| Non Abbiamo Fratelli Maggiori |
L’Antica Alleanza È Stata Revocata E Gli Ebrei Hanno Bisogno Di Gesù Per Salvarsi |
| NUOVA VERSIONE AGGIORNATA E CORRETTA |
DAL CONCILIO DI GERUSALEMME AL VATICANO II:
IL CARDINAL BEA, PADRE MORLION, RAV TANEMBAUM E RAV HESCHEL |
Bergoglio & Ratzinger Giudaizzanti?
I Loro Ultimi Due Libri: “La Bibbia Dell’Amicizia” & “Giudei E Cristiani” |
| I Giudaizzanti condannati nel Concilio di Gerusalemme hanno trionfato nel Concilio Vaticano II |
Papa Francesco, “La Bibbia dell’Amicizia”
in generale
L’anno 2019 è iniziato all’insegna del dialogo giudaico/cristiano, con la pubblicazione di un libro molto interessante, titolato La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo). Esso è stato curato dall’israelita professor Marco Cassuto Morselli, Docente di filosofia ebraica e storia dell’Ebraismo al “Collegio Rabbinico Italiano” e dal padre francescano Giulio Michelini, Ordinario di esegesi neotestamentaria all’ “Istituto Teologico di Assisi”.
La cosa più interessante del libro sono le due “Prefazioni” a cura di papa Francesco e del rabbino Abraham Skorka, accompagnate da una “Presentazione” redatta dai curatori (Cassuto e Michelini). Infatti esse ci propongono il pensiero teologicamente giudaizzante come fosse la dottrina comune della Chiesa di Cristo, mentre esso fu condannato già agli albori della Chiesa dal Concilio di Gerusalemme, presieduto da S. Pietro a Capo del Collegio degli Apostoli, nel 49/50. |
Il Concilio di Gerusalemme
Il Concilio di Gerusalemme, spiega il famoso esegeta Monsignor Francesco Spadafora, è: «L’Assemblea tenuta a Gerusalemme nel 49 della nostra era, in cui la Chiesa cattolica, sotto la guida e l’autorità di Pietro, primo Vicario del Cristo Risorto, emise la prima definizione dogmatica. Si tratta del primo Concilio ecumenico, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (XV) e S. Paolo (Gal., II). Il problema, grave e sostanziale, che fu discusso dai Giudei convertiti al Cristianesimo verteva sul valore e sulla obbligatorietà dei precetti cerimoniali/legali della Legge mosaica [non dei 10 Comandamenti, ndr] dopo la Redenzione di Cristo. Gesù medesimo, nel “Sermone della montagna” (Mt., V, 10-48), aveva parlato di questo rapporto tra Antica (Israele) e Nuova Alleanza (la Sua Chiesa). L’Antica veniva elevata ed assorbita dalla Nuova. I Giudei convertiti al Vangelo erroneamente volevano ancora che, ad esempio, un Gentile prima di ricevere il Battesimo si facesse circoncidere (cfr. S. Paolo, Epistola ai Galati). Ecco il grave problema, che praticamente avrebbe paralizzato lo sviluppo della Chiesa ed avrebbe legato il Cristianesimo alla Sinagoga. Inoltre, sostenere una tale soluzione, era svalutare, sminuire la portata, il significato della Redenzione; non comprendere affatto il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Infatti, secondo il preciso e chiaro principio enunciato dal Cristo (Mt., V, 17), non si trattava di una giustapposizione, di un abbinamento, ma, di “perfezionamento”, completamento che eleva e, per ciò stesso, assorbe e supplisce, prende il posto. Il frutto (NT) non si abbina al fiore (AT), ma lo sostituisce. […]. Dio insegnò a S. Pietro, quando stava recandosi alla casa del Centurione romano Cornelio (Atti, X, 28; XI, 3), che la Croce di Gesù aveva abolito ogni separazione e differenza tra Giudei e Gentili. […]. Paolo e Barnaba perorarono al Concilio di Gerusalemme la libertà dei Gentili, nei confronti della Legge cerimoniale/legale mosaica, e il valore pieno e definitivo della Redenzione di Cristo. […]. La prima definizione solenne [dogmatica ed infallibile, la quale obbliga a credere ciò che si è definito, ndr] è data dal Principe degli Apostoli, S. Pietro, il quale aveva già parlato a favore della