Marco Tosatti
Carissimi Stilum Curiali, offriamo alla vostra attenzione, grazie a Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, questo intervento dell’avvocato Gianfranco Amato. Buona lettura e diffusione.
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AUTODETERMINAZIONE: ANTICAMERA DELL’EUTANASIA
Il presente documento contiene la trascrizione della conferenza dell’avvocato Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione Giuristi per la Vita, intitolata «Autodeterminazione: anticamera dell’eutanasia», tenutasi nei giorni scorsi presso il Monastero di Santa Scolastica, a Bari.
La trascrizione è stata elaborata a partire dalla registrazione video dell’intervento, disponibile al seguente link:
Video della conferenza: https://youtu.be/JAxcgHbRxBc
” La medicina nasce nella splendida isola di Kos, in Grecia, cinquecento anni prima di Cristo.
Ippocrate, considerato il padre della medicina, è famoso per il giuramento che porta il suo nome. Un giuramento che è stato poi tradito. Infatti, è stato modificato, e si è dovuto modificarlo perché, nel testo originale greco, sapete che cosa facevano giurare ai giovani che si avvicinavano a questa professione?
Che mai, mai avrebbero somministrato ai pazienti un farmaco letale, un veleno, neanche se richiesto. E, tra l’altro, un’altra cosa che giuravano era: «A nessuna donna somministrerò un farmaco abortivo».
Dunque, no all’eutanasia, no all’aborto.
Già cinquecento anni prima di Cristo, nel giuramento di Ippocrate, troviamo un principio fondamentale:
«Condurrò la mia vita e la mia professione in modo santo e puro».
Anche questa parte del giuramento è stata eliminata dalle versioni moderne.
Ora, mi dite voi cosa significa questa frase per un pagano vissuto cinquecento anni prima di Cristo?
Hagnòs kai hosíos richiama un modo di vivere e di esercitare la professione con purezza e rettitudine. La ritroviamo, in un certo senso, nella formula «in scienza e coscienza».
Significa che il medico non deve agire soltanto in base alle proprie conoscenze scientifiche, ma anche secondo coscienza, assumendosi la responsabilità morale delle proprie decisioni.
A questo punto, domandiamoci: per arrivare alla conclusione che non si debba praticare l’eutanasia e provocare intenzionalmente la morte di una persona, è necessario avere fede?
No, è sufficiente il retto uso della ragione.
Il medico aveva una coscienza, doveva ascoltare la voce di quella coscienza e non poteva essere un funzionario dello Stato, uno che obbedisce ai protocolli.
Gli uomini, in quell’epoca, sapevano usare la ragione. Poi l’hanno persa.
E come mai quest’uomo, cinquecento anni prima di Cristo, è giunto, insieme ai suoi discepoli, a questa conclusione?
Per due ragioni molto semplici.
La prima è il principio aristotelico di non contraddizione.
Se io scelgo, per vocazione, di salvare la vita degli altri, la morte non può essere un atto terapeutico: è una contraddizione. Sarebbe una violazione di quel principio al quale i Greci tenevano molto, appunto quello che si chiama principio aristotelico di non contraddizione. Aristotele lo spiega benissimo.
La seconda ragione, che per noi è più importante, è che, in quell’epoca, cinquecento anni prima di Cristo, avevano già capito che l’essere umano, a differenza di tutti gli altri esseri viventi, dallo scarafaggio alla scimmia, ha una dignità infinita che lo distingue.
Ed è proprio su questo concetto di dignità che si gioca tutto.
Oggi gli uomini moderni e postmoderni hanno superato quest’idea già da un po’ di tempo.
Mi ricordo che, nel 2008, ho letto un articolo di un certo luminare, un genio: il professor Stephen Pinker, della prestigiosa Università di Harvard, negli Stati Uniti, in cui si legge che l’essere umano è visto come macchina biologica, ridotta a processi chimici, col rischio che venga considerato un peso morto o addirittura un pericolo.
Pensate, per esempio, alla battaglia sul suicidio assistito.
La sindrome locked-in, o sindrome del chiavistello, è quella condizione in cui un paziente è cosciente e sveglio, ma non può muoversi né comunicare a causa della paralisi.
Sapete quanti di questi pazienti poi si risvegliano? Qualcuno conosce la percentuale?
