Maria Assunta in Cielo. Il Cielo che Trasfigura la Terra. Giulio Ferri (Parte II).

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Giulio Ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione la seonda parte delle riflessioni sul dogma mariano dell’Assunzione in cielo. Buona lettura e condivisione.

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Maria, assunta in cielo (Parte II)

di Giulio Ferri

Il cielo che trasfigura la terra

 

Se Maria è già là dove noi speriamo di arrivare, allora l’Assunzione non può essere soltanto una verità da contemplare guardando verso il cielo. Deve diventare una verità capace di cambiare il modo nel quale abitiamo la terra.

Perché il cristianesimo non è una religione della fuga dal mondo. È la fede nel Dio che è entrato nel mondo, ha assunto la nostra carne, ha attraversato la morte ed è risorto. Il cielo cristiano non è dunque l’evasione dalla realtà, ma il suo compimento. E Maria Assunta è il segno concreto che questo compimento riguarda l’uomo nella sua interezza.

È proprio il corpo, forse, a rendere oggi questo dogma più difficile da comprendere e, nello stesso tempo, più necessario.

Abbiamo imparato a considerare il corpo secondo due logiche apparentemente opposte. Da una parte lo idolatriamo: bellezza, giovinezza, efficienza, piacere, prestazione. Dall’altra, quando il corpo diventa fragile, malato, anziano o improduttivo, tendiamo a considerarlo quasi un peso. In entrambi i casi rischiamo di dimenticare la stessa cosa: il corpo non è qualcosa che possediamo; è parte di ciò che siamo.

L’Assunzione restituisce al corpo la sua dignità ultima.

Maria non è assunta lasciando dietro di sé il proprio corpo come un involucro ormai inutile. È la persona stessa, nella sua unità di anima e corpo, a essere introdotta nella gloria. La fede cristiana non attende dunque una salvezza che ci renda finalmente meno umani. Attende una trasformazione nella quale l’uomo sarà pienamente se stesso.

Questa verità illumina anche il significato cristiano della morte.

La morte rimane un dramma. La Chiesa non ha mai insegnato a banalizzarla. La morte separa, ferisce, priva della presenza sensibile della persona amata. Il cristiano non deve vergognarsi delle lacrime davanti alla morte: anche Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro.

Ma la fede impedisce alle lacrime di diventare l’ultima parola.

Davanti alla morte di una persona cara, il cristiano non dice semplicemente: «Non c’è più». Dice qualcosa di molto più difficile e molto più grande: «Non è più con noi nello stesso modo, ma la morte non ha potuto distruggere ciò che Dio ha chiamato alla vita eterna».

L’Assunzione di Maria è la forma più luminosa di questa speranza.

In lei vediamo che la morte non è destinata ad avere l’ultima parola sul corpo umano. La Risurrezione di Cristo ha spezzato il potere definitivo della morte, e Maria partecipa già in modo singolare a quella vittoria.

Ma proprio qui dobbiamo evitare un’altra possibile confusione. L’Assunzione di Maria non coincide con l’Ascensione di Cristo.

Cristo ascende al cielo per la propria potenza divina. Maria viene assunta: riceve da Dio ciò che non potrebbe compiere da se stessa. La differenza non è secondaria. Cristo è il Signore della gloria; Maria è la creatura glorificata dalla Grazia.

Anche nell’ultimo dei quattro dogmi, dunque, Maria non oscura Cristo. Lo rende visibile. Ogni autentica grandezza mariana è come la luce della luna: non possiede la propria sorgente, ma riflette quella che riceve.

E forse proprio per questo l’Assunzione è uno dei dogmi più profondamente cristocentrici. Ci dice che la vittoria di Cristo non rimane chiusa nella sua Risurrezione come un evento appartenente soltanto a Lui. La sua Pasqua genera una nuova umanità. Maria ne è il primo grande segno compiuto.

Questa prospettiva modifica anche il nostro modo di intendere il tempo.

Viviamo spesso come se tutto dovesse essere realizzato immediatamente. La nostra epoca ha una difficoltà particolare ad attendere. Vogliamo risultati, risposte, soddisfazioni, riconoscimenti. Anche la fede può essere deformata dalla pretesa di vedere subito il frutto di ciò che facciamo.