libertà dei Gentili, dichiarando assolutamente arbitrarie, infondate, inattuabili le pretese dei Giudaizzanti. […]. S. Agostino si esprimeva, in caso analogo, con la formula divenuta celebre: “Roma locuta est, causa finita est”. Il Cristianesimo superava il primo errore che avrebbe svuotato, nella teoria e nella pratica, l’Opera di Cristo. Infatti, nelle pretese dei Giudaizzanti c’era una svalutazione ed una incomprensione del valore della Redenzione operata da Cristo (cfr. S. Paolo, Epistola ai Romani). Tutta l’Antica Alleanza impallidisce, svanisce dinanzi a Cristo, al suo Sacrificio, alla sua Opera, come l’uomo davanti a Dio, come i colori dell’alba dinanzi alla fulgida luce del sole e tutta la gloria d’Israele, tutta la grandezza della Legge dell’Antica Alleanza consiste nell’essere precursori del Cristo; “pedagoghi a Cristo” (cfr. S. Paolo, Epistola ai Galati, III, 24)» (F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 125-127, voce “Concilio di Gerusalemme”).
I professori Ignazio Schuster e Giovanni Battista Holzammer (Manuale di Storia biblica. Il Nuovo Testamento, [Friburgo, 1933], Torino, SEI, 1952, parte II, pp. 740-747, Importanza del Concilio degli Apostoli) scrivono: “Il problema dell’obbligatorietà del vecchio cerimoniale legale della Legge mosaica era una delle più importanti questioni che la Chiesa dovesse risolvere; si trattava della sua esistenza medesima. […]. Le esigenze dei Giudaizzanti cominciavano ad essere un pericolo ed una preoccupazione per la Chiesa di Cristo. […]. Infatti la Nuova Alleanza non si sarebbe potuta sviluppare ed estendere a tutta la terra, se ne avesse dovuto tener conto. Il grande pericolo consisteva in questo: che si fosse affermato che il cerimoniale giudaico era necessario alla salvezza. Con ciò, infatti, il merito della morte e Redenzione di Cristo sarebbe stato messo in questione e negato (Gal., V, 4 e 11). Iddio aveva palesato sufficientemente la sua volontà (cfr. la visione di Pietro sugli animali non più immondi e quindi commestibili), ma gli uomini non l’avevano voluta intendere. La suprema autorità della Chiesa doveva dare una risposta precisa che allontanasse ogni pericolo di errore. […]. Essa fu data da Pietro il quale definì che Gesù Cristo era l’unica via di salvezza, tanto per i Giudei quanto per i Gentili passati al Cristianesimo e non nell’osservanza della legge cerimoniale mosaica” (cit., pp. 741-743). |
L’Incidente di Antiochia
I due Autori tedeschi succitati parlano poi dell’Incidente di Antiochia (Gal., II, 11 ss.), che avvenne sùbito dopo il Concilio di Gerusalemme. Pietro si trovava ad Antiochia e viveva assieme ai Gentili convertiti a Cristo senza chiedere loro l’osservanza del cerimoniale giudaico, come definito dal Concilio del 49/50, ma essendo giunti da Gerusalemme alcuni Giudaizzanti egli credette di non frequentare più i Cristiani venuti dal Paganesimo per non scandalizzare gli Ebrei/Giudaizzanti. Ora “Le conseguenze dell’agire di Pietro balzarono immediatamente agli occhi di Paolo, che si era recato con Barnaba ad Antiochia. I buoni rapporti tra Giudei e Pagani convertiti al Vangelo si erano improvvisamente interrotti. Paolo ricordò che ormai non vi è più Giudeo né Gentile, ma la nuova creatura rigenerata dalla grazia di Cristo; mentre i Giudaizzanti riproponevano la divisone tra Giudei e Pagani, che era stata abbattuta come un muro da Cristo ed avrebbero spaccata in due la Chiesa di Cristo. Quindi Paolo espose pubblicamente a San Pietro quali conseguenze sarebbero venute dalla sua condotta pratica. Così fu manifesto a Pietro e a tutti che la sua condiscendenza pratica ai Giudaizzanti era inconciliabile con l’Evangelo della Chiesa di Cristo” (Ignazio Schuster – Giovanni Battista Holzammer, cit., pp. 743-744).
