di Matteo Castagna
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DALLE OMBRE SUI SERVIZI SEGRETI AI RETROSCENA GEOPOLITICI: PERCHÉ LA RICERCA DEI FATTI IMPONE DI SUPERARE LA TIFOSERIA MAINSTREAM
La mattina del 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi superarono la barriera che circondava Gaza attraverso esplosivi, mezzi terrestri, imbarcazioni e parapendii. Colpirono postazioni militari, località lungo il confine, kibbutz, il festival musicale Nova, strade e abitazioni.
L’attacco provocò tra i 1.139 e i 1.200 morti. Fra le vittime vi furono civili, militari, poliziotti e cittadini stranieri. Circa 250 persone furono rapite e trasferite nella Striscia. I combattimenti proseguirono per ore e, in alcuni luoghi, per più giorni. La scena non fu quindi soltanto quella di assalitori che uccidevano persone inermi: vi furono anche scontri prolungati fra miliziani palestinesi e forze israeliane, con civili intrappolati.
Questa osservazione non elimina la responsabilità degli assalitori per gli omicidi deliberati, ma un racconto troppo uniforme dell’intera giornata, sarebbe non conforme alla verità. In questo articolo non è mia intenzione parlare delle divergenze religiose né del mio risaputo giudizio contrario al sionismo, per le stesse motivazioni che Papa San Pio X spiegò a Theodor Herzl, quanto fornire elementi ragionevoli, che, a scapito di Israele e della Palestina, non passano nel mainstream e nella diplomazia internazionale. Resto, ovviamente, consapevole, da cattolico, che la Terra Santa troverà pace quando tornerà la “Pax Christi in Regno Christi”, garantita da Gesù a San Giovanni nell’Apocalisse.
Luoghi di culto
Il maggior interrogativo che chiunque non utilizzi il parametro della tifoseria, ma della ricerca dei fatti realmente accaduti, è simile a quello che ponemmo l’11 settembre 2001, quando vi fu il noto e tragico attentato alle Torri Gemelle: possibile che la CIA e il Mossad, che sono i più potenti servizi di intelligence del mondo abbiano fallito, in maniera così clamorosa? E’ da questa legittima domanda, che non ha ancora avuto risposte, che partono ipotesi fantasiose, altre complottiste, altre che pongono ulteriori dubbi.
25 anni fa, l’accusa di una Al Qaeda quale costruzione della CIA, per provocare un enorme disastro negli Stati Uniti che giustificasse un’immediata reazione bellica contro una figura dipinta come mitologica quale Bin Laden, simbolo del male assoluto, incarnatosi nel mondo arabo-jihadista, per controllare l’Iraq di Saddam e il suo petrolio, costò il posto ad alcuni giornalisti, almeno ad un italiano. Personalmente continuo a non trovare risposte alle domande fondamentali.
Nel caso che vedrà a breve compiere tre anni, uno dei principali interrogativi riguarda come Hamas sia riuscita a sorprendere il Mossad. Israele disponeva da tempo di un documento attribuito ad Hamas, noto come “Mura di Gerico”, che descriveva un attacco simile; osservatori militari lungo il confine avevano segnalato movimenti ed esercitazioni sospette; Hamas aveva simulato pubblicamente incursioni contro postazioni israeliane, sarebbero giunti avvertimenti da servizi stranieri, incluso quello egiziano, confermato di recente da un uomo del suo intelligence, nei giorni precedenti furono osservati comportamenti anomali.
Roberto Iannuzzi, nel testo “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana”, pubblicato da Fazi nel 2024, solleva il sospetto che alcune autorità abbiano tollerato consapevolmente un rischio, ma non offre prove conclusive di una deliberata apertura del confine. L’ipotesi del “lasciar fare” resta distinta dal fallimento documentato.
L’attacco viene inserito nella competizione mediorientale: normalizzazione fra Israele e paesi arabi, non avvenuto ma in parte è iniziata una politica diplomatica con alcuni stati arabi per favorire i gruppi che vorrebbero secessioni o disgregazioni, un possibile accordo fra Israele e Arabia Saudita, poi effettivamente avvenuto, offrire un ruolo di Qatar e Turchia, arrivato come Paesi mediatori; aggregazione di una rete iraniana comprendente Hezbollah e altri gruppi, anche questa avvenuta a destabilizzare i territori e a provocare Netanyahu, marginalizzazione della questione palestinese, che ha, invece assunto un enorme peso globale, senza risoluzioni concrete, ma con tante macerie, morte e miseria ovunque.
Molte critiche alla gestione del leader del Likud e dei suoi ministri maggiormente radicali sul piano religioso non provengono esclusivamente da ambienti filo palestinesi, ma da giornali e testimonianze israeliane. Haaretz, il giornale di Tel Aviv, ha documentato casistiche e si è scagliato a più riprese contro il violentissimo sionismo del governo di Bibi.