L’Assunta insegna invece la pazienza del compimento.

La vita cristiana è un cammino verso qualcosa che non possediamo ancora pienamente. La gloria futura illumina il presente, ma non lo sostituisce. La speranza non elimina l’attesa: le dà un significato.

Maria è già arrivata dove noi siamo ancora in cammino.

Per questo la sua presenza nella gloria non è una distanza che ci separa. È una promessa che ci precede. La Chiesa, infatti, guarda a Maria come alla propria immagine escatologica. In lei contempla ciò che sarà chiamata a essere quando il disegno di Dio giungerà alla sua pienezza. Il Concilio Vaticano II la presenta proprio come segno di sicura speranza e consolazione per il popolo di Dio pellegrinante.

La parola «pellegrinante» è importante.

La Chiesa non è ancora nella condizione definitiva. È nella storia, attraversa persecuzioni, crisi, peccati dei suoi membri, divisioni, debolezze e riforme. Ma proprio perché cammina verso una meta, non può ridurre se stessa al presente.

Una Chiesa che dimenticasse il cielo finirebbe inevitabilmente per diventare soltanto un’istituzione terrena. L’Assunzione ci ricorda invece che la Chiesa è orientata verso un compimento che non può produrre da sola. E qui il dogma mariano tocca un tema che oggi è particolarmente urgente: la perdita del senso dell’eternità.

Non è casuale che in molte forme della cultura contemporanea la morte venga rimossa. Se l’orizzonte dell’uomo termina nell’immediato, allora tutto deve essere ottenuto qui e ora. Il successo diventa assoluto. Il benessere diventa assoluto. Il riconoscimento sociale diventa assoluto. Anche il corpo viene sottoposto alla pressione di dover apparire sempre giovane, efficiente, desiderabile.

Ma ciò che viene assolutizzato in questo modo diventa inevitabilmente un idolo. La fede cristiana rompe questa prigionia del presente senza disprezzare il presente. Ci ricorda che la vita terrena è seria proprio perché non è definitiva.

Ogni gesto conta, ma nessun gesto terreno è Dio. Ogni amore autentico è prezioso, ma nessun amore umano può essere l’assoluto. Ogni bene deve essere perseguito, ma nessun bene creato può colmare definitivamente il cuore. L’Assunzione apre la finestra dell’eternità dentro la nostra esistenza temporale.

E questo ha anche una conseguenza morale. Se il corpo è destinato alla gloria, non possiamo trattarlo come una cosa disponibile a qualsiasi uso. Se la persona è destinata all’eternità, non possiamo ridurla alla sua funzione sociale, alla sua produttività o alla sua utilità.

L’Assunta diventa così anche una difesa silenziosa dei piccoli, dei malati, degli anziani, dei disabili, dei morenti. Il mondo tende a misurare il valore secondo ciò che una persona riesce a fare. Il Vangelo misura il valore secondo ciò che una persona è davanti a Dio. E Maria, glorificata in corpo e anima, proclama che la dignità della persona non termina là dove termina la sua efficienza.

Questo è particolarmente importante davanti alla sofferenza e alla vecchiaia. Quando il corpo perde progressivamente le proprie capacità, la cultura dell’efficienza può far sentire l’uomo inutile. La fede, invece, afferma che proprio allora la persona rimane infinitamente preziosa. Non perché la sofferenza sia buona in se stessa.

Ma perché nemmeno la sofferenza può cancellare la vocazione eterna della persona. Maria Assunta non ci insegna a disprezzare il corpo fragile. Ci insegna a guardarlo con occhi nuovi. Il corpo che oggi invecchia è il corpo di una persona destinata alla risurrezione. Il corpo che oggi soffre è il corpo di una persona che Dio non abbandona. Il corpo che oggi muore non è un oggetto destinato al nulla.

Questa è la speranza cristiana. Ed è una speranza profondamente diversa dall’ottimismo. L’ottimismo pensa che le cose andranno bene perché, in qualche modo, il futuro dovrebbe essere migliore. La speranza cristiana è più radicale: le cose hanno un compimento perché Cristo è risorto. Non dipende dalle nostre previsioni.

