita il “subsistit in” come se fosse la dissoluzione della Chiesa cattolica.Ma il Concilio non ha mai detto che la Chiesa di Cristo “si distribuisce” tra tutte le confessioni.Ha detto che essa “sussiste” nella Chiesa cattolica, pur riconoscendo elementi ecclesiali presenti altrove.(“ho altre pecore che non sono di quest’ovile” Gv).

          È una formulazione discussa?Sì.Ambigua in alcuni usi postconciliari?Anche.Ma non equivale alla negazione della Chiesa cattolica.

          E veniamo al punto decisivo:lo “stato di eccezione”.

          Qui il suo discorso crolla ecclesiologicamente.

          Perché chi decide che lo stato di eccezione giustifica una disobbedienza permanente?Lei?La FSSPX?Il singolo fedele scandalizzato?

          Capisce il problema?

          Perché a quel punto ogni gruppo ecclesiale potrà dichiarare Roma “deviata” e auto-legittimarsi in nome della Tradizione.

          Ed è precisamente ciò che sta accadendo nel mondo tradizionalista:micro-magisteri paralleli, accuse reciproche, sedevacantismi, conclavismi, resistenze, semi-scismi permanenti.

          Quanto a Mosebach, non ho ironizzato sulla sua cultura.Ho criticato la formula dell’“ubbidiente disubbidienza”, che resta ecclesiologicamente fragile.

          Perché la correzione fraterna nella Chiesa esiste.La critica teologica pure.Ma quando la disobbedienza diventa principio stabile e strutturale contro l’autorità visibile, non siamo più davanti a una tensione interna:siamo davanti a una ferita della comunione ecclesiale.

          Ed è questo che continuate sistematicamente a minimizzare.

    2. Don Pietro Paolo

      Antonio de Felip,

      la questione che lei pone è seria e non si liquida con slogan. Ma proprio per questo va affrontata senza trasformare ogni difficoltà interpretativa in una delegittimazione del Concilio o della Chiesa stessa.

      Che nel Vaticano II esistano passaggi pastorali discussi, formulazioni meno precise o punti che richiedono chiarificazione, molti lo hanno riconosciuto. Anche teologi pienamente cattolici hanno evidenziato tensioni o ambiguità. Ma altra cosa è concludere che il Concilio avrebbe “rotto” la fede della Chiesa.

      Perché qui emerge un problema decisivo: chi stabilisce se un Concilio ecumenico promulgato dal Papa debba essere considerato sostanzialmente incompatibile con la Tradizione? Il singolo studioso? Il commentatore? Il gruppo che si auto-proclama custode esclusivo della “vera fede”?

      La Chiesa non ha mai insegnato che ogni testo pastorale sia irreformabile o perfetto nella formulazione. Ma non ha neppure mai insegnato che, davanti a difficoltà interpretative, si possa scivolare verso una sorta di “magistero parallelo” contro Roma.

      Prendiamo proprio la Dignitatis humanae. La libertà religiosa lì affermata non dice che tutte le religioni siano vere o equivalenti — cosa già condannata dal Magistero precedente — ma affronta principalmente il rapporto tra persona, coscienza e coercizione statale in un contesto storico mutato. Si può discutere se il testo sia formulato felicemente o meno. Ma leggerlo automaticamente come negazione del Sillabo significa spesso ignorare distinzione di contesto, oggetto e livello dottrinale.

      Il punto vero, però, è un altro: la Tradizione cattolica non è una fotografia congelata del XIX secolo. È continuità vivente sotto la guida della Chiesa.

      Altrimenti si arriva al paradosso attuale: in nome della “Tradizione” si finisce per relativizzare proprio ciò che la Tradizione ha sempre considerato essenziale, cioè la comunione visibile con il Romano Pontefice e con la Chiesa gerarchica.

      E lì il rischio non è più l’amore per la Tradizione.
      È costruirsi una tradizione personale contro la Chiesa concreta.

