Maria nel Disegno della Redenzione. “Fate Quello che vi Dirà”. Giulio Ferri (IV Parte).

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Giulio Ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ruolo di Maria nella redenzione. Buona lettura e condivisione.

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MARIA NEL DISEGNO DELLA REDENZIONE

 

Un percorso biblico, teologico e mistico alla scoperta del posto di Maria nel disegno della Redenzione. Dalla Genesi all’Apocalisse, attraverso la Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa, seguiremo il mistero della Donna unita al Figlio nel compimento della salvezza.

«Fate quello che vi dirà»

di Giulio Ferri

Dopo l’Annunciazione, il Vangelo ci conduce a Cana di Galilea. È un passaggio breve, ma decisivo. A Nazareth Maria aveva accolto nella fede il mistero dell’Incarnazione; a Cana la ritroviamo dentro una situazione concreta della vita degli uomini, davanti a una necessità che non riguarda direttamente lei. «Non hanno più vino» (Gv 2,3): sono poche parole, quasi una semplice constatazione, ma in esse si apre una delle pagine più profonde della mariologia.

Maria vede ciò che manca.

Non è soltanto la sensibilità di una donna attenta alle necessità degli altri. Nel racconto di Giovanni, Maria appare come colei che sa riconoscere una situazione di bisogno e la porta davanti al Figlio. Non formula una richiesta esplicita, non pretende un intervento, non suggerisce a Gesù ciò che dovrebbe fare. Dice semplicemente: «Non hanno più vino». Presenta una necessità e la affida al Figlio.

È già una forma di intercessione. E proprio qui Cana rappresenta uno sviluppo importante rispetto all’Annunciazione. A Nazareth Maria aveva pronunciato il suo «fiat» davanti a Dio che le chiedeva di accogliere il mistero dell’Incarnazione; a Cana la vediamo esercitare, in qualche modo, quella maternità che ormai la lega non soltanto a Gesù, ma anche alle necessità degli uomini. La sua maternità comincia a manifestare una dimensione che oltrepassa la sola relazione familiare.

Ma dobbiamo procedere con cautela. Il Vangelo non presenta Maria come una potenza indipendente, capace di ottenere qualcosa da Dio per propria autorità. Al contrario, tutto il racconto di Cana conduce verso Gesù. Maria non prende il posto del Figlio: porta al Figlio ciò che ha visto. La sua grandezza consiste proprio nel non trattenere presso di sé ciò che riceve, ma nel trasformare la propria presenza in un orientamento verso Cristo.

È una dinamica che la Chiesa ha riconosciuto costantemente. La mediazione di Maria, infatti, non è una mediazione concorrente con quella di Cristo, ma una partecipazione subordinata e dipendente dalla sua unica mediazione. Il Concilio Vaticano II insegna che ogni influsso salvifico della Vergine verso gli uomini «sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo», si fonda sulla sua mediazione e da essa trae tutta la propria efficacia.[1]

Questa precisazione non è una semplice cautela terminologica. È il principio che permette di comprendere tutta la questione mariana senza cadere in due errori opposti. Da una parte, si potrebbe pensare che, poiché Cristo è l’unico Salvatore, Maria non abbia alcuna reale funzione nell’economia della salvezza. Dall’altra, si potrebbe attribuire a Maria una funzione parallela o autonoma rispetto a quella del Figlio. Entrambe le posizioni impoveriscono il mistero.

La fede cattolica custodisce invece una realtà più sottile e più grande: Cristo è l’unico Redentore, ma vuole associare realmente delle creature alla sua opera.

Lo vediamo già nella vita della Chiesa. Dio potrebbe evangelizzare senza gli evangelizzatori, santificare senza i santi, consolare senza chi consola, perdonare senza il ministero della Chiesa. E tuttavia ha scelto di coinvolgere gli uomini nella diffusione della sua grazia. La sovranità di Dio non viene diminuita dalla cooperazione delle creature; al contrario, si manifesta anche nella libertà con cui egli le rende partecipi della propria opera.

