Mattarella e San Francesco. La Pace Celebrata a Parole e Smentita dai Fatti. Luciano Tovaglieri.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo commento di Luciano Tovaglieri, che ringraziamo per la cortesia, pubblicato su Facebook. Buona lettura e diffusione.

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MATTARELLA E SAN FRANCESCO: LA PACE CELEBRATA A PAROLE E SMENTITA DAI FATTI
Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS 🔥 Fuoco Italico
Ci sono discorsi che diventano importanti non soltanto per quello che dicono, ma per il contrasto, talvolta clamoroso, tra le parole pronunciate e le scelte concretamente compiute.
È difficile non avere questa impressione ascoltando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrare ad Assisi San Francesco, nell’ottavo centenario della morte del Patrono d’Italia.
Il Presidente ha pronunciato parole alte sulla pace, sulla fraternità, sul dialogo e sulla necessità di riconoscere un essere umano persino nel nemico.
Parole che noi di IGNIS condividiamo.
Ed è proprio perché le condividiamo che non possiamo fare finta di non vedere la contraddizione con la politica che l’Italia conduce e che lo stesso Presidente della Repubblica ha ripetutamente e attivamente sostenuto.
Mattarella ha ricordato lo straordinario viaggio compiuto da Francesco nel 1219, durante la quinta crociata, quando il Santo attraversò le linee e, mettendo concretamente a rischio la propria vita, raggiunse in Egitto il sultano al-Malik al-Kamil.
Francesco voleva convertirlo.
Questo bisogna sottolinearlo in rosso, anzi in blu.
Non era relativista, non considerava tutte le religioni equivalenti o intercambiabili e non rinunciava a un solo punto della propria fede.
Eppure fece qualcosa di straordinariamente rivoluzionario: andò incontro al nemico.
Come ha ricordato lo stesso Mattarella, Francesco vide nel sultano, prima ancora che un nemico e un infedele, «un uomo», «un figlio di Dio» e quindi «un fratello».
E ancora più significativa è stata la conclusione tratta dal Presidente: Francesco indicò «un atteggiamento di dialogo e di rispetto straordinariamente nuovo e originale nel contesto del tempo».
Ecco il punto:
Dialogo. Rispetto. Riconoscimento dell’umanità del nemico.
Ma dove sono finiti questi principi quando dalle celebrazioni di Assisi passiamo alla politica internazionale reale?
FRANCESCO ATTRAVERSAVA LE LINEE PER PARLARE AL NEMICO. NOI LE ATTRAVERSIAMO CON LE ARMI
Da anni l’Italia partecipa al sostegno dell’Ucraina attraverso aiuti finanziari, politici e militari.
Non si tratta di una posizione che Mattarella abbia semplicemente tollerato per ragioni costituzionali.
L’ha sostenuta apertamente e convintamente.
In Polonia dichiarò che il sostegno italiano all’Ucraina sarebbe continuato «finché è necessario», precisando: sotto ogni profilo, comprese le forniture militari. La giustificazione espressa dal Presidente è altrettanto chiara: l’Ucraina è vittima dell’aggressione russa e deve essere messa nelle condizioni di difendersi. (Quirinale⁠)
È una posizione politica che noi avversiamo ma è legittima.
Ma è altrettanto legittimo sottoporla a una domanda scomoda.
Dopo anni di guerra, quanto ha avvicinato la pace questa strategia e quanto ha invece contribuito al prolungamento e all’innalzamento del livello dello scontro?
L’Ucraina ha pagato e continua a pagare un prezzo spaventoso: morti, feriti, profughi, città devastate, infrastrutture distrutte, territori trasformati in campi di battaglia e intere generazioni segnate dalla guerra.
Si può sostenere che le armi occidentali siano necessarie alla difesa ucraina. Ma non si può pretendere che sia illegittimo domandarsi se continuare ad alimentare militarmente il conflitto, senza attribuire almeno altrettanta centralità alla ricerca di un compromesso diplomatico, rappresenti davvero la strada della pace.
Perché qui la contraddizione con il Francesco celebrato ad Assisi diventa evidente e difficilmente tollerabile, a meno di essere dei sepolcri imbiancati, degli ipocriti fatti e finiti.
LA PACE È FACILE DA CELEBRARE QUANDO NON COSTA NULLA
È questo il grande problema di tanta retorica occidentale sulla pace.
La pace viene celebrata quando è un principio astratto, facilmente spendibile perché non ci obbliga a modificare la nostra condotta.
