Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista con il prof. Massimo Viglione. Buona lettura e diffusione.
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“NESSUN SERVO È PIÙ DEL SUO PADRONE”
Il tradimento della Fede nel clero odierno e le conseguenze da trarne
La Chiesa Cattolica sta attraversando una fase di profonda trasformazione, che non riguarda soltanto la sua presenza nella società, la diminuzione della pratica religiosa o la crisi delle vocazioni. Al centro del dibattito vi sono questioni più profonde: il modo di concepire Dio e l’uomo, il peccato e la conversione, la salvezza e la redenzione, la Croce e il sacrificio di Cristo, la missione della Chiesa e il suo rapporto con il mondo contemporaneo.
Da più parti ci si domanda se le trasformazioni degli ultimi decenni rappresentino un legittimo sviluppo della tradizione cattolica oppure se, in alcuni ambiti, abbiano prodotto una discontinuità, o una vera e propria rottura, rispetto alla concezione tradizionale della fede, come dimostrano le recenti discussioni sull’ecologia, sul panteismo, sul dialogo interreligioso, sulla fraternità universale, sulla dimensione sacrificale della Messa e sul rapporto con il mondo moderno.
Allo stesso tempo, la vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X e il confronto con la sensibilità tradizionale ripropongono una domanda decisiva: che cosa significa oggi essere in continuità con la Tradizione della Chiesa?
Ne parliamo con il Prof. Massimo Viglione, storico del Cristianesimo e saggista, autore del volume Habemus Papam? Papa eretico, rinuncia, Sede vacante. L’insegnamento del passato e il dibattito dopo l’11 febbraio 2013 (Edizioni Maniero del Mirto 2024), per ricostruire le ragioni di questa crisi e comprendere quali siano realmente le trasformazioni in atto nella Chiesa Cattolica.
Quando, storicamente, possiamo collocare l’inizio della crisi che oggi attraversa la Chiesa Cattolica? Le sue radici sono precedenti al Concilio Vaticano II oppure il passaggio decisivo è rappresentato proprio dal Concilio?
Molti di coloro che comprendono che la Chiesa sta vivendo una profondissima crisi, e anzi una vera e propria Rivoluzione al proprio interno, tendono a pensare che questa crisi, questa rivoluzione interna, inizi con il Concilio Vaticano II.
Naturalmente, da un punto di vista prettamente storico, fattuale, ciò è vero, nel senso che essa esplode appunto col Concilio Vaticano II, il grande evento epocale, il “1789 della Chiesa”, come è stato definito dagli stessi modernisti, cardinale Suenens in testa. Definizione che non può lasciare alcun dubbio riguardo a quanto affermiamo.
Però, è altrettanto vero che il Concilio non è un meteorite caduto dal cielo all’improvviso. Esso è frutto di un pervertimento della dottrina, della teologia morale, dello spirito cattolico ben più antico. È un’esplosione e, come tutte le esplosioni, covava da tempo. Del resto, quanto dico è facilmente confermabile dai fatti: è sufficiente pensare alla più importante enciclica della storia della Chiesa negli ultimi secoli, la Pascendi Dominici Gregis di San Pio X, nel 1907, dedicata appunto alla denuncia e allo smascheramento del gravissimo pericolo del modernismo. Già nel 1907, quindi, san Pio X aveva compreso e denunciato tutto in maniera ineccepibile, prevedendo quello che sarebbe accaduto se non si fosse corso ai ripari.
Questa è la dimostrazione che la crisi della Chiesa è molto più antica: possiamo risalire al modernismo di fine Ottocento, che però, a sua volta, è figlio del cattolicesimo liberale, che a sua volta è figlio del giansenismo secentesco e settecentesco.
Si può quindi dire che il vero inizio, remoto, remotissimo, il punto di partenza di ciò che noi oggi chiamiamo crisi della Chiesa, sia proprio il giansenismo del Seicento, un cripto-protestantesimo che, per la prima volta, anziché fuoriuscire dal Corpo mistico della Chiesa spezzando i legami con esso, come avevano sempre fatto tutti gli eretici di tutti i tempi, fino ancora ai protestanti “classici” del XVI secolo, rimase ufficialmente fedele alla Chiesa operando l’eresia e diffondendone il veleno internamente a essa.
Ecco ciò che anzitutto caratterizza l’attuale devastante crisi della Chiesa: il fatto che gli eretici, gli apostati, i nemici di essa, i dissolutori di essa, non escono, ma lavorano all’interno, come un tumore progressivo, allo scopo di snaturarla secondo i piani della modernità, ovvero della Rivoluzione gnostica. E lo fanno, lo hanno fatto nel corso dei secoli, entrando come umili frati, monaci o preti, e salendo poi la scala gerarchica fino alle vette estreme della Chiesa istituzionale. Esattamente come previsto dall’Istruzione dell’Alta Vendita carbonare, ritrovata dalla Polizia di Pio IX negli anni Quaranta del XIX secolo.