La stragrande maggioranza, quasi tutti.
Nel 2014 ho assistito a un caso che riguardava una ragazzina rimasta in questa condizione, la sindrome del chiavistello, nell’ospedale di Bristol. I medici suggerirono alla madre di staccare tutto e di donare gli organi. La madre disse di no e si oppose, venendo ovviamente criticata da tutti.
Peccato che poi questa ragazza si sia risvegliata. In seguito è tornata a scuola, si è sposata ed è diventata una donna come tante altre.
Anche qui in Italia, il caso di Lorenzo è stato ancora più eclatante.
I genitori erano pronti a donare gli organi quando, all’improvviso, Lorenzo ha aperto gli occhi e ha mosso le gambe.
Immaginate la condizione di questi genitori, che avevano già deciso per l’espianto.
È stato un puro miracolo. Ed è anche assurdo continuare ad agitare lo spettro di questi casi oggi, quando, grazie a Dio, la scienza sta facendo davvero grandi progressi, passi da gigante.
C’è però un altro aspetto sul quale vi invito a riflettere: la forma di egoismo di coloro che scelgono di morire, di isolarsi, senza considerare chi resta.
Lo diceva Aristotele: noi siamo un tutt’uno e nessuno di noi è indifferente agli altri.
Ho capito questa cosa leggendo un libro di Deborah Midna intitolato Io sono ancora qua.
Questa donna aveva un marito di cinquantasette anni, malato di cancro, che, a un certo punto, ha deciso di andare in Svizzera per ottenere il suicidio assistito.
La moglie non era d’accordo. Gli amici, i parenti, tutti quanti hanno insistito perché lui restasse.
Lui non ha voluto sentire ragioni.
Lei nel libro scrive:
«Avrei voluto ancora più tempo per stare con lui, è stato spaventosamente traumatico. A me non interessava in che stato si trovasse, era comunque mio marito, a prescindere dal fatto che fosse o meno su una sedia a rotelle.Mi sono spesso sentita dire: “Ma questa è una scelta di Simon, si tratta della sua vita”. Ma è proprio vero? Non c’era forse qualcosa nella sua vita che era anche mio?
Non dovremmo essere più compassionevoli, più comprensivi, più rispettosi nei confronti della vita umana?».
I promotori del suicidio assistito non considerano quanto questa scelta possa essere terribile per coloro che restano.
Le ragioni addotte a sostegno del suicidio assistito non sono mai così facili da capire.
Cosa significa davvero morire con dignità?
Non si tratta soltanto di scegliere come morire, ma anche di considerare l’affetto, la vicinanza delle persone care e il valore della vita fino alla fine.
Tra una morte avvenuta in una clinica in Svizzera, in solitudine, e quella di Chloe, circondata dall’amore della famiglia, comprendiamo che la dignità non dipende soltanto dalle circostanze della morte, ma anche dalla possibilità di sentirsi amati, accompagnati e vicini ai propri cari.
Ciò offre la possibilità di riflettere sul valore dell’amore e della vicinanza umana nei momenti più difficili della vita, senza dimenticare che ogni persona può vivere la sofferenza e la propria fine in modo diverso.
Ancora una volta interviene il Papa, con il discorso che ha pronunciato a Trujillo:
«Qui a Lourdes, città dei malati e della sofferenza, invito tutta la comunità degli operatori sanitari a ricordare il significato profondo della propria vocazione, prendersi cura di una persona che soffre e non eliminarla».
Il Papa si rivolge ai medici:
«Siate servitori appassionati della vita. Nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana. La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata».
Se culturalmente passa l’idea che la morte è un atto terapeutico, allora il medico, in scienza e coscienza, potrà decidere per te, per il tuo migliore interesse, se sia il caso di farti morire, anche se tu non lo vuoi, anche se non sei in condizioni di esprimerti.
Questo è il vero motivo per cui non bisogna fare nessuna legge di questo tipo: nel momento in cui consenti allo Stato, in qualunque modo, di ritenere la morte un atto terapeutico, è finita.
La legge, come sapete, ha sempre un effetto pedagogico.
Non pensiamo solo a noi, ma alla seconda, terza, quarta generazione dopo di noi.
Se passa questa idea terribile, tutto finisce per presentarsi come un calcolo costi-benefici.
