“Gareggiavano in Crudeltà”. Un Medico Palestinese Racconta della Prigione Israeliana. Haaretz.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie, sul suo profilo Substack, che vi suggeriamo di visitare. Buona lettura e diffusione.

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«Facevano a gara di crudeltà»: un medico palestinese racconta i suoi 127 giorni in prigione

Haaretz 6 novembre, una testimonianza molto importante. Articolo di Amira Hass

Vi propongo questa traduzione, sono documenti che un giorno saranno importanti. Quando la comunità internazionale scoprirà improvvisamente il genocidio e si affannerà nelle condanne dicendo “di essere sempre stati contro”.

Il dottor Mazen Rantisi, medico di famiglia di Ramallah, è stato rilasciato alla fine di ottobre. Racconta l’epidemia di scabbia e i tormenti subiti da lui e dagli altri prigionieri. Le guardie «dimostrano la propria lealtà esibendo trattamenti crudeli; è come se ci fosse una competizione».

I 127 giorni che Mazen Rantisi, medico di famiglia palestinese, ha trascorso in una prigione israeliana sono stati sufficienti a farlo uscire con lo stesso aspetto degli altri palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane negli ultimi tre anni. È uscito emaciato, indossando infradito, pantaloni grigi della tuta e una maglietta bianca (gli abiti e le scarpe che i prigionieri indossano al momento dell’arresto vengono loro confiscati e non restituiti), grattandosi incessantemente; il suo sguardo esprimeva contemporaneamente diverse cose: shock, tristezza e ansia, lo sconcerto per il fatto che il mondo continuasse come sempre, e gioia. Soltanto una contusione sanguinante sulla fronte lo distingueva dagli altri.

 

Il periodo di detenzione, compreso fra il suo arresto il 21 giugno e il rilascio, avvenuto meno di due settimane fa, il 25 ottobre, è stato sufficientemente lungo perché, quando è uscito a passeggiare nel suo quartiere di Ramallah, camminasse involontariamente con la schiena curva e la testa abbassata. È questa la postura dolorosa che il Servizio penitenziario israeliano impone ai prigionieri palestinesi, con mani e piedi incatenati, durante i trasferimenti da una parte all’altra della prigione.

D’altra parte, la sua permanenza in due carceri (Ofer e Nafha) è stata relativamente breve, tanto che si è vergognato del fatto «che io venga rilasciato mentre i giovani che erano con me nelle celle, e che spesso mi hanno protetto, rimangano dentro».

In quanto medico convinto che «l’umanità sia uno dei fondamenti della nostra professione», ha prestato particolare attenzione al personale sanitario.

«C’era un giovane medico buono», racconta. «Non diceva nulla, ma nei suoi occhi vedevo dolore e compassione. Non gridava come gli altri. Gli ho chiesto un lassativo e me l’ha dato. Al contrario, nella nostra cella c’era un diabetico che non riceve il collirio dalla fine del 2023. Ha perso la vista da un occhio e sono convinto che presto perderà anche quella dell’altro».

Rantisi, 71 anni, conosciuto come «il medico dei poveri» per le tariffe molto basse che applica nel suo ambulatorio privato, afferma che i medici del Servizio penitenziario israeliano «non forniscono ai prigionieri palestinesi una vera cura contro la scabbia», la malattia infettiva provocata da minuscoli parassiti che scavano cunicoli nello strato superiore della pelle e vi depongono le uova.

Negli ultimi tre anni, la scabbia è diventata un’epidemia nel sistema carcerario israeliano e, di per sé, uno strumento di tortura. Rantisi ritiene che tutti i prigionieri palestinesi siano infetti, anche se circa un quinto di loro non presenta sintomi.

«I medici controllano soltanto le nostre mani e si rifiutano di esaminare le altre parti del corpo. Questo non è un esame. I ragazzi gridano dall’interno delle celle verso il corridoio: “Abbiamo la scabbia, dateci delle medicine”, ma non le ricevono».

«Quando si verifica un’epidemia diffusa di scabbia in luoghi chiusi e sovraffollati, la prassi standard consiste nel trattare tutti con farmaci per via orale».

