Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sullo stato di veglia – o di sono – spirituale, riflessioni nate dallo scambio avvenuto sul nostro piccolo forum di commenti. Buona lettura e diffusione.
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VEGLIANTI O DORMIENTI?
UNICUIQUE SUUM
«CHI NON È CONTRO DI NOI È PER NOI»
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«Essere svegli è tutto. Di nulla l’uomo è così fermamente persuaso quanto d’essere sveglio. In verità però egli è imprigionato in una rete di sonno e di sogno che egli stesso ha intessuto. Più fitta è questa rete e più potente signoreggia il sonno. Quelli che vi sono impigliati passano nella vita come un gregge avviato al macello, ottusi, indifferenti e senza pensieri […] Sii sveglio qualunque cosa tu imprenda! Non credere d’esserlo diggià: No: tu dormi e sogni».
Gustav Meyrink
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Gli interventi dell’Amico Stefano Raimondo (ma anche di Adriana) nel mio articolo precedente su Panikkar, mi hanno stimolato a quanto segue. Può costituire una parvenza di risposta alla questione da lui posta circa la “destinazione finale”: termini che si riferiscono all’immaginazione di un futuro che in sé non esiste poiché tutto accade ora e quindi il “futuro” è già presente. Il passato esiste perché lo si pensa, il futuro esiste perché lo si immagina, e anche l’immaginare è una forma di pensiero. E fermo restando che anche il pensare e l’immaginare non possono darsi che ora, in questo momento, adesso. Per questo, in un commento ho affermato che «Forse, l’escatologia può diventare una patologia. A forza di preoccuparsi del futuro, il presente lo si “sopravvive” nella più o meno radicata inconsapevolezza». Ed il presente è oggi:
Dalai Lama: «Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere».
L’argomento qui trattato riguarda ogni essere umano, quindi anche il Cattolico (di ogni fazione), ancorché ferratissimo nelle Scritture e nella Dottrina (e in combutta con altri anch’essi ferratissimi).
Ogni essere umano è dotato di una coscienza, di un’essenza, di un io che si trova coinvolto nelle vicissitudini della vita terrena, la cui varietà planetaria è pressoché incatalogabile. Ogni io è coinvolto nella specifica situazione esistenziale che lo riguarda, e con essa deve misurarsi per non farsene fagocitare. Gli accadimenti di ogni specie scorrono, l’io individuale rimane perché è immortale grazie alla relazione con l’Io Supremo.
Nisargadatta Maharaji: «La coscienza non risplende di luce propria. Risplende grazie a una luce che la trascende. Dopo aver colto la natura onirica della coscienza, cerca la luce in cui essa appare, quella che le conferisce l’essere. Vi è il contenuto della coscienza, così come la consapevolezza di esso».
Cristo: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione».
Chiaro che dice prima «vegliate» e poi «pregate» giacché per pregare occorre essere svegli. «Chi dorme non piglia pesci», ed il Pesce, l’antico Ichthýs, è Gesù Cristo. Anche se occorre precisare che in realtà il Pesce è … il Pescatore.
La tentazione altro non è che distrazione, e seguire la distrazione significa cedere alla tentazione. Al sonno della distrazione. La distrazione è costituita da qualsiasi oggetto che occupi l’io assorbendolo, assonnandolo e pilotandolo, mentre vegliando esso si mantiene indenne dalla distrazione la cui gravità trattiene in basso, a ciò rendendosi opportuno un impegno apofatico verso l’alto che, è bene precisare, non corrisponde propriamente ad una passeggiata.
Alberto Magno: «Salire verso Dio significa rientrare in se stessi […] Dobbiamo dunque liberare e proteggere il nostro cuore dalle distrazioni del mondo, ricondurlo alle gioie intime, per fissarlo infine nella luce della contemplazione divina».
«Rientrare in se stessi»: questo è l’atto necessario per svegliarsi, conoscersi e conoscere Dio. E non lo si può fare che adesso, oggi. Certamente non ieri o domani.