  4. Ma è vero che mons. Vigano si è fatto riconsacrare vescovo da mons. Williamson ex FSSPX e
    … ha chiesto udienza al papa? Tutto normale?
    Ma è verò che don Pagliarani, superiore della FSSPX, ha scritto una lettera di devozione al papa
    e a luglio la medesima consacrerà dei vescovi senza il benestare del papa? Tutto normale pure qui?

  5. Non sottovaluterei il Piccolo Resto di Don Minutella, l’UNICO ad essere “scomunicato” e perseguitato a più non posso.
    NESSUNO come lui ha subito e subisce lacune e insulti, e un motivo ci dovrà pur essere.
    TUTTI gli altri “contestatori” se ne stanno ben al riparo senza tegole sulla testa mentre sterilmente protestano.

    1. Don Pietro Paolo

      Caro Nippo,

      ma perché continuate a stracciarvi le vesti per la scomunica di Minutella, se poi sostenete che i papi regnanti non sarebbero veri papi?

      È una contraddizione evidente.

      Perché se Leone XIV — come prima Francesco — per voi non sarebbe realmente Papa, allora la scomunica che valore avrebbe? Nulla.

      E allora perché sbandierarla continuamente?
      Forse perché, sotto sotto, sapete benissimo che il problema dell’autorità della Chiesa resta lì, irrisolto.

      Anzi, mi permetta:
      cosa pretenderebbe? Che il Papa, che per voi sarebbe addirittura un usurpatore, tolga una scomunica che secondo voi non avrebbe neppure autorità per infliggere? O Magari conferirgli una medaglia d’oro?

      Non vede la contraddizione?

      La verità è più semplice:
      Minutella non è stato “perseguitato perché troppo cattolico”, ma perché è arrivato a rompere apertamente la comunione ecclesiale, costruendo una realtà parallela contro il Papa e contro la Chiesa visibile ora fantasticando di avere il munus petrino, per non parlare delle eresie che ha abbracciato.

      E gli altri contestatori, piaccia o no, almeno finora non hanno ancora oltrepassato formalmente quel limite, mantenendo comunque un legame — seppur critico — con il Papa e con la struttura della Chiesa fondata da Cristo.

      Perché una cosa è criticare.
      Un’altra è arrivare a sostituirsi alla Chiesa decidendo autonomamente chi sia Papa, chi sia eretico e dove sopravviva il “vero cattolicesimo”.

  6. Cristiana Cattolica

    Dott. Mascarucci,
    È giusto ribadire, come ha insegnato papa S. GPII che è NEGATIVO il progressismo portato avanti dai Cardinali MASSONI della Mafia S Gallo come Reinhard Marx che tentano di distruggere la Chiesa omologandola al mondo.

    Ma come può affermare che invece è positivo il progressismo del cardinale SCHONBORN, collaboratore da anni del card. MARX essendo anche lui membro della MAFIA S. GALLO???
    Dopo 13 anni di prove documentali?

    ◾Il dott. José Galad presidente dell’Università della Gran Colombia spiega come il gruppo dei cardinali cospiratori (Mafia S Gallo) ha destituito il papa legittimo per sostituirlo con l’antipapa Bergoglio e ne fa l’elenco:

    🔴 Walter Kasper,  REINARD MARX,   Carlo Maria Martini,  Achille Silvestrini, Godfried Danneels,  CHRISTOPH SCHÖNBORN,  Ivo Furer, Oscar Rodriguez Marradiaga, Carl Lehman,  Murphhy O’Connor, André Vintrois, Santos Auril Castello,  Sean O’Malley,  Lauren Monseguo,  Basil Hume,  Adrian Van Lyun,  Armand Ving Trois,  Lauren Monseguo…

    https://youtu.be/P6yyndTZksU

    ◾https://www.imolaoggi.it/2019/05/25/cardinale-danneels-confessa-11-cardinali-hanno-lavorato-per-costringere-benedetto-xvi-a-dimettersi/