Devo tenere in vita una persona che mi costa trentamila euro al giorno, quando un’iniezione di pentobarbital costa poco più di dodici o quattordici euro? Così risolvo il problema.
Non è una questione di legge buona o legge cattiva: no, no, no. È un salto culturale.
Se c’è una legge che dice che la morte è una scelta terapeutica, si risolve il disavanzo della spesa pubblica. C’è bisogno della sfera di cristallo? Basta guardare quello che è successo nei Paesi in cui è passato il concetto di morte terapeutica.
Seneca, filosofo stoico, affermava:
«C’è un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne. Perché dovrei aspettare la crudeltà di una malattia quando posso andarmene, sfuggendo ai tormenti e alle avversità?Si può scegliere la morte come si sceglie una nave quando ci si accinge a un viaggio, o una casa quando si intende stabilirsi in un luogo».
Ora, la domanda è: che fine hanno fatto i due miliardi di cristiani?
La Chiesa dovrebbe opporsi, se la gente comincia a pensare esattamente come pensavano gli stoici pagani prima di Cristo. La Chiesa ha qualcosa di buono; i cristiani qualche domanda sapevano farsela.
Che cosa è successo?
Anzi, che cosa succede quando non c’è più neanche il senso della condivisione, dell’aiuto?
Un altro caso significativo, da questo punto di vista, è quello di una ragazza olandese, Noa Pothoven, la cui vicenda è diventata famosa.
Questa ragazza aveva subìto una violenza sessuale all’età di cinque o sei anni, e questa esperienza l’aveva profondamente segnata.
A un certo punto decide di lasciarsi morire. Prima scrive un libro, poi comunica la decisione sui social:
«Dopo anni di combattimento, la mia battaglia è giunta al termine. Finalmente mi libererò della mia sofferenza, perché è diventata insopportabile. Non cercate di convincermi che sto sbagliando. La mia è una decisione ben ponderata e definitiva.In realtà è da anni che non vivo, ma sopravvivo. E forse non faccio neppure questo. Respiro, sì, ma ormai non vivo».
Lo Stato le avrebbe dato una risposta favorevole.
Ecco cosa intendo quando parlo dell’effetto pedagogico della legge, perché cambia mentalità, parametri etici e morali.
Questa notizia ha fatto il giro del mondo, anche perché la ragazza era minorenne: a diciassette anni sarebbe stata sottoposta a eutanasia e la società olandese avrebbe difeso la scelta dello Stato, mentre tutto il mondo ne fu inorridito.
Quello che una volta era considerato un crimine diventa un comportamento accettato e tutelato dalla legge.
Tuttavia, qualche realtà cattolica ha reagito.
Per esempio, una comunità legata a Comunione e Liberazione ha pubblicato un documento:
«Domenica 2 giugno, per sua volontà, Noa Pothoven, diciassette anni, è morta.Ha subìto violenza sessuale quando era molto giovane e, da allora, per lei la vita è diventata sempre più insopportabile.
Nel corso dei suoi ultimi giorni, molto è stato detto e scritto in tutto il mondo sulle persone, sulla legislazione e sulle circostanze che hanno determinato questa tragedia o che non sono state in grado di evitarla: una tragedia che Papa Francesco ha definito una sconfitta per tutti.
In molti hanno provato ad aiutare Noa, come hanno potuto. Ma che tipo di aiuto Noa stava cercando realmente?».
Questo è ciò che lei stessa ha scritto nel suo libro, dopo tutto l’orrore che ha vissuto:
«Spero ancora di poter incontrare qualcosa di speciale, che qualcosa di speciale possa ancora accadere, così che possa ritornare in me la voglia di vivere».
Una riflessione sulla vicenda di Noa:
«Con immenso dolore nei nostri cuori affidiamo Noa, che non abbiamo conosciuto ma il cui grido conosciamo così bene e che, proprio per questo, avrebbe potuto essere per noi una grande amica, allo stesso mistero che l’ha portata alla vita.La sua ultima speranza, contro tutto, ci dà una grande responsabilità.
Abbiamo noi, nella nostra vita, incontrato qualcosa di speciale, così speciale da restituirci la voglia di vivere?
Ci è mai capitato qualcosa di simile? E, se è successo, era semplicemente l’illusione di un momento oppure qualcosa capace di resistere alla prova del tempo?