Si può affermare che nella riflessione ecclesiale contemporanea si sia verificato uno spostamento dall’attenzione dal peccato personale all’analisi dei sistemi e delle strutture sociali? Che cosa si è eventualmente perso, con questo cambiamento, nella comprensione della responsabilità individuale e della conversione? Nella predicazione contemporanea si parla molto di ingiustizia, esclusione, povertà, ambiente e disuguaglianze, mentre sembrano avere meno spazio parole come peccato, colpa, giudizio, inferno e conversione. È soltanto un cambiamento di linguaggio oppure è cambiata anche la concezione cristiana della salvezza? Secondo alcuni studiosi, negli ultimi decenni si sarebbe passati dalla centralità di Dio alla centralità dell’uomo, dalla salvezza eterna alla promozione umana e dal peccato alla dimensione sociale dei problemi. È una lettura storicamente fondata oppure una semplificazione polemica?
Questo a cui lei accenna è sicuramente uno degli aspetti principali della crisi della Chiesa. È la socialistizzazione, diciamo così, della fede cattolica.
Bisogna evitare al riguardo di fare due opposti errori. Il primo è quello di limitare la fede cattolica esclusivamente all’interiorità dell’uomo: questo è l’errore imposto dal liberalismo e dal laicismo, ideologie che non vogliono vincoli morali e operativi di natura religiosa sul proprio cammino. Ma questa errata prospettiva è falsa, perché, se da un lato è vero che la fede è anzitutto una questione che concerne la vita interiore della persona, dall’altro, proprio perché la fede comunque cambia l’anima e il modus vivendi delle persone, e sono le persone a costituire la società, inevitabilmente, con il cambiamento delle persone, si realizza quello della società.
Pertanto, la fede cristiana opera tanto nell’interiorità dell’uomo quanto nell’esteriorità della società umana. Questo è inevitabile. Basti pensare a come l’affermazione del Cristianesimo nel mondo antico abbia cambiato l’uomo pagano e quindi realizzato la società cristiana medievale.
Il secondo errore, opposto al primo ma tutt’uno con esso specularmente, è quello di “sociologizzare” il cristianesimo, di farlo diventare un’ideologia, una filosofia, un modus vivendi, un “epifenomeno” dell’economia che regge il tutto, secondo i cardini dell’ideologia marxista.
Ed ecco che così il cristianesimo stesso diviene una sorta di movimento socio-economico e politico, per sua natura socialista, pauperista, rivoluzionario, e quindi immigrazionista, come avviene con vasta parte del clero odierno, antropologicamente sovversivo, con le derive delle aperture all’omosessualismo, al genderismo, oltre che all’abortismo, all’eutanasismo, e perfino al trans-umanesimo.
In tal maniera, viene meno praticamente tutto quello che è invece il fondamento assoluto del cristianesimo, ovvero il problema della salvezza eterna dell’anima, della santificazione personale, che si ottiene solo con il sincero amore a Dio.
Solo chi ama Dio può amare il prossimo (e tutti sappiamo bene quanto questo ci riesca comunque difficile). Chi non ama Dio non ama l’uomo: l’“amore” verso l’umanità in quanto tale è filantropismo, ovvero un’utopia intellettualistica finalizzata appunto a ingannare le anime allontanandole dalla carità cristiana, fondata sull’amore a Dio.
Nessuno ama l’uomo per se stesso. Noi amiamo solamente noi stessi, questa è la pura verità; al massimo i familiari stretti. Solo l’amore di Dio, che ci procura la sua grazia, ci trasmuta dentro, santificandoci, rendendoci così capaci, nonostante il nostro egoismo, di amare il nostro prossimo, perfino quando questo ci odia o ci fa del male.
Ed è vero che con il Concilio Vaticano II – che, istituzionalizzando (se così si può dire) l’amore per il mondo in quanto tale (infatti è il primo Concilio della storia della Chiesa che non ha emesso nessuna condanna del mondo, nemmeno verso il comunismo, che allora era la grande minaccia per la Chiesa e l’umanità intera; e, ovviamente, ancor meno per il liberalismo, già tante volte condannato dai pontefici del passato), ha modificato radicalmente la visione del cristiano medio verso la società moderna – cambia anche il linguaggio. Perché come pensi, così parli, e come parli, così pensi.