Lo stesso Rantisi ha ricevuto una compressa circa due mesi dopo l’arresto, quando era già infetto. Né lui né gli altri prigionieri hanno ricevuto la seconda dose, che normalmente viene somministrata una o due settimane dopo.

«Soprattutto in una situazione epidemica, tutti dovrebbero ricevere contemporaneamente il secondo trattamento, ma questo in prigione non accade. Le cure vengono somministrate in maniera sporadica», spiega.

Anche la crema antiparassitaria e la pomata per alleviare il prurito incessante, che impedisce di dormire, vengono fornite raramente nelle carceri, e soltanto a una minoranza dei pazienti.

«Una volta, nella prigione di Ofer, un infermiere perbene mi ha dato un po’ di pomata», ricorda.

La pulizia è una condizione fondamentale per guarire da un’epidemia e arrestarne la diffusione. Eppure, il Servizio penitenziario israeliano fornisce ai nuovi detenuti vestiti e coperte che, a giudicare dall’odore, erano già stati utilizzati e non erano stati lavati. Ciascun prigioniero lava da sé i propri indumenti, un’uniforme carceraria, una tuta e uno o due paia di biancheria intima, e li indossa quando sono ancora umidi. Inoltre, i sottili materassi di gommapiuma forniti ai prigionieri emanano un cattivo odore.

A parte un flacone di shampoo per lavarsi, nella stanza non ci sono prodotti per la pulizia e, quando lo shampoo finisce, le guardie non ne forniscono immediatamente un altro.

Il tempo concesso per fare la doccia è molto breve. I prigionieri vengono frequentemente trasferiti da una cella all’altra; durante l’ultimo dei suoi sei trasferimenti, a Rantisi è stato sottratto lo spazzolino da denti, che non gli è stato restituito.

Nelle celle non ci sono detersivi né strumenti per pulire: nessuna scopa, nessuno straccio, nessun tergipavimento.

«È impossibile che i medici e gli infermieri ignorino questa situazione», afferma Rantisi.

Quando Rantisi è stato trasferito dalla prigione di Ofer, a nord dell’insediamento di Givat Ze’ev, alla prigione di Nafha (a nord di Mitzpe Ramon), è stato condotto, incatenato come di consueto, a un colloquio di valutazione con una psicologa.

«Mi ha detto che era dispiaciuta per la situazione e mi ha chiesto se volessi dell’acqua. Non mi ha tolto le manette, che mi tenevano le mani dietro la schiena, e ha sostenuto lei il bicchiere d’acqua perché potessi bere».

La cita come esempio del fatto che anche coloro che mostrano umanità sono limitati dagli ordini impartiti dall’alto. Tuttavia, la sua impressione complessiva del personale del Servizio penitenziario israeliano è che «vogliano dimostrare la propria lealtà esibendo trattamenti crudeli nei nostri confronti. È come se ci fosse una competizione fra loro per vedere chi riesce a essere più crudele. Alcune infermiere ci gridavano contro persino più delle guardie».

Ha osservato che, quando era presente una guardia donna, le guardie uomini sentivano il bisogno di mostrarsi ancora più ostili.

Menziona con sorpresa le lunghe unghie delle guardie donne, «che, mentre ci gridavano contro, erano circondate da una nuvola di profumo che ci faceva tossire tutti».

Tra i prigionieri circolava la voce che il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir avesse regalato loro costose bottiglie di profumo.

Rantisi afferma che era evidente come alcune guardie fossero lì soltanto per guadagnarsi da vivere, ma ritiene che la maggioranza traesse piacere dal potere che esercitava, cosa che lo ha portato a concludere che alcuni di loro avessero subito abusi durante l’infanzia.

«“Non guardarmi, abbassa gli occhi”, ci gridano. Ci colpiscono e ci prendono a calci quando siamo ammanettati. Di notte passano davanti alla cella e battono sulla porta per svegliarci. Spengono la luce la sera durante i pasti e poi, di notte, la accendono e la spengono ogni mezz’ora. Se la spegniamo noi, minacciano di spruzzarci lo spray al peperoncino. Per dormire dobbiamo coprirci la testa con una coperta che puzza di urina».