Il Papa non ha nessun superiore umano, essendo Vicario diretto e immediato di Cristo, tuttavia la sua autorità è limitata dalla divina Rivelazione delle cose da credere (il Dogma), da fare (la Morale) e da sperare (ottenendole mediante i Sacramenti e la Preghiera). Quindi egli non la può infrangere sotto pena di peccato grave, di cui dovrà rendere conto a Dio; mentre i fedeli non dovrebbero obbedire a Leggi ecclesiastiche che contraddicessero la Rivelazione dogmatica, la Legge divina e cambiassero la sostanza dei Sacramenti.
Ora balza agli occhi di tutti che la dottrina (e non solo la condotta pratica) dei Papi conciliari da Giovanni XXIII (eliminazione della parola “Perfidia” – da “Per/Fidem = Fede/Deviata – del Giudaismo che rifiuta Cristo, nella Preghiera della Liturgia del Venerdì Santo per la conversione dei Giudei: “Oremus et pro perfidis Judaeis”) sino ad oggi, con Benedetto XVI (“papa-emerito”) e Francesco (papa in carica), non è conciliabile con il Vangelo di Gesù. Quindi oggettivamente si può concludere che dal 1958 sino al 2019 costoro giudaizzano de facto e de jure, rinegando Cristo e la sua Redenzione. Difronte a questo orrore o “mistero d’iniquità operante in mezzo a noi” si deve restare fermi nella fede costante e tradizionale della Chiesa dagli Apostoli sino a Pio XII, ma non si può deporre il Papa regnante, considerato eretico, e nominarne un altro al suo posto. Si deve pregare Dio che lo converta o se lo ritiri in santa pace. Il Papa è Vicario di Cristo per mantenere la Rivelazione dogmatica, morale e sacramentaria e non per cambiarla. |
La Legge Vecchia e Nuova
Il padre Gesuita Ferdinando Prat (Gesù Cristo. La sua vita, la sua dottrina e l’opera sua, [1933], Firenze, LEF, IV ed., 1964, I vol.) scrive: «Dopo aver abbozzato, nel Discorso della montagna sulle Beatitudini, l’ideale cristiano, Gesù lo mette in antitesi con la Legge mosaica. […]. Presentandosi con autorità di riformatore divino, Gesù non assume affatto un atteggiamento rivoluzionario: Egli non fa tabula rasa del passato, ma eleva il Nuovo Edificio su fondamenta vecchie. Non è venuto ad abolire la Legge [mentre il Vaticano II e il post/concilio hanno abolito la Nuova Alleanza per gli Ebrei e l’hanno lasciata solo per i Gentili, ndr], ma a perfezionarla. Il Figlio di Dio non è venuto a rovesciare tutto [come ha fatto la teologia del Vaticano II riguardo ai rapporti tra Antica e Nuova Alleanza, ndr]. Gesù completa la Rivelazione Antica, nella quale abbondano le mezze luci e le penombre. Gesù avvera le Profezie, perfeziona la Legge morale o il Decalogo dato a Mosè, infondendovi uno “spirito” nuovo e interiore, infine, realizza le figure della Antica Alleanza. La Legge o i 10 Comandamenti dati da Cristo sono differenti dai 10 Comandamento mosaici, non solo quanto all’ordine di successione, ma anche perché Gesù aggiunge una perfezione interna e spirituale ai Comandamenti mosaici. Infatti Egli dice: “Fu detto agli Antichi: Non uccidere. Ma Io vi dico: Chiunque si adira contro il suo prossimo sarà sottomesso a giudizio”. Lo stesso vale per l’adulterio, che con Mosè era proibito solo nell’atto esterno e che Gesù proibisce anche nel pensiero pienamente voluto. […]. Gesù