In questa linea è doveroso ricordare il libro “Il suicidio di Israele”, di Anna Foa, pubblicato da Laterza sempre nel 2024 e vincitore del Premio Strega Saggistica 2025. Si tratta di un breve saggio storico-politico, scritto dalla prospettiva dichiarata di un’ebrea della diaspora. Il libro nasce dal duplice trauma dell’autrice: il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 e la devastante guerra condotta successivamente da Israele nella Striscia di Gaza.
La tesi centrale dell’ebrea Anna Foa è che il governo israeliano, inseguendo la sicurezza assoluta, l’espansione territoriale e la supremazia etnonazionale, stia distruggendo dall’interno proprio ciò che afferma di difendere: Israele come Stato democratico, dotato di una tangibile legittimità morale, perché la storica sofferenza del suo popolo viene utilizzata per giustificare la sofferenza inflitta ad altri.
Foa sostiene che il governo di estrema destra ebraica stia portando Israele ad un suicidio politico, perché occupazione e guerra logorano istituzioni e libertà. A un suicidio democratico, perché cresce il carattere etnico e religioso dello Stato; internazionale, perché Israele si isola e perde legittimità; identitario, perché il sionismo si allontana dalle sue componenti laiche, socialiste e universaliste; ebraico, perché Israele pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei, esponendo anche la diaspora alle conseguenze delle proprie politiche.
Il suicidio sarebbe, quindi, per la nota scrittrice, un processo storico: nel tentativo di garantire la propria esistenza, esclusivamente mediante la forza, Israele distrugge le condizioni politiche e morali della propria sicurezza. Anna Foa Foa vede nel progetto governativo di un Grande Israele, un forte cambiamento qualitativo rispetto al passato: dall’occupazione presentata come necessità di sicurezza a un progetto apertamente annessionista e suprematista.
Il ragionamento di Anna Foa, condivisibile sul piano umano e politico, respinge due semplificazioni: presentare l’attacco come privo di storia, esploso dal nulla e considerare il contesto una giustificazione morale. Il 7 ottobre va condannato, ma compreso ma contestualizzato in una situazione di occupazione, blocco di Gaza, fallimento del processo di pace, crisi dell’Autorità Palestinese, rafforzamento di Hamas, politica israeliana di divisione del fronte palestinese, convinzione che la questione palestinese potesse essere indefinitamente amministrata.
La catastrofe mostrò il fallimento della dottrina secondo cui tecnologia, muri e superiorità militare potessero sostituire una soluzione politica. Foa considera la risposta israeliana al 7 ottobre, non soltanto sproporzionata, ma distruttiva sul piano morale e strategico. Evidenzia: il numero enorme di vittime civili; la distruzione di abitazioni e infrastrutture; fame e sfollamento; morte di bambini, donne e anziani; punizione collettiva; retoriche di espulsione; assenza di un progetto politico credibile per il dopoguerra.
L’obiettivo dichiarato di eliminare Hamas sarebbe difficilmente realizzabile solo con mezzi militari. La devastazione può distruggere strutture e comandanti, ma produce anche nuovi lutti, risentimento e reclutamento. Israele – sostiene con decisione Anna Foa – rischia così di vincere battaglie e perdere la propria sicurezza futura. Peraltro, Anna Foa pare non concordare affatto con quanto dichiarato da Liliana Segre sul ddl Antisemitismo in Italia. Per lei, se tutto diventa antisemitismo, niente è più riconoscibile come antisemitismo, perché qualificare come antisemita ogni critica a Israele svuota il concetto di antisemitismo, rendendo più difficile riconoscerne le forme autentiche.
La soluzione dei due Stati appare sempre più compromessa dalla geografia degli insediamenti. Ma anche uno Stato unico, senza una trasformazione radicale, rischierebbe di istituzionalizzare dominio o guerra civile. Foa lascia aperta la forma, insistendo sulla condizione necessaria: nessuna pace è possibile senza uguaglianza di dignità. Il “suicidio” consiste quindi nel diventare, in nome della sopravvivenza, uno Stato incompatibile con le ragioni morali e democratiche della propria nascita.
La speranza residua sta nelle forze israeliane e diasporiche che rifiutano l’identificazione fra ebraismo, occupazione e governo Netanyahu. Per Foa, difendere Israele non significa approvare tutto ciò che fa: può significare precisamente impedirgli di portare a compimento questo processo autodistruttivo. Sembra però che questa ragionevolezza non appartenga al governo attualmente in carica né all’Occidente più atlantista e liberale, né ai sondaggi, che vedono un popolo che assegna ancora molta fiducia all’estrema destra religiosa.
