Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato sul blog dell’Editore da Korazym.orga, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.
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«Siete pronti a dire che Gandzasar è armeno?» La messinscena di Hajiyev diventa un boomerang
di Vik van Brantegem

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.09.2026 – Vik van Brantegem] – Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan è intervenuto sulla falsificazione dell’identità di Gandzasar durante la sessione di interrogazioni fra Assemblea Nazionale e Governo. Pur non pronunciando la formula diretta «Gandzasar è armeno», richiesta dalla deputata Lena Matevosyan, Pashinyan ha affermato che la Repubblica di Armenia, attraverso il Direttore del Matenadaran, ha attestato l’origine armena del monastero. Ha inoltre definito «inaccettabile e incomprensibile» quanto compiuto da Hikmet Hajiyev, ribadendo nello stesso tempo la necessità di continuare a tutelare la pace.
«Siete pronti a dire pubblicamente che Gandzasar è armeno?»: la domanda rivolta dalla deputata dell’opposizione Anna Grigoryan al Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale armena Ruben Rubinyan ha portato nell’aula parlamentare ciò che per giorni il governo di Erevan aveva evitato di pronunciare con chiarezza.
Non si tratta di una domanda accademica. L’11 e 12 settembre 2026 circa 150 rappresentanti del corpo diplomatico accreditato in Azerbaigian, provenienti da 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali, sono stati accompagnati da Hikmet Hajiyev nell’Artsakh occupato e svuotato della sua popolazione armena.
Abbiamo seguito la vicenda negli articoli:
- 150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti?
- Gandzasar, le pagine bianche mostrate ai diplomatici e le iscrizioni armene che Hajiyev non può cancellare
- Il grottesco spettacolo dei diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni
Le reazioni dimostrano che l’operazione propagandistica dell’Assistente del Presidente azero Ilham Aliyev e Capo del Dipartimento per gli affari di politica estera dell’Amministrazione presidenziale, concepita per mostrare ai diplomatici una storia già riscritta, si è trasformata almeno in parte in un boomerang.
«Gandzasar è armeno?»
Anna Grigoryan ha ricordato in Parlamento che Hajiyev aveva presentato Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’Albania caucasica e aveva mostrato con tono derisorio le pagine bianche di alcune riproduzioni museali, trasformandole in una presunta prova della falsificazione armena.
La deputata ha quindi chiesto a Rubinyan se fosse disposto ad affermare pubblicamente l’identità armena di Gandzasar.
Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale non ha pronunciato quella formulazione diretta, ma ha definito infondate le dichiarazioni azere, osservando che esse non contribuiscono alla pace e non sono utili nel contesto del processo in corso. Ha poi aggiunto che è comunque positivo che le controversie siano oggi espresse attraverso discussioni di questo genere e non mediante scontri armati.
La risposta riconosce la falsità della ricostruzione proposta da Hajiyev, ma mostra anche il limite politico della linea governativa: persino davanti alla negazione dell’identità di un monastero armeno del XIII secolo, ogni parola viene subordinata alla necessità di non disturbare la narrazione della «pace raggiunta».
Il Matenadaran smonta la messinscena delle pagine bianche
La risposta più precisa non è arrivata dal Ministero degli Esteri, ma dal Matenadaran di Erevan [*].
Il Direttore Ara Khzmalyan ha spiegato che i volumi mostrati da Hajiyev non erano manoscritti originali, bensì riproduzioni di alta qualità realizzate appositamente per l’esposizione nella sede di Gandzasar. In assenza dei necessari sistemi di sicurezza, conservazione, temperatura e umidità, gli originali non erano mai stati trasferiti stabilmente nel monastero.
Nelle copie museali venivano riprodotte soltanto le aperture destinate all’esposizione, mentre le pagine successive rimanevano intenzionalmente bianche. «Non abbiamo pagine bianche nei nostri manoscritti o nella nostra storia», ha risposto Khzmalyan, invitando diplomatici e studiosi a esaminare gli originali conservati a Erevan.
