Maria nel Disegno della Redenzione. La Nuova Eva. Seconda Parte. Giulio Ferri.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae,  Giulio Ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ruolo di Maria nella Redenzione. Buona lettura e diffusione.

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MARIA NEL DISEGNO DELLA REDENZIONE

Un percorso biblico, teologico e mistico alla scoperta del posto di Maria nel disegno della Redenzione. Dalla Genesi all’Apocalisse, attraverso la Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa, seguiremo il mistero della Donna unita al Figlio nel compimento della salvezza.

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La Nuova Eva

di Giulio Ferri

Nel primo articolo abbiamo incontrato Maria sulla soglia della storia della salvezza: la Donna della promessa, misteriosamente presente nelle parole rivolte da Dio al serpente dopo la caduta. Ma la Scrittura, letta alla luce della Tradizione, ci permette di compiere un passo ulteriore. Se nella Genesi incontriamo una donna accanto all’uomo nel momento della caduta, nel Vangelo incontriamo una donna accanto al nuovo Adamo nel momento in cui Dio inaugura la nuova creazione.

È questa la grande intuizione che attraversa la Tradizione cristiana fin dai suoi primi secoli: Eva e Maria non sono semplicemente due donne messe in relazione per devozione. Sono due figure collocate, per così dire, ai due estremi della storia della salvezza. La prima partecipa, con la sua disobbedienza, all’ingresso del peccato; la seconda partecipa, con la sua obbedienza, all’ingresso nel mondo del Salvatore.

Non significa naturalmente che Maria sia il contrario di Cristo, come se esistesse una redenzione femminile accanto a quella maschile. Il centro rimane sempre Cristo. È lui il nuovo Adamo. È lui che ricapitola l’umanità, assume la nostra natura, vince il peccato, attraversa la morte e inaugura la vita nuova. Ma proprio perché Cristo è il nuovo Adamo, diventa teologicamente significativo domandarsi se accanto a lui esista anche una nuova Eva.

La risposta della Chiesa antica è sorprendentemente antica.

Già san Giustino martire, nella metà del II secolo, stabilisce un parallelismo destinato a diventare fondamentale. Nel Dialogo con Trifone, Giustino osserva che Eva, ancora vergine, aveva accolto nel suo cuore la parola del serpente e da quella disobbedienza erano venuti il peccato e la morte; Maria, anch’ella vergine, accoglie invece la parola dell’angelo e attraverso la sua obbedienza viene concepito il Figlio di Dio.[1] La contrapposizione non è ancora sviluppata nella forma sistematica che troveremo in Ireneo, ma il principio è già presente.

È una intuizione di straordinaria profondità: la storia della salvezza viene letta come un ritorno, una correzione, una ricapitolazione di ciò che era avvenuto all’inizio. Non perché Dio debba semplicemente “rifare” la creazione come se il primo progetto fosse fallito, ma perché la grazia entra nelle stesse realtà attraverso le quali il peccato aveva ferito l’uomo e le conduce verso il loro compimento.

La logica è quella dell’inversione.

Una donna ascolta una parola che non viene da Dio e crede alla menzogna del serpente. Un’altra donna ascolta una parola che viene da Dio e crede all’annuncio dell’angelo. La prima accoglie nel proprio cuore una parola di morte; la seconda accoglie nel proprio grembo la Parola della Vita. La prima si apre alla disobbedienza; la seconda all’obbedienza.

Non siamo davanti a un semplice gioco letterario.

Per i Padri, il parallelismo Eva-Maria possiede una portata propriamente soteriologica. Esso aiuta a comprendere come Dio abbia voluto realizzare la Redenzione: non cancellando la storia dell’uomo, ma assumendola dall’interno e portandola verso una nuova creazione.

Ed è qui che compare la figura del nuovo Adamo.

San Paolo aveva già posto il fondamento cristologico di questa lettura. In Adamo entra il peccato; in Cristo viene offerta la grazia. «Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19). E ancora: «Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1Cor 15,22).

Paolo non parla esplicitamente di Maria come nuova Eva. Ma la struttura è già presente: un primo uomo e un nuovo Uomo; una prima disobbedienza e una nuova obbedienza; una prima trasmissione della morte e una nuova trasmissione della vita.

La Tradizione dei primi secoli compirà un passo ulteriore chiedendosi se anche la donna abbia avuto un ruolo corrispondente nella struttura della storia della salvezza.