Diventa improvvisamente sospetta quando richiede di sedersi al tavolo con qualcuno che abbiamo trasformato nel Male assoluto.
Ed è precisamente qui che l’insegnamento francescano diventa scomodo.
Francesco non andò a incontrare un amico.
Andò a incontrare il nemico.
Non aspettò che al-Malik al-Kamil diventasse simile a lui per riconoscergli dignità umana.
La riconobbe prima.
Oggi, invece, assistiamo continuamente al processo opposto: prima di combattere qualcuno bisogna privarlo progressivamente di ogni possibile legittimità, trasformarlo in un mostro e rendere moralmente sospetto persino chi propone di parlargli.
IERI MILOSEVIC, OGGI PUTIN: IL NEMICO DEVE DIVENTARE HITLER
Lo abbiamo già visto.
Durante la guerra del Kosovo Slobodan Milošević fu ripetutamente paragonato a Hitler nella comunicazione politica occidentale, fino a chiamarlo “Hitlerošević”.
Oggi il medesimo paradigma ritorna con Vladimir Putin.
Naturalmente questo non significa negare l’invasione russa dell’Ucraina, né cancellare le eventuali responsabilità di Putin o di Milošević.
Il punto è un altro.
Quando ogni avversario diventa il «nuovo Hitler», il negoziato stesso finisce per apparire immorale.
Perché con Hitler, secondo la definizione degli “Alleati” occidentali, non si tratta.
Lo si sconfigge con le armi.
E così la demonizzazione del nemico diventa uno degli strumenti attraverso i quali si rende psicologicamente e politicamente più difficile qualsiasi compromesso.
È l’esatto contrario della lezione ricordata oggi dallo stesso Mattarella.
Francesco guardò il capo dell’esercito avversario e vide un uomo.
Noi guardiamo il capo dello Stato avversario e dobbiamo necessariamente vedere un mostro, altrimenti diventiamo immediatamente filo putiniani o complici della stragi di Milošević.
E DALLA DEMONIZZAZIONE DEL CAPO SI PASSA A QUELLA DEL POPOLO
Il passo successivo è ancora più pericoloso.
La responsabilità politica di un governo comincia lentamente a trasferirsi sul popolo che quel governo rappresenta.
Ed ecco allora che la guerra non rimane più soltanto tra eserciti.
Entra nello sport.
Entra nella musica.
Entra nel teatro.
Entra nella cultura.
Atleti russi sono stati esclusi da competizioni internazionali. Artisti hanno visto cancellare esibizioni o si sono trovati sottoposti alla richiesta di prendere pubblicamente posizione contro il proprio governo.
In Italia abbiamo assistito al caso del direttore d’orchestra Valery Gergiev alla Scala, al quale venne chiesta una presa di posizione pubblica contro l’invasione russa per poter proseguire la collaborazione.
Al Teatro degli Arcimboldi furono cancellati gli spettacoli del ballerino Sergei Polunin in un clima di fortissima contrapposizione politica.
Persino Dostoevskij finì per qualche giorno al centro di un caso grottesco, quando l’Università Bicocca sospese inizialmente un corso dello scrittore Paolo Nori sul grande autore russo, decisione poi rapidamente ritirata dopo le proteste.
E allora la domanda è inevitabile:
che cosa c’entra Dostoevskij con i carri armati entrati in Ucraina?
Che cosa c’entra Čajkovskij?
Che cosa c’entra un atleta nato in Russia?
Che cosa c’entra la cultura millenaria di un popolo con le decisioni del suo governo?
Se davvero crediamo alle parole pronunciate oggi ad Assisi, un russo non smette di essere nostro fratello perché Vladimir Putin ha ordinato un’invasione.
Altrimenti la fraternità universale vale soltanto per i popoli che consideriamo amici.
E quella non si chiama fraternità.
Si chiama appartenenza a un blocco.
E POI C’È LA JUGOSLAVIA
C’è infine un particolare storico che rende il discorso di Mattarella ancora più difficile da separare dalla sua biografia politica.
Nel marzo 1999, quando la NATO iniziò a bombardare la Repubblica Federale di Jugoslavia, Sergio Mattarella non era ministro della Difesa, come talvolta viene erroneamente ricordato.
Era vicepresidente del Consiglio nel governo D’Alema.
Diventerà ministro della Difesa soltanto nel dicembre dello stesso anno.
Ma il suo coinvolgimento politico in quella stagione è tutt’altro che marginale.
Il 25 marzo 1999 fu proprio Sergio Mattarella a presentarsi davanti al Senato della Repubblica per aggiornare il Parlamento sui bombardamenti NATO in corso.