Dipende da una vittoria già avvenuta. Maria è il segno che quella vittoria non è una teoria. Ma l’Assunzione contiene anche una dimensione sponsale e mistica. Maria appartiene totalmente a Dio.

Non nel senso di una cancellazione della sua umanità, ma nel senso della sua piena comunione con Lui. La sua persona è ormai introdotta nella gloria. Ciò che sulla terra era vissuto nella fede, nell’obbedienza e nella speranza, in cielo raggiunge il suo compimento.

Possiamo allora comprendere meglio anche la tradizionale invocazione della Chiesa: Regina caeli.

Maria è Regina non perché diventi una divinità accanto a Dio, ma perché partecipa in modo singolare alla regalità del Figlio. La sua regalità è quella della creatura glorificata. È la regalità di chi ha ricevuto tutto e tutto restituisce in amore.

È un’immagine molto diversa da quella del potere umano. Nel mondo, spesso regna chi domina. Nel Vangelo regna chi serve. Maria regna perché appartiene interamente al Re.

E qui il mistero dell’Assunzione raggiunge una dimensione quasi vertiginosa: la creatura non viene annientata nella comunione con Dio. Al contrario, quanto più entra nella luce divina, tanto più diventa pienamente se stessa.

Questo è il contrario di ogni panteismo. Maria non si dissolve in Dio. Rimane Maria. La comunione con Dio non distrugge la persona; la perfeziona. Questa verità riguarda ogni cristiano. Il fine della vita eterna non è cessare di essere noi stessi, ma diventare finalmente ciò che Dio ci ha chiamati a essere. La santità non è una perdita di identità: è la liberazione dell’identità da tutto ciò che la deforma.

In Maria vediamo questa libertà compiuta.

Colei che all’Annunciazione aveva detto «Eccomi» continua, per così dire, a vivere quel medesimo «Eccomi» nella gloria. La sua vita terrena era stata un’apertura alla volontà di Dio. La sua vita celeste è la pienezza di quell’appartenenza. E questo ci porta al cuore propriamente mistico del dogma. Il cielo non comincia semplicemente dopo la morte. Comincia già quando l’uomo impara ad appartenere a Dio.

Naturalmente, la gloria eterna non è ancora presente nella nostra esperienza nella sua pienezza. Siamo ancora nel tempo, nella fragilità, nella lotta, nella possibilità del peccato. Ma la direzione della vita può già essere quella del cielo.

Un uomo può vivere sulla terra con il cuore orientato verso l’eternità. Può pregare non per fuggire dal mondo, ma per attraversarlo alla presenza di Dio. Può amare non per possedere, ma per donarsi. Può soffrire senza trasformare la sofferenza in disperazione. Può lavorare senza fare del lavoro il proprio dio. Può vivere senza dimenticare di dover morire.

Può morire senza credere di essere destinato al nulla. Questa è la libertà che l’Assunta indica. Maria non ci insegna anzitutto come morire. Ci insegna verso dove vivere. Ed è proprio questa prospettiva che permette di comprendere il rapporto tra l’Assunzione e la speranza cristiana. La speranza non consiste nel desiderare semplicemente che la nostra vita continui. Consiste nel desiderare Dio.

La vita eterna non è una versione indefinita della vita presente. È la comunione perfetta con Dio, nella quale ogni desiderio autentico trova il proprio compimento. Maria non è glorificata  semplicemente perché continua a esistere. È glorificata perché è pienamente nella comunione con Dio.

E proprio per questo l’Assunzione non deve alimentare una curiosità sul “dove” si trovi Maria, come se il cielo fosse semplicemente un luogo collocabile nello spazio. Il cielo, nella fede cristiana, è anzitutto la condizione della comunione piena con Dio. Maria è realmente con Cristo.

E questo significa che la sua presenza nella gloria non è un’assenza dalla Chiesa. Al contrario, la sua vicinanza è diventata più profonda. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella Madre assunta un’intercessione singolare. Ella continua a essere Madre, non perché continui una maternità biologica, ma perché la sua maternità è entrata nella dimensione universale della grazia.

Ai piedi della Croce, Gesù dice alla Madre e al discepolo: «Donna, ecco tuo figlio». La tradizione cattolica ha sempre visto in questo momento anche l’apertura della maternità di Maria alla Chiesa. L’Assunta, dunque, non è una Madre lontana. È una Madre nella gloria.