Maria, in questo senso, occupa un posto assolutamente singolare.

A Cana questa singolarità emerge attraverso una parola che potrebbe sembrare, a prima vista, sorprendente: «Donna». «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). Il termine non è un semplice modo di rivolgersi alla madre. Nel Vangelo di Giovanni ritornerà al Calvario, quando Gesù dirà: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26). La ripetizione non può essere casuale.[2]

Cana e Calvario sono così collegati da una parola: Donna.

Ma sono collegati anche da un’altra parola: ora. A Cana Gesù dice che la sua ora non è ancora giunta; sul Calvario, invece, l’ora è arrivata. Giovanni presenta tutta la missione pubblica di Cristo come un cammino verso quell’ora nella quale il Figlio glorifica il Padre attraverso il dono totale di sé. Cana è quindi collocata all’inizio di un itinerario che conduce alla Croce.

Maria è presente all’inizio di questo itinerario e sarà presente alla sua conclusione.

Non possiamo comprendere pienamente la scena di Cana se la separiamo dalla Croce. E non possiamo comprendere la presenza di Maria sotto la Croce se dimentichiamo ciò che era già stato anticipato a Cana. Il quarto Vangelo sembra costruire deliberatamente un arco narrativo e teologico nel quale la «Donna» è presente accanto al Figlio nell’inizio e nel compimento della sua «ora».

È un particolare che acquista ancora maggiore significato alla luce della Tradizione biblica e patristica. La donna della Genesi, la donna dell’Annunciazione e la donna di Cana e del Calvario vengono progressivamente ricondotte a una medesima figura nella comprensione cristiana della storia della salvezza. La Nota dottrinale Mater Populi fidelis del Dicastero per la Dottrina della Fede ha recentemente richiamato proprio questo filo biblico: Maria è prefigurata nella promessa di Genesi 3,15 e viene chiamata «Donna» da Gesù sia a Cana sia sulla Croce.[3]

Non si tratta di costruire artificialmente una corrispondenza dove il testo biblico non la permette. Si tratta piuttosto di riconoscere una logica interna alla Rivelazione. La Scrittura non presenta gli episodi mariani come frammenti isolati. La promessa della Genesi, l’Annunciazione, Cana e il Calvario possono essere letti come momenti successivi di un unico disegno nel quale Dio associa una donna all’opera del Figlio.

A Cana, tuttavia, Maria non comprende ancora tutto ciò che sta accadendo. Anche questo è importante. La fede di Maria non coincide con una conoscenza anticipata di ogni dettaglio del piano divino. Ella vive nella fede, come ogni creatura, e cresce dentro il mistero.

La sua grandezza non consiste nel possedere Dio, ma nel fidarsi di Dio.

Questo vale anche per il dialogo con Gesù. «Non hanno più vino» non è un ordine. È una consegna. Maria espone la necessità e accetta che sia il Figlio a decidere che cosa fare. Persino davanti alla risposta di Gesù non manifesta irritazione o delusione. Non cerca di forzare la situazione. Non pretende di conoscere l’«ora».

Eppure, immediatamente dopo, si rivolge ai servi.

«Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).

Queste parole sono il centro spirituale dell’intero episodio.

Maria non dice: «Fate quello che vi dico». Non chiede di obbedire a lei. Non pone se stessa tra i servi e Cristo come una mediatrice che assorbe la loro relazione con il Signore. Al contrario, la sua parola è quasi una freccia che indica una sola direzione: Gesù.

La vera maternità di Maria è questa: condurre al Figlio.

Per questo Cana è un episodio fondamentale per comprendere anche il senso autentico della devozione mariana. Se una devozione a Maria finisse per rendere meno immediata l’unione con Cristo, avrebbe tradito la propria ragione d’essere. Il Concilio Vaticano II afferma esattamente il contrario: l’influsso materno di Maria non ostacola l’unione immediata dei credenti con Cristo, ma la favorisce.[4]

Maria non è una deviazione dal cammino verso Cristo.

Maria è la Madre che insegna a camminare verso Cristo.

