I$r@ele Democrazia? Vediamo…Coloni Massacrano Tre Giornalisti. La Polizia Arresta le Vittime.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi relativi a Israele, le elezioni, e il programma di genocidio-pulizia etnica che si sta svolgendo senza interruzione a Gaza e in Cisgiordania. Buona lettura e condivisione.

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Il primo è questo post pubblicato su Facebook da Luciano Tovaglieri, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.

ISRAELE: UNA FINTA DEMOCRAZIA SENZA IL SUO POPOLO
Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS 🔥 Fuoco Italico
Ogni volta che le urne israeliane parlano, ritorna puntuale il ritornello: Israele, unica democrazia del Medio Oriente. Ora che i partiti arabi hanno ottenuto un risultato brillante, il coro si è fatto più alto, come se quei seggi bastassero a lavare ogni macchia. Si celebra il voto di chi vota e si tace su chi non può votare.
È una vecchia astuzia retorica: mostrare la vetrina e nascondere il magazzino.
Cominciamo dai numeri, che sono ostinati. Secondo l’Ufficio centrale di statistica israeliano, nel 2025 Israele conta circa 10,1 milioni di abitanti: tra il 76 e il 78 per cento sono ebrei e altri residenti non arabi, tra il 20 e il 21 per cento sono arabi, e un 2,5 per cento circa è fatto di residenti stranieri. Gli arabi superano i 2,1 milioni: quasi 1,8 milioni di musulmani, circa 180.000 cristiani, tra 150.000 e 160.000 drusi. I cristiani, meno del due per cento del Paese, sono tra i più istruiti e i più presenti nel mercato del lavoro, concentrati a Nazareth, a Haifa, a Shefa-‘Amr.
Il loro voto si disperde tra il centro-sinistra, le liste arabo-ebraiche e persino i partiti sionisti tradizionali; quello dei musulmani va più spesso ai partiti arabi. Una minoranza viva, plurale, che vota, elegge, siede in Parlamento. Nessuno lo nega.
Ma una democrazia non si misura da chi entra nell’urna. Si misura da chi ne viene tenuto fuori. Perché quasi sei milioni di persone, secondo le stime dell’UNRWA, sono i profughi palestinesi e i loro discendenti: figli e nipoti di chi fuggì o fu cacciato nel 1948 e nel 1967. Sono nati da quella terra, portano il nome di quei villaggi, conservano le chiavi di quelle case.
E la legge dello Stato dice loro: voi non tornerete. Non voterete, non vivrete, non conterete. La stessa legge che spalanca le porte a qualunque ebreo del mondo, nato a Brooklyn o a Odessa, senza alcun legame con quella terra se non la fede, le chiude in faccia a chi quella terra l’ha abitata per generazioni.
Qui sta il nodo, e nessun risultato elettorale può scioglierlo. Un popolo che si dichiara sovrano ma lascia fuori dalla porta una moltitudine di persone con un legame storico e familiare con quel suolo non è un popolo che si governa: è un club che si seleziona.
Una democrazia nella quale il numero dei votanti è deciso in anticipo, per legge, perché la maggioranza non venga mai messa in pericolo, non è una democrazia. È una maggioranza protetta. Ed è proprio questo che il rifiuto del ritorno custodisce: non la sicurezza, non l’economia, ma una composizione etnico-religiosa da preservare a ogni costo.
Che cosa resta, allora, del titolo di democrazia? Resta una forma senza sostanza. Per questo studiosi e organizzazioni per i diritti umani parlano di “democrazia etnica”: istituzioni democratiche e diritti civili per un gruppo, un ruolo privilegiato e permanente per quel gruppo sullo Stato. E le voci più severe pronunciano la parola che brucia: apartheid, regimi differenziati di diritti e di accesso alle risorse secondo l’appartenenza nazionale. Israele respinge l’accusa, rivendicando il pieno voto dei suoi cittadini arabi e attribuendo le restrizioni nei Territori alle esigenze della sicurezza. Ma nessun argomento di sicurezza spiega perché un nipote di profughi non possa tornare, mentre uno sconosciuto di un altro continente lo può fare domani.
Non si può chiamare democratico uno Stato che decide chi appartiene al demos con il criterio della fede e del sangue. Non lo si può chiamare così finché la maggioranza di coloro che avrebbero titolo a votare resta confinata all’estero, per legge, senza possibilità di tornare. Si applauda pure il successo dei partiti arabi: è la prova che gli arabi israeliani esistono, resistono, votano. Ma è anche la prova di ciò che manca: tutti gli altri.

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E poi c’è questo post su Instagram. Ditemi voi se una “democrazia” può comportarsi così: favorire le squadracce di coloni, lasciarle compiere violenze, e arrestare le vittime…Ma per favore. C’è il video, cliccate sul collegamentoper vederlo.

“Metti giù il fucile!”, grida uno dei giornalisti a un colono israeliano che punta l’arma.

È una delle scene del video che l’attivista russa Adele Shoko posta su X dopo l’aggressione subita insieme a Jasper Nathaniel, giornalista americano che collabora con Drop Site News, e ad Andrey X, giornalista e attivista russo-israeliano, a Umm al-Khair, villaggio palestinese a sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Andrey vive in Cisgiordania e da anni filma la violenza dei coloni per i social.

Nel filmato, girato di notte su una strada di campagna, un gruppo di coloni li picchia selvaggiamente.