Parlò dei missili cruise lanciati alle 18.45, del primo attacco aereo poco dopo le 19, del secondo dopo le 20 e di un ulteriore lancio missilistico alle quattro del mattino.
Non è un’interpretazione: è scritto nel resoconto stenografico del Senato. (Senato⁠)
L’Italia faceva parte dell’alleanza che stava conducendo quella guerra e il governo del quale Mattarella era vicepresidente aveva accettato il coinvolgimento italiano.
Anche allora ci venne spiegato che la guerra era necessaria.
Anche allora il nemico era stato trasformato nel Male assoluto.
Anche allora le bombe venivano presentate come lo strumento inevitabile per raggiungere un fine superiore.
Ventisette anni dopo, ad Assisi, Mattarella celebra un uomo che fece esattamente l’opposto:
invece di bombardare il nemico, andò a parlargli.
La storia, qualche volta, possiede un’ironia feroce.
«NON C’È COLPA MAGGIORE DI QUELLA DI UCCIDERE ALTRI UOMINI IN NOME DI DIO»
Mattarella ha pronunciato oggi parole che meritano di essere ricordate:
«Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio».
Parole sacrosante.
Ma forse dovremmo avere il coraggio di completare il ragionamento.
Non bisogna uccidere in nome di Dio.
Ma dovremmo interrogarci anche sull’uccidere in nome di una supposta democrazia!!!
In nome dei mai tanto violato ‘diritti umani’.
In nome del corrotto Occidente.
In nome della NATO criminale e guerrafondaia.
In nome di una supposta sicurezza, che non è mai stata tanto in pericolo da quando viene costantemente invocata e presa a pretesto, in primis dal nostro alleato e genocidiario Governo di Occupazione Sionista.
In nome di una pace che dovrebbe arrivare dopo l’ennesima fornitura di missili, dopo l’ennesima escalation, dopo l’ennesima offensiva.
Perché i morti rimangono morti indipendentemente dalla bandiera sotto la quale sono caduti.
SAN FRANCESCO NON HA BISOGNO DEI NOSTRI APPLAUSI
Il Presidente Mattarella ha detto oggi che Francesco è «Profeta di pace, di amore, di rispetto per il Creato» e ha auspicato che il suo esempio possa «convertire le menti indurite dall’odio» e indicare la strada della pace e della convivenza fraterna. Sono parole contenute nel discorso ufficiale del Quirinale. (Quirinale⁠)
Bene.
Allora prendiamole sul serio.
Perché è troppo facile celebrare San Francesco una volta all’anno.
È troppo facile recarsi ad Assisi, ascoltare la Messa, parlare di fraternità, ricordare l’incontro con il sultano e pronunciare solenni appelli alla pace.
La coerenza comincia il giorno dopo, anzi il giorno stesso.
Comincia quando bisogna scegliere tra un’altra escalation e un’iniziativa diplomatica.
Comincia quando qualcuno propone di parlare con il nemico.
Comincia quando bisogna decidere se un musicista russo sia prima di tutto un musicista oppure il rappresentante di un governo.
Comincia quando bisogna scegliere se lasciare aperto un ponte oppure abbatterlo.
Comincia soprattutto quando riconoscere l’umanità dell’avversario diventa impopolare.
Francesco attraversò disarmato le linee della quinta crociata perché dall’altra parte vedeva un uomo.
Noi continuiamo a costruire nuove linee, a riempirle di armi e poi celebriamo Francesco perché ebbe il coraggio di attraversarle.
È questa la contraddizione che nessuna cerimonia solenne può nascondere.
Non basta citare Francesco.
Non basta celebrarlo.
Non basta accendere una lampada davanti alla sua tomba.
Non basta pronunciare la parola «pace».
Perché la pace non è una parola da utilizzare nei discorsi ufficiali mentre si approvano le logiche della guerra.
È una scelta.
È un rischio.
È il coraggio di riconoscere un fratello anche nel nemico.
San Francesco non ha bisogno e non ha mai chiesto l’ammirazione dei potenti.
Ha bisogno che i potenti, almeno qualche volta, abbiano il coraggio di fare ciò che dicono di ammirare.
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1 commento su “Mattarella e San Francesco. La Pace Celebrata a Parole e Smentita dai Fatti. Luciano Tovaglieri.”

  1. Bell’articolo. Da parte mia posso solo ricordare il detto evangelico “chi di spada ferisce, di spada perisce” che dovrebbe invitare ciascun contendente a maggior prudenza.

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