La ricostruzione è stata ulteriormente precisata dal conservatore Khachik Harutyunyan: per la sede di Gandzasar, inaugurata nel 2015, erano state prodotte oltre cento copie. La maggior parte fu trasferita in Armenia durante la guerra del 2020; circa trenta rimasero nel complesso.
Tra i manoscritti collegati alla raccolta di Gandzasar figura il cosiddetto Vangelo del Vehapar, datato al 909. Nel filmato diffuso da Baku compare inoltre la copia di un manoscritto redatto nel 1232 e portato nell’Artsakh all’inizio del XIV secolo, conosciuto come Vangelo di Targmanchats. Il Matenadaran ha mostrato pubblicamente gli originali e le corrispondenti riproduzioni, rendendo evidente l’artificio della dimostrazione inscenata davanti ai diplomatici.
Lernik Hovhannisyan, già Ministro della Cultura della Repubblica di Artsakh, ha ricordato a sua volta che i manoscritti e i libri di maggiore valore erano stati messi in sicurezza durante la guerra dei 44 giorni del 2020. I diplomatici presenti, ha osservato, avrebbero dovuto conoscere la storia della raccolta e comprendere perché a Gandzasar fossero rimaste soltanto copie.
La cauta correzione di Magdalena Grono
Alla visita organizzata da Baku aveva partecipato anche Magdalena Grono, Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Caucaso meridionale e la crisi in Georgia. Dopo il tour aveva scritto che permanevano «narrazioni profondamente divergenti», anche sull’origine di alcuni siti. La formulazione poneva sullo stesso piano la documentata identità armena di Gandzasar e la reinterpretazione politica promossa dall’Azerbaigian.
Il 14 settembre Grono è stata accompagnata dal Vice Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale armeno Vahan Kostanyan al Matenadaran, dove ha potuto vedere gli originali, conoscere le tecniche di riproduzione museale e ascoltare la spiegazione degli studiosi.
Successivamente ha precisato ad Armenpress di non contestare «la passata presenza armena e la ricca impronta» lasciata nel Karabakh e ha dichiarato che tale patrimonio deve essere conservato senza indebite manipolazioni politiche. Ha inoltre riconosciuto che la tutela del patrimonio culturale è una componente essenziale del processo di pace e un valore fondamentale dell’Unione Europea. È una precisazione importante, provocata proprio dalle reazioni alla visita. Ma rimane prudente: Grono parla di una presenza armena «passata» e di narrazioni contrapposte, senza affermare direttamente che Gandzasar è un monastero armeno né denunciare la falsificazione presentata da Hajiyev.
Mirzoyan: abbiamo fatto quanto necessario
Il Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale armeno Ararat Mirzoyan è stato interrogato da Azatutyun sul mancato comunicato ufficiale del suo dicastero. Ha risposto che esistono istituzioni più specializzate, che il Ministero aveva mantenuto contatti con il Matenadaran e che la posizione e le iniziative di quest’ultimo erano ritenute soddisfacenti. Ha richiamato anche la visita di Grono, lasciando agli osservatori la possibilità di giudicare le misure adottate «sufficienti, appropriate e proporzionate». Mirzoyan ha comunque riconosciuto che il comportamento dell’Azerbaigian non rafforza la pace e alimenta valutazioni meno ottimistiche sul suo futuro.
Fino all’intervento del Primo Ministro, il problema politico rimaneva irrisolto. Di fronte a una falsificazione promossa da un alto funzionario del regime di Aliyev davanti a rappresentanti internazionali, Erevan aveva delegato la risposta a un istituto scientifico. Il Matenadaran aveva fatto magnificamente il proprio lavoro. Ma un archivio di manoscritti non poteva sostituire la politica estera di uno Stato.
Pashinyan interviene, ma non pronuncia la formula richiesta
Nel pomeriggio del 16 settembre, anche il Primo Ministro Nikol Pashinyan è intervenuto sulla vicenda durante la sessione di interrogazioni fra Assemblea Nazionale e Governo.
