Nobel “Queer” per la Letteratura a Anne Carson. Contro il “Patriarcato.Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’assegnazione di un Nobel. No, non quello ben meritato per la pace. Buona lettura e diffusione.

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di Matteo Castagna
La chiave per leggerla è non chiedersi subito se un testo sia poesia, romanzo o saggio. Carson scrive proprio nel punto in cui queste categorie smettono di essere sufficienti. La sua opera suggerisce che conoscere qualcosa significa anche vedere con precisione ciò che resta mancante, intraducibile o perduto. 

Anne Carson nasce a Toronto il 21 giugno 1950. Trascorre l’infanzia in diverse località canadesi, seguendo gli spostamenti professionali del padre. La discontinuità dei luoghi e il senso di estraneità torneranno nella sua opera sotto forma di viaggio, distanza, esilio e identità instabile. Di formazione cattolica, interessata profondamente alla mistica e al sacro, non si identifica come cattolica credente o praticante. La religione, per lei, sembra soprattutto una ricerca irrisolta, come suggerisce il suo verso: “La mia religione non ha senso e non mi aiuta, perciò la perseguo”.

La motivazione ufficiale dell’Accademia di Svezia al conferimento del prestigioso premio è: “per la sua opera audace e inventiva che, in dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea”.

Noi, invece, crediamo sia l’ incoronazione del modello “queer”, espresso in maniera impersonale e più elegante.
La giuria le riconosce quattro peculiarità.
La scrittrice supera i confini tra poesia, romanzo, saggio, traduzione, teatro e arte visiva. Libri come Nox e Float modificano persino la forma materiale del libro.
Il dialogo con i classici: non tratta Saffo, Stesicoro, Sofocle ed Euripide come reperti archeologici, ma li trasferisce nel presente. In Autobiography of Red, per esempio, il mostro Gerione diventa un adolescente contemporaneo innamorato di Eracle.
Accosta autori ed epoche lontanissimi, facendo convivere più prospettive, senza ridurle a una sintesi definitiva, elevando il dubbio a una sorta di condizione perpetua.
L’Accademia richiama il suo “sguardo stereoscopico”, capace di tenere simultaneamente in equilibrio due punti di vista. Come se un dato e il suo contrario potessero convivere.
Carson avrebbe liberato la lirica dall’obbligo di una voce autobiografica unica, producendo costellazioni inattese, fra filologia, mito, esperienza personale, immagini e cultura moderna di matrice wok/queer.

Il “dialogo giocoso” che l’Accademia ha riconosciuto come forma assolutamente originale alle sue fatiche poetiche per e letterarie, indica la libertà con cui Carson interviene sui testi antichi: conserva le lacune dei frammenti di Saffo; inserisce anacronismi nelle tragedie, riesce persino ad accostare Elena di Troia a Marilyn Monroe, trasforma studi filologici in poesia, lascia convivere traduzione fedele e reinvenzione.

La tradizione classica non viene né venerata, né cancellata: diventa materia viva da interrogare e trasformare. Il Nobel premia Carson perché ha fatto dell’incontro tra antico e contemporaneo un laboratorio capace di inventare forme letterarie, che prima non avevano un nome preciso, ma questo non è altro che il concetto modernista della verità e dell’ errore sullo stesso piano. Perché per l’ autrice la verità è relativa e sempre in divenire.

In questo non c’è assolutamente nulla di nuovo. È lo specchio del mondo moderno che San Tommaso d’Aquino (1225 – 1274) aveva già risolto: la verità consiste nella conformità dell’intelletto alla realtà. Se un’affermazione è vera e un’altra è falsa, non possono essere entrambe vere nello stesso senso e sotto il medesimo aspetto.
È il fondamento classico del realismo filosofico, che appare rigettato da Carson, come da molti prima di lei.
Eppure da adolescente scopre il latino e il greco antichi, che le permettono di osservare il linguaggio come se ogni parola fosse contemporaneamente significato, suono e reperto, indirizzandola verso una visione del mondo classica. Non sarà così.

Nel 2024 ha reso pubblica una diagnosi di malattia di Parkinson, parlandone senza costruire attorno a essa una narrativa consolatoria, che mal si addice al suo carattere riservato.

Nei suoi testi, la vita privata viene, infatti, frammentata, trasferita nel mito, trasformata in problema formale, mescolata con citazioni e invenzioni, sottratta alla cronologia.
Invece di chiedere “quanto è realmente accaduto?”, conviene domandarsi che cosa produce il passaggio di un’esperienza privata attraverso la forma classica, dando ciascuno la propria risposta.
La sua riservatezza personale è coerente con questo metodo: offre opere intensamente intime, ma non un accesso trasparente alla persona che le ha scritte.