    ◾Mons. Negri:
    “BERGOGLIO È STATO ELETTO DALLA MASSONERIA”.  
    https://youtu.be/4hu9DgtxOPY

    ◾Mons Antonio Livi:
    “La mafia s Gallo ha stabilito in anticipo le elezioni di Bergoglio per portare avanti la riforma luterana”.

    https://youtu.be/dgcIxD6Y6O0

    CHI NEGA LA VERITÀ DEI FATTI FA IL GIOCO DELLA CHIESA DI SATANA AL POTERE DA 13 ANNI.

  7. Personalmente resto perplesso da questi commenti ma nello stesso tempo non sorpreso perché sono i frutti di 50 anni d’errore pertinace fallibilista.

    Mons. Lefebvre pose il problema in privato nell’ ultimo periodo di vita, quando disse ai suoi: “dovremo abituare i nostri fedeli alla Sede Vacante”. Aveva compreso con almeno 3 anni di ritardo ciò che gli spiegava il suo caro amico Mons. De Castro Mayer, Arcivescovo Sedevacantista simpliciter di Campos in Brasile, co-consacratore ad Econe nel 1988 ed autore dell’ omelia. Successivamente allontanato dal suo posto in diocesi non si diede per vinto costruendo una fiorente comunità a Campos, purtroppo non seguita dal suo successore Mons. Rifan.

    Il Gran vicolo cieco della Fraternità non poteva che giungere quando per motivi anagrafici avrebbe sentito la necessità di garantirsi la sopravvivenza consacrando nuovi vescovi.

    Gli anni e gli accadimenti non hanno insegnato alcunché tanto che la stessa errata posizione dottrinale del 1988 si ripresenta nel 2026 e, nonostante le risibili argomentazioni di don Giezel.

    Non si può riconoscere legittimi i pontefici conciliari e disobbedire dopo aver chiesto loro il permesso di consacrare vescovi. O poiché sono modernisti non hanno autorità nella Chiesa e quindi si continua la successione Apostolica in stato di necessità o si riconoscono come Autorità e in materia di Fede, Morale e disciplina si devono obbedire!

    Se Prevost è il vero Papa e Fernandez è il legittimo Prefetto del Sant’ Uffizio la Fraternità deve obbedire all’ ordine di non consacrare, altrimenti compie un atto scismatico.

    La professione di Fede è ineccepibile. Sul tema dell’ Autorità il comportamento non è consequenziale, ma ribelle.

    Vero che non si può servire a due padroni: o si sta col Concilio e la sua gerarchia in filiale obbedienza o si ha il coraggio di San Cipriano, e più recentemente di Mons. Ngo Din Thuc e di Mons Guerard de Lauriers o di Mons De Castro Mayer, si constata e annuncia la Sede Vacante e la riduzione della dimensione visibile della Chiesa e poi per questo si rivendica lo stato di necessità grave per consacrare vescovi supplenti, non residenziali per la successione Apostolica, i Sacramenti, il sacerdozio e la cura delle anime.

    Se nel 1988 si poteva dire “herrari humanum est”, dopo tanti anni si può dire “perseverari diabolibum” nel fallibilismo e nel gallicanesimo.

    1. Don Pietro Paolo

      Caro Castagna,

      il suo ragionamento appare lineare solo perché parte da una premessa già falsa: identificare il Concilio Vaticano II e i papi conciliari con una rottura della Chiesa tale da rendere necessaria la “Sede Vacante”.

      Ma è proprio qui il punto non cattolico del suo discorso.

      Perché la Chiesa da sempre non insegna che un Papa diventi illegittimo perché esistono ambiguità pastorali, crisi ecclesiali o perfino gravi errori prudenziali nel governo.

      Altrimenti la successione apostolica dipenderebbe dal giudizio personale dei singoli gruppi “più puri”, e non più dalla visibilità oggettiva della Chiesa.