Anche in questo caso Rantisi ricorda le poche guardie perbene: quelle che non insultavano, quelle che spegnevano la luce durante la notte. Quelle che ammanettavano le mani dei prigionieri davanti, anziché dietro la schiena.

Nella prigione di Ofer soltanto un detenuto era più anziano di Rantisi, mentre a Nafha era il più anziano di tutti.

Dai giovani prigionieri ha imparato a non lasciarsi turbare troppo dalle grida e dagli insulti delle guardie.

«Non stava insultando te, stava insultando l’altra guardia», gli dicevano, oppure cercavano di trovare una «giustificazione» per lo scatto d’ira della guardia, dicendogli: «Lascialo stare, sua moglie si è arrabbiata con lui stamattina».

Non sa perché, ma le guardie si erano infuriate particolarmente per una «torta» di compleanno che i giovani prigionieri avevano improvvisato sovrapponendo diversi strati di fette di pane spalmate di tahina e marmellata, che avevano conservato per diversi giorni sottraendole alle loro misere razioni.

«Quando le guardie hanno scoperto la “torta”, sono impazzite e hanno picchiato i prigionieri», racconta, aggiungendo:

«Tre mesi e mezzo fa, come per la maggior parte del cibo che ci veniva dato, non sarei riuscito nemmeno a convincermi ad assaggiarla».

Ma la fame lo ha costretto a mangiare quel cibo scarso e raffermo, il cui colore, la cui consistenza e il cui odore erano ripugnanti.

A volte alcuni dei giovani, preoccupati per la sua salute perché si stava indebolendo rapidamente, gli davano un uovo per rinforzarlo.

Nella prigione di Nafha, un detenuto nella cella accanto soffriva di crisi convulsive e vertigini. I suoi compagni di cella si sono fatti prendere dal panico e hanno gridato i sintomi a Rantisi, che ha individuato il problema e li ha tranquillizzati.

Subito dopo, però, hanno dovuto uscire nel cortile per il periodo di passeggio.

Alcuni prigionieri hanno sostenuto l’uomo malato e lo hanno adagiato a terra.

«Nel cortile non è consentito sedersi, non è consentito fermarsi nemmeno per un momento, quindi, soprattutto sotto il sole e quando siamo così deboli, uscire non è riposo, è tortura», spiega Rantisi.

Sono immediatamente comparsi una guardia e una guardia donna, che hanno cominciato a gridare contro coloro che avevano violato gli ordini, estraendo gli spray al peperoncino.

Rantisi è intervenuto, ha detto di essere un medico e ha cercato di spiegare quale farmaco avrebbe dovuto essere somministrato al detenuto malato.

Secondo il suo racconto, i due hanno riso di lui, ma alla fine non hanno utilizzato lo spray al peperoncino.

Il giovane non ha ricevuto il farmaco.

Lo spray al peperoncino è un’altra forma comune di tormento inflitta ai prigionieri.

«Quando lo spruzzano, fuggiamo all’altra estremità della cella, ci copriamo la testa e continuiamo a soffrire per il bruciore e il soffocamento per altre due o tre ore», racconta Rantisi.

«Poi dobbiamo pulire i residui dal pavimento. Ci versiamo sopra dell’acqua e strofiniamo con le infradito, dirigendo l’acqua verso il gabinetto».

Nel suo ultimo giorno di prigionia, soltanto l’intervento dei giovani detenuti lo ha salvato da questa tortura.

È accaduto nella «sala d’attesa», dove i prigionieri aspettano di incontrare un avvocato o di partecipare a un’udienza davanti al tribunale militare tramite videoconferenza.

Il tempo d’attesa, prima e dopo l’evento vero e proprio, può arrivare fino a dodici ore.

Tutti siedono ammassati su panche di cemento, con i piedi incatenati e le mani ammanettate dietro la schiena.

«Non puoi grattarti, e le vesciche della scabbia prudono e sanguinano, così ci contorciamo e ci strofiniamo gli uni contro gli altri nel tentativo di alleviare l’irritazione», racconta Rantisi, mostrando anche fisicamente ciò che intende.

Spesso le guardie stringono eccessivamente le manette, fabbricate in Inghilterra, fa notare.

«Non beviamo per tutta la giornata prima dell’attesa, perché ogni volta che dobbiamo andare in bagno è umiliante. Aspettiamo due ore prima che ci permettano di urinare e nemmeno allora ci tolgono le manette».