si impone come Legislatore superiore a Mosè perché Egli è il Dio di Mosè. […]. La Legge mosaica aveva anche delle imperfezioni gravi, che il Vangelo ha corretto, riportando ad esempio il Matrimonio alla sua santità primitiva, da cui Mosè aveva dispensato i Giudei per la loro “durezza di cuore”, proclamando la sua indissolubilità e condannando il divorzio. […]. Ognuno vede quale abisso si spalanchi tra la Legge morale emanata da Mosè sul monte Sinai e l’ideale proposto da Gesù sulla Montagna delle Beatitudini. […]. Amare Dio con tutto il proprio cuore ed il prossimo come se stessi è tutta la morale cristiana in sintesi. Non era così nella Legge Antica o il Decalogo di Mosè, in cui il precetto dell’amore del prossimo non era chiaramente annunciato. Per un Ebreo il prossimo era il parente, l’amico, il vicino, il compatriota; non lo era lo straniero né lo sconosciuto» (cit., pp. 286-302).
S. Tommaso d’Aquino, il “Dottore Ufficiale o Comune” della Chiesa nella Somma Teologica (I sezione – II parte, questioni 98-108) tratta il tema della “Legge di Mosè” (I sezione – II parte, questioni 98-105); poi quello della “Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 106 e 108) ed anche del “Confronto tra la Legge Antica e la Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 107).
Per quanto riguarda la “Legge di Mosè” (I sezione – II parte, questione 98) egli insegna che “la Legge di Mosè era imperfetta, ma buona, poiché conforme alla retta ragione e alla Legge naturale” (I sezione – II parte, q. 98, articolo 1); “la Legge Antica fu data da Dio tramite il ministero degli Angeli, (cfr. S. Paolo, Gal., III, 19; Ebr., I, 2; II, 2; Atti, VII, 53; S. Gregorio I, Moralia, Pref., 1; S. Agostino, Super Genes., XII, 27; In Exod., 33, 11), poiché Dio stesso, con l’Avvento di Gesù, avrebbe poi dato, direttamente e senza intermediari, la Legge Nuova e perfetta” (I-II, q. 98, a. 3); la “Legge Antica doveva essere data prima solo al popolo ebraico, poiché da quel popolo doveva nascere il Messia per pura misericordia di Dio e senza alcun merito da parte sua” (I-II, q. 98, a. 4).
Quanto ai “Precetti morali della Legge Antica”, che riguardano la Legge naturale (I sezione – II parte, q. 100), l’Aquinate scrive che “la Legge Antica, essendo data ad un popolo simile ad un bambino che deve ancora crescere, cioè passare dalla Vecchia alla Nuova Alleanza, aveva una ricompensa o un castigo temporale e non spirituale come la Legge Nuova” (I-II, q. 100, articolo 7).
Sui “Precetti cerimoniali”, che riguardano il culto divino del Vecchio Testamento (I sezione – II parte, questione 101) S. Tommaso afferma che essi “erano figurativi di Cristo, ossia erano ombre della Realtà, che ci conduce in Cielo” (I-II, q. 101, articolo 2).
Circa le “Cause dei Precetti cerimoniali” dell’Antico Patto (I sezione – II parte, questione 102) osserva che “la causa finale era quella di raffigurare il Messia venturo, Gesù Cristo” (I-II, q. 102, articolo 2); inoltre “il fine delle cerimonie sacrificali, svolte nel Tempio di Gerusalemme, in senso letterale, era quello di innalzare le menti dei fedeli a Dio e, in senso figurativo, di adombrare la Passione di Cristo” (I-II, q. 102, a. 3).