      E mi permetta anche una precisazione importante: San Cipriano non ha nulla a che vedere con gli altri nomi che lei cita.

      Accostare San Cipriano a Thuc, Guerard de Lauriers o alle derive sedevacantiste contemporanee è storicamente e teologicamente improprio.

      San Cipriano difese con forza l’unità visibile della Chiesa e dell’episcopato attorno alla comunione ecclesiale; non costruì gerarchie parallele contro Roma né trasformò una crisi ecclesiale nella negazione dell’autorità della Chiesa universale.

      Lei cita Mons. Thuc, De Castro Mayer e Guerard de Lauriers, ma dimentica una cosa essenziale: nessuno nella Tradizione cattolica ha mai insegnato che ogni crisi della Chiesa autorizzi automaticamente la costruzione di una gerarchia parallela contro Roma.

      Perché senza il principio visibile dell’unità attorno a Pietro, vescovo di Roma, ciò che resta non è la Chiesa “ridotta”, ma il rischio concreto della frammentazione settaria.

      Anche recentemente cardinali come Müller, Sarah, Burke ( per non parlare di intere conferenze episcopali o altri vescovi) hanno espresso critiche, dubia e profonde riserve su alcune impostazioni del pontificato di Francesco. Eppure non hanno mai negato il principio dell’unità ecclesiale né sostenuto che Roma fosse decaduta o priva di autorità.

      Ed è qui la differenza sostanziale.

      San Cipriano difese con forza la fede e la disciplina ecclesiale, ebbe anche tensioni con Roma, ma non minò mai l’unità visibile della Chiesa. Non costruì una “contro-Chiesa” né trasformò la crisi in una teoria sulla perdita del papato.

      Ed è curioso che lei accusi giustamente la Fraternità di incoerenza perché riconoscerebbe il Papa pur disobbedendo, mentre poi propone come soluzione il sedevacantismo, cioè la teoria secondo cui per decenni la Chiesa universale avrebbe seguito falsi papi senza che Cristo intervenisse a custodire visibilmente la sua Chiesa.

      Mi permetta: questa sì che è una conclusione devastante per l’ecclesiologia cattolica.

      La verità è molto più semplice e molto più cattolica: si può criticare il postconcilio, discutere testi, denunciare derive moderniste e perfino resistere a decisioni discutibili senza per questo negare la legittimità del Papa o trasformare la crisi ecclesiale nella prova della “fine di Roma”.

      Perché Cristo non ha promesso una Chiesa senza crisi. Ha promesso però una Chiesa che le porte degli inferi non avrebbero distrutto.

      E questo include anche Roma.Soprattutto la Chiesa che è in Roma, “la Chiesa che presiede alla carità” ( S. Ignazio di Antiochia, lettera ai Romani)

    2. Caro Matteo Castagna, sottoscrivo. La posizione dei lefebvriani manca di coerenza teologica e di logicità, falla ravvisabile anche da chi possieda un semplice “buon senso”. La coerenza appartiene invece a Mons. Williamson e ai suoi “discepoli”, così come al caro Mons. Viganò.
      Ritengo che il dibattito in questione, suscitato dalla gerarchia lefebvriana a fini di pubbliche relazioni (all’interno e all’esterno della San Pio X), possa sul momento provocare una ondata di simpatia e sostegno alle nuove consacrazioni, ma sul lungo periodo gli si ritorcerà contro…

  8. Don Pietro Paolo

    Da giorni è in corso un dibattito per stabilire se sia giusto stare con Roma — cioè con il Papa e con il Magistero autentico della Chiesa — oppure con la Fraternità San Pio X, di fronte alla concreta possibilità che quest’ultima possa procedere a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio il prossimo primo luglio.

    Personalmente continuo a pregare perché prevalgano prudenza, senso ecclesiale e autentico spirito cattolico, evitando una nuova frattura. Ma credo che la questione, posta in questi termini, rischi di essere impostata male.