L’attesa era così tormentosa che una volta ha chiesto a un avvocato del Comitato pubblico contro la tortura di non tornare più a trovarlo.

Il 25 ottobre, quando è stato prelevato dalla cella prima delle cinque del mattino e condotto nella sala d’attesa, sapeva che entro poche ore il tribunale avrebbe accettato il patteggiamento raggiunto fra l’avvocato difensore e la procura militare: l’ammissione di appartenenza a un’associazione illegale (l’Unione dei comitati per il lavoro sanitario, Union of Health Work Committees) e una pena detentiva pari ai giorni già trascorsi in carcere, oltre a una multa di 100.000 shekel «che abbiamo raccolto grazie ad amici e familiari».

L’udienza si è svolta intorno alle nove del mattino, nella stanza appositamente destinata.

Sulla strada del ritorno verso la «sala d’attesa» ha cominciato a soffocare leggermente e gli bruciavano gli occhi.

Si è scoperto che, durante la sua assenza, le guardie avevano spruzzato spray al peperoncino sui prigionieri perché stavano parlando fra loro.

«Nella sala d’attesa è vietato parlare. Rimaniamo in silenzio per mezz’ora, poi cominciamo a parlare sottovoce. Dopotutto, persino un gallo chiuso in gabbia canta», spiega Rantisi.

Mentre si trovava ancora fuori dalla cella, ha visto uno dei prigionieri con il volto «rosso come un pomodoro» e una guardia che indossava una maschera antigas.

I giovani, soffocando e con gli occhi pieni di lacrime, hanno cominciato a gridare: «Non fatelo entrare, è vecchio, morirà».

Per Rantisi, che temeva che sarebbero stati puniti per aver osato avanzare una richiesta, questo è stato un ulteriore motivo per sentirsi orgoglioso di quei giovani.

Rantisi è stato effettivamente riportato nella stanza dalla quale aveva seguito l’udienza e, da lì, dopo diverse ore di attesa, è stato condotto a piedi, bendato e con mani e piedi incatenati, fino alla vicina prigione di Ramon.

La distanza gli è sembrata immensa e piena di ostacoli: una pozzanghera d’acqua, mucchi di immondizia, fango.

Nel cortile della prigione di Ramon, la guardia che lo teneva lo ha spinto con forza, «e sono caduto in avanti, battendo la fronte, e ho letteralmente visto le stelle».

In qualche modo è riuscito a rialzarsi e a raggiungere la stanza dove si svolgeva l’ultimo controllo.

Lì gli è stato imposto di piegarsi in avanti da nudo per tre volte, con le natiche rivolte verso le guardie.

Nella minuscola cella che ospitava i prigionieri in attesa del rilascio c’era un ragazzo i cui lineamenti hanno fatto capire immediatamente a Rantisi che apparteneva alla famiglia Tamimi, del villaggio di Nabi Saleh.

Il ragazzo gli ha chiesto della ferita recente e sanguinante sulla fronte e, quando Rantisi gli ha raccontato cos’era successo, gli ha detto: «Devi segnalarlo al direttore. Non per te stesso, ma perché non succeda agli altri».

Rantisi ha seguito il consiglio del ragazzo e ha riferito al direttore della struttura che una guardia lo aveva spinto.

Secondo Rantisi, il direttore gli ha risposto: «Sei un bugiardo».

Il Servizio penitenziario israeliano ha fornito a Haaretz esattamente la stessa risposta, parola per parola, che aveva trasmesso alle precedenti richieste di commento relative ad altri articoli di Haaretz:

«Le affermazioni descritte sono inesatte, prive di fondamento fattuale e costituiscono parte della campagna diffamatoria contro lo Stato di Israele e le sue istituzioni giuridiche in tutto il mondo. Il Servizio penitenziario israeliano opera conformemente alle disposizioni di legge, agli ordini e alle procedure obbligatorie, ed è sottoposto al controllo e alla supervisione degli organismi autorizzati. Tutti i prigionieri ricevono le necessarie condizioni di vita, strutture igieniche e cure mediche conformemente alla legge e al giudizio professionale del personale competente».

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