«Le gioie intime», cioè riservate, non monitorabili dall’esterno.
«Fissare il cuore nella luce della contemplazione divina»: operazione squisitamente individuale.
«Rientrare in se stessi»: l’io ritorna a sé, e quindi all’Io Supremo essendone distinto ma non separato, ed è tale mistica non separazione che può far affermare a Maestro Eckhart:
“L’occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me; il mio occhio e l’occhio di Dio sono un unico occhio, un’unica visione, una sola conoscenza, un solo amore.”
Districandosi dall’ingorgo distraente delle situazioni in cui viene via via a trovarsi … adesso, l’io resta in imperturbato silenzio anche nel frastuono. Interamente coinvolto ma interamente distaccato. Nell’occhio del ciclone vige la calma. Nipponicamente: Fudoshin = Spirito immobile: immobilità, cioè imperturbabilità mutuata dall’Io Supremo.
Cornelio a Lapide riguardo al silenzio interiore sia esteriore: «“L’acqua trattenuta s’innalza, dice San Gregorio; così l’anima silenziosa si leva in alto verso il cielo. L’acqua, lasciata libera, se ne va e si perde, così l’anima nemica del silenzio scorre qua e là dissipata, s’infiacchisce, svanisce, cade, si perde, e scompare. Chi non è difeso dal muro del silenzio, presenta la città dell’anima sua aperta alle incursioni del nemico; il quale tanto più facilmente la soggioga, quanto più ella con la sua loquacità lo aiuta a vincerla e prostrarla”.
L’io che s’impegna a distaccarsi dagli accidenti della vita che lo occupano formando l’ipnotizzante alter-ego posticcio con cui si confonde, pone la base per il risveglio.
Maurice Merleau-Ponty: «Niente mi determina dall’esterno, non perché nulla agisca su di me, ma, al contrario, perché io sono fin dal principio fuori di me e aperto al mondo. Mi sono rotto».
“Rompersi”: mandare in frantumi la forma assonnante del posticcio alter-ego. Apofatizzarsi, elevarsi.
Swami Vivekananda: «Quando vai oltre il pensiero e l’intelletto e tutto il ragionamento, allora hai compiuto il primo passo verso Dio; e questo è il vero inizio della vita».
Vi è un io che percepisce e può dire “sto percependo: senza di me ogni percezione sarebbe impossibile”. Si noti il gerundio: percependo, cioè adesso, in questo momento: non c’è altro tempo reale che questo momento! E chi percepisce un oggetto se non l’io che è il soggetto? Sennonché la percezione può essere sveglia o dormiente. Che si stia percependo lo si può sapere o non sapere. Si può percepire tanto essendo presenti, cioè svegli, quanto essendo assenti, cioè dormienti.
Invito a notare l’omologia di quanto osservato qui sopra con quanto ne dice ancora il paventato “orientalismo”, e che, guarda caso, concerne l’“appercezione”, termine filosofico introdotto dal tedesco Leibniz, che la definì come la “percezione della percezione”.
Yongzin Rimpoche (tibetano): «Siamo consapevoli dell’oggetto (gzhan rig) e siamo consapevoli di essere consapevoli (rang rig). Sappiamo di sapere. Questa è l’autoconsapevolezza. Dunque ciò che vediamo in realtà non è affatto un mondo esterno autonomo».
Certo è che la differenza è abissale. Chi è “rang rig” – appercettivo – è sveglio, controlla e tiene a bada; chi è soltanto “gzhan rig” dorme, non controlla ed è tenuto a bada: in lui predomina l’alter-ego posticcio ed i gemelli Ipnos e Thanatos si danno la mano.
Ramana Maharshi: «Tu non sei ciò di cui sei consapevole; tu ne sei la consapevolezza».