    Perché il problema non è “scegliere tra Roma ed Econe”.
    Il problema è comprendere che nella fede cattolica non esiste Tradizione autentica fuori dalla comunione visibile con il Successore di Pietro.

    È certamente vero che il postconcilio abbia prodotto confusioni enormi, derive teologiche, abusi liturgici, interpretazioni arbitrarie e aperture al mondo spesso gravemente ambigue. È altrettanto vero che molti ambienti progressisti abbiano usato il Vaticano II come pretesto per spingere verso una trasformazione della Chiesa in senso sociologico, relativista e modernista.

    Quanto accaduto in Olanda dopo il Concilio, il progressivo svuotamento della fede in vaste aree europee, il cammino sinodale tedesco, le pressioni sul celibato sacerdotale, sul diaconato femminile, sulle benedizioni delle coppie irregolari e sull’autonomia episcopale, mostrano chiaramente quanto certe derive abbiano tentato — e tentino ancora oggi — di reinterpretare il cattolicesimo secondo categorie mondane.

    Ma da qui non si può arrivare alla conclusione che il Concilio Vaticano II sia da rigettare o che Roma abbia cessato di essere il centro visibile dell’unità cattolica.

    Ed è qui che si trova il vero nodo della questione.

    Il Vaticano II va letto correttamente: non secondo l’ermeneutica della rottura, ma secondo quella della continuità, come insegnò con chiarezza Benedetto XVI. Non esiste una “nuova Chiesa conciliare” separata dalla Chiesa cattolica di sempre. Esiste una sola Chiesa, che attraversa la storia con uomini santi e uomini fragili, con papi forti e papi deboli, ma sempre custodita da Cristo.

    Per questo considero profondamente sbagliata ogni impostazione che finisca, direttamente o indirettamente, per contrapporre la Tradizione al Papa o il Papa alla Tradizione.

    La Tradizione non è un museo fermo nel 1965.
    Ma non è neppure un contenitore elastico da adattare allo spirito del tempo.

    La Tradizione è la vita stessa della Chiesa che si sviluppa nella continuità della fede apostolica.

    Per questo sbagliano i modernisti quando usano il Concilio contro la Tradizione.
    E sbagliano anche coloro che usano la Tradizione contro il Concilio e contro il Papa.

    Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger compresero perfettamente le crisi del postconcilio e cercarono di correggere interpretazioni distorte senza però rompere con il Vaticano II. Benedetto XVI parlò infatti di “riforma nella continuità”, non di cancellazione del Concilio.

    Ed è significativo che proprio Benedetto XVI, pur revocando le scomuniche ai vescovi consacrati da Lefebvre, abbia comunque ribadito che la piena comunione ecclesiale richiede l’accettazione del Magistero e del Concilio interpretato correttamente.

    Questo è il punto decisivo:
    non si può difendere la Chiesa ferendo la sua unità visibile.

    Un’eventuale consacrazione episcopale senza mandato pontificio non sarebbe un semplice gesto disciplinare, ma un atto gravissimo contro la comunione ecclesiale, come già avvenne nel 1988.

    E attenzione: restare in comunione con il Papa non significa approvare ogni scelta prudenziale, ogni linea pastorale o ogni ambiguità che possa emergere nella vita ecclesiale.

    La storia della Chiesa è piena di santi, cardinali, teologi e vescovi che hanno resistito a errori, confusioni e derive restando però dentro la Chiesa e senza costruire realtà parallele.

    Si può criticare.
    Si può discutere.
    Si può perfino denunciare ciò che appare ambiguo o pericoloso.
    Ma non si può rompere il principio visibile dell’unità cattolica.

    Anche oggi, davanti alle pressioni progressiste di certa area tedesca, appare evidente che Leone XIV non abbia alcuna intenzione di oltrepassare determinati limiti dottrinali. E questo dimostra che la Chiesa non coincide con le spinte ideologiche di alcuni episcopati o di alcune correnti teologiche.

