Leone Deve Recuperare il Rapporto con la Tradizione. Tornare a Ecclesia Dei. Americo Mascarucci.

Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Americo Mascarucci, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla questione del rapporto fra tradizione e rinnovamento nella Chiesa, dopo la – a nostro parere scandalosa e inaudita – proibizione a un pellegrinaggio di cattolici di entrare come tale in San Pietro. E dopo la proibizione di celebrarvi la messa secondo il vetus ordo. Buona lettura e diffusione.
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L’intervista di monsignor Georg Gaenswein ad un quotidiano cattolico tedesco e rilanciata da vari siti, ha riaperto il dibattito sul motu proprio Traditionis Custodes di Bergoglio sulla messa in latino, che ha cancellato il Summorum Pontificum di Ratzinger.
L’ex segretario particolare del Papa emerito ricorda il dolore che la decisione provocò in Benedetto, che vide di fatto vanificati tutti gli sforzi messi in atto per riportare l’unità nell’eucaristia, ribadendo come non vi fosse contrapposizione alcuna fra i messali dei santi Pio V e Paolo VI.
Ma monsignor Ganswein ricorda anche come con il Summorum Pontificum Benedetto XVI non abbia mai inteso rinnegare, o anche soltanto rimettere in discussione, il Concilio Vaticano II riportando le lancette dell’orologio indietro, impegnandosi unicamente ad impedire che i fedeli tradizionalisti potessero ricercare il loro bisogno di celebrare l’eucaristia con il rito pre conciliare fuori dal recinto della Chiesa, in primis proprio presso i lefebvriani.
Traditionis Custodes è stato forse il più grande degli errori del pontificato bergogliano, rispecchiando un evidente pregiudizio ideologico, quello per intenderci dei teologi come Andrea Grillo, convinti che tutto ciò che il Concilio ha rinnovato o modificato debba essere imposto ai fedeli e che vada di conseguenza vietato il Vetus ordo come elemento di divisione e di confusione nella Chiesa. E’ vero, come ho scritto in più occasioni su questo blog, che molti gruppi tradizionalisti sono stati i peggiori nemici del Summorum Pontificum avendolo interpretato e attuato in totale rottura con il Concilio, anziché nella continuità come ha invece insegnato Ratzinger; ma papa Francesco, mal consigliato proprio dai teologi come Grillo, non ha fatto che aggravare la frattura all’interno della Chiesa.
Sarebbe bastato tornare alle disposizioni di Giovanni Paolo II che riconducevano in capo ai vescovi le decisioni in materia liturgica, senza introdurre limitazioni tanto drastiche che hanno contribuito ad alimentare quel clima da “guerra civile” fra tradizionalisti e progressisti che ha caratterizzato l’intero pontificato bergogliano.
Papa Leone ha finora impedito il prevalere di posizioni “estremiste”, come quelle del cardinale Arthur Roche e dei vescovi ultra progressisti che vorrebbero riformare Traditionis Custodes in senso ancora più limitativo, ovvero proibendo definitivamente la possibilità di celebrare il Vetus ordo come sta avvenendo già in molte diocesi. Sarebbe il regalo più prezioso che si potrebbe fare alla fraternità San Pio X che diventerebbe così una sorta di rifugio obbligato per gli amanti della tradizione.
Quanto accaduto in San Pietro la scorsa settimana ad opera della Segreteria di Stato (c’è chi ha ipotizzato che il divieto ai fedeli tradizionalisti di entrare in basilica e celebrare la messa in latino sia stata una sorta di ritorsione messa in atto dal cardinale Parolin contro i conservatori che avrebbero fatto naufragare la sua elezione al pontificato, tesi che francamente ci sembra assurda e che sembrerebbe raffigurare Parolin come un bambino capriccioso pronto a vendicarsi per essersi visto togliere la merenda da sotto il naso), deve rappresentare un campanello d’allarme e soprattutto l’occasione per una rivisitazione delle regole sul Vetus ordo capace di favorire la massima inclusività.
E’ auspicabile un ritorno all’Ecclesia Dei di Wojtyla che rappresentava un perfetto punto di equilibrio e che ha permesso per circa un ventennio una felice convivenza fra liturgia tridentina e piena applicazione delle riforme conciliari. Con i vescovi chiamati a sovrintendere le richieste dei fedeli tradizionalisti con spirito aperto, accogliente e tollerante, persino in quelle arcidiocesi come Milano o Firenze guidate da pastori di stampo dichiaratamente progressista come Martini e Piovanelli.
Il contrario di Traditionis Custodes che invece raccomanda ai vescovi la massima severità e di limitare le celebrazioni in latino in casi strettamente eccezionali. Giovanni Paolo II, con il concorso di Ratzinger allora capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, comprese perfettamente l’esigenza di accogliere e abbracciare gli amanti del rito tridentino concedendo loro il diritto di esprimersi e di celebrare l’eucaristia in comunione con tutta la Chiesa, all’indomani della scomunica comminata a Lefebvre nel 1988 per la consacrazione illegittima dei vescovi, impedendo però al tempo stesso che la richiesta di celebrare in latino potesse rispecchiare una posizione prettamente ideologica, ovvero la rottura della comunione con la Chiesa conciliare. Da qui la decisione di affidare il discernimento ai vescovi, prudenza che Ratzinger una volta diventato papa ritenne utile superare, liberalizzando la liturgia tridentina, convinto che ormai si fossero spenti gli echi della ribellione di Lefebvre e che fossero maturi i tempi per ricondurre anche i lefebvriani nella Chiesa.
Una convinzione purtroppo smentita dai fatti, dal momento che la Fraternità San Pio X ha continuato a perseverare nel rifiuto del Concilio Vaticano II, riconfermando una lettura e un’interpretazione dei testi conciliari in direzione esclusivamente negativa, bollando come eretiche tutte le innovazioni introdotte, ad iniziare proprio dalla riforma liturgica. A questo punto, di fronte all’oggettiva impossibilità di ricucire lo strappo con i lefebvriani, è indispensabile che Leone si assuma la responsabilità di tutelare il mondo tradizionalista, archiviando Traditionis Custodes e stabilendo chiare e precise regole di convivenza e di rispetto reciproco. Giovanni Paolo II ha dimostrato che è possibile, l’importante è non lasciare troppo liberi di agire i fautori di quella nefasta ermeneutica della discontinuità conciliare che troppo potere hanno avuto sotto il pontificato bergogliano. Serve insomma superare la logica degli opposti estremismi, rifuggendo dalla rigidità dei lefebvriani e contrastando il progressismo modernista degli orfani bergogliani.
Americo Mascarucci 
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2 commenti su “Leone Deve Recuperare il Rapporto con la Tradizione. Tornare a Ecclesia Dei. Americo Mascarucci.”

  1. “è indispensabile che Leone si assuma la responsabilità di tutelare il mondo tradizionalista, archiviando Traditionis Custodes e stabilendo chiare e precise regole di convivenza e di rispetto reciproco”.

    Il pupillo di Bergoglio che “archivia” il suo padrino?

    Tutelare il mondo tradizionalista chiudendogli le porte di San Pietro?

    E’ vero che la speranza è l’ultima a morire, ma
    di speranza si può anche morire.

  2. Mascarucci, principi Lei a recuperare il rapporto con la Tradizione: anche se Lei è persona per bene e procede con garbo, si astenga dal dire cosa fare o non fare. Nei secoli passati i laici credenti non indicavano ai Pontefici la via da percorrere, ma si attenevano a quanto il Papa regnante disponeva. Vediamo di dare il buon esempio.

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