Se qualcosa di speciale è accaduto e resiste all’urto del tempo, ci rendiamo conto di quanto sia necessario custodirlo per la nostra stessa vita e per quella di chi ci circonda?
Quali occasioni abbiamo per far sì che tutti quelli che portano dentro di sé lo stesso grido di Noa, noi compresi, possano incontrare ancora qualcosa di speciale, capace di cambiare la vita? Che differenza fa?».
Questo sguardo contemplativo e compassionevole nei confronti degli altri si è completamente perso.
Voi volete che l’Italia diventi così?
Ecco le parole che il Papa ha pronunciato giorni fa:
«In un’epoca in cui alcune società tendono a distogliere lo sguardo o a chiudere gli occhi di fronte alla dignità della vita umana, urge innanzitutto coltivare in noi e negli altri uno sguardo contemplativo.È lo sguardo di chi vede la vita e la sua profondità, cogliendone le dimensioni della gratuità, della bellezza, della provocazione alla libertà e alla responsabilità.
È lo sguardo di chi non pretende di impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente.
Questo sguardo si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà, affinché il mondo abbia la verità».
Cosa è mancato a quella ragazza?
È mancato questo sguardo.
In Olanda si sta discutendo di quella che viene chiamata eutanasia per «vita compiuta», cioè della possibilità che una persona, arrivando a sessanta o settanta anni, perfettamente sana, decida che la propria vita è finita e non voglia più continuare a vivere.
Già nel 2016 Edith Schippers, ministra della Salute, e Ard van der Steur, ministro della Giustizia, avevano presentato al Parlamento una proposta in questa direzione, introducendo anche una nuova figura professionale.
Il governo avrebbe proposto una formazione specialistica per professionisti del suicidio assistito, aperta anche a persone che non esercitano la professione medica, purché avessero seguito determinati corsi in ambito sanitario.
Certo, se si concede allo Stato questo potere, può saltar fuori una cosa che ho sentito trent’anni fa, quando don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, disse una cosa incredibilmente provocatoria:
«Chi di noi può impedire al potere di dire che, per conseguire un’umanità giovane, l’eutanasia si debba applicare a trent’anni? Chi potrà impedirlo al potere?Se lo Stato decidesse che l’eutanasia debba essere praticata da tutti una volta raggiunti i trent’anni, per mantenere vivace e fresca l’umanità, non ci sarebbe nessun altro tribunale di riferimento.
Nessuno potrebbe impedire al potere di dare una legge generale sull’eutanasia a trent’anni, se la mentalità dominante arrivasse al punto di ritenere un vantaggio per l’umanità mantenere soltanto una classe di esseri umani giovani, freschi, dinamici e senza i pesi della vecchiaia.
Se lo Stato ha un diritto senza confini, ha anche il diritto di determinare quanti figli devi avere e come debbano essere, e può anche stabilire fino a quando tu possa vivere».
Sembrava, trent’anni fa, una cosa assurda.
E anche qui, purtroppo, non c’è bisogno della fede.
Uno dei testi più convincenti contro l’eutanasia è stato scritto da un autore inglese, Kevin Yuill, e si intitola Against Suicide? Si tratta di un approccio liberale e umanistico contro il suicidio e la sua liberalizzazione.
Occorrerebbe tradurlo in italiano perché merita di essere diffuso, anche perché, secondo il mio punto di vista, è inattaccabile.
È scritto alla luce della pura ragione, da un autore che non crede in Dio e neanche nel trascendente.
Quindi non c’è bisogno della fede: basta la pura ragione.
Viene presentata come compassione: cosa suscita più compassione del vedere bambini e bambine che soffrono?
Infatti, nel 2008 è stata introdotta nei Paesi Bassi la possibilità dell’eutanasia infantile.
Ricordate tutti i casi dei famosi bambini Charlie Gard e Alfie Evans, compreso il caso più recente di Indi Gregory?
Noi Giuristi per la Vita abbiamo fatto veramente tantissimo per cercare di aiutare questi bambini.
Il nostro intervento è stato particolarmente complesso. Sono intervenuti anche altri sostenitori della causa, ma non c’è stato nulla da fare, ad eccezione del caso di Tafida, che siamo riusciti a portare in Italia.