Ireneo di Lione, nel II secolo, sarà colui che svilupperà questa intuizione con una profondità che ancora oggi sorprende. Egli legge l’intera opera di Cristo attraverso il concetto di ricapitolazione. Il Verbo fatto carne assume in sé la storia dell’uomo per ricondurla al suo principio e condurla al suo compimento. Cristo non viene semplicemente a riparare dall’esterno un danno già compiuto: entra nella nostra storia e la ricapitola in se stesso.

È all’interno di questa visione che Ireneo presenta Maria.

Nel terzo libro dell’Adversus haereses, dopo aver parlato della nascita verginale del Salvatore, il vescovo di Lione afferma che «il nodo della disobbedienza di Eva ebbe la sua soluzione nell’obbedienza di Maria».[2] L’immagine del nodo è potentissima. Il peccato aveva come stretto un legame che l’uomo non era più capace di sciogliere da solo. Cristo viene a liberare l’uomo, ma l’obbedienza di Maria è posta da Ireneo all’interno di questo misterioso processo.

Non dobbiamo però equivocare l’immagine.

Maria non scioglie il nodo al posto di Cristo. È Cristo colui che salva. È la sua Incarnazione, è la sua obbedienza al Padre, è la sua Croce, è la sua Risurrezione a compiere la Redenzione. L’obbedienza di Maria appartiene invece all’ordine della cooperazione della creatura alla grazia ricevuta.

Questa distinzione sarà decisiva per tutto il nostro percorso.

Se la dimenticassimo, trasformeremmo Maria in una sorta di seconda redentrice indipendente da Cristo. Ma una simile concezione non appartiene alla fede cattolica. Maria non è una sorgente autonoma di grazia. È la creatura che, per grazia, viene resa capace di cooperare all’opera del suo Figlio.

Ed è proprio questo che rende il linguaggio di Ireneo così importante.

Il santo vescovo non presenta Maria come una figura ornamentale dell’Incarnazione. La presenta come una donna realmente coinvolta nell’evento attraverso il quale Dio entra nella storia.

Nel quarto capitolo del terzo libro, Ireneo parla della Tradizione ricevuta dagli Apostoli e custodita dalla Chiesa come luogo nel quale la verità della salvezza viene trasmessa.[3] Non è un dettaglio marginale. Per Ireneo, la comprensione della fede non può essere separata dalla continuità della Tradizione apostolica. E proprio all’interno di questa Tradizione egli sviluppa la lettura di Cristo come nuovo Adamo e di Maria come nuova Eva.

Il parallelismo diventa allora molto preciso.

Adamo ed Eva sono insieme all’origine dell’umanità ferita dal peccato. Cristo e Maria sono posti, in modo infinitamente diverso e incomparabile, all’inizio della nuova economia della salvezza. Adamo riceve un comando e disobbedisce; Cristo riceve dal Padre una missione e obbedisce fino alla morte. Eva ascolta il serpente; Maria ascolta l’angelo. Eva si lascia persuadere alla disobbedienza; Maria si lascia persuadere alla fede.

Ma c’è un’altra simmetria che non dobbiamo trascurare.

Entrambe le donne sono vergini. Entrambe sono promesse a un uomo. Entrambe ricevono una parola che determina una svolta nella storia. Entrambe sono chiamate a esercitare la propria libertà davanti a una parola ricevuta.

Ireneo insiste proprio su questo.

Nel quinto libro dell’Adversus haereses torna infatti sul confronto e osserva che, come il genere umano cadde nella schiavitù della morte per mezzo di una vergine, così viene salvato per mezzo di una Vergine; la disobbedienza della prima viene contrapposta all’obbedienza della seconda.[4] Il termine usato dalla tradizione latina, advocata, è stato tradotto in modi diversi e il suo significato preciso è discusso dagli studiosi; ma il senso complessivo del passo è chiaro: Maria viene presentata come la controfigura di Eva, colei nella quale la risposta della creatura a Dio prende una direzione opposta a quella della prima donna.[5]

È difficile non rimanere colpiti dalla precisione della costruzione.

La salvezza viene dall’alto, ma non senza la libertà dell’uomo. Dio non tratta Maria come un oggetto passivo. La grazia la precede, la sostiene e la rende capace di rispondere; ma la risposta è realmente sua.