L’uomo diventa il centro dell’interesse della Chiesa conciliare, e in tal maniera Dio passa in sordina, si allontana progressivamente. Dal Concilio in poi si inizia a parlare sempre meno di Giudizio, di pena, di inferno e purgatorio, di eternità nella sofferenza. Oggi (in realtà già da decenni) non se parla proprio più. Oppure, si torna anche a parlare di peccato, ma il peccato non è più quello che la Chiesa ha sempre insegnato, in base ai Dieci Comandamenti e al Vangelo. Il peccato ora è l’essere contro l’ideologia totalitaria della società globalista attuale nelle sue svariate follie anti-umane: ad esempio, non fare la differenziata; non avere un atteggiamento remissivo quando ci si confronta con i laici o con esponenti della altre religioni rivendicando le ragioni eterne della nostra fede; non mostrarsi “accoglienti” con i sodomiti e magari – per alcuni prelati – anche con i pedofili; non accettare l’invasione immigrazionista; non essere pacifisti e proni a ogni sopruso laicista, globalista; o magari opponendosi all’“atto d’amore” del vaccinismo totalitario.
L’unico vero peccatore, per questo clero, è divenuto insomma, il fedele cattolico della tradizione, che osa ancora porsi il problema spirituale e morale dei Dieci comandamenti e degli insegnamenti evangelici.
La tradizione cristiana distingue radicalmente il Creatore dalla creatura. Ritiene che nel linguaggio teologico ed ecclesiale contemporaneo questa distinzione sia ancora sufficientemente chiara? Oppure esiste il rischio di una concezione sempre più immanentista del rapporto tra Dio, uomo e mondo?
Per il cristianesimo il rapporto tra Dio e il creato è di natura trascendente. Ovvero, Dio trascende tutto ciò che ha creato, non mischiandosi con esso. Il che vuol dire che tutto ciò che esiste è voluto e creato da Dio, ma non è Dio. È in Dio, ma è altro da Dio. La creatura non è emanazione divina, come sostiene invece lo gnosticismo, per asserire il principio di divinità nella materia o per ridurre Dio alla materia (panteismo) dell’universo.
Chiaramente Dio ama l’uomo e ama anche il creato, perché amando perfettamente se stesso, ama tutto ciò che esiste (eccetto il male), vuole e produce. Ama però soprattutto l’uomo perché è la creatura razionale, fatta a propria immagine e somiglianza, per il quale si è incarnato, ha sofferto, patito ed è morto per la sua salvezza.
Ma Dio è Dio, l’uomo è l’uomo e il mondo è il mondo.
Invece, nella Chiesa conciliare, proprio perché si è dapprima messo al centro l’uomo, e a seguire la natura (come logica conseguenza del progressivo allontanamento da Dio), effettivamente si assiste a una progressiva immanentizzazione (ovvero all’affermazione di un panteismo gnostico) del rapporto Creatore-creatura, con il rischio di deviazioni teologiche e precipizi ideologici di divinizzazione dell’uomo e della natura. O, almeno, di relativizzazione della trascendenza divina.
Basti appunto pensare allo stesso ecologismo, cui il clero attuale ha aderito in pieno, fino al vertice della gerarchia, che, in quanto ideologia della modernità, si fonda proprio sulla divinizzazione della natura: la “madre terra”, ovvero gaia. E il culto di gaia è pienamente “incarnato” (usiamo provocatoriamente questo concetto) nella divinità infera di Pachamama. Vi dice nulla questo?
La stessa Messa è stata, sotto il pontificato di Paolo VI, pochi anni dopo la chiusura del Concilio, rivoluzionata come mai era accaduto in precedenza, divenendo da rito chiaramente sacrificale e teocentrico a un rito palesemente antropocentrico, festaiolo, chitarresco e tamburellesco, a volte tribale o ridicolizzato da preti indegni. Una sorta di spettacolo per divertire i presenti, con i loro canti, i balli, i tamburelli, cose idiote in genere, perché si è perduta la dimensione della reiterazione incruenta del santo Sacrificio della Croce per la redenzione dell’uomo a favore della pretesa di voler piacere al mondo (la Messa degli anziani, dei bambini, degli sposi, degli adulti e di varie altre nature) senza ovviamente riuscire minimamente a piacere al mondo, come lo svuotamento massiccio delle chiese, dei monasteri e conventi, dei seminari dimostra ovunque incontrovertibilmente. Svuotamento speculare di contro all’incontenibile successo di fedeli e di vocazioni che riscuote la Messa in Rito Romano antico ovunque venga celebrata, a partire dalla presenza dei giovani, cosa che manda letteralmente in subbuglio i sostenitori a oltranza della rivoluzione liturgica montiniana.