    La soluzione dunque non è rifugiarsi in un anti-conciliarismo permanente né in un progressismo mondano.

    La soluzione cattolica resta quella di sempre:
    fedeltà alla Tradizione, comunione con Pietro e interpretazione autentica del Concilio nella continuità della fede.

    Perché fuori da questa unità non nasce la restaurazione della Chiesa, ma il rischio concreto di creare nuove fratture.

    E alla fine la domanda resta sempre la stessa:

    “Ubi Petrus, ibi Ecclesia.”

    Non perché il Papa sia impeccabile o perfetto.
    Ma perché Cristo ha voluto che il principio visibile dell’unità della Chiesa passasse attraverso il ministero di Pietro e dei suoi successori.

  9. Forte dell’insegnamento di tanti buoni maestri antichi e recenti desidero condividere queste poche righe.

    Il mondo è una creatura e come tale è buono come l’Autore, Dio creatore. Però il mondo si è distaccato dalla sua origine divina. Il mondo che conosciamo e in cui siamo è per l’uomo anche occasione di peccato e di apostasia. Nella pienezza del tempo l’Agnello di Dio fin dalla fondazione, il Verbo, ha visitato il creato prendendovi carne umana redimendo l’umanità e la creazione. Tornato nella sua realtà spirituale celeste ha effuso il suo Spirito Santo per continuare l’opera della salvezza mediante i sacramenti, fino alla Parusia.

    In Dio l’eternità, nella creatura un divenire per congiungere il tempo all’eternità. L’immagine (eikon) otterrà la somiglianza (homoiosis) con Dio. Il nostro spirito vi era disposto fin dalla sua creazione, ma non l’ha ricevuto da subito. Serve un passo e quel passo dobbiamo volerlo noi anche se non possiamo farlo da soli, predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio (Rm 8,29). L’incarnazione del Verbo segna una svolta decisiva, un cambiamento radicale: se è vero che Dio nessuno l’ha visto, nella contemplazione dell’Unigenito vediamo il Padre.
    Certo, nel mistero: come scrisse Evagrio Dio non è né Uno matematicamente, né Trino numericamente. Ciò che è aritmetico può essere diviso e ciò che è numerico può essere addizionato (il tre sarebbe un passaggio in una progressione): Dio non si divide e non progredisce.

    I sacramenti in Cristo, i santi misteri, sono pura Grazia, azione dello Spirito Santo.

    La Chiesa, la Sposa di Cristo, è Immacolata. Lo è sempre, a dispetto dei peccatori che ne sono parte.
    Come è possibile? Perché la Chiesa è sacramento, un segno della Grazia che è mistero di Cristo.
    La Chiesa è la compagnia dei chiamati, quindi è il sì misericordioso di Dio all’umanità, un sì creativo e redentivo.
    La Chiesa è intuibile in quel sì di Dio, il sì della Grazia, come impronta di Dio che si rivela incarnandosi uomo.
    La compiacenza assoluta del Padre per l’Unigenito diventa costitutiva dell’azione dispensatrice dei sacramenti di Cristo.

    La Chiesa è il proseguimento della benevolenza che lega il Padre e il Figlio nello Spirito Santo.
    L’umanità che è la Chiesa, chiama tutti gli uomini, che sono peccatori e perduti, a potersi salvare lì e soltanto lì.
    La Chiesa Sposa è il luogo dell’unione con Cristo: perciò pura da ogni peccato, redenta da colui che il peccato lo porta su di sé per tutti.
    La Chiesa è immacolata perchè Sposa di Cristo e in Lui opera di Dio, generata dallo Spirito di Dio… la carità, la croce…

    Tramite la Chiesa, nei sacramenti, l’umanità riceve la vita redenta, il Cristo redentore: la comunione con il Padre, la remissione dei peccati.
    Tramite la Chiesa si è figli adottivi. Nella Chiesa abbiamo la comunione della preghiera e la comunione dei santi, nella vita eterna.
    Non possiamo non contemplare la Chiesa, amandola, malgrado la sporcizia che la infesta, malgrado il tradimento di noi singoli.
    Non possiamo non ammirare nella Chiesa il dispiegarsi storico della volontà di Dio, tra la pienezza dei tempi (2000 anni fa) e la parusia.