Lena Matevosyan, deputata della fazione Armenia Forte, ha ricordato il tentativo di Hikmet Hajiyev di alterare il fatto dell’appartenenza armena di Gandzasar e ha invitato Pashinyan a salire alla tribuna per dichiarare pubblicamente: «Gandzasar è armeno».
Il Primo Ministro non ha ripetuto la formula richiesta, ma ha assunto una posizione più esplicita di quelle espresse fino a quel momento dagli altri rappresentanti del governo. Ha affermato che, per stabilire l’origine di un manoscritto o del complesso monastico menzionato nelle fonti, occorre rivolgersi ai testi originali. La Repubblica di Armenia, ha aggiunto, ha già risposto attraverso il Direttore del Matenadaran, indicato come la figura istituzionale più competente in materia, e in questo modo «ha attestato l’origine armena di Gandzasar».
Pashinyan ha giudicato inutile porsi l’obiettivo di dimostrare questa realtà all’Azerbaigian, definendolo un compito privo di senso e irrealizzabile, che comunque non cambia ciò che Gandzasar rappresenta per gli Armeni. Ha quindi definito «inaccettabile e incomprensibile» quanto compiuto dal funzionario azero.
Alla condanna ha però fatto immediatamente seguire il richiamo alla pace. Secondo il Primo Ministro, la pace ormai stabilita costituisce un valore sia per l’Armenia sia per l’Azerbaigian e deve essere trattata con cura da entrambe le parti. Distruggerla sarebbe facile, ha avvertito; per ritornare allo stesso punto potrebbero invece occorrere altri trent’anni.
L’intervento segna dunque un cambiamento rispetto al silenzio iniziale: il Capo del Governo armeno ha riconosciuto come posizione della Repubblica di Armenia l’origine armena di Gandzasar e ha condannato il comportamento di Hajiyev. Rimane tuttavia significativa la scelta di non pronunciare direttamente la frase richiesta dalla deputata e di affidare ancora una volta la risposta sostanziale al Matenadaran, collocando immediatamente la questione entro i limiti imposti dalla tutela del processo di pace.
«Nessuno pensi che ci sarà la pace»
L’ex Ambasciatore con incarichi speciali Edmon Marukyan ha chiesto al Primo Ministro Nikol Pashinyan e al Ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan di dichiarare pubblicamente che Gandzasar è armeno, pretendere dall’Azerbaigian la cessazione degli attacchi contro il patrimonio e inviare note formali di protesta alle ambasciate rappresentate nel tour.
Secondo Marukyan, la riscrittura della storia non deve essere considerata separatamente dalle rivendicazioni territoriali avanzate da Baku contro la Repubblica di Armenia. Essa contribuirebbe a costruire una base politica, militare e pseudogiuridica per future pretese. Il suo avvertimento è netto: «Nessuno pensi che ci sarà la pace. Non ci sarà». Non perché la pace non sia necessaria, ma perché non può esistere una pace stabile mentre uno dei contraenti cancella la storia dell’altro e prepara nuove rivendicazioni proprio attraverso tale cancellazione.
La condanna della Chiesa Apostolica Armena
La Santa Sede di Etchmiadzin ha condannato fermamente le dichiarazioni di Hajiyev e il suo atteggiamento derisorio nei confronti del patrimonio spirituale e culturale armeno. Secondo Etchmiadzin, il viaggio propagandistico mirava a fuorviare la comunità internazionale, coinvolgendo diplomatici e rappresentanti di organizzazioni internazionali nella diffusione di falsificazioni. La Santa Sede di Etchmiadzin ha chiesto alle autorità armene misure efficaci e agli Stati amici e alle istituzioni internazionali un impegno concreto contro l’ulteriore distruzione e appropriazione del patrimonio cristiano armeno.
Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, ha parlato di una «terribile distorsione della storia» compiuta davanti agli occhi del mondo. Ha denunciato la passività di coloro che assistevano mentre chiese e monumenti secolari venivano privati della loro identità armena e ha collegato quanto avvenuto alla disunione e alla miopia politica degli Armeni. Il suo monito va oltre Gandzasar: «Speriamo e preghiamo che parti dell’Armenia “reale” non subiscano il destino di Shushi sotto il falso velo della pace».