Le sue opere e iniziative pubbliche delineano una sensibilità prevalentemente libertaria, femminista, antiautoritaria e critica del potere militare e coloniale. In un’intervista dichiarò di non sopportare l’autorità del papato.

La sua presa di posizione politica più esplicita è probabilmente la firma, nel 2021, di “A Letter Against Apartheid”, appello che denunciava il sistema imposto ai palestinesi e sosteneva la loro liberazione. Nei suoi libri la posizione politica rimane implicita oppure posta in continua forma dubitativa.

Non ci sono sue dichiarazioni pubbliche sulla guerra iniziata nell’ottobre 2023. Alcuni suoi testi sono stati applicati criticamente a Gaza da altri autori, ma ciò non equivale a una sua presa di posizione. In “Lecture on the History of Skywriting”, scritto con Robert Currie e Faisal bin Ali Jaber, Carson parte dalla vicenda di una famiglia yemenita colpita da un drone americano. Il testo riflette su guerra a distanza, sorveglianza e trasformazione del cielo in spazio militare.

In “Wrong Norma” compare Clive Song, dedicato a un avvocato che rappresenta detenuti di Guantánamo. Carson non costruisce un manifesto contro gli Stati Uniti, ma mette in contrasto la normalità domestica occidentale con le storie di persone sottoposte per decenni a detenzione e violenza istituzionale. il suo lavoro è profondamente critico verso il modo in cui le culture patriarcali costruiscono e controllano le donne.

Nel saggio “The Gender of Sound” analizza l’antica associazione fra: voce femminile e disordine; voce maschile e razionalità; silenzio femminile e virtù; presenza pubblica delle donne e pericolo.

In “Antigonick”, Antigone sfida il potere statale di Creonte e il monopolio maschile della legge.
In “Norma” Jeane Baker of Troy, Elena e Marilyn Monroe diventano due donne trasformate in immagini pubbliche sulle quali società e uomini proiettano desiderio, colpa e guerra. Il suo femminismo è quindi soprattutto critica delle categorie, delle rappresentazioni e del diritto di chi detiene il potere di raccontare gli altri.
Diffida delle narrazioni ufficiali, delle categorie rigide e dell’idea che il potere possa produrre una versione definitiva della realtà.

La poetica dell’indeterminazione protegge certamente dalla semplificazione ideologica, ma può diventare una forma di irresponsabilità decisionale, se trasformata in criterio politico. Carson è particolarmente sensibile alla sofferenza invisibile: detenuti di Guantánamo, vittime dei droni, donne ridotte a immagini, personaggi cancellati dal mito.

Questo orientamento corregge la freddezza del linguaggio istituzionale, ma può produrre una lettura politica dominata dal caso individuale. La sua critica è più vicina a un femminismo poetico e culturale che a una teoria sociale completa. La firma della lettera del 2021 contro l’apartheid indica solidarietà verso i palestinesi e critica dell’occupazione israeliana. È una posizione pubblica concreta, ma non equivale a un programma dettagliato sul conflitto.

La condanna dell’oppressione è moralmente significativa; resta però diversa dall’elaborazione di una soluzione istituzionale. Carson dà voce ai marginali, ma lo fa attraverso greco antico, filologia, filosofia e sperimentazione tipografica. Si crea così una tensione fra contenuto democratico e forma selettiva. A dimostrazione di un atteggiamento radical-chic piuttosto comune.

Questo non invalida l’opera, ma ne limita la funzione politica di massa. Carson destabilizza il canone dall’interno del canone, non attraverso un linguaggio popolare o organizzativo.

Carson possiede una potente immaginazione politica del dissenso, ma non una filosofia politica completa del governo, né tantomeno, propone qualcosa a livello economico.

La sua forza sta nel rendere instabile ciò che il potere presenta come naturale. Il suo limite sta nel non chiarire che cosa debba sostituirlo una volta destabilizzato. Anche in questo ribellismo verso il diritto naturale dimostra un animo inquieto incline all’ ideologia wok.
Se vogliamo, in tutto questo dire e non dire, Carson è la rappresentazione più vitale di uno spaccato di società globale di stampo progressista, che esiste e che si fa largo nella lotta alla reazione, all’identità, al dogma e alla consuetudine.
Possiamo dire che l’ ode raffinata all’ “anti tradizione” ha vinto il premio Nobel 2026 per la letteratura.

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