Questo principio spiega perché la Chiesa possa rivolgersi a lei con tanta fiducia senza mai porla sul piano del Figlio. La preghiera mariana non è un’alternativa alla preghiera cristiana; è una forma nella quale la Chiesa riconosce la maternità spirituale ricevuta da Maria. Quando la Chiesa invoca Maria, non sta cercando un altro Salvatore. Sta chiedendo l’intercessione di colei che, più di ogni altra creatura, è stata unita al Salvatore.

Cana rende visibile proprio questa dinamica. Maria vede il bisogno. Maria lo presenta. Maria indica Cristo. Cristo agisce.

Il miracolo non viene attribuito a Maria. È Gesù che ordina ai servi di riempire le anfore, è Gesù che trasforma l’acqua in vino, è Gesù che manifesta la propria gloria. Il Vangelo conclude infatti: «Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11).[5]

La direzione del racconto è quindi inequivocabile. Maria è presente, intercede, orienta, ma il protagonista della salvezza è Cristo.

Questo non rende marginale la presenza della Madre. La rende, piuttosto, misteriosamente significativa. Perché Dio avrebbe potuto compiere il segno senza Maria, eppure ha voluto che Maria fosse lì. La sua presenza non è necessaria alla potenza di Cristo, ma è voluta dalla libertà del disegno divino.

È precisamente ciò che il Concilio Vaticano II intende quando parla della cooperazione di Maria. La Vergine, dice Lumen gentium, fu «generosamente associata» all’opera del Salvatore in modo del tutto singolare. Cooperò mediante la sua obbedienza, la sua fede, la sua speranza e la sua carità.[6]

La parola decisiva è cooperò. Non «salvò». Non «redense». Non «sostituì». Cooperò.

Il verbo permette di tenere insieme due verità che non devono mai essere separate: la sovrana unicità dell’opera di Cristo e la reale partecipazione della creatura. Maria non è una seconda fonte della Redenzione. È la creatura nella quale la cooperazione alla grazia raggiunge una forma incomparabile.

A questo punto si apre una questione filosofica e teologica di grande importanza. Che cosa significa realmente «cooperare» con Dio?

Se Dio è onnipotente e la Redenzione è opera sua, la collaborazione della creatura è forse soltanto apparente? Se invece è reale, Dio avrebbe avuto bisogno di Maria?

La risposta della fede è paradossale: Dio non aveva bisogno di Maria, ma ha voluto Maria.

E proprio qui si manifesta la differenza tra necessità e volontà divina. Dio non è costretto dalle creature. Non dipende da esse come da qualcosa che gli manca. Ma può liberamente stabilire che la sua opera passi anche attraverso la risposta libera delle creature. La cooperazione, allora, non nasce da una insufficienza di Dio, ma dalla sovrabbondanza del suo amore.

La creatura diventa realmente partecipe senza diventare causa autonoma della salvezza.

Questo principio è fondamentale per comprendere Maria e, più in generale, la vocazione cristiana. Ogni cristiano è chiamato a cooperare alla grazia ricevuta: pregando, evangelizzando, soffrendo, amando, offrendo la propria vita. Nulla di tutto questo aggiunge qualcosa all’efficacia intrinseca della Croce di Cristo; e tuttavia Dio vuole che l’uomo partecipi liberamente alla diffusione dei frutti della Redenzione.

In Maria questa cooperazione assume una forma unica perché unica è la sua relazione con il Redentore.

Il suo «fiat» all’Annunciazione non è un episodio isolato. È l’inizio di una disponibilità che attraversa tutta la sua esistenza. Ella accoglie il Figlio, lo genera, lo nutre, lo presenta al Tempio, lo accompagna nella vita nascosta, lo segue fino alla sua manifestazione pubblica e rimane con lui nell’ora della Croce. Il Concilio Vaticano II vede in questa continuità la ragione per cui la maternità di Maria nell’ordine della grazia si estende dall’Annunciazione fino al compimento degli eletti.[7]

Cana, quindi, non inaugura qualcosa che prima non esisteva. Rende visibile qualcosa che era già presente nel «fiat» di Nazareth.