Il rito volgare conciliare non è altro che la rappresentazione concreta di questo processo di allontanamento da Dio e di divinizzazione dell’uomo, che fa precipitare, alla fine, nel panteismo.
La cura del creato appartiene certamente alla responsabilità cristiana. Ma che cosa accade quando si parla di “conversione ecologica”? Esiste il rischio che l’ecologia diventi una nuova dimensione della conversione, mettendo in secondo piano la conversione dell’uomo a Dio e la salvezza eterna?
Questo rischio si è ormai già concretizzato dinanzi ai nostri occhi non solo nell’attenzione sociologica data dal clero attuale all’ecologismo, ma anzitutto nel rito idolatrico che Bergoglio, con altri cardinali e vescovi, ha scandalosamente fatto in Vaticano con l’adorazione di Pachamama.
La conversione ecologica è la resa di questo clero traditore, in gran parte apostata, al panteismo e alla divinizzazione della natura: segna il passaggio, inevitabile, dal “culto dell’uomo” (che aveva sostituito, progressivamente nei secoli, quello di Dio) all’adorazione della natura.
Perché, è inevitabile che, quando si dimentica Dio per l’uomo, poi si dimentichi l’uomo per la natura. E un giorno si dovrà dimenticare la natura per accogliere l’arrivo dell’Anticristo. Si tratta, in fondo, di un viaggio dalla società cristocentrica a quella anticristica. Ma quanti capiscono questo viaggio?
Infatti, le forze della sovversione non odiano solo Dio e la sua creatura intelligente, l’uomo, ma tutto il creato: quindi odiano anche la natura stessa, che infatti stanno iniziando a distruggere in varie maniere, dall’inseminazione dei cieli alle mutazioni climatiche artificiali, dalla guerra nucleare che vogliono scatenare fino alle nuvole per oscurare il sole che paventano al soldo di Gates e dei suoi soci globalisti. E Dio solo sa cosa altro si potranno inventare per tentare di eliminarci tutti. Con la complicità di questo clero apostata e traditore. Le espressioni e gli atti ecologisti di Leone costituiscono purtroppo il sigillo di quanto affermiamo.
Veniamo al cuore della fede cristiana: la Croce. È possibile conservare intatto il significato della redenzione se il sacrificio di Cristo viene presentato soprattutto come testimonianza di amore, solidarietà e dono di sé, mentre passa in secondo piano il suo carattere propriamente sacrificale e redentivo?
Ovvio che no.
Si dimentica che il motivo primo per cui Nostro Signore si è incarnato sulla Terra non è per dirci: “vogliatevi bene”, ma per salvare l’uomo da se stesso. Per salvare l’uomo innanzitutto nella sua dimensione eterna, immortale; salvargli l’anima immortale, dandogli tutte le armi affinché possa vincere nella lotta continua contro demonio, la carne e il mondo e meritare così il Paradiso, il premio eterno, sfuggendo al rischio della dannazione eterna.
Questo è il motivo fondamentale.
Solo secondariamente lo ha fatto per insegnarci anche, di conseguenza, a vivere questa vita, ad accettare e a portare la croce (che, tanto, è cosa inevitabile in sé per chiunque al mondo), dando un significato sublime alla sofferenza umana, che, senza Dio, rimarrebbe vana. Solo chi accetta, e perfino ama (come i santi) la croce può salvarsi, unendo la propria sofferenza al Sacrificio della Croce di Nostro Signore Gesù.
Infine, terzo livello, lo ha fatto certamente anche come testimonianza dell’amore, insegnandoci che anche noi dobbiamo perdonare chi ci offende, aiutare chi è in difficoltà, amare un amico fino al dono della vita e perdonare il nemico, porgendo l’altra guancia, e così via.
Ma questo è solo il terzo livello del significato della Croce, che può essere reale solo alla luce del primo.
E anche qui, ancora una volta, ci ritroviamo nel tentativo di eliminare Dio per attuare un filantropismo di stampo massonico, che è sempre essenzialmente falso.
La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto nella Messa la presenza sacramentale dell’unico sacrificio di Cristo. Secondo lei, nella coscienza cattolica contemporanea questa dimensione sacrificale si è indebolita? E quali conseguenze può avere questo fatto sulla comprensione dell’Eucaristia e del sacerdozio? Se vengono meno il senso del sacrificio, del peccato e della trascendenza, esiste il rischio che la Chiesa venga percepita soprattutto come un’istituzione morale, sociale e umanitaria, perdendo progressivamente la propria specificità soprannaturale?
È chiaro che, nel momento in cui accade tutto quello che abbiamo detto, il fatto della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia diventa sempre più difficile da essere realmente creduto e vissuto.