A riguardo della “Durata dei Precetti cerimoniali” della Vecchia Alleanza (I sezione – II parte, questione 103), l’Angelico spiega che “le Cerimonie del Vecchio Testamento direttamente purificavano solo dalle impurità corporali; invece per purificare dal peccato avevano bisogno della Virtù di Cristo venturo” (I-II, q. 103, articolo 2); perciò “esse cessarono di aver valore con la morte di Cristo, con la quale cessò la Vecchia Legge ed iniziò la Nuova ed Eterna Alleanza” (I-II, q. 103, a. 3); dunque “esse non si possono osservare dopo la morte di Cristo senza peccato, poiché sarebbero in tal caso una professione di fede falsa nel Messia non venuto in Cristo, ma ancora da venire, come insegna il Talmud” (I-II, q. 103, a. 4).
Trattando la “Legge sociale” mosaica, che riguarda la vita politica del popolo giudaico del Vecchio Testamento (I sezione – II parte, questione 104), S. Tommaso scrive che “i Precetti della Legge sociale di Mosè, direttamente, erano ordinati a stabilire la giustizia nel vivere civile in società; ma indirettamente, erano figurativi di Cristo, perché tutto lo stato del popolo ebraico era una preparazione a Cristo” (I-II, q. 104, articolo 2); e siccome “i Precetti sociali mosaici erano prefigurativi di Cristo, persero vigore con la venuta e la morte di Cristo” (I-II, q. 104, a. 3).
Poi l’Angelico passa a trattare il tema del “Nuovo Testamento o Legge evangelica” (I sezione – II parte, questione 106) e spiega che “non conveniva che la Legge evangelica della Nuova Alleanza fosse data sin dall’inizio del mondo, perché essendo Legge perfetta, doveva essere preceduta dalla Legge imperfetta del Vecchio Patto” (I-II, q. 106, articolo 3) e siccome “la Legge Nuova è perfetta, non ha bisogno di essere perfezionata (come diceva Gioacchino da Fiore), ma durerà immutata quanto alla sostanza sino alla fine del mondo. Infatti essa è opera del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; perciò non ci sarà una terza èra dello Spirito Santo o Nuovissima Alleanza, che perfezionerà la Nuova Alleanza come questa ha perfezionato l’Antica” (I-II, q. 106, a. 4).
Quindi l’Aquinate fa un “Confronto tra la Legge Nuova e la Legge Vecchia” (I sezione – II parte, questione 107) e specifica che “la Legge Nuova è Legge di perfezione e di amore, che completa il timore. Dunque è diversa dalla Legge Vecchia che è Legge imperfetta, di timore e di preparazione a Cristo o alla Legge Nuova. Tuttavia entrambe le Leggi hanno come fine Dio” (I-II, q. 107, articolo 1); inoltre la “Legge Nuova compie, perfezione e attua la Vecchia perché dà in atto quanto la prima prometteva o conteneva in potenza, dando in atto la Redenzione del Messia-Gesù Cristo, Colui che completò la Vecchia Legge spiegandone il significato, precisando e perfezionando i Precetti puramente esterni (5° e 6° Comandamento) con obblighi interni (perfezionati dall’amore del prossimo e dal 9° Comandamento) e aggiunse anche i tre Consigli per aiutare a vivere meglio e più intensamente i Comandamenti. Quindi anche il Decalogo di Mosè, dato nell’Esodo e nel Deuteronomio, è stato perfezionato da quello dato da Cristo nel Vangelo” (I-II, q. 107, a. 2).
S. Tommaso spiega che “la Legge Nuova era contenuta nella Legge Vecchia poiché vi era in potenza, come l’albero nel seme o l’uomo nel bambino, essendo la prima la perfezione della seconda” (I-II, q. 107, a. 3).
Infine l’Angelico affronta il problema dei “Precetti della Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 108, articolo 4) e insegna che “la Legge di Gesù ha liberato l’uomo dalla farragine dei Precetti cerimoniali e giudiziali della Legge Antica, perciò è detta Legge di libertà”.