La sua intercessione non aggiunge nulla all’unica mediazione redentrice di Cristo. Dipende da essa. Come ogni grazia ricevuta dalla Chiesa, anche la grazia che passa attraverso l’intercessione di Maria viene da Cristo. Ancora una volta, Maria non prende il posto del Figlio. Conduce al Figlio.

E forse questo è il criterio più semplice per riconoscere una autentica devozione mariana: se porta a Cristo, è mariana; se allontana da Cristo, ha già smarrito il proprio centro. Guardando Maria Assunta, dunque, la Chiesa non guarda una divinità femminile, né una figura mitologica, né una fuga dalla condizione umana.

Guarda una creatura. Una creatura che ha ricevuto tutto. Una creatura che ha risposto. Una creatura che ha sofferto. Una creatura che è stata redenta. Una creatura che ora vive nella gloria. E proprio perché Maria è creatura, la sua Assunzione può diventare speranza per noi. Se fosse Dio, la sua gloria non ci direbbe nulla sul nostro destino.

Ma Maria è una di noi. È la prima dei redenti a contemplare già pienamente ciò che la Chiesa attende. E allora i quattro dogmi mariani possono finalmente essere letti come un unico grande itinerario.

Maria è Madre di Dio: il Figlio che nasce da lei è veramente Dio fatto uomo. È sempre Vergine: la sua maternità appartiene al mistero unico dell’Incarnazione e la sua persona rimane totalmente consegnata a Dio. È Immacolata: Cristo l’ha redenta preservandola dal peccato originale fin dal primo istante della sua esistenza. È Assunta: la vittoria di Cristo sulla morte si manifesta in lei anche nella glorificazione del corpo.

Potremmo quasi dire che questi quattro dogmi disegnano un arco. Dall’Incarnazione alla Gloria.

Dal grembo di Maria al cielo. Dalla Grazia ricevuta all’inizio della sua esistenza alla Grazia che conduce la sua persona alla pienezza. E al centro di tutto c’è sempre Cristo. Non Maria al posto di Cristo. Cristo in Maria. Cristo prima di Maria. Cristo dopo Maria. Cristo come origine e compimento di ogni privilegio mariano.

Questa è forse la cosa più importante che i dogmi mariani possono insegnarci: Maria non è una parentesi della fede cristiana. È una delle vie attraverso le quali la Chiesa comprende più profondamente il mistero del Figlio.

Guardando l’Assunta, comprendiamo che la Redenzione non riguarda soltanto l’anima. Guardando l’Immacolata, comprendiamo che la Grazia precede ogni merito. Guardando la sempre Vergine, comprendiamo che la creatura può appartenere a Dio con un cuore indiviso. Guardando la Madre di Dio, comprendiamo che il Figlio eterno ha assunto veramente la nostra carne.

E così Maria diventa come una grande icona della salvezza. In lei vediamo da dove viene la Grazia.

Vediamo come la Grazia può essere accolta. Vediamo a chi conduce. E vediamo quale sia il suo ultimo frutto. Dio non salva una parte dell’uomo. Salva l’uomo. Non salva soltanto il pensiero, ma anche il corpo. Non salva soltanto l’anima, ma la persona. Non cancella la storia, ma la conduce al suo compimento. Non distrugge la creatura, ma la trasfigura. L’Assunta è la testimonianza vivente di questa promessa.

Per questo, quando la Chiesa guarda Maria nella gloria, non sta semplicemente ricordando qualcosa che è accaduto a una donna vissuta duemila anni fa. Sta guardando il proprio futuro. E in quel futuro riconosce anche il nostro. La morte verrà. Il corpo conoscerà la fragilità. Le nostre forze diminuiranno. Ci saranno separazioni che oggi non sappiamo ancora come attraverseremo.

Ma nessuna di queste cose possiede l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Cristo. E Maria, già assunta nella gloria, è il segno che quella parola è vera. Per questo possiamo guardare a lei senza paura. Non perché la morte sia diventata irreale. Ma perché la morte è stata privata del suo carattere definitivo.