Andrey finisce a terra, un colono con il fucile a tracolla lo afferra per la testa e lo trascina sull’asfalto. Andrey gli chiede di restituirgli il telefono.

“Andrey è stato picchiato duramente e ha perso conoscenza diverse volte davanti alla polizia”, scrive Shoko che riporta che Andrey viene caricato su un’ambulanza ma invece che in ospedale lo portano in una stazione di polizia. Lì resta in stato di arresto, senza cure.

Anche Nathaniel viene colpito con lo spray al peperoncino dai coloni e poi arrestato. Le forze israeliane lo portano via mentre urla: “Mi hanno appena picchiato!”. Shoko riferisce che i coloni hanno rubato loro l’attrezzatura e gli oggetti personali.

Più tardi gli avvocati riescono a parlare con Andrey e Nathaniel. Stanno bene, fa sapere Shoko, ma sono ancora in arresto. Le autorità israeliane non hanno commentato.

Pochi giorni prima, il 16 ottobre, ad Abu Falah, vicino a Ramallah, coloni mascherati avevano aggredito selvaggiamente Heidi Levine, fotoreporter americana del Washington Post, mentre documentava un attacco ai raccoglitori di olive palestinesi. “Mi hanno sbattuto a terra e presa a calci più volte, rubandomi tutto. Se non avessi avuto il casco non sarei qui a raccontarlo”, racconta Levine. L’aggressione le frattura quattro vertebre e una costola, e deve subire un intervento chirurgico alla mano sinistra.

A Umm al-Khair, il 28 luglio 2025, il colono Yinon Levi ha ucciso con un colpo di pistola Awdah Hathaleen, insegnante e attivista del villaggio, che aveva collaborato al documentario premio Oscar “No Other Land”.

#westbankunderattack

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E infine c’è questo commento pubblicato da MSN , storia di Francesco Cancellato che ringraziamo per la cortesia:

Il problema è Israele, non Netanyahu

Dopo aver imbarcato in coalizione due terroristi eversivi come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, con cui fino a pochi mesi prima non voleva nemmeno farsi fotografare assieme.

Dopo aver proposto una riforma della giustizia che avrebbe depotenziato la Corte Suprema e trasformato di fatto Israele in un’autocrazia.

 Dopo le inchieste per corruzione a suo carico, che hanno scoperchiato – come minimo – un giro di regali imbarazzante e una gestione del potere da satrapo babilonese.

Dopo che giornali autorevolissimi come Haaretz hanno dimostrato che il governo israeliano sapeva cosa Hamas stava architettando per il 7 ottobre, ma non ha fatto nulla per evitare l’attacco terroristico di Hamas.

Dopo aver raso al suolo Gaza dopo la strage del 7 ottobre, senza alcuna remora verso la popolazione civile, con un’azione militare per la quale è stata usata – con cognizione di causa, da organismi internazionali  qualificati a usarla – la parola genocidio.

Dopo un mandato di arresto per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale.

Dopo 21mila bambini morti, 30mila bambini feriti, e 800mila bambini sfollati. 

Dopo il ripristino della pena di morte in Israele per chi compie atti di terrorismo “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”, cioè solo contro persone non sioniste, quindi palestinesi o comunque arabe.

 Dopo i rapimenti di cittadini europei, su imbarcazioni europee, in acque internazionali o addirittura di Paesi europei che volevano rompere un blocco navale illegale.

Dopo una guerra in Iran che ha messo in ginocchio l’economia globale, scatenata assieme agli Usa di Trump senza alcun motivo valido, se non quello di rovesciare un regime ostile a Israele.

Dopo aver sabotato in ogni modo le trattative degli Usa con l’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz, incurante dei contraccolpi sull’economia globale della chiusura di uno degli stretti marini più strategici del mondo per il mercato dell’energia e dei fertilizzanti.

Dopo la copertura politica e giudiziaria alle razzie e alle violenze dei coloni in Cisgiordania, col deliberato intento di negare ogni possibilità di nascita di una qualsivoglia autorità nazionale palestinese, in violazione degli accordi di Oslo del 1993.

Dopo tutto questo – e sicuramente ci dimentichiamo qualcosa – il Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora il primo partito in Israele, diversi punti avanti a quello del rivale Gavi Eisenkot. E, mentre scriviamo, la coalizione di governo è quella che più si avvicina a formare una maggioranza.

Dopo le elezioni del 27 ottobre 2026, comunque finiranno, abbiamo se non altro capito che Netanyahu è il perfetto rappresentante dell’opinione pubblica israeliana e del suo elettorato. E che la maggioranza relativa – forse addirittura quella assoluta – ha gradito quel che ha fatto.

Dopo oggi, comunque la pensiate su quel che è stato, sarà dura scindere le responsabilità di Netanyahu da quelle degli israeliani. 

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3 commenti su “I$r@ele Democrazia? Vediamo…Coloni Massacrano Tre Giornalisti. La Polizia Arresta le Vittime.”

  1. Sa, Tosatti: lei è un tipo strano. Di solito in questo periodo dell’anno i siti cattolici si producono in geremiadi anti-halloween, notoriamente la peggiore minaccia che oggi incombe sulla civiltà cristiana. E invece lei nulla: si ostina imperterrito a scrivere queste bazzecole. Cosa vuole che siano alcune migliaia di morti? È nella zucca che si nasconde satanasso. Sarà mica antisemita?

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