Anna Foa: il DDl Antisemitismo dà a Israele Licenza di Fare qualunque Cosa. Gaza, la Strage Continua

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione del provvedimento liberticida che è stato approvato ieri in Commissione in Parlamento, mentre quello che vorrebbe essere l’erede dei partiti della sinistra italiana usciva per non esprimersi…le ossa dei leader di sinistra di una volta si saranno riv voltate  nella fossa. Buona lettura e diffusione.

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Il primo è questo commento della storia Anna Foa, riportato in un post su X (Twitter):

 

La storica Anna Foa, osteggiata ed emarginata dalle leadership ebraiche italiane (sempre più spostate a destra) parla della portata deleteria e odiosa del ddl Gasparri-Delrio: «È un boomerang che farà aumentare l’antisemitismo invece di combatterlo. Il punto è che un testo considerato buono dieci anni fa non lo è per forza oggi. Ora abbiamo dietro le spalle un genocidio, la minaccia di apartheid per i palestinesi nei Territori occupati e dentro Israele, dove i partiti che li rappresentano vengono esclusi dalla corsa elettorale. Nel 2016, in Israele non era stata ancora varata la legge sul suprematismo ebraico. La situazione attuale è gravissima e questa definizione la alimenta… Perché dà a Israele la licenza di fare qualunque cosa, immune dalle critiche. Il problema non è neanche la definizione, ma gli esempi: l’Ihra dice che è antisemitismo paragonare le attuali vicende del Medio Oriente alla Shoah, il che blocca ogni discussione storiografica. Con la massima stima per Fiano, non è vero che la critica è aperta. Anche se nel testo sono state eliminate le ricadute penali, resta lo stigma… Molti pensatori ebrei del passato sarebbero considerati antisemiti, così. Penso ad Hannah Arendt ed Albert Einstein, che firmarono nel 1948 sul New York Times il monito contro gli eccidi dei palestinesi e il rischio degli ebrei di trasformarsi nei nazisti [Q]uando il mondo vedrà che solo Israele è esente da critica cresceranno i sentimenti di antisemitismo…». (Via @fattoquotidiano)

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Poi c’è questa lettera indirizzata a Liliana Segre, e pubblicata su X (Twitter):

Si, Liliana Segre, per me, è stata come Ed Sheeran. L’ho amata molto quando ancora non la conoscevo abbastanza. Adesso, le scriverò una lettera. Senatrice, la mia insofferenza per le sue parole non è nata oggi. Mi sono già sentita nauseata, molto prima di questo ultimo appello, dalla alla sua insistenza sulla semantica.

Davanti all’orrore di Gaza, il suo richiamo è stato quello di non usare con leggerezza la parola genocidio.

Null’altro.

Con quale leggerezza dovremmo parlare della morte di migliaia di bambini, Senatrice? Non posso fare a meno di domandarmi come lei possa invocare l’unanimità per un decreto che proprio sulla semantica fa una gran confusione. Perché criticare Israele non ha nulla a che fare con l’essere antisemiti.

Un ebreo non è Israele. Un palestinese non è Hamas. Un governo non è un popolo e una religione non è uno Stato. Criticare le decisioni di uno Stato non significa odiare chi appartiene a un’etnia o a una religione. E se perdiamo questa distinzione, perdiamo anche la possibilità di discutere.

Vede Senatrice, la memoria della Shoah, per me, non è solo teoria. La mia famiglia l’ha vissuta. Franco, il fratello di mio nonno fu deportato quando aveva 13 anni. Morì a Mauthausen, anche se non era ebreo ed è stato il più giovane “deportato politico” italiano a perdere la vita nei lager. Un bambino, che di politica non ne sapeva proprio nulla. Se il mio tempo fosse stato quello del nazismo, voglio credere che sarei stata per lei una spalla e che avrei aperto la porta per nasconderla, proteggerla, salvarla.. E oggi sto facendo esattamente la stessa cosa: protesto, sciopero, manifesto, aiuto come posso.

Può spiegarmi perché questo invece non dovrebbe andare bene? Mi consenta di parlare della memoria, argomento che so esserle molto caro. lo penso, Senatrice, che la memoria non dovrebbe insegnarci a decidere chi meriti di essere difeso. Dovrebbe insegnarci a riconoscere quando qualcuno ha bisogno di essere difeso e a non restare indifferenti. E qui torno alle sue parole, che non mi piacciono, perché da chi ha conosciuto la disumanizzazione, ci si aspetta una sensibilità assoluta davanti alla sofferenza degli altri.

Non una gara di semantica, non una graduatoria delle vittime e di certo non una memoria utilizzata come confine tra chi possiamo compatire e chi dobbiamo prima giustificare. Non oso immaginare a lei, ma a me la Shoah ha insegnato una cosa semplice: che il primo passo verso l’orrore è convincersi che qualcun altro sia un problema e che possa essere sacrificato. lo, Senatrice, voglio poter piangere per un bambino ebreo e per un bambino palestinese senza dover scegliere quale dolore sia più legittimo.