Qui emerge una verità che avrà conseguenze enormi per la teologia mariana successiva: la grazia non elimina la libertà; la rende capace di un’obbedienza più piena.

Maria non è grande perché Dio avrebbe semplicemente fatto tutto al suo posto. È grande perché la grazia di Dio, entrando in una creatura, trova una libertà completamente disponibile.

E questo ci permette di comprendere meglio anche l’Immacolata Concezione.

Se Maria fosse semplicemente una donna qualsiasi, lasciata nelle condizioni del peccato originale e poi improvvisamente chiamata a collaborare all’Incarnazione, il mistero sarebbe già immenso. Ma la fede della Chiesa vede in lei qualcosa di ancora più radicale: una creatura preservata dal peccato fin dal primo istante della sua esistenza, proprio in vista della missione alla quale Dio l’aveva destinata.

L’Immacolata non è dunque un privilegio isolato. La verginità perpetua non è un privilegio isolato. La maternità divina non è un privilegio isolato.

I dogmi mariani cominciano a illuminarsi reciprocamente.

La Madre di Dio è la Vergine; la Vergine è l’Immacolata; l’Immacolata è colei che, nella pienezza della grazia, può pronunciare liberamente il suo sì. E questo sì si colloca esattamente nel punto in cui la storia dell’umanità comincia a essere ricondotta verso il suo compimento.

Non è un caso che Ireneo colleghi strettamente la dottrina della ricapitolazione alla realtà concreta dell’Incarnazione. Contro le correnti gnostiche del suo tempo, egli insiste sul fatto che il Figlio di Dio ha realmente assunto la carne umana. La salvezza non consiste nel fuggire dalla materia, ma nel fatto che Dio ha assunto ciò che aveva creato.[6]

Maria, allora, non è un elemento secondario di questa realtà. È precisamente dalla sua carne che il Verbo prende la carne.

Il Figlio eterno riceve realmente da lei la sua umanità. Non si tratta di un semplice passaggio biologico privo di significato teologico. Il Figlio di Dio diventa veramente uomo e diventa veramente figlio di Maria.

Per questo il parallelismo con Eva non può essere ridotto a una bella immagine.

Eva è la madre dei viventi secondo la storia della creazione ferita; Maria diviene Madre del Vivente secondo la nuova creazione. Eva accoglie una parola che conduce alla morte; Maria accoglie la Parola che porta la Vita. Eva è coinvolta nell’ingresso della morte; Maria è coinvolta nell’ingresso del Salvatore.

E tuttavia bisogna fermarsi proprio qui, prima di spingersi troppo avanti.

Perché il rischio di ogni grande immagine teologica è quello di essere forzata oltre ciò che realmente dice.

Il parallelismo Eva-Maria non significa che ogni gesto di Eva debba avere necessariamente un corrispondente preciso nella vita di Maria. Non significa che la Scrittura abbia nascosto, sotto ogni particolare della Genesi, una profezia mariana esplicita. E non significa neppure che la Chiesa possa dedurre da questo parallelismo qualsiasi titolo voglia attribuire a Maria.

La tipologia cristiana ha un centro: Cristo.

È Cristo che porta a compimento Adamo. È Cristo che vince il serpente. È Cristo che salva l’uomo dalla morte. È Cristo che ricapitola tutte le cose.

Maria appare nella tipologia della Nuova Eva proprio perché è unita al mistero del Figlio. Separarla da lui significherebbe distruggere il senso stesso della tipologia.

Tertulliano, già tra la fine del II e l’inizio del III secolo, riprenderà il confronto tra Eva e Maria all’interno della sua difesa della vera umanità di Cristo. Nel De carne Christi insiste sul fatto che il Figlio di Dio ha ricevuto una vera carne dalla Vergine Maria e collega questo fatto al parallelismo tra il primo e il secondo Adamo.[7] Anche qui la questione mariana nasce da una questione cristologica: per dire chi è Maria bisogna prima dire chi è il Figlio che da lei nasce.

È una regola che dovremo custodire durante tutto il nostro percorso.

La mariologia non può diventare una teologia parallela a quella di Cristo. La vera mariologia conduce sempre più profondamente a Cristo.

E forse proprio per questo la figura della Nuova Eva possiede una forza spirituale che va oltre la ricostruzione storica dei testi patristici.

