Marco Tosatti
Cari amici e nemici d di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista con Enzo Fortunato. Come specificato nel cappello dell’intervista, non si tratta di padre Enzo Fortunato, ma di un autore omonimo. Buona lettura e diffusione.
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“Buon Cammino”, un invito a ritrovare se stessi e la propria direzione
Una doverosa precisazione prima di iniziare
Prima di entrare nel cuore dell’intervista, è necessaria una precisazione rispetto alla presentazione del libro Buon Cammino, in cui Enzo Fortunato è stato indicato erroneamente come “Padre”. Si tratta di un’attribuzione non corretta: Enzo Fortunato è un laico, è sposato e non è un sacerdote.
Attualmente è Presidente di Europa Benedettina, con sede a Modugno (BA), e autore del libro Buon Cammino, edito da Youcanprint, nel quale affronta temi profondamente legati alla ricerca personale, alla spiritualità, alla libertà, alla fragilità e alla speranza.
È proprio da queste pagine e dal significato del “cammino” come esperienza umana, interiore e spirituale che prende avvio questa conversazione. Un dialogo che invita a fermarsi, a guardarsi dentro e, anche nei momenti di smarrimento, a trovare la forza per ripartire.
Nel libro lei invita a “non aver paura del caos, ma a imparare a camminarci dentro”. Che cosa significa concretamente questo invito nella vita di ogni giorno?
Immagina di trovarti in mezzo a una tempesta: il vento ti scompiglia i pensieri, la pioggia ti bagna il volto, eppure proprio lì, nel caos, puoi scoprire chi sei davvero. Non bisogna temere il disordine della vita, perché è proprio attraversando il caos che impariamo a conoscerci e molto spesso a capire che non siamo soli e a trovare una nuova direzione. Ogni difficoltà è un’occasione per riscoprire la nostra umanità e la forza che spesso non sappiamo di avere.
Il cammino presuppone una direzione, ma anche la capacità di fermarsi. Quanto è importante oggi trovare il tempo per fermarsi, ascoltarsi e guardarsi dentro?
Viviamo in un mondo che ci spinge a correre sempre più veloce, ma io credo che il vero coraggio sia sapersi fermare. Fermarsi non è un segno di debolezza, ma un atto di amore verso se stessi. Solo nel silenzio possiamo ascoltare la voce che ci abita, capire dove siamo e dove vogliamo andare. È lì che nasce la possibilità di ripartire con passo nuovo.
Uno dei temi centrali del libro è la ricerca di senso. Quali sono le domande che una persona dovrebbe porsi quando sente di aver perso la propria direzione?
Quando ci sentiamo persi, non dobbiamo avere paura di interrogarci. Le domande sono come lanterne che illuminano il nostro cammino: “Cosa sto cercando davvero?”, “Cosa mi rende felice?”, “Qual è il senso di ciò che sto vivendo?”. Non esistono risposte facili, ma il coraggio di porsi queste domande ci rende vivi.
Nel mondo di oggi siamo spesso chiamati a essere veloci, efficienti e sempre connessi. Che cosa rischiamo di perdere quando non riusciamo più a fermarci?
Se non ci concediamo mai una pausa, rischiamo di perdere il contatto con ciò che conta davvero. La velocità ci fa dimenticare la bellezza delle piccole cose, ci allontana dagli altri e da noi stessi. Fermarsi è un atto rivoluzionario: ci permette di ritrovare il senso del nostro cammino.
Nel suo libro emerge anche il tema della libertà. Che cosa significa essere veramente liberi e quanto è difficile esserlo nella società contemporanea?
Essere liberi non significa fare tutto ciò che si vuole, ma scegliere ogni giorno la propria strada, anche quando è controcorrente. La libertà è una conquista quotidiana, fatta di scelte autentiche, di responsabilità e di fedeltà a se stessi e a coloro che diciamo di Amare.
Il cammino della vita passa anche attraverso le fragilità e i momenti di difficoltà. Perché è importante non avere paura delle proprie fragilità?
Le nostre fragilità non sono un difetto, ma una risorsa preziosa. Accettare le proprie debolezze i propri limiti significa accogliersi per quello che si è, senza maschere. È proprio nelle crepe che entra la luce e ci permette di crescere.
La speranza sembra essere una delle chiavi per poter ripartire. Come si può ritrovare la speranza quando attraversiamo un periodo difficile?
La speranza è come una scintilla che può accendersi anche nei momenti più bui. A volte basta una parola, un incontro, un gesto di gentilezza per riaccendere la voglia di ripartire. La speranza nasce quando ci apriamo agli altri e alla vita.
Affronta anche la dimensione spirituale che si intreccia con la ricerca personale. Quale rapporto esiste tra il ritrovare se stessi e il ritrovare Dio?
Nel mio cammino ho scoperto che ritrovare se stessi significa anche aprirsi a una dimensione spirituale. Ritrovare Dio è ritrovare la parte più autentica di sé, quella che ci spinge a cercare il bene e la verità.
A chi oggi si sente smarrito, fermo o incapace di capire quale strada prendere, quale messaggio vorrebbe affidare attraverso Buon Cammino?
A chi oggi si sente fermo o smarrito, dico: non abbiate paura di fermarvi e di ascoltarvi. Ogni cammino ha le sue soste, i suoi momenti di dubbio. L’importante è non perdere la fiducia che, anche dopo una sosta, si può sempre ripartire. Il cammino non finisce mai.
Infine, perché “Buon Cammino”? Che cosa rappresenta per lei questo titolo e quale augurio vorrebbe che il lettore portasse con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro?
Il significato di “Buon Cammino” è molto più di un titolo: è un augurio, un invito a non smettere mai di cercare, di mettersi in viaggio, di affrontare la vita con coraggio e speranza. Vorrei che ogni lettore, chiudendo il libro, sentisse di avere la forza per ripartire, qualunque sia il punto in cui si trova. Perché la vita è un cammino, e ogni passo, anche il più incerto, ci avvicina a ciò che siamo destinati a diventare.
Queste parole sono il cuore del mio messaggio: la vita è fatta di tappe, soste, cadute e ripartenze. L’importante è non smettere mai di camminare, con fiducia e con il desiderio di scoprire sempre qualcosa di nuovo su di sé e sul mondo.
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