Qui finisce la “parte più teologica della Somma Teologica, poiché tratta della questione eminentemente dogmatica dei rapporti tra il Vecchio Testamento e il Nuovo Testamento” (padre Ceslao Pera o. p.), la quale è evidentemente in opposizione di contraddizione con la neo/teologia giudaizzante del Vaticano II da Giovanni XXIII sino a Francesco e Benedetto XVI “papa-emerito”. San Tommaso d’Aquino è il Dottore Comune o Ufficiale della Chiesa, la sua dottrina è quella della Chiesa ed essa è totalmente difforme da quella esposta da Bergoglio e Ratzinger nei loro libri succitati. Infatti per l’Aquinate “con la morte di Cristo cessò la Vecchia Legge ed iniziò la Nuova ed Eterna Alleanza” (Somma Teologica, I-II, q. 103, a. 3); dunque le Cerimonie dell’Antico Patto “non si possono osservare dopo la morte di Cristo senza peccato, poiché sarebbero una professione di fede falsa nel Messia non già venuto in Cristo, ma ancora da venire” (I-II, q. 103, a. 4). Inoltre “la Legge Nuova essendo Legge perfetta, doveva essere preceduta dalla Legge imperfetta del Vecchio Patto” (I-II, q. 106, a. 3) e siccome “la Legge Nuova è perfetta, non ha bisogno di essere perfezionata” (I-II, q. 106, a. 4). Infatti “la Legge Nuova è Legge di perfezione. Dunque è diversa dalla Legge Vecchia, che è Legge imperfetta o di preparazione a Cristo” (I-II, q. 107, a. 1); insomma la “Legge Nuova compie, perfezione e attua la Vecchia perché dà in atto quanto la prima prometteva o conteneva in potenza, dando in atto la Redenzione del Messia-Gesù Cristo” (I-II, q. 107, a. 2). Quindi non è vero che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Giovanni Paolo II, Magonza, 1980) e neppure che “gli Ebrei sono Fratelli Maggiori dei Cristiani nella fede di Abramo” (Giovanni Paolo II, Roma, 1986); anzi è vero tutto il contrario.Benedetto XVI, “Ebrei e Cristiani”
in generale
Un secondo evento librario ha funestato teologicamente la seconda metà del 2019: il libro Ebrei e Cristiani redatto dal “papa/emerito” Benedetto XVI assieme al rabbino capo di Vienna Arie Folger, che è ancora più perniciosamente giudaizzante de La Bibbia dell’Amicizia in quanto lo è, ma in maniera nascosta di modo che possa nuocere di più, come “la serpe che si nasconde tra l’erba” è più pericolosa di quella ben visibile in mezzo ad una strada.
A partire da questi due avvenimenti e dal contenuto dottrinale dei due libri in questione, si evince chiaramente 1°) che all’origine della teologia del Concilio Vaticano II vi è la dottrina giudaizzante della Dichiarazione Nostra aetate del 28 ottobre 1965, la quale cabalisticamente apre la via all’antropocentrismo che permea di sé la dottrina dei 16 Documenti conciliari; 2°) che il Concilio pastorale, la Dichiarazione conciliare Nostra aetate e l’insegnamento postconciliare, da Paolo VI (1963-1978) a Francesco (2019-), stanno in rottura o in opposizione di contraddizione con la dottrina cattolica bimillenaria (a partire da Gesù sino a Pio XII), rivelata da Dio, definita dal Magistero dogmatico e costante della Chiesa, sostenuta dalla Tradizione apostolico/patristica e dall’insegnamento dei Dottori scolastici a partire da S. Tommaso d’Aquino sino alla prima metà del Novecento. Quindi è più che opportuno studiare e confutare i princìpi esposti nei due volumi suddetti. È per questo motivo che mi accingo a scrivere, a mo’ d’introduzione, questo primo capitolo, cui ne seguiranno altri cinque, i quali espliciteranno ciò che è contenuto implicitamente in esso, facendo con esso un tutt’uno. |
La Dichiarazione Nostra aetate su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”
Abbiamo visto che fra Tradizione divino/apostolica cattolica (i Padri ecclesiastici e il Magistero pontificio da San Pietro sino a Pio XII) e Nostra aetate (28 ottobre 1965) vi è difformità. Ora la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione, essa consiste nell’insegnamento unanimemente comune dei Padri, che è infallibile; mentre Nostra aetate ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” – per esplicita volontà di Giovanni XXIII e Paolo VI, che indissero e conclusero il Concilio Vaticano II come “Concilio pastorale” – poiché esso consiste nell’applicazione della dottrina al caso pratico. Quindi non è infallibile né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con la Tradizione apostolica costante, deve essere corretto e riformato, compresa NA.
