Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Americo Mascarucci, che ringraziamo di cuoce, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su una grande figura del cattolicesimo. Buona lettura e diffusione.
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Fulton Sheen è finalmente beato, lo ha proclamato papa Leone XIV primo pontefice statunitense della storia, e non poteva essere diversamente vista la grande fama che proprio negli Usa l’ex arcivescovo scomparso nel 1979 ha conquistato.
Grande telepredicatore, ha fatto conoscere il Vangelo tramite TV e radio e soprattutto ha promosso la devozione eucaristica e il culto mariano. La sua beatificazione chiude una lunga diatriba che si è protratta per anni e legata soprattutto ai suoi contrasti con il cardinale Francis Spellman arcivescovo di New York e suo diretto superiore che cercò in tutti i modi di demolire la popolarità di Sheen.
Alla base dei contrasti ci furono soprattutto motivazioni finanziarie e politiche. Sheen, a capo dell’ opera per la Propagazione della Fede, attraverso la sua grande capacità comunicativa e l’ampia popolarità di cui godeva contrapposta a quella del cardinale, percepito invece molto distante dal popolo, raccoglieva ingenti somme dai fedeli destinati alle missioni che il cardinale chiese più volte di trasferire all’ arcidiocesi di New York per poterle gestire direttamente.
Si rivolse anche al Vaticano per veder riconosciute le sue ragioni di fronte ai rifiuti di Sheen accusando quest’ultimo di fronte al papa di ostinata disobbedienza,, ma Pio XII si schierò dalla parte del futuro beato e contro la pretesa del porporato di limitare la sua attività.
Ma furono soprattutto i motivi politici e teologici a dividere i due.
Sheen criticava l’imperialismo americano di cui Spellman era invece un entusiasta sostenitore. Sheen si oppose alla guerra in Vietnam e chiese più volte agli Usa di ritirarsi, mentre Spellman difendeva l’invasione americana e benediva la “crociata anticomunista”. Anche Sheen era anticomunista, ed era stato accusato addirittura di essere fascista per aver sostenuto il generalissimo Francisco Franco e i Falangisti nella guerra civile spagnola contro i repubblicani massoni e anticlericali, e non mancava di condannare l’Unione Sovietica e le sue repressioni nell’ Est Europa; ma sul Vietnam era convinto che gli americani stessero sbagliando e che non si poteva esportare la democrazia con la guerra e la violenza, proprio mentre l’America era lacerata dai conflitti etnici e razziali.
“Parlo solo come cristiano e chiedo umilmente al Presidente di annunciare: ‘In nome di Dio, che ci ha comandato di amare il prossimo con tutto il cuore, l’anima e la mente, per il bene della riconciliazione ritirerò immediatamente le nostre forze dal Vietnam del Sud” proclamò in una celebre omelia.
Dichiarò di parlare unicamente in veste cristiana, chiedendo al Presidente degli Stati Uniti di agire in nome di Dio per avviare una politica di riconciliazione globale, che includesse anche il popolo vietnamita. Sheen legò la pace in Vietnam alla giustizia razziale in patria, domandandosi come si potesse invocare la riconciliazione tra bianchi e neri d’America senza estenderla anche ai popoli asiatici coinvolti nel conflitto. Si spese con grande spirito evangelico per la pace, la giustizia sociale, l’uguaglianza di tutti gli esseri, per la difesa dei diritti umani.
Questa sua posizione, molto simile a quella espressa in Italia dal cardinale Giacomo Lercaro e che costò a questi la guida dell’arcidiocesi di Bologna dopo che l’ambasciata Usa inviò una formale protesta in Vaticano, fu causa di un profondo isolamento cui Sheen fu sottoposto a lungo, accusato di simpatie comuniste e di remare contro l’interesse nazionale.
Ma i contrasti con Spellman riguardavano anche il Concilio Vaticano II. Il cardinale militava nella corrente degli intransigenti contrari alle riforme mentre Sheen vide nel Concilio una straordinaria opportunità, soprattutto nell’ottica dell’ecumenismo e del dialogo verso l’unità dei cristiani.
Si impegnò molto per cercare un terreno teologico comune con i cristiani delle chiese non cattoliche, sia ortodosse che protestanti, pur restando un conservatore contrario alle svolte progressiste post conciliari di stampo rahneriano e impegnandosi soprattutto ad insegnare e dimostrare come il diavolo si nascondesse dietro il fascino del progresso contemporaneo e della modernità. Scriveva infatti: “C’è qualcosa di marcio nel mondo; e quel marcio è così radicale e universale che non si spiega con le cose, ma con uno spirito: lo spirito del male. È la nostra cecità a non vedere che c’è il male, perché ne abbiamo negato l’esistenza. Un uomo senza occhi può essere convinto che la notte è giorno e il giorno è notte. Così anche il mondo moderno, che ha perso sia gli occhi della fede che quelli della ragione, può essere indotto a credere che lo spirito dell’anticristo non sia qui, perché ha dimenticato Cristo, chi lo convincerà che c’è un Anticristo? Gli uomini pensano che il male debba venire sotto le sembianze di un germe, o di una bomba, o di un incidente, o di un’esplosione, o di un disastro ferroviario, o di un fallimento bancario, dimenticando che il più grande male può venire all’uomo sotto le mentite spoglie dei pensieri e delle idee umane.
È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo, siede nelle nostre aule, scrive sulle nostre riviste, si pavoneggia sui nostri palcoscenici, promettendo di redimere l’uomo quando avrà abbandonato la Croce e la penitenza”.
Parole profetiche, che oggi più che mai appaiono attuali di fronte ad un mondo che sembra aver perso il senso del peccato, affascinato dalle ideologie mondialiste, e soprattutto ad una Chiesa che è sembrata abdicare al suo ruolo di evangelizzazione e conversione delle coscienze, dando quasi l’impressione di essersi omologata al pensiero unico laicista e relativista. Il fatto che oggi papa Leone abbia finalmente beatificato un vescovo che con la sua infaticabile opera di evangelizzazione ha favorito tante conversioni facendo incontrare realmente Dio ai lontani, riportandoli nella Chiesa pur con spirito ecumenico e aperto all’incontro e al dialogo con le altre religioni e con il mondo, è senza dubbio un importante segnale di discontinuità e di un rinnovato desiderio di evangelizzazione, dopo gli anni dello sbandamento bergogliano. Il segno di una Chiesa che sembra finalmente riappropriarsi del suo ruolo, testimoniare e far conoscere Cristo all’umanità perché ritorni a lui. Una Chiesa non “del mondo”, ma “nel mondo”, capace di comprendere e governare i cambiamenti in atto nella società ma restando coerente con la sua missione di annunciare Cristo e promuovere l’attualità del Vangelo nei contesti contemporanei. Speriamo davvero sia il segno di un’autentica ripresa dello spirito missionario ed evangelizzatore della Chiesa di papa Leone.
Americo Mascarucci
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