Negli altri casi, abbiamo cercato di intervenire anche attraverso il riconoscimento della cittadinanza italiana ai bambini.
Lo dico tranquillamente: questo è stato possibile anche grazie a un vostro concittadino, Alfredo D’Antoni, che ha contribuito a far riunire il Governo e a ottenere la cittadinanza, un risultato davvero raro.
Una volta ottenuta la cittadinanza italiana, Indi Gregory avrebbe potuto essere trasferita in Italia. Infatti, l’ospedale pediatrico Bambino Gesù e l’ospedale Gaslini avevano dichiarato la propria disponibilità ad accoglierla, proponendo un percorso sperimentale a proprie spese.
La bambina era quindi diventata cittadina italiana.
A quel punto, abbiamo presentato un ricorso al giudice tutelare, facendo presente che si trattava di una bambina italiana che rischiava di essere sottoposta a una decisione di fine vita e che c’era un ospedale disposto ad accoglierla.
Il giudice tutelare ha disposto il trasferimento della bambina attraverso i canali diplomatici.
Che cosa è successo, invece?
La bambina è morta prima che il trasferimento potesse essere realizzato. Non è riuscita a raggiungere l’Italia, a differenza di quanto accaduto nel caso di Tafida.
La giustizia britannica è una mascherata, una farsa, crudele e spietata.
Le decisioni dei giudici hanno condizionato profondamente il destino di queste famiglie.
Ci si dimentica, però, di un fatto storico interessante: il programma nazista Aktion T4, legato alla cosiddetta eutanasia forzata, nacque anche nel contesto di una vicenda riguardante un bambino.
Si trattava di un bambino, Gerhard Kretschmar, nato negli anni Trenta cieco dalla nascita, senza un braccio e senza una gamba.
I genitori chiesero al direttore di una clinica, il dottor Catel, se fosse possibile addormentarlo per sempre, cioè farlo morire.
Il direttore spiegò che non era possibile, perché in Germania non esisteva una legge sull’eutanasia.
Il direttore, però, questa mentalità stava già prendendo piede — siamo negli anni in cui si diffondeva l’eugenetica, che arrivava anche dall’estero —, suggerì ai genitori di presentare una petizione al Führer, attraverso la sua cancelleria personale, diretta da Philipp Bouhler.
I genitori scrissero a Hitler, che espresse perplessità perché non esisteva ancora una legge sull’eutanasia, ma anche perché si trattava dell’eutanasia di un neonato, cioè di un soggetto che non era in grado di decidere.
Tuttavia, si rese conto che il caso era molto pietoso.
Mandò quindi il suo medico personale, il dottor Karl Brandt, nella clinica, dove incontrò il pediatra e gli altri medici che seguivano il bambino.
Il medico di Hitler tornò e gli riferì che si trattava effettivamente di un caso considerato pietoso.
Hitler allora si convinse e diede avvio al provvedimento del 1º settembre 1939, che recita:
«Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere la competenza di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili, secondo un giudizio critico sul loro stato di malattia».
Il documento è firmato da Adolf Hitler.
Il concetto utilizzato è quello della morte per pietà, della morte per misericordia, della morte compassionevole, della morte per grazia.
Questo bambino viene chiamato «piccolo Knauer», un caso poi richiamato nel processo di Norimberga, durante il quale Karl Brandt, medico personale di Hitler, fu sentito come testimone.
Al processo di Norimberga, il dottor Karl Brandt, tra i vari dettagli della vicenda, precisò che Hitler si era raccomandato vivamente di agire con delicatezza, soprattutto nei confronti dei genitori del bambino, facendo in modo che non si sentissero responsabili della sua morte.
Tutto quello che era stato fatto rispondeva all’interesse supremo del piccolo.
Lo stesso criterio sarebbe stato utilizzato dai giudici inglesi nel caso del bambino di cui sopra, Gerhard Kretschmar.
Ma la mentalità ormai era cambiata.
Alla fine della guerra, la BBC intervistò i genitori di questo bambino.
Il padre descrisse la scena dell’incontro con il dottor Brandt:
«Era proprio qui. Karl Brandt era in piedi vicino alla finestra. Era alto, imponente, sembrava riempire tutta la stanza.Mi spiegò che il Führer lo aveva mandato personalmente e che era molto, molto interessato al caso di mio figlio.