L’Assunzione è una promessa silenziosa pronunciata sul nostro futuro. Dice a ogni uomo: non sei destinato al nulla. Dice al corpo: non sei un involucro da gettare via. Dice alla sofferenza: non avrai l’ultima parola. Dice alla vecchiaia: la tua dignità non diminuisce. Dice al lutto: l’amore non è cancellato dalla morte.

Dice alla Chiesa: continua a camminare. E dice al credente: alza gli occhi, ma non abbandonare la terra. Perché il cielo verso il quale Maria è stata assunta non ci chiede di fuggire dal mondo. Ci chiede di vivere nel mondo senza appartenergli completamente. Di amare senza possedere. Di servire senza cercare il dominio. Di soffrire senza disperare. Di pregare senza pretendere. Di morire senza considerare la morte come il nulla.

Maria è già nella gloria. Noi siamo ancora in cammino. Ma proprio perché lei è già arrivata, possiamo camminare con maggiore speranza. Forse questa è la parola ultima del quarto dogma mariano: speranza. L’Immacolata ci aveva mostrato la Grazia che precede. L’Assunta ci mostra la Grazia che porta a compimento. Tra l’una e l’altra c’è una vita intera: la vita di Maria, fatta di fede, obbedienza, silenzio, maternità, dolore, perseveranza e amore.

E qui Maria non è più soltanto davanti a noi. È accanto a noi.La Chiesa pellegrina guarda la Chiesa già glorificata. La creatura che cammina guarda la creatura che è arrivata. La terra guarda il cielo. E il cielo, attraverso Maria, non appare più come una realtà estranea. Appare come la casa verso la quale il Padre ci chiama.

Per questo la preghiera della Chiesa può concludersi con una certezza che non è evasione, ma promessa: Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. L’Assunta è già oltre quell’ora. Noi siamo ancora dentro il tempo. Ma proprio per questo possiamo affidarle il nostro tempo, le nostre paure, i nostri affetti, la nostra morte.

Perché Maria non è il termine della speranza cristiana. È il segno che la speranza cristiana ha già cominciato a compiersi. E là dove lei è, per Grazia, anche noi siamo chiamati ad arrivare. Non per nostra forza. Non per nostro merito. Ma perché Cristo è risorto, la morte è stata vinta e l’uomo è destinato alla gloria.

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1 commento su “Maria Assunta in Cielo. Il Cielo che Trasfigura la Terra. Giulio Ferri (Parte II).”

  1. Un testo davvero splendido, profondo e spiritualmente coinvolgente, capace di unire solidità teologica e autentico respiro contemplativo. Particolarmente riuscito è il modo in cui la grandezza di Maria viene costantemente ricondotta a Cristo e al mistero della Redenzione. L’Assunzione emerge così non come un privilegio isolato, ma come uno dei frutti più luminosi della vittoria redentrice di Cristo.

    Molto bella anche la limpida distinzione cristologica che attraversa lo scritto: Cristo è il Figlio eterno fatto uomo, il Redentore e la sorgente della salvezza; Maria è la creatura redenta, nella quale la Grazia di Cristo manifesta in modo singolare la propria potenza. Egli risorge e ascende come Signore; Maria viene assunta nella gloria. Egli vince la morte; Maria partecipa, per grazia, alla sua vittoria.

    Tra le pagine più suggestive vi sono poi quelle dedicate alla dignità del corpo: Cristo redime l’uomo intero e Maria, glorificata in corpo e anima, anticipa quella pienezza che la Chiesa attende nella risurrezione finale.

    Bellissima, infine, la formula che mi sembra racchiudere l’anima dell’intero scritto: «Non Maria al posto di Cristo. Cristo in Maria. Cristo prima di Maria. Cristo dopo Maria. Cristo come origine e compimento di ogni privilegio mariano».

    Poche parole esprimono altrettanto bene l’autentica grandezza della mariologia cattolica. Maria è davvero il capolavoro della Redenzione: non la sorgente della Grazia, ma la sua creatura più splendidamente colmata. La sua grandezza non fa ombra a Cristo: ne riflette la luce. E quanto più contempliamo ciò che Cristo ha compiuto in Maria, tanto più comprendiamo la potenza della sua Redenzione e la grandezza del destino al quale, in Lui, siamo chiamati.

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