A Nazareth Maria aveva detto sì alla volontà di Dio. A Cana insegna agli altri a dire sì alla volontà di Cristo.

Il movimento è straordinariamente coerente. Prima Maria ascolta. Poi accoglie. Poi genera. Poi intercede. Infine conduce altri all’obbedienza.

È una progressione che mostra come la maternità spirituale nasca dalla maternità divina e si apra progressivamente alla Chiesa.

Per questo il «Fate quello che vi dirà» non è soltanto una frase rivolta ai servi di Cana. È una parola che attraversa i secoli. È quasi la sintesi della missione materna di Maria nella vita cristiana. Ella non trattiene il discepolo presso di sé, ma lo conduce alla voce del Figlio.

E questo ha anche una dimensione mistica.

L’anima cristiana, infatti, è continuamente tentata di sostituire l’ascolto con il proprio progetto. Vorrebbe sapere prima che cosa Dio farà, vorrebbe possedere una risposta prima di aver ascoltato la parola, vorrebbe controllare il percorso della grazia. Maria insegna il contrario. Prima di tutto si ascolta Cristo. Poi si obbedisce.

«Fate quello che vi dirà».

Non «fate quello che capirete». Non «fate quello che vi sembrerà ragionevole». Non «fate quello che vi garantirà il risultato». Fate quello che vi dirà.

È una spiritualità dell’affidamento.

Ma è anche una spiritualità profondamente realistica. Maria non ignora il problema del vino che manca. Non spiritualizza prematuramente la necessità concreta. La vede. La prende sul serio. La porta a Gesù. La fede cristiana non consiste nel negare le necessità della vita, ma nel portarle davanti a Cristo.

Maria è dunque una madre che vede, una madre che intercede, una madre che orienta. Questi tre verbi descrivono già una parte essenziale della sua funzione nella Chiesa. Vede perché la sua carità è attenta. Intercede perché la sua maternità non è passiva. Orienta perché ogni sua azione è finalizzata all’incontro con Cristo.

La Nota dottrinale Mater Populi fidelis sottolinea proprio la natura materna della mediazione di Maria. A Cana ella presenta a Gesù le necessità degli sposi e poi invita i servi a seguire le indicazioni del Figlio. La sua mediazione, pertanto, non viene descritta come una comunicazione autonoma della grazia, ma come una forma di intercessione e di cooperazione subordinata a Cristo.[8]

È una distinzione di enorme importanza.

Quando diciamo che Maria «ottiene» una grazia, dobbiamo intendere il verbo nel senso della preghiera d’intercessione, non nel senso di una fonte autonoma della grazia. Maria può intercedere perché Cristo ha voluto associarla alla sua opera; non perché possieda in proprio ciò che appartiene esclusivamente a Dio.

La grazia rimane sempre grazia di Dio.

Il cuore della fede cristiana non cambia: Dio salva; Cristo redime; lo Spirito Santo santifica. Maria coopera a questa opera per disposizione divina e nella misura stabilita dalla grazia. Il suo compito è reale, ma derivato. È grande, ma dipendente. È unico, ma non concorrente.

Questa distinzione diventerà decisiva quando, nel prosieguo del nostro cammino, dovremo affrontare titoli mariani molto più impegnativi, come «Mediatrice di tutte le grazie» e soprattutto «Corredentrice». Non sarebbe teologicamente corretto arrivare a quei titoli saltando il passaggio di Cana. Prima di discutere le parole, dobbiamo comprendere la realtà che esse cercano di esprimere.

E Cana ci offre precisamente una realtà: Maria è associata al Figlio e coopera alla sua opera attraverso una presenza materna, intercedente e orientata interamente a Cristo.