Eva ci ricorda che la libertà della creatura non è una cosa insignificante davanti a Dio. La libertà può aprire una porta alla disobbedienza. Ma Maria mostra che la stessa libertà, raggiunta e sostenuta dalla grazia, può diventare il luogo dell’accoglienza di Dio.

Il cristianesimo non insegna che Dio abbia bisogno dell’uomo nel senso di una necessità che limiti la sua onnipotenza. Insegna qualcosa di più misterioso: Dio, nella sua libertà sovrana, ha voluto coinvolgere la libertà della creatura nella storia della salvezza.

Maria è il caso più alto di questa cooperazione.

Quando l’angelo si presenta a Nazaret, Dio non impone semplicemente un destino. Annuncia una chiamata. E Maria risponde.

Ma su quella risposta dovremo soffermarci con maggiore attenzione, perché lì il tema della Nuova Eva raggiunge il suo punto decisivo.

La vera differenza tra Eva e Maria non è infatti soltanto che una dice “no” e l’altra dice “sì”. È più profonda.

Eva ascolta una parola che mette in dubbio la bontà di Dio: «È vero che Dio ha detto…?». Maria ascolta una parola che le chiede di fidarsi di Dio anche quando ciò che viene annunciato supera ogni sua possibilità di comprendere.

Eva pretende di raggiungere una pienezza sottraendosi all’ordine di Dio. Maria riceve la pienezza proprio nell’abbandono alla sua volontà.

La prima mano si tende verso un frutto che non le appartiene. La seconda donna apre il proprio grembo a un dono che non potrebbe mai produrre da sé.

E qui la differenza diventa quasi abissale.

Eva vuole prendere. Maria accoglie.

Ma accogliere non significa essere passivi.

L’accoglienza di Maria è un atto della libertà. È fede. È obbedienza. È disponibilità. È consegna. È un atto umano autentico, reso possibile dalla grazia divina.

Per questo la Tradizione cristiana ha visto nella Vergine di Nazaret non semplicemente una donna che riceve un privilegio, ma la creatura nella quale la libertà umana raggiunge una forma altissima di consenso a Dio.

La Nuova Eva è dunque inseparabile dal nuovo Adamo.

Cristo compie la Redenzione; Maria partecipa, in modo subordinato e dipendente, all’ingresso del Redentore nel mondo. Cristo è la causa prima della salvezza; Maria è coinvolta secondo l’ordine della grazia e della cooperazione della creatura. Cristo è il Salvatore; Maria è la serva che accoglie il Salvatore.

Questa distinzione non diminuisce Maria. Al contrario, la colloca nella sua vera grandezza.

Perché la grandezza di Maria non consiste nell’essere una seconda sorgente della salvezza. Consiste nell’essere la creatura che Dio ha voluto associare in maniera singolare al mistero del Figlio.

Ed è proprio qui che la figura della Nuova Eva apre una domanda che non possiamo ancora risolvere.

Se Maria è veramente la Nuova Eva, se la sua obbedienza è realmente posta da Ireneo in rapporto con la disobbedienza di Eva, se la sua libertà è realmente coinvolta nell’ingresso del Redentore nella storia, fino a dove arriva questa cooperazione?

Si limita al momento dell’Annunciazione? Oppure attraversa tutta la vita di Cristo? Arriva fino a Cana, quando Maria indica ai servi il Figlio?

Arriva fino al Calvario, quando la Madre sta presso la Croce?

E se presso la Croce Maria è ancora lì, mentre il nuovo Adamo offre se stesso al Padre, quale significato ha la presenza della Nuova Eva accanto a lui?

Sono domande che la Chiesa non ha inventato ieri. Sono domande che crescono lentamente nella Tradizione, insieme alla contemplazione del mistero di Cristo.

Ma per affrontarle dobbiamo entrare nel luogo nel quale tutto comincia: una casa di Nazaret, una giovane donna, un angelo e una parola capace di cambiare la storia.

Non è ancora il momento di pronunciare il grande titolo che accompagnerà la parte finale del nostro percorso.

Prima dobbiamo ascoltare quella parola.

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

È qui che la Nuova Eva pronuncia il suo sì.

Ed è qui che la storia della Redenzione comincia a passare, misteriosamente, attraverso la libertà di una creatura.

Il prossimo passo sarà dunque inevitabile: «Ecco la serva del Signore».