    E’ un mistero grande che non è anonimo, teorico o ideale, ma si personalizza nella realtà della sponsalità.
    Soltanto da Cristo, che dà la sua vita per lei in croce, può venire una Sposa Immacolata.
    La Chiesa è frutto di quel sacrificio di sangue, che ripresenta nell’Eucaristia e che rimette i peccati nel confessionale.
    La Chiesa è Immacolata per il sangue di Cristo che redime l’umanità che diventa Chiesa.

    Come diventare o essere Chiesa? Nella gioia in Cielo per il peccatore convertito, traducendo in noi la grazia di Dio.
    La Chiesa che chiamiamo santa è certamente popolata di peccatori, ma non per questo si può parlare di Chiesa peccatrice.

    Il problema è che chi è chiamato non è ancora diventato santo, ma nella Chiesa può santificarsi, cristificarsi e divinizzarsi.
    La Chiesa non è prodotta dagli uomini, non la generano né la natura, né la storia.
    Essendo opera della Trinità la sua “riforma” non passa dai nostri diuturni blabla, nè dalla paura che possa decadere e dissolversi.
    La promessa della sua indefettibilità è di fede (virtù teologale), cioè di Dio.

    La Chiesa è già animata da Cristo, è istantaneamente nell’eternità di Dio, il suo eterno presente.
    A doversi riformare è il singolo credente, che non è ancora santo, che non sa che cosa farsene delle beatitudini e dei doni divini.
    Nella Chiesa non c’è una santità anonima: ci sono i santi con nome e cognome. Pochi o tanti, quelli sono.
    Nella Chiesa non c’è una santità oggettiva, ma la santità dei santi, con i loro passaggi (ad esempio Sant’Agostino o San Paolo).

    La santità della Chiesa esiste nel diventare ognuno più santo, a immagine e somiglianza del Cristo, nella pienezza di Grazia di Maria.
    Ogni nostro peccato ferisce la Chiesa.
    Non riusciremo a offuscarne tutta la santità dei santi, ma toglieremo bellezza al pezzetto di Chiesa che siamo.

    Allora la Chiesa è santa in Cristo, attraverso la Beata Vergine e i santi di ogni tempo: sta a noi mettere i piedi nel solco di quella traccia.
    La santità è comunione in Cristo, il peccato la impedisce, la santità della Chiesa detesta il peccato.

  10. Don Amedeo a Tosatti
    Poiché non riesco a entrare nel blog scrivo la Lei.
    Mascarucci che è persona di valore crede di conoscere lo spirito di Papa Ratzinger? Ratzinger oggi , dopo l’incubo di Bergoglio , ringrazierebbe Lefrbvre e la resistenza dei lefebvriani. Sonoro che salveranno la chiesa cattolica apostolica . Certo non Fernandez e zuppi , ma veramente li ascoltiamo ? Fernandez che dà ordini al Papa e Zuppi che chiede più 8pwrmille per finanziare le ong di Casarini ?
    Io , prete , darò 8 per mille dei miei parenti alla chiesa ortodossa rumena , basta !! Questa chiesa postbergogliana è peggio di quella ariana o catara
    O persino calvinista .