Il termine «mediazione», tuttavia, deve essere utilizzato con grande precisione. San Giovanni Paolo II spiegò che il Concilio Vaticano II aveva accolto il titolo di «Mediatrice» senza legarlo a una specifica teoria della mediazione e aveva preferito indicare soprattutto il contenuto della sua funzione attraverso l’espressione «molteplice intercessione».[9]

Questo equilibrio è prezioso. Non dobbiamo avere paura della parola «mediazione», perché la Chiesa la utilizza. Ma non dobbiamo nemmeno svuotarla del suo significato cristologico. Esiste una sola mediazione redentrice in senso pieno: quella dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo.

Le creature possono partecipare a questa mediazione soltanto perché Cristo le rende partecipi.

È la stessa logica per cui san Paolo può chiedere ai cristiani di pregare gli uni per gli altri. La preghiera dell’uno per l’altro non crea una seconda redenzione. Non compete con Cristo. È una partecipazione alla carità di Cristo. In Maria questa partecipazione raggiunge una forma singolare e materna.

Cana ci permette quindi di comprendere la mediazione partecipata senza confonderla con la mediazione unica del Redentore. La mediazione di Cristo è sorgiva. Quella di Maria è ricevuta.

Cristo salva per propria autorità divina e attraverso il sacrificio liberamente offerto della sua umanità santissima. Maria partecipa perché è stata redenta, santificata e associata dal Figlio. Cristo comunica la grazia. Maria intercede perché la grazia sia accolta e operi nei suoi figli.

La differenza non è marginale: è la salvaguardia stessa della fede cristologica.

Anche la Nota Mater Populi fidelis insiste su questo punto. La mediazione di Cristo può essere partecipata sotto determinati aspetti, ma resta esclusiva e incomunicabile in ciò che riguarda la sua funzione salvifica propria. Nel caso di Maria, la cooperazione assume un carattere materno e si esprime in modo privilegiato nell’intercessione.[10]

Cana diventa così una sorta di scuola della mariologia.

Ci insegna che Maria è vicinissima a Cristo senza essere Cristo. È intimamente coinvolta nella sua opera senza diventare la fonte della salvezza. È vicina ai bisogni degli uomini senza sostituirsi a Dio. È madre senza diventare padrona. Intercede senza comandare. Partecipa senza competere.

La sua grandezza sta precisamente nel suo essere tutta orientata al Figlio.

Per questo la frase «Fate quello che vi dirà» possiede una forza che va molto oltre il contesto delle nozze di Cana. È quasi il programma della presenza di Maria nella Chiesa. Là dove la devozione mariana conduce all’obbedienza a Cristo, essa è autentica. Là dove invece Maria viene separata dal Figlio o presentata come alternativa alla sua unica mediazione, si perde il senso stesso della sua maternità.

Maria non chiede di essere adorata. Chiede, per così dire, che ascoltiamo Cristo. Non dice: guardate me e fermatevi a me. Dice: fate quello che vi dirà.

La mariologia autentica, quindi, non allontana dalla cristologia. Al contrario, quando è correttamente compresa, conduce più profondamente nel mistero di Cristo. È quanto il Concilio Vaticano II aveva già espresso affermando che la funzione materna di Maria non oscura la mediazione unica del Figlio, ma ne manifesta l’efficacia.[11]

Questa è forse una delle chiavi più importanti per leggere l’intera storia della devozione mariana. Maria è tanto più grande quanto più è trasparente a Cristo. La sua gloria non consiste nell’occupare il posto del Figlio, ma nell’essere la creatura nella quale la grazia del Figlio ha potuto trovare una risposta perfettamente libera.

A Cana questa trasparenza diventa concreta.

Maria entra nella scena per una necessità umana e la lascia orientata verso Cristo. La sua parola è breve, ma il suo effetto è profondo. Dopo aver parlato ai servi, Maria non compare più nel racconto del miracolo. Non cerca di essere protagonista. Non commenta il segno. Non raccoglie per sé la gloria dell’evento.

Cristo agisce. I servi obbediscono. I discepoli credono. E Maria rimane sullo sfondo.

È questo il mistero della vera maternità: dare spazio al Figlio.