Il 15 settembre è intervenuto anche il Patriarcato armeno di Gerusalemme. Nel suo comunicato ha accusato il regime di Aliyev di aver organizzato una rappresentazione selettiva, utilizzando copie museali come argomento contro l’identità cristiana armena di Gandzasar. Ha richiamato i diplomatici alla responsabilità di verificare le informazioni ricevute e ha rivolto una critica altrettanto severa al governo armeno, accusato di silenzi e mezze misure. Il Patriarcato ha ricordato che l’eredità cristiana armena è documentata da manoscritti, iscrizioni e raccolte conservate non soltanto al Matenadaran, ma anche presso la British Library, la Bodleian Library di Oxford, la Bibliothèque nationale de France, le biblioteche mechitariste di Venezia e Vienna e il Metropolitan Museum of Art.
Non occorre una campagna di lobbying per dimostrare ciò che secoli di storia, pietre, manoscritti e ricerca indipendente hanno già documentato.

La società civile interpella i diplomatici
Una dichiarazione sottoscritta da organizzazioni della società civile armena ha denunciato il rischio che la partecipazione internazionale al tour legittimi la cancellazione etnica e culturale dell’Artsakh. Il documento pubblicato da Protection of Rights without Borders chiede a governi e organizzazioni internazionali misure concrete per la tutela del patrimonio.
L’Armenian Federation in Sweden ha indirizzato una lettera aperta a Magdalena Grono, all’Incaricata d’affari statunitense Amy Carlon, all’Ambasciatrice francese Sophie Lagoutte e all’Ambasciatrice messicana María Victoria Romero Caballero.
La domanda è semplice: perché nessuno ha chiesto che cosa rappresentassero realmente le pagine bianche? Perché non sono state richieste fonti indipendenti? E perché una lettura politicamente orientata della storia è stata lasciata senza contraddittorio?
La diplomazia richiede compromessi. Non richiede di rinunciare ai fatti.
Amy Carlon balla a Shushi dopo l’espulsione degli Armeni

Nel medesimo viaggio era presente Amy Carlon, Incaricata d’affari dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Azerbaigian. Il video di Operativ Media diffuso da The Azeri Times la mostra mentre balla a Shushi sulle note di una musica tradizionale presentata dal media azero come «nazionale». La didascalia celebra la scena nella città che Baku chiama «liberata» e denomina Shusha.

Secondo il resoconto pubblicato da APA l’11 settembre 2026, durante il tour dell’11 settembre organizzato dal Ministero degli Esteri azero per i capi delle missioni diplomatiche a Baku, Carlon dichiarò che erano in corso «numerosi sviluppi» nelle relazioni fra Stati Uniti e Azerbaigian. Indicò la prevista partecipazione di aziende statunitensi all’Azerbaijan Defense Exhibition e l’arrivo di altre delegazioni, esprimendo soddisfazione per la prosecuzione della cooperazione nel quadro del partenariato strategico. Affermò inoltre che la sospensione delle restrizioni previste dalla Sezione 907 del FREEDOM Support Act era stata assicurata per l’anno successivo e ribadì l’impegno statunitense a lavorare con Baku in tale direzione.
Il resoconto di APA non contiene invece alcun riferimento a Gandzasar, alla contestata riscrittura del patrimonio cristiano armeno, agli abitanti espulsi nel settembre 2023 o al loro diritto al ritorno. L’omissione acquista un rilievo particolare perché quelle dichiarazioni sulla cooperazione strategica e sulla partecipazione statunitense a una fiera della difesa furono rese nel corso della stessa visita utilizzata dalle autorità azere per presentare ai diplomatici la propria narrazione dell’Artsakh.