Il Führer voleva esplorare il problema delle persone il cui futuro era considerato privo di valore.
Da allora in poi non avremmo più dovuto soffrire per questa terribile disgrazia, perché il Führer ci aveva concesso la soppressione pietosa di nostro figlio.
Ecco che cosa mi spiegò Brandt. Era un uomo magnifico, intelligente, molto convincente.
Fu per noi come un salvatore, l’uomo che poteva sollevarci da un peso molto grande.
Lo ringraziammo ed esprimemmo tutta la nostra gratitudine».
Ho trovato riferimenti in I medici nazisti. Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler, di Robert Jay Lifton, edito da BUR Rizzoli, a Milano.
Perché è interessante?
Perché è molto attuale.
Hitler è riuscito in questa operazione perché, quando il potere riesce a sostituirsi alla coscienza individuale, il potere diventa il criterio ultimo delle decisioni.
Hitler è stato talmente efficace in questo che suggerisco sempre a tanti ragazzi e a tanti giovani di leggere un libro: Colloquio con Hitler, di Hermann Rauschning.
Tutti pensano che Hitler fosse soltanto un pazzo, un uomo dominato dall’odio, un lunatico, un paranoico.
Invece aveva un’intelligenza straordinaria e sapeva esattamente quello che diceva e quello che faceva.
Tra le tante cose riportate in questo libro, ricordo questa frase:
«Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso, dalle sporche e umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza».
E sarebbe stato talmente efficace in questa operazione, cioè nel far sostituire il potere alla coscienza, da arrivare a far dire al suo braccio destro:
«Io non ho nessuna coscienza. La mia coscienza si chiama Adolf Hitler».
La coscienza coincide esattamente con il potere.
Ecco perché la coscienza è il luogo della libertà.
Diceva:
«La coscienza è il luogo dove la libertà dell’io ascolta la voce di un altro, con la minuscola: non sei né tu né il potere.È il luogo in cui emerge l’oggettività di un ordine dato per sé, al quale obbedire».
Questa è la migliore definizione di legge naturale, di diritto naturale, che io abbia mai incontrato nella mia vita. Andrebbe imparata a memoria.
Perché poi, anche qui, se non c’è un criterio oggettivo, chi stabilisce se e quando una vita sia degna di essere vissuta oppure no?
Chi è?
Il potere.
E guardate che, allora, il potere alza e abbassa l’asticella a seconda di quello che ritiene opportuno.
Perché? Ditemi, perché?
Un bambino cieco, senza un braccio e senza una gamba, non è degno di vivere?
Chissà che cosa sarebbe potuto diventare quel bambino. Magari uno scienziato che avrebbe sconfitto il tumore.
E sapete perché faccio questa osservazione?
Molti secoli prima del caso del piccolo Knauer, in un’altra Germania, completamente diversa, nacque un bambino gravemente disabile, tetraplegico e totalmente paralizzato.
I genitori lo affidarono amorevolmente a coloro che, in quell’epoca, rappresentavano una forma di assistenza sociale: i monaci benedettini dell’isola di Reichenau.
Stiamo ovviamente parlando di quello che il mondo conoscerà come Hermannus Contractus, cioè Ermanno il Contratto, soprannome legato alla sua grave disabilità fisica.
I monaci benedettini dell’isola di Reichenau si presero cura di questo bambino. All’epoca non esisteva lo Stato sociale come lo intendiamo oggi: erano le comunità religiose a svolgere molte funzioni di assistenza.
I medici diedero una diagnosi negativa anche sulle sue capacità mentali, ritenendolo affetto da un ritardo cognitivo.
Eppure, i monaci benedettini riuscirono a riconoscere la dignità profonda, immensa e inalienabile di quell’essere umano e lo trattarono come un bambino capace di imparare.
Lo fecero studiare, tenendo conto delle sue difficoltà fisiche, che rendevano particolarmente difficile scrivere.
A un certo punto si resero conto che quel bambino aveva un’intelligenza superiore alla media.
Gli offrirono quindi ulteriori opportunità di studio. Imparò il greco, il latino e l’arabo, cominciò a scrivere numerosi libri e, in seguito, diventò monaco.
Gli vengono attribuiti importanti contributi alla storiografia, alla spiritualità, alla musica e all’astronomia.