Evidentemente, si tende, progressivamente, a mettere in discussione quello che è il cuore di tutta la fede cattolica, il punto su cui si regge la stessa Chiesa Cattolica: l’Eucaristia.
Naturalmente, su questo aspetto gli apostati e i traditori procedono in maniera molto prudente, ma inesorabile. Basti pensare anche, semplicemente, alla questione della Comunione sulla mano. È stato un passaggio fondamentale nel quale, al di là del fatto che comporta la dispersione delle particole nelle mani (che chissà cosa hanno fatto e toccato poco prima…), permette l’esecrazione delle Ostie, ad esempio facilitando concretamente il nascondimento della Particola a fini satanisti.
Ma, anche senza arrivare a questi eccessi, il fatto che chiunque può prendere in mano l’Ostia spinge automaticamente, a livello psicologico, a considerarla solo un pezzo di pane che simboleggia il Corpo di Cristo sulla Croce. E questo è il primo passaggio, forse psicologico ancora prima che teologico, verso la fine della fede nella presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia.
La Ss.ma Trinità, l’Eucarestia e la Madre di Dio sono i tre elementi – come si dice oggi – “divisivi” che ostacolano il – sempre come di dice oggi – “cammino ecumenico”, ovvero la realizzazione della religione unica universale. Per questo devono essere progressivamente eliminati e sostituiti. E Pachamama è stato il primo elemento per iniziare a cancellare la terza di queste tre colonne della Fede cattolica.
Quando oggi si parla di “civiltà dell’amore”, si intende ancora una società ordinata a Cristo e alla legge divina oppure si rischia di trasformare questo concetto in un progetto prevalentemente umanitario, fondato su fraternità, inclusione e solidarietà?
È ovvio che è esattamente questo il fine.
Quando parliamo di “civiltà dell’amore”, quasi tutti pensano alla fraternità, all’inclusione e alla solidarietà. Cioè, in poche parole, all’ecumenismo, all’immigrazionismo e al pauperismo.
È un vero e proprio lavaggio del cervello, che viene perpetrato da sessant’anni, in maniera esponenzialmente sempre crescente. Così la fede cattolica è diventata appunto la fede del perdonismo, che non ha nulla a che vedere con il perdono cristiano, ma si concretizza nell’oblio della verità e dei necessari paletti ordinati alla difesa del Depositum Fidei e della vita morale.
È una resa totale ai poteri del globalismo, che praticamente diviene il tradimento della vera civiltà dell’amore, che non può che fondarsi sulla Verità (Ef. 4,15).
L’insistenza sulla fraternità universale e sul dialogo tra i popoli è pienamente conciliabile con il mandato missionario della Chiesa e con la necessità della conversione a Cristo? Oppure esiste il rischio di passare da una Chiesa che evangelizza a una Chiesa che semplicemente dialoga?
L’insistenza continua sul dialogo è proprio la sostituzione alla Chiesa che converte. Il dialogo è l’anti-conversione.
Il dialogo è mettere tutti sullo stesso piano. Sarebbe come dire che un nonno parla con il nipotino non più per insegnargli la vita, non più per proteggerlo, non più per educarlo, ma per mettersi a fare il bambino come lui. Certo, ogni tanto occorre anche giocare con i bambini, ma il ruolo dell’educatore non è quello di giocare, ma quello di insegnare a vivere. Fuor di metafora, la Chiesa è “Madre e maestra”, non la comare del balcone di fronte con cui “dialogare”.
La Chiesa Cattolica ha la verità, perché Gesù Cristo ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita» (Giovanni 14,6). Non ha detto “io sono il dialogo e il confronto”.
Ha detto: «Andate e ammaestrate tutte le genti» (Mt, 28,19), non “confrontatevi dialogando”. Quindi la Chiesa Cattolica ha la Verità e ha il dovere di dirla in tutto il mondo. Certo, lo deve fare con la parola e con gli scritti (come anche con l’arte e l’architettura), ma mai mettendosi alla pari con i pagani o gli apostati o gli eretici, perdendo in tal maniera la consapevolezza del mandato ricevuto da Gesù Cristo.
Il dialogo ecumenico, come è stato concepito e attuato negli ultimi sessant’anni, è a tutti gli effetti il tradimento della stessa evangelizzazione, del senso stesso della Chiesa, che è anzitutto una società di salvezza. E il prossimo 26 ottobre Leone XIV, quarant’anni dopo Giovanni Paolo II, ratificherà ufficialmente tale tradimento.
Nel dibattito sulla Chiesa contemporanea viene spesso richiamato anche il rapporto con le altre religioni e con le comunità cristiane separate. Come interpreta questo cambiamento?