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[1] San Giustino martire, Dialogo con Trifone, 100. Giustino stabilisce uno dei più antichi parallelismi espliciti tra Eva e Maria: la vergine Eva accoglie la parola del serpente, mentre la Vergine Maria accoglie la parola dell’angelo. La struttura è già cristologica: il confronto tra le due donne serve a comprendere il modo in cui Cristo rovescia la dinamica della caduta.

[2] Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, III, 22, 4. Il passo contiene la celebre immagine del “nodo” della disobbedienza di Eva sciolto dall’obbedienza di Maria. Cfr. anche III, 21–22, dove Ireneo sviluppa il rapporto tra Adamo, Cristo, Eva e Maria.

[3] Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, III, 4, 1. Ireneo insiste sulla Tradizione apostolica custodita dalla Chiesa come criterio per riconoscere la verità della fede.

[4] Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, V, 19, 1. Ireneo afferma che, come l’umanità cadde nella schiavitù della morte per mezzo di una vergine, così viene liberata per mezzo di una Vergine, contrapponendo la disobbedienza di Eva all’obbedienza di Maria.

[5] Sul termine advocata utilizzato da Ireneo in V, 19, 1, la tradizione manoscritta e le traduzioni presentano alcune difficoltà. Il senso generale del passo è però quello di una Maria posta in rapporto antitetico e complementare con Eva, come colei che risponde nella fede là dove Eva aveva risposto nella disobbedienza.

[6] Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, V, 21, 1. Ireneo presenta Cristo come colui che ricapitola in sé la storia dell’uomo, vincendo il nemico attraverso la propria obbedienza e portando a compimento ciò che era stato annunciato nella promessa di Gen 3,15.

[7] Tertulliano, De carne Christi, 17. Tertulliano collega la realtà della vera carne assunta da Cristo dalla Vergine al parallelismo tra il primo e il secondo Adamo e sviluppa, nello stesso contesto, l’analogia tra Eva e Maria.

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2 commenti su “Maria nel Disegno della Redenzione. La Nuova Eva. Seconda Parte. Giulio Ferri.”

  1. Permettete questa domanda al signor Giulio Ferri e a don P. P, a Marco Tosatti, a Mariella e a chiunque vorrà cortesemente rispondermi:

    ◾ Siete d’accordo si o no nel riconoscere ERETICHE e BLASFEME queste frasi che l’impostore Bergoglio ha espresso contro Maria Corredentrice e Mediatrice di tutte le Grazie tra Cristo e l’umanità? :
    https://youtu.be/VhFTok0_0KY?si=HRB03Q3qWtOHHoAxc

    -BESTEMMIE-ERESIE che l’anticardinale Fernandez ha riportato (solo in parte) nel documento eretico “Mater Populi fidelis” (sottofirmate da Prevost) al capitolo 21:
    _ Anti-papa Francesco ha espresso, in almeno tre circostanze, la sua posizione chiaramente CONTRARIA all’uso del titolo di CORREDENTRICE, sostenendo che Maria «non ha mai voluto prendere per sé qualcosa di suo Figlio. Non si è mai presentata come CO-REDENTRICE. No, discepola». L’opera della Redenzione è stata perfetta e non necessita di alcuna aggiunta. Perciò, «la Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo […]. Non ha chiesto per sé di essere una “QUASI-REDENTRICE” o una “CORREDENTRICE”: no.
    Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia».
    Cristo «è l’unico Redentore: non ci sono CO-REDENTORI con Cristo». (ERESIA)
    […] Sebbene possiamo prolungarne gli effetti nel mondo, né la Chiesa né Maria possono sostituire o perfezionare l’opera redentrice del Figlio di Dio incarnato, che è stata perfetta e non ha bisogno di AGGIUNTE. 🙈
    22. Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, È SEMPRE INAPPROPRIATO USARE IL TITOLO di CORREDENTRICE per definire la Cooperazione di Maria. (ERESIA)
    Questo titolo rischia di OSCURARE l’unica mediazione salvifica di CRISTO…
    Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente. In questo caso, non aiuta ad esaltare Maria come prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia, perché il pericolo di OSCURARE il RUOLO ESCLUSIVO DI GESÙ Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per la NOSTRA SALVEZZA, l’unico capace di offrire al Padre un sacrificio di infinito VALORE…

    Il mio più sentito grazie a chi vorrà rispondermi❣️

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