E voglio poter dire “genocidio” se è questo è il termine che ritengo più adeguato a descrivere ciò che vedo, senza che qualcuno decida per me che quella parola mi renda antisemita. Perché io non accetto che un mio diritto, la libertà, mi sia venduto come gentile concessione.

Valeria Mei Cagnoli

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E c’è questo post di Instagram, che ci fa capire quale sarà il futuro se lo sciagurato DDL sull’antisemitismo verrà approvato. Se direte che Gesù era palestinese potrete avere dei guai con la Digos! Cliccate sul collegamento per il video.

Un corso per la polizia italiana considera antisemita dire che “Gesù era palestinese” e paragona il boicottaggio di università e prodotti israeliani alle leggi razziali del ‘38.

Le accuse sono contenute nei video di due corsi online presenti, dai primi di dicembre 2025, sulla piattaforma Sisfor per la formazione delle forze dell’ordine, realizzati in collaborazione con l’Ucei e finanziati dall’Unione europea.

Tra i materiali, ottenuti da @ludovicajona, si ascolta la ex presidente dell’Ucei Noemi Di Segni affermare: “Associare Gesù al popolo palestinese vuol dire attualizzare quel deicidio, oggi al conflitto israelo-palestinese”.

Ma da dove arrivano i dati che l’Italia sta usando per scrivere il DDL antisemitismo?

Dal CDEC — Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Controllato dall’UCEI, l’ente che lavora per rafforzare i rapporti tra Italia e Israele.

Tra gli episodi classificati come antisemiti nel rapporto 2025 del CDEC, un post di Alessandro Di Battista che paragona una frase di un generale israeliano – devono morire 50 palestinesi per ogni israeliano anche i bambini – al massacro nazista di Via Rasella, bollato come antisemita solo perché accosta Israele al nazismo, secondo la definizione IHRA.

Il tema diventa particolarmente rilevante alla luce del disegno di legge sull’antisemitismo che il 2 ottobre approderà alla Camera e che punta a introdurre nella legislazione italiana la definizione dell’IHRA.

E UCEI e CDEC entreranno, per legge, nel comitato che detta la linea a cinque ministeri. Nessuna voce ebraica critica di Israele è stata inclusa.

L’inchiesta di @ludovicajona sui corsi sull’antisemitismo per le forze di polizia è stata pubblicata anche su @altreconomia

#israel #ddlantisemitismo

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E intanto, mentre il Parlamento discute di come bloccare le critiche a Israele a Gaza Isarele continua a massacrare. Avete per caso sentito qualche commento di Liliana Segre o di Emanuele Fiano? Cliccate per il video sul colegamento.

 

  • L’autobus pubblico attraversava il quartiere di Tel al-Hawa, a Gaza City, trainando un piccolo carretto.

    Sopra sedeva una donna. Mercoledì 30 settembre un raid aereo israeliano ha centrato l’autobus in pieno: sei palestinesi uccisi sul colpo.

    “Ho sentito un’esplosione fortissima. Non avevo mai sentito niente del genere prima”, racconta a Drop Site Mohammad Al-Qasbouri, che in quel momento camminava per strada.

    “Il carretto era fissato a questo autobus e quando l’autobus è stato colpito, il carretto si è staccato. C’era una donna seduta sopra che è morta sul colpo. E qui, c’erano anche altre cinque persone uccise. Tutte fatte a pezzi”. Poi trova solo due parole: “Terrore. Terrore assoluto”.

    Nelle stesse ore, nel sud della Striscia, un drone israeliano ha colpito un gruppo di civili vicino a una moschea di Al-Mawasi, a nord di Khan Younis.

    Tra i morti c’è anche Mohammed Al-Najjar, giornalista, voce di una radio coranica, imam, sfollato dalla sua Khuza’a.

    A casa lo aspettavano la moglie e tre figli. Il suo corpo è stato restituito alla famiglia senza la testa. In un video la moglie e le figlie lo piangono mentre giace avvolto in un sudario. Senza testa.

    Mohammed è tra gli oltre 300 giornalisti e operatori dei media uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023. Nel 2025, nel mondo, sono stati uccisi 129 giornalisti. Due su tre per mano di Israele, secondo il Committee to Protect Journalists.

    Tutto questo accade durante una cosiddetta “tregua”.

    Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore a ottobre 2025, le forze israeliane lo hanno violato almeno 5.188 volte, una media di 14,6 violazioni al giorno, e hanno ucciso 1.431 persone. Sono i dati di un rapporto che la parte palestinese ha consegnato ai mediatori, ottenuto dal giornale Drop Site.

    Il 27 ottobre Israele va al voto. Netanyahu non vuole farsi vedere mentre tratta i palestinesi come esseri umani. E i massacri aumentano.

    Un autobus, un carretto, una donna seduta sopra. Un padre che i figli non hanno potuto guardare un’ultima volta. 

Questa è la “tregua” a Gaza.

    #gazagenocide

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