Il problema è proprio la concezione di Dio che è irrimediabilmente differente. Non crediamo nello stesso Dio in cui credono i credenti di altre religioni o i praticanti di altri culti (a volte satanici). È questo il punto fondamentale: non crediamo nello stesso Dio.
E, oggi, mi viene da dire che non crediamo più nello stesso Dio anche con gli stessi cattolici modernisti, di gran lunga più vicini ai protestanti e al mondo laico che alla Chiesa Cattolica di sempre.
Basti pensare alla devastante sciocchezza dell’unico dio delle “tre grandi religioni monoteiste”. Nel ripetere a pappagallo milioni di volte questa frase, i modernisti e i parrocchiani in genere dimenticano che ebrei e islamici non credono alla Seconda e alla Terza Persona della Ss.ma Trinità, che rifiutano e bestemmiano. Quindi, quale sarebbe questo “dio” unico? Eppure, è uno dei “dogmi” della religione modernista vatican-secondista.
Nel corso della storia, la Chiesa è stata più volte minacciata da forze esterne. Quale ruolo ha avuto, secondo lei, la massoneria nella storia moderna e nel conflitto con la Chiesa?
Il papato è stato sempre minacciato dalle forze del male, perché per tutti i secoli della sua esistenza ci sono stati sia i pericoli interni (eretici e scismatici di tutti i tempi e, negli ultimi tre secoli, l’ateismo, il laicismo, il liberalismo, il comunismo, il darwinismo, il freudismo, i totalitarismi e tutti i prodotti della Massoneria, a sua volta prodotto di forze odiatrici, da sempre, del Cristianesimo), e quelli esterni, in primis l’Islam e un certo ebraismo (ma qui il discorso diverrebbe troppo lungo e complesso da affrontare).
Se parliamo di una minaccia vera e propria, diretta proprio contro il papato nel senso immediato, bisogna aspettare sostanzialmente la Rivoluzione Francese, con il ritorno alle persecuzioni e alle stragi di cristiani, come ai tempi dei martiri nei primi secoli.
Dalla Rivoluzione Francese derivano tutti i movimenti persecutori prima elencati, cui aggiungerei il cosiddetto “Risorgimento”, figlio prediletto della “madre”. Che a sua volta è figlia primogenita della Massoneria.
A suo giudizio, il Concilio Vaticano II ha modificato soltanto il linguaggio pastorale della Chiesa oppure ha introdotto anche un diverso modo di concepire il rapporto tra Chiesa e mondo moderno, tra verità, missione e società? E come si può distinguere un legittimo sviluppo della Tradizione da una vera discontinuità?
Certamente ha cambiato il linguaggio (e non solo), perché cambiando il linguaggio si cambia anche la sostanza, ovvero la dottrina, ovvero la Fede. Ciò è evidente ancor più con il sovversivo cambio liturgico del rito montiniano del 1969, che ha spezzato la continuità plurisecolare teocentrica della liturgia cattolica per sostituirla con una rivoluzionaria espressione antropocentrica e similprotestante ritualità che vediamo oggi in molte chiese ridotta a chitarre, tamburelli, forme tribali e sceneggiate senza ritegno di preti senza fede.
La Chiesa del Concilio è la Chiesa che non condanna più gli errori del mondo, accettandolo di fatto così com’è senza rivendicare la Verità ricevuta direttamente da Gesù Cristo. E non solo: lo insegue il mondo per inginocchiarsi dinanzi a esso, come tutta la Chiesa conciliare mostra senza ombra di dubbio. E oggi più di ieri.
È la Chiesa che rinunciato allo spirito di missione, inteso come volontà di conversione del prossimo, e questo è il più grande tradimento del mandato di Cristo.
Oggi i missionari sono coloro che portano i medicinali, che curano le ferite, che portano il cibo agli affamati. Per carità, di fare anche questo lo ha detto Gesù nel Vangelo, ma costoro in grandissima parte (non tutti per la verità) dimenticano che prima del corpo viene l’anima. Una volta che hai portato il cibo e curato la ferita, viene l’ordine di convertire: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt, 28, 19-20).
Oggi la conversione non esiste quasi più, praticamente, e soprattutto in Occidente.
Quindi è chiaro che questo linguaggio di creare una nuova Chiesa è in totale discontinuità. Anche questa parola a me non piace: non si tratta di discontinuità, ma un’altra cosa. La Chiesa conciliare è diventata un’altra cosa rispetto alla Chiesa dei secoli precedenti, la quale aveva – chiaramente con tutti i suoi limiti, i tanti errori degli uomini, i loro peccati, tutto quello che vogliamo – però chiaro il suo mandato: quello di portare Cristo ai quattro angoli del mondo, di portare la conversione e quindi la salvezza dell’anima all’intera umanità.