  11. Jorge Luis Santodomingo

    Il tuo articolo è molto valido, ma il problema è talmente complesso che soluzioni semplicistiche, alla Salomone, risultano impraticabili. “Per gli uomini è impossibile, ma non per Dio”. Il cardinale belga Leo Suenens, negli ultimi giorni del Concilio Vaticano II, pronunciò euforicamente una frase che si sarebbe rivelata profetica: “Il Concilio è la Rivoluzione francese all’interno della Chiesa”. La frattura è stata (ed è) così profonda che quando (il cardinale Fernández) dichiara di dover accettare il Vaticano II, cosa significa? Beh, tutto è “ambiguo”. Certamente, la Messa è un elemento centrale, ma non l’unico. Sessant’anni dopo, ne vediamo i frutti “marci”. Qualcuno ha detto: “Non si torna indietro dal ridicolo”; e non si torna nemmeno dall’apostasia e dall’eresia.

  12. Jorge Luis Santodomingo

    Il tuo articolo è molto valido, ma il problema è talmente complesso che soluzioni semplicistiche, alla Salomone, risultano impraticabili. “Per gli uomini è impossibile, ma non per Dio”. Il cardinale belga Leo Suenens, negli ultimi giorni del Concilio Vaticano II, pronunciò euforicamente una frase che si sarebbe rivelata profetica: “Il Concilio è la Rivoluzione francese all’interno della Chiesa”. La frattura è stata (ed è) così profonda che quando (il cardinale Fernández) dichiara di dover accettare il Vaticano II, cosa significa? Beh, tutto è “ambiguo”. Certamente, la Messa è un elemento centrale, ma non l’unico. Sessant’anni dopo, ne vediamo i frutti “marci”. Qualcuno ha detto: “Non si torna indietro dal ridicolo”; e non si torna indietro nemmeno dall’apostasia e dall’eresia.

  13. Ma che bella fiaba racconta Mascarucci!
    Tutte persone in perfetta buona fede, che cercano solo il bene della Chiesa…
    Qualcuno se la può anche bere.
    Ma fortunatamente don Pagliarani è saldamente fondato sulla roccia, e questa vera e propria lectio magistralis di teologia cattolica lo dimostra:

    https://www.aldomariavalli.it/2026/05/14/don-pagliarani-fsspx-dichiarazione-di-fede-cattolica-rivolta-a-papa-leone-xiv/

    Una splendida successione di schiaffi in faccia a Prevost e Tucho, nemici giurati della Chiesa di Cristo, perfetti esecutori del piano di Bergoglio.
    La speranza per la Chiesa di Cristo è solo nella FSSPX e nella Familia Christi di Mons. Viganò.

    1. Don Pietro Paolo

      Caro Gianfranco,

      ho letto la professione di fede di don Pagliarani e le posizioni di Mons. Viganò. Proprio per questo non mi impressionano certi toni solenni: il problema non è quanto cattoliche suonino le parole, ma quale ecclesiologia vi stia sotto.

      E lì il nodo è grave.

      Si può denunciare il modernismo, criticare gli abusi postconciliari, contestare ambiguità pastorali. Ma quando la Tradizione viene usata per processare sistematicamente Roma, il Papa e il Magistero vivente, non siamo più davanti alla difesa della fede: siamo davanti alla costruzione di un tribunale parallelo contro la Chiesa.

      Pagliarani può anche recitare formule impeccabili; ma se poi la conclusione pratica è che l’obbedienza a Pietro vale solo quando Pietro conferma le proprie tesi, allora quella non è Tradizione cattolica: è tradizionalismo autoreferenziale.

      Quanto a Viganò, il caso è ancora più lampante. Un ex nunzio che finisce per presentare Roma quasi come una centrale anticristica non sta salvando la Chiesa: sta alimentando una mentalità scismatica, anche quando la veste di parole devote.

      La Chiesa non si salva fondando “riserve indiane” di presunti puri contro il Papa. E non basta gridare “Tradizione” per essere nella Tradizione.

      Perché la Tradizione cattolica non è contro Pietro.È con Pietro, sotto Pietro e nella comunione visibile della Chiesa.

      Il resto, mi permetta, non è roccia.È sabbia ben incensata.

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