C’è, però, un altro aspetto che non può essere trascurato. Cana è anche il luogo nel quale la fede dei discepoli viene condotta verso una nuova profondità. Giovanni conclude il racconto dicendo che Gesù manifestò la sua gloria e che i suoi discepoli credettero in lui. Maria non è dunque soltanto coinvolta nella necessità degli sposi; la sua presenza si inserisce anche nel cammino di fede della comunità nascente.

La sua intercessione ha un effetto ecclesiale.

Questo è importante perché la maternità spirituale di Maria non è semplicemente individuale. Ella non è soltanto madre di singole anime, ma viene progressivamente presentata come madre di un popolo, madre dei credenti. La sua presenza nella Chiesa è legata alla generazione e alla crescita della fede.

A Cana, in qualche modo, Maria appare già come una madre che accompagna altri verso il momento nel quale riconosceranno la gloria del Figlio.

Ma la strada non è ancora compiuta.

Tra Cana e il Calvario c’è tutta la vita pubblica di Gesù. Ci sono le guarigioni, gli insegnamenti, le opposizioni, le incomprensioni, i miracoli, le folle e infine l’abbandono. Maria non sarà sempre al centro della scena evangelica. Anzi, spesso scompare dal racconto.

Ma la sua assenza narrativa non significa assenza dal mistero.

La maternità di Maria non coincide con la quantità delle sue parole nel Vangelo. Al contrario, colpisce proprio la sua discrezione. Poche parole, ma decisive. Nazareth: «Avvenga per me secondo la tua parola». Cana: «Fate quello che vi dirà». Calvario: il silenzio di una madre che sta.

È come se la sua intera esistenza potesse essere raccolta in tre atteggiamenti: accogliere, intercedere, rimanere.

A Nazareth accoglie. A Cana intercede. Sotto la Croce rimane. E proprio il terzo momento ci attende nel prossimo passo.

Perché Cana non è il punto culminante della cooperazione di Maria. È una preparazione. Il vino che manca è un segno; la «Donna» di Cana è orientata verso l’«ora»; l’intercessione presso gli sposi prepara la presenza presso il Crocifisso.

A Cana Maria dice: «Fate quello che vi dirà». Al Calvario non dice più nulla.

Sta.

E questo «stare» potrebbe essere ancora più eloquente di molte parole. Perché l’ora della Redenzione è arrivata. Il Figlio sta offrendo se stesso al Padre. Maria non può sostituirsi a lui, non può compiere il sacrificio al suo posto, non può aggiungere un’altra Redenzione alla sua.

Può però stare. Può rimanere unita al Figlio. Può soffrire con lui. Può offrire la propria fede, il proprio dolore, la propria obbedienza, la propria materna presenza. È precisamente qui che il tema della cooperazione di Maria acquisterà la sua massima intensità.

Il Concilio Vaticano II dirà che Maria fu «unita con animo materno al sacrificio» del Figlio morente in croce e che, in questo modo singolare, cooperò all’opera del Salvatore.[12] Non si tratta di una seconda immolazione accanto a quella di Cristo, ma della partecipazione della Madre al mistero del Figlio.

Cana ci ha insegnato a distinguere. Il Calvario ci costringerà ad approfondire.

Perché se Maria può essere chiamata «cooperatrice» dell’opera del Salvatore, dobbiamo domandarci che cosa significhi concretamente questa cooperazione nel momento stesso nel quale Cristo compie l’unico sacrificio redentivo. Dovremo distinguere tra la Redenzione operata da Cristo e la partecipazione della creatura alla Redenzione; tra causalità principale e causalità partecipata; tra sacrificio redentivo e compassione della Madre.

Solo così potremo affrontare, più avanti, la questione dei titoli mariani senza slogan e senza semplificazioni. Cana, dunque, non ci offre ancora la risposta definitiva. Ci offre la domanda giusta.

In che modo Dio ha voluto associare Maria all’opera del Figlio?

La risposta non può essere cercata soltanto in una parola, né in un titolo. Deve essere ricostruita seguendo l’intero arco della Rivelazione e della Tradizione: dalla Genesi all’Annunciazione, da Cana alla Croce, dalla Chiesa nascente alla Tradizione dei Padri, fino allo sviluppo della riflessione teologica.