Il clero attuale ha ormai dimenticato Cristo quasi del tutto, non ci crede più, o lo ha “riadattato” alle proprie esigenze, abbandonando il dovere della conversione e della cura delle anime. Non si ammoniscono più i peccatori. Le sette opere di misericordia spirituale non le ricorda più nessuno. Dei Novissimi (Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso) non parla più nessuno, sono troppo coinvolti nel promuovere la differenziata e nel farci invadere da milioni di immigrati, meglio se islamici.
Il primo cambio di linguaggio del Concilio è stato quello fra “carità” e “solidarietà”, che segna il momento iniziale di un vero e proprio cambio di religione.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X, nata dalla crisi postconciliare e dalla posizione di mons. Marcel Lefebvre, continua a essere una realtà controversa nel rapporto con Roma. Alla luce della trasformazione della Chiesa degli ultimi decenni, si può dire che la Fraternità sia, per certi aspetti, diventata una “vittima” della nuova Chiesa in uscita, oppure la sua posizione rappresenta realmente una rottura della comunione ecclesiale? E come deve essere interpretata oggi, storicamente e teologicamente, la sua situazione?
Monsignor Lefebvre ha posto, a seguito della Rivoluzione liturgica montiniana, il problema del mantenimento della Messa cattolica di sempre, contrastando l’antropocentrismo e il relativismo protestantico del rito in volgare. Ha fondato per questo, fin dal 1970, un seminario, con il chiaro intento di non cedere mai non solo alla rivoluzione liturgica, ma anche agli errori dottrinali e spirituali del Concilio Vaticano II. È stata una svolta essenziale nella storia della Chiesa post-conciliare.
Ciò non gli è mai stato perdonato, anche per il successo di vocazioni e di fedeli in tutto il mondo, fino alla scomunica di Giovanni Paolo II nel 1988 per la consacrazione dei quattro vescovi, da lui effettuata affinché tutto ciò che aveva creato non andasse perduto con la sua morte, ma potesse avere continuità apostolica.
La stessa situazione si è ripetuta oggi: la Chiesa è in una situazione di gran lunga peggiore rispetto a quella già drammaticamente e pesantemente denunciata giustamente da Monsignor Lefebvre 40 anni fa. Oggi siamo all’eresia diffusa quando non all’apostasia completa presso le più alte gerarchie del clero, ovvero al tradimento del mandato di Pietro e della natura stessa della Chiesa.
Tale tragica situazione di apostasia continua produce uno stato di necessità che obbliga coloro che vogliono salvare la Chiesa di sempre a perpetuare, con ogni mezzo, il mantenimento della fede tradizionale e della legge evangelica nella sua purezza, al fine di garantire la salvezza delle anime dei fedeli. Perché la salvezza delle anime dei fedeli è la Lex Suprema della Chiesa: Salus animarum suprema lex Ecclesiae. Ma per poter garantire la successione apostolica della purezza della fede e della liturgia, occorrono inevitabilmente i sacerdoti fedeli alla tradizione di sempre della Chiesa. E per consacrare tali sacerdoti, occorrono inevitabilmente i vescovi fedeli alla Tradizione di sempre della Chiesa. Da qui deriva lo stato di necessità per il quale si è obbligati inevitabilmente a compiere la scelta della consacrazione di vescovi fedeli. Proprio al servizio della Chiesa stessa e quindi in unione alla Chiesa di sempre.
Ciò vale per la Fraternità Sacerdotale San Pio X come per altre realtà ecclesiali che non vogliono cedere all’eresia diffusa nel clero attuale per restare fedeli alla dottrina immutabile della Chiesa Cattolica e del Vangelo.
Quando è in pericolo la salvezza delle anime, tutto passa tutto in secondo piano, anche il diritto canonico, che è strumento, per giunta mutevole, e non fine.
Per questo, tenuto presente che le gerarchie che non intervengono nella correzione e anche nella punizione canonica nei riguardi degli eretici, al fine di custodire la purezza della Fede, sono esse stesse corresponsabili dell’eresia (epìscopos significa appunto guardiano, custode), personalmente ritengo che in questo momento le scomuniche emanate da una gerarchia in grandissima parte apostata ed eretica, o comunque complice di apostati ed eretici non abbiano valore effettivo, nella misura in cui gli “scomunicati” abbiano agito per salvare il Depositum Fidei e gli scomunicatori abbiano scomunicato in odio al Depositum Fidei (o perlomeno in tradimento a esso).
È la salvaguardia del Deposito della Fede per la salvezza delle anime il criterio supremo della legittimità, e quindi validità effettiva, di una scomunica.