È proprio in quest’ultimo campo che divenne una figura di grande rilievo.
Pensate che i suoi trattati sull’astrolabio e sulle applicazioni della misurazione astronomica sono ancora ricordati nella storia della scienza medievale.
La sua fama si diffuse ampiamente, tanto che venne definito un miracolo del suo secolo, un «miracolo del mondo».
Secondo la tradizione, anche papa Leone IX e l’imperatore Enrico III visitarono il monastero per incontrarlo.
Ermanno, oltre a essere tetraplegico, viveva in una condizione particolare: soffriva di dolori costanti e permanenti, giorno e notte.
All’epoca non esistevano la morfina e molti degli analgesici oggi disponibili. Il dolore era tale da farlo piangere.
I confratelli gli costruirono una specie di seggiolone, in modo che potesse sedersi e sentire meno dolore. Ma il dolore rimaneva costante, giorno e notte.
E nonostante questa condizione, era un uomo non soltanto capace di trovare momenti di serenità, ma anche di aiutare gli altri, dare consigli, stare in compagnia, essere ironico e persino autoironico.
In questa condizione di dolore costante, fino alle lacrime, quest’uomo compose la musica e le parole di uno degli inni più belli della tradizione cristiana: il Salve Regina.
Le parole dell’inno:
«Suspiramus, gementes et flentes in hac lacrimarum valle»,
cioè:
«Sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime»,
si riferivano alla condizione personale di Ermanno, che viveva senza i moderni strumenti di controllo del dolore.
Per questo è straordinario che un uomo in quelle condizioni abbia contribuito a un inno che, dopo quasi mille anni, continua a essere cantato nella tradizione cristiana.
Un inno scritto da un uomo disabile, con una condizione fisica gravissima, che oggi forse non sarebbe neppure nato se fosse stato sottoposto ad aborto.
E qui sorge una domanda: di quanti capolavori come il Salve Regina si è privata l’umanità abortendo i loro autori? Di quanti geni come Ermanno si sarebbe privata?
Pensateci: ogni volta che ascolterete o canterete il Salve Regina, ricordatevi di questa storia.
Anche i trattati sull’astrolabio testimoniano quanto una persona con gravi limitazioni fisiche possa contribuire alla cultura e alla conoscenza.
L’oratore cita poi una frase attribuita a Ermanno, nella quale egli si descriverebbe con grande umiltà:
«Ermanno, il più disgraziato tra i poveri di Cristo, un dilettante filosofo da quattro soldi, un asino, lento come un asino, anzi, più lento di un animale da soma, ha scritto questo piccolo trattato solo per l’insistenza di una compagnia di amici che gli vuole bene».
E anche qui: come si fa, in una condizione così dolorosa, a dare un senso alla vita?
Ce lo spiega ancora una volta don Luigi Giussani:
«L’esistenza del dolore, come può divenire così ricca e amabile?Quell’energia di adesione alla realtà ultima delle cose permette di utilizzare anche ciò che tutto il mondo intorno riterrebbe non utilizzabile.
Il male, il dolore, la fatica di vivere, l’handicap fisico e morale, la noia e persino la resistenza a Dio: tutto può essere trasformato e mostrare mirabilmente gli effetti della sua trasformazione, se vissuto in rapporto con la realtà vera, se offerto a Dio, dice la tradizione cristiana».
La domanda è: perché i genitori di Ermanno non hanno deciso di eliminarlo? Perché non hanno chiesto ai monaci di sopprimerlo? Perché i monaci non lo hanno abbandonato? Perché Ermanno, nelle sue condizioni, non ha deciso di suicidarsi?
Risponde Giussani:
«Perché che cosa c’era in lui? Un senso di Dio immensamente più pertinente ed esistenzialmente vissuto che per noi.Un senso di Dio così preciso, potente, incidente, dominante, devastante, dell’energia dell’essere».
È solo Cristo che l’ha portato.
Una società che dimentica questo non è necessariamente una società più progredita e più moderna. Rischia di essere soltanto una società più cinica e disperata”.
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1 commento su “Autodeterminazione, Anticamera dell’Eutanasia. Gianfranco Amato, Cinzia Notaro.”
Ed eutanasia… anticamera di abbattimenti programmati come per animali!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/