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E infine questo commento di Elena Basile, pubblicato da Infosannio, che ringraziamo per la cortesia:
| (Elena Basile – lafionda.org) – Nel momento in cui lo Stato di Israele rivela in streaming il genocidio del popolo palestinese compiuto a Gaza e i crimini di apartheid e tortura in Cisgiordania (dove non è mai stato presente il terrorismo di Hamas), la politica europea e italiana si preoccupa di rafforzare la condanna dell’antisemitismo. |
| La comunità ebraica si sente associata ai crimini commessi da Israele e certificati dal principale tribunale internazionale delle Nazioni Unite? In effetti, i tedeschi sono stati associati ai crimini nazisti e hanno chiesto perdono per la Shoah, ripulendo l’immagine della Germania e prendendo le distanze dalla loro storia. Come mai gli ebrei non sentono l’urgenza di fare altrettanto? Essi, che hanno patito un genocidio, dovrebbero, ancora più di altri popoli, sentire solidarietà per le vittime palestinesi. |
| Vi sono tante personalità ebraiche che stigmatizzano le politiche neonaziste israeliane. Hannah Arendt denunciò negli anni Settanta la destra israeliana di Begin e Shamir, prefigurando il destino storico di sopraffazione e violenza contenuto nell’interpretazione di destra del sionismo, il cui referente è Vladimir Žabotinskij. |
| Attualmente Ilan Pappé, Gideon Levy, Moni Ovadia e Norman Finkelstein paragonano la disumanizzazione subita dagli ebrei a opera dei nazisti a quella sopportata dai palestinesi a opera degli israeliani. |
| Secondo l’IHRA, organizzazione nata nel 1998 per mantenere viva la memoria dell’Olocausto, questi grandi intellettuali ebrei sarebbero antisemiti. La definizione di antisemitismo dell’IHRA, a cui si riferisce il DDL discusso in Parlamento in questi giorni, è estensiva e include alcuni esempi esplicativi per meglio comprenderla. Secondo l’IHRA, coloro che paragonano l’operato nazista e quello israeliano sono antisemiti. |
| Luciano Canfora è antisemita? Vorrei che l’intellighenzia liberale, moderata, democristiana e socialista si esprimesse in modo netto. |
| La signora Schlein, che si commuove giustamente nel racconto della storia della sua famiglia ebraica, non vuole stigmatizzare il genocidio palestinese? Perché non capire che la memoria dell’Olocausto può essere tenuta in vita grazie alla condanna di crimini analoghi contro le nuove vittime di oggi? |
| Come il giurista Domenico Gallo ha illustrato varie volte, la normativa europea, la Costituzione italiana e la legislazione vigente sono munite di tutti gli anticorpi contro il razzismo e l’incitamento all’odio. La pretesa che le comunità ebraiche abbiano bisogno, nel 2026, di una tutela ad hoc è confutabile. |
| Appare invece evidente l’ambiguità di una posizione europea e italiana che non ha sanzionato lo Stato terrorista israeliano, ne ha assicurato l’impunità, malgrado le atroci violazioni del diritto internazionale e umanitario, e, con una normativa singolare, ne protegge i crimini, intimidendo e reprimendo le giuste e antifasciste critiche al suo operato, proiettando la famigerata accusa di antisemitismo contro l’intellighenzia ebraica e non, e contro la società civile incline a condannare Tel Aviv. |
| Dopo il libro del 2006 di Mearsheimer e Walt sull’influenza della lobby di Israele (composta dagli evangelici, dai sionisti cristiani e da potenti associazioni come l’AIPAC) sulla politica americana, è stato pubblicato un nuovo saggio di E. Clifton e I. Lustick, che illustra come i finanziamenti della lobby di Israele siano oggi mirati al controllo della narrativa, in altre parole all’alimentazione della propaganda israeliana su scala internazionale. |
| La confusione tra antisemitismo e critiche ai crimini israeliani è uno strumento essenziale per la repressione del dissenso pro-Palestina e per il ripristino di un’immagine irrealistica di Israele, unica democrazia del Medio Oriente. L’élite sionista, sin dalle origini dello Stato di Israele, ha avuto a disposizione strumenti diplomatici e finanziari che hanno permesso la cancellazione della Nakba e costruito l’alibi in base al quale Tel Aviv non può essere sanzionato in quanto lotta per il suo diritto a esistere. |
| La seconda carica dello Stato non ha avuto remore a ricorrere alla stessa retorica per assicurare l’impunità israeliana. Di fatto, la destra di Begin e Shamir negli anni Settanta, e del Likud negli anni Ottanta, ha negato la nascita di uno Stato palestinese. |
| Liliana Segre ha difeso il DDL sull’antisemitismo, affermando che esso non colpisce la critica a Israele. Dopo 10.000 morti a Gaza, mi rivolsi ingenuamente alla senatrice chiedendole — a lei che aveva svolto un’egregia opera di testimonianza contro il nazismo — di aiutare le battaglie di verità a favore delle vittime palestinesi e di riconoscere nel trattamento israeliano dei palestinesi la stessa logica disumana adottata dai nazisti contro gli ebrei. |
| Ebbi come risposta un’infamante querela per antisemitismo. Ne seguì un linciaggio mediatico non degno di una democrazia. |
| Il DDL potrà fornire uno strumento normativo per la persecuzione del pensiero libero. |
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