Il 14 settembre l’Ambasciata degli Stati Uniti a Baku ha pubblicato su X una propria presentazione ufficiale della visita, ripresa dall’agenzia azera Report.az. Nel testo si afferma che Carlon aveva partecipato al viaggio organizzato dal Ministero degli Esteri azero a «Khankendi» e «Shusha», adottando le denominazioni utilizzate da Baku. L’Ambasciata elencava il complesso ferroviario e degli autobus, un centro culturale, il Parco della Vittoria, lo stadio, l’Università del Karabakh e una fabbrica di abbigliamento; a Shushi indicava due moschee, la piazza centrale, il Centro della Creatività e le mura storiche della fortezza. La visita veniva presentata come occasione per conoscere il «patrimonio culturale» e il «progresso economico» della regione e come dimostrazione delle opportunità offerte dalla pace nei campi della connettività, del commercio, degli investimenti e della prosperità.
Nella comunicazione ufficiale non compaiono però Gandzasar, l’identità armena del patrimonio visitato, l’espulsione della popolazione dell’Artsakh o il suo diritto al ritorno. Non vi compare neppure la parola «armeno».
Il filmato ha provocato una dura reazione dell’Armenian National Committee of America. Il Direttore esecutivo dell’ANCA Aram Hamparian ha accusato la diplomatica di «celebrare la pulizia etnica» e il Dipartimento di Stato di normalizzare quanto avvenuto nell’Artsakh. La stessa critica è stata ripresa da organizzazioni e attivisti della diaspora armena. Si tratta di una denuncia politica che nasce dal contrasto fra l’immagine festosa e l’assenza degli abitanti Armeni costretti ad abbandonare Shushi e l’intero Artsakh.
Non risulta, al momento, una protesta diplomatica formale né una replica pubblica dell’Ambasciata statunitense alle accuse. Il punto, tuttavia, non è il ballo considerato isolatamente: è il significato che quel gesto assume durante un viaggio ufficiale costruito dalla parte che controlla il territorio, in una città dalla quale la popolazione armena è stata espulsa e della cui precedente presenza la rappresentazione offerta ai diplomatici tende a cancellare le tracce.
«Molto impressionata» dalle ricostruzioni. Ma ricostruzioni per chi?
Un caso particolare riguarda Sophie Lagoutte. L’11 settembre Ambasciatore di Francia in Azerbaigian ha dichiarato all’agenzia azera APA di essere «molto impressionata» dall’ampiezza dei lavori di ricostruzione realizzati dall’Azerbaigian, definendo la visita utile e istruttiva.
La frase è stata pronunciata mentre i diplomatici attraversavano città dalle quali la popolazione armena era stata costretta a fuggire nel settembre 2023. Nel giro di pochi giorni, oltre 100.000 Armeni furono costretti a lasciare un territorio rimasto senza la propria popolazione autoctona.
L’Association de soutien à l’Artsakh ha risposto chiedendo: «Una ricostruzione, ma per chi?». Nel suo comunicato, ripreso da Nouvelles d’Arménie, il rappresentante dell’Artsakh Hovhannes Guevorkian ha richiamato la Francia alla coerenza con il diritto al ritorno degli Armeni, più volte sostenuto dal Presidente Emmanuel Macron.
Ammirare la trasformazione edilizia di Stepanakert senza parlare dei suoi abitanti espulsi significa contemplare la scenografia evitando accuratamente di chiedere che cosa sia accaduto prima che venisse montata.
Da Washington: diritto al ritorno e liberazione degli ostaggi
La questione dell’Artsakh è stata portata in queste stesse ore anche al Congresso degli Stati Uniti. Oltre cento attivisti armeno-americani, provenienti da più di 30 Stati, hanno partecipato agli ANCA Advocacy Days a Capitol Hill, con oltre 150 incontri e visite programmate presso tutti i 435 uffici della Camera dei Rappresentanti e i 100 uffici del Senato.
L’iniziativa, promossa dall’Armenian National Committee of America (ANCA) insieme alle sue strutture delle regioni orientale e occidentale e a più di 50 sezioni locali, ha posto ai legislatori un’agenda precisa: rafforzare la sicurezza e la sovranità dell’Armenia; porre fine all’assistenza militare statunitense all’Azerbaigian mediante l’applicazione della Sezione 907 del FREEDOM Support Act; ottenere la liberazione degli ostaggi armeni detenuti a Baku, compresi ex Presidenti, Ministri degli Esteri e dirigenti parlamentari dell’Artsakh, ormai da oltre mille giorni in custodia; chiamare l’Azerbaigian a rispondere delle violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra; garantire il diritto al ritorno della popolazione dell’Artsakh espulsa con la forza; ampliare l’insegnamento del Genocidio Armeno nelle scuole statunitensi.