Dal Sati-patthana Sutta (Presenza di consapevolezza):
«Proprio come un abile vasaio sa, quando gira lungamente il tornio: “Sto girando lungamente il tornio”, quando gira brevemente il tornio: “Sto girando brevemente il tornio”, così il praticante, quando inspira un respiro lungo, sa: “Sto inspirando un lungo respiro”, e quando inspira un respiro breve, sa: “Sto inspirando un respiro breve”; quando espira un respiro lungo, sa: “Sto espirando un lungo respiro”, e quando espira un respiro breve, sa: “Sto espirando un respiro breve».
Il praticante sa, ovvero è presente a ciò che fa e ciò che accade in esso e fuor di esso.
È bene ribadire: SAPERE significa ESSERE PRESENTE: SATI.
È opportuno sottolineare come il termine pali sati (giapponese 念 nen) significhi consapevolezza, presenza mentale.
matteo mannucci.it: «Consapevolezza deriva dal latino cum-scire, “sapere con” o “saper di sapere”. Fu San Tommaso di Aquino a introdurla nel XIII secolo per indicare la capacità riflessiva dell’uomo».
Sati è l’osservatrice attenta, “colei che si prende cura” di ciò che accade dentro e fuori, colei che sa di sapere, la contemplante per eccellenza, il puro specchio che osserva e riflette senza essere distratto e condizionato dall’osservato e riflesso: Speculum justitiae.
Trovo opportuno proporre al riguardo un brano tratto da Filosofia e libertà di Rudolf Steiner.
«- Al di fuori delle mie percezioni, io non so nulla e non posso saper nulla di nessun oggetto -.
Contro quest’affermazione non c’è niente da opporre, finché si considera solo in linea generale la circostanza che l’organizzazione del soggetto concorre a determinare le percezioni. Ma la cosa si presenterebbe essenzialmente diversa quando fossimo in grado di indicare qual è la funzione che il nostro percepire ha nella formazione di una percezione.
Sapremmo allora che cosa avviene nella percezione durante il percepire, e potremmo anche determinare che cosa vi deve già essere prima che venga percepita. Con ciò la nostra attenzione è trasportata dall’oggetto della percezione al soggetto della medesima. Io percepisco non solo le altre cose, ma anche me stesso. La percezione di me stesso ha anzitutto questo contenuto: ch’io sono ciò che permane di fronte al continuo andirivieni delle immagini percettive.
La percezione dell’io può sempre sorgere nella mia coscienza mentre ho altre percezioni. Quando m’immergo nella percezione di un dato oggetto, ho da principio coscienza solo di esso; a ciò può aggiungersi anche la percezione di me stesso: allora non rimango cosciente soltanto dell’oggetto, ma lo divengo anche della mia personalità, che si contrappone all’oggetto e lo osserva. Non vedo soltanto un albero, ma so anche che sono io che lo vedo.
Riconosco inoltre che un processo avviene in me, mentre osservo l’albero. Quando l’albero scompare dal mio campo visivo, nella mia coscienza rimane una traccia del processo: un’immagine dell’albero. Quest’immagine, durante la mia osservazione, si è legata col mio sé. Il mio sé si è arricchito: il suo contenuto ha assorbito un nuovo elemento. Tale elemento, io lo chiamo la mia rappresentazione dell’albero.
Non arriverei mai a parlare di rappresentazioni, se non le sperimentassi nella percezione di me stesso. Le percezioni andrebbero e verrebbero: io le lascerei passare. Solo per il fatto che percepisco me stesso e osservo che con ogni percezione si modifica anche il contenuto di me stesso, mi vedo obbligato a collegare l’osservazione dell’oggetto col mio proprio cambiamento di stato e a parlare di una mia rappresentazione. La rappresentazione la percepisco nel mio sé allo stesso modo in cui percepisco colori, suoni; ecc. negli altri oggetti».
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Ed ora, terminando (gerundio! adesso! oggi!), piccola verifica:
chi ha seguito fin qui lo ha fatto appercependo?
Ossia, era rang rig o soltanto gzhan rig?
E adesso, in questo preciso momento, è rang rig o soltanto gzhan rig?
E adesso? … e adesso? … e adesso? …
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