E tuttavia una certezza emerge già con forza. Maria coopera perché ama. Intercede perché è madre. Obbedisce perché crede. E conduce al Figlio perché tutta la sua vita appartiene al Figlio.

Maria coopera, ma Cristo salva.

Questa distinzione non impoverisce la grandezza della Vergine. Al contrario, la protegge da ogni falsa esaltazione e permette di contemplarla nella sua autentica grandezza. Maria è grande non perché occupi il posto di Cristo, ma perché nessuna creatura è stata unita a Cristo come lei.

A Cana, dunque, Maria ci consegna una parola che può diventare anche il criterio di tutto il nostro cammino: «Fate quello che vi dirà».

È la parola di una Madre che non trattiene. È la parola della Donna che conduce al Figlio. È la parola di colei che sa che ogni grazia viene da Cristo e che proprio per questo può intercedere con fiducia.

E quando avremo compreso fino in fondo questo mistero, saremo pronti a seguirla là dove il Vangelo la mostra ancora una volta accanto a Gesù. Non più nella gioia di una festa. Non più davanti alle anfore piene d’acqua. Ma davanti al legno della Croce.

«Stava presso la croce di Gesù sua madre» (Gv 19,25).

Il prossimo passo ci condurrà allora da Cana al Calvario: dalla Madre che intercede alla Madre che rimane presso la Croce.

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[1] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 60: «Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini […] sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia». La mediazione mariana, dunque, non è autonoma né concorrente rispetto a quella di Cristo.

[2] Cfr. Gv 2,4; 19,26. Sul significato teologico del termine «Donna» e sul rapporto tra Cana e il compimento dell’«ora» di Cristo, cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris Mater, 21–24.

[3] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Mater Populi fidelis. Nota dottrinale su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza, 4 novembre 2025, nn. 5, 26. La Nota richiama il rapporto tra Gen 3,15, Cana e il Calvario, sottolineando il significato del termine «Donna» rivolto da Gesù a Maria.

[4] Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 60. Il testo conciliare afferma che l’influsso salvifico di Maria «non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita».

[5] Gv 2,11. Il quarto Vangelo identifica esplicitamente il segno di Cana come manifestazione della gloria di Gesù e collega tale manifestazione alla fede dei discepoli.

[6] Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 61. Il Concilio afferma che Maria fu «generosamente associata» all’opera del Salvatore e che cooperò «in modo tutto speciale» mediante obbedienza, fede, speranza e carità.

[7] Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 62. La maternità di Maria nell’ordine della grazia viene fatta risalire al consenso dell’Annunciazione e viene presentata come una funzione che perdura fino al compimento degli eletti.

[8] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Mater Populi fidelis, nn. 26–27, dove Cana viene indicata come uno degli episodi nei quali Maria svolge una funzione di intercessione e di cooperazione, presentando a Gesù le necessità degli sposi e invitando i servi a seguire le sue indicazioni.

[9] Cfr. Giovanni Paolo II, Udienza generale del 1° ottobre 1997, dedicata alla mediazione di Maria. Il Papa ricorda che il Concilio Vaticano II ha accolto il titolo di «Mediatrice» senza associarlo a una specifica teoria della mediazione, indicando invece soprattutto la «molteplice intercessione» di Maria.

[10] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Mater Populi fidelis, nn. 28–29, 33–37. La Nota distingue la mediazione unica di Cristo dalle forme di partecipazione alla sua mediazione e sottolinea che, nel caso di Maria, essa assume una forma propriamente materna.

[11] Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 60–62. Il principio conciliare è che nessuna creatura può essere posta sullo stesso piano del Verbo incarnato e Redentore, mentre la cooperazione di Maria deve essere compresa come dipendente dalla mediazione di Cristo.

[12] Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 61. Il testo conciliare ricorda che Maria fu «unita con animo materno al sacrificio» del Figlio morente in croce e interpreta questa partecipazione nel quadro della sua cooperazione singolare all’opera del Salvatore.

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