Il comunicato dell’ANCA collega dunque ciò che la messinscena di Gandzasar tenta di separare: la cancellazione del patrimonio, l’espulsione del suo popolo, la detenzione dei suoi rappresentanti e il diritto degli Armeni dell’Artsakh a tornare nella propria terra. In assenza di una decisione del governo statunitense o del Congresso, questa mobilitazione impedisce almeno che questi temi vengano archiviati dietro la retorica della normalizzazione.
Il boomerang di Hajiyev
Hikmet Hajiyev voleva mostrare a 150 rappresentanti stranieri che le pagine bianche dimostravano una falsificazione armena. Ha ottenuto l’effetto contrario.
Il Matenadaran ha mostrato gli originali. La Rappresentante speciale dell’Unione Europea è stata costretta a precisare di non negare la presenza armena. La Chiesa Apostolica Armena ha condannato la messinscena. Il video di Amy Carlon a Shushi ha reso visibile la distanza tra la narrazione ufficiale del viaggio e l’assenza della popolazione armena espulsa. Deputati, diplomatici, studiosi, organizzazioni della società civile e attivisti armeno-americani hanno trasformato Gandzasar e la cancellazione dell’Artsakh in una questione pubblica internazionale.
Il boomerang, tuttavia, non è completo. Alla mobilitazione politica e civile non corrispondono ancora scuse dei diplomatici, proteste formali dei governi rappresentati o una chiara condanna internazionale della falsificazione.
Il silenzio del governo armeno è stato almeno in parte interrotto. Nikol Pashinyan ha affermato che la Repubblica di Armenia, attraverso la risposta del Direttore del Matenadaran, ha attestato l’origine armena di Gandzasar e ha definito «inaccettabile e incomprensibile» quanto compiuto da Hajiyev. Non ha tuttavia pronunciato la formula diretta richiesta in Parlamento, «Gandzasar è armeno», e ha ricondotto immediatamente la condanna entro la necessità di continuare a proteggere la pace. È un passo politico significativo, ma conserva la prudenza, che ha caratterizzato fin dall’inizio la risposta governativa.
Intanto, come abbiamo riferito il 16 settembre nell’articolo L’Artsakh cancellato dalle mappe e custodito nella memoria. Mentre Aliyev rilancia le accuse contro gli Armeni, nasce l’archivio digitale di un popolo espulso, a Erevan è stata presentata la Casa digitale della cultura dell’Artsakh, un archivio destinato a raccogliere dialetti, folklore, musica, rituali, conoscenze tradizionali, fotografie, filmati e registrazioni sonore. È una risposta concreta alla cancellazione: se Baku tenta di riscrivere la memoria dell’Artsakh dopo averne espulso il popolo, quella memoria deve essere documentata, conservata e resa accessibile.
Perché la pace non si costruisce sulle pagine lasciate intenzionalmente bianche. E neppure su quelle della storia che qualcuno vorrebbe strappare.
[*] Matenadaran, termine che in armeno antico significa «biblioteca», è la denominazione corrente dell’Istituto Mesrop Mashtots dei manoscritti antichi, istituzione culturale di Erevan che conserva una vasta collezione di manoscritti in lingua armena e in numerose altre lingue.
Foto di copertina: i rappresentanti del corpo diplomatico davanti alle mura della fortezza di Shushi, durante la visita nell’Artsakh organizzata dal Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian l’11 e 12 settembre 2026. Sullo sfondo, la scritta azera «Şuşa» e la bandiera dell’Azerbaigian. Il viaggio, presentato da Baku come occasione per conoscere il patrimonio culturale e il progresso economico della regione, non ha contemplato la voce della popolazione armena espulsa né il suo diritto al ritorno (Foto diffusa dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Azerbaigian, via Report.az).
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