Per questo dobbiamo porci il problema serissimo della validità che possono avere tali scomuniche, date a monsignor Lefebvre, ai vescovi della Fraternità, ma anche, con il medesimo spirito, a Monsignor Viganò e ad altri sacerdoti nel mondo. E questo discorso vale anche per i tanti sacerdoti sospesi a Divinis per le medesime ragioni dai medesimi traditori.
Questa è la questione chiave, oggi. Personalmente, dinanzi a tali situazioni, mi pongo, per decidere il mio comportamento, due questioni cruciali:
quel vescovo o sacerdote scomunicato, quel sacerdote sospeso a Divinis, in base a ciò che ha effettivamente compiuto e detto, sarebbe stato scomunicato sotto san Pio X, Innocenzo III o san Gregorio Magno (o chi volete voi da san Pietro a Pio XII)?
Chi lo ha scomunicato, lo ha fatto per difendere il Depositum Fidei di sempre e “pascere le pecore” come servo fedele dell’unico Padrone della Chiesa, oppure lo ha fatto affinché costui (costoro) non ostacoli il cambiamento in corso della cd. “Nuova Pentecoste” della “Nouvelle Église” iniziata con il Concilio Vaticano II?
In altre parole: costui è stato scomunicato perché traditore di Cristo e del Vangelo o perché fedele a Cristo e al Vangelo?
Ecco le due domande che ogni volta mi pongo. In base alla risposta che trovo come evidente e moralmente certa, mi regolo. Perché se è vero che la gerarchia esiste sempre in quanto la Chiesa esiste sempre, a che alla gerarchia occorre portare obbedienza, è altrettanto vero che questa obbedienza è subordinata alla legittimità della gerarchia stessa e dei suoi ordini e atti. Ed è altrettanto vero che gran parte della gerarchia odierna è eretica e apostata. Il che obbliga il fedele a discernere da situazione a situazione, non esistendo più la certezza oggettiva della legittimità di quella gran parte di gerarchia apostata e sulla conformità alla volontà divina dei loro atti e delle loro intenzioni. E ciò non può essere dimenticato, da nessuno. Chi dimentica questo, mente a se stesso e dinanzi a Dio e al prossimo.
Se una parte dei cattolici tradizionali sostiene di essere rimasta fedele alla Chiesa di sempre, mentre la Chiesa contemporanea rivendica una continuità attraverso lo sviluppo conciliare, chi può stabilire oggi che cosa significhi realmente “continuità” nella Chiesa cattolica? E da dove dovrebbe partire una possibile ricomposizione della frattura?
La continuità consiste nel rimanere fedeli al Vangelo, al Magistero universale della Chiesa, alla tradizione di sempre, ai sacramenti di sempre, al rito romano antico di sempre e a quei pastori fedeli a tutto questo.
La Chiesa oggi non deve essere abbandonata. Si deve rimanere e lottare dentro la Chiesa per resistere e salvarla.
Chiunque mantenga la tradizione, la verità, si mantiene fedele a Cristo, al Vangelo, ai Sacramenti e alla tradizione di sempre, è nella Chiesa. L’unione a Pietro è essenziale e ineliminabile ovviamente, ma nella misura in cui Pietro è veramente, legittimamente e interamente Pietro e quindi interamente fedele a Cristo, di cui è il servo, non il padrone. Se Pietro cade in eresia manifesta e pervicace (ad es. Bergoglio che dichiara che tutte le religioni salvano o che concede la possibilità dell’accesso alla Comunione ai pubblici peccatori impenitenti o ai divorziati risposati, tradendo e rinnegando letteralmente il Vangelo e il Deposito della Fede), o adora pubblicamente un idolo infero (sempre Bergoglio, ma con tanti altri cardinali e vescovi), o non difende più in vari campi il Depositum Fidei, di fatto cade in scisma con se stesso ed è legittimo porsi il problema se sia ancora papa o meno o se lo sia mai stato.
La continuità consiste, dunque, nel rimanere fedeli a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e trasmesso in fedeltà assoluta al Vangelo e a Cristo Dio, seguendo quei vescovi che rimangono fedeli a tutto questo, in attesa che il Capo unico e supremo della Chiesa, che è il suo Fondatore, Gesù Cristo Dio, la soccorra e la salvi nei tempi e nei modi che Egli ritiene opportuni. Perché “nessun servo è più del suo Padrone” (Mt, 10,24 – Gv, 13,16).
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1 commento su “Clero Odierno, Tradimento della Fede. Conseguenze da Trarne. Massimo Viglione a Cinzia Notaro.”
“Si deve rimanere e lottare dentro la Chiesa per resistere e salvarla.” Ecco. Qui Viglione si rivela. Ma cosa salvi? Chi salva la Chiesa é Gesú.