Per fare un esempio, il Dio degli Ebrei talmudisti (l’En Soph, indeterminato, non personale né trascendente il mondo, da cui emana una serie indeterminata di Sefiroth o Eoni e Semidei e quindi è una forma di politeismo idolatra) non è quello dei Cristiani, che è la SS. Trinità, di cui Gesù Cristo è la Seconda Persona Incarnata nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Questi due dogmi principali del Cristianesimo, per l’Ebraismo attuale o post-biblico (che non è l’Antico Testamento, ma il Talmudismo rabbinico), sono una “bestemmia” come disse Caifa, per la quale Cristo fu crocifisso “poiché da uomo, si faceva Dio” (Gv., X, 33) e s. Stefano fu lapidato.
L’ambiguità di “NA”, consiste nel far passare tutti coloro che discendono geneticamente da Abramo, come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa di Cristo.
Al n. 4-e, “NA” insegna: “Secondo s. Paolo gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Invece S. Paolo dice solo che la vocazione (chiamata o dono) da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Mentre la risposta alla chiamata di Dio può cambiare da parte dell’uomo, com’è stato per la maggior parte del popolo d’Israele (per Lucifero, inizialmente per Adamo/Eva, per Caino, per Esaù, per Giuda Iscariota e così via), che durante la vita di Gesù, ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo prima i Profeti, poi Cristo stesso ed infine i Suoi Apostoli; onde son cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia Cristo venuto (NT), come lo accettarono venturo i loro padri nell’AT.
Sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. Nostra aetate: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II alla sinagoga di Magonza il 17 novembre 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) l’Ebraismo attuale sarebbe ancora titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e dal Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che «c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (S. Paolo, Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i Pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolse (Rm., XI, 1-10). Inoltre prima della fine del mondo s. Paolo prevede e rivela, divinamente ispirato, la conversione finale, in massa, di molti altri Ebrei (Rm., XI, 26: “Et sic omnis Israel salvus fieret”). Questa parola “conversione”, “salvezza” non piace agli Ebrei attuali, purtroppo dispiace anche ai prelati conciliari e post-conciliari e addirittura è messa in sordina da quei “tradizionalisti”, che, nella smania di sentirsi “uguali al Vaticano II al 95%”, finiscono per diventare “diversi dalla Tradizione cattolica”. San Paolo avverte profeticamente i Cristiani giudaizzanti (di tutti i tempi): “Se volete farvi circoncidere [pensando che l’Antico Patto è ancora valido], Cristo non vi gioverà a nulla. […]. Coloro che vi perturbano [i giudaizzanti] si taglino pure tutto!” (Gal. V, 2 e 12) e S. Tommaso d’Aquino commenta: “Utinam non solum circumcidantur, sed totaliter castrentur! / Voglia Dio che non solo siano circoncisi, ma che siano castrati totalmente!” (Sancti Thomae Aquinatis, Expositio in Epistolam ad Galatas, cap. V, lezione III, n. 297).
La Dichiarazione Nostra aetate non reca una sola citazione di un solo Padre della Chiesa, di un solo Papa o di un solo pronunciamento del Magistero, perché non ve ne sono. Come si fa allora a dire che al 95% essa è accettabile?
Attenzione: il Vangelo ci ammonisce, come ammonì i “farisei/tradizionalisti” di 2000 anni fa: “Il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad altri”. L’Alleanza con Dio è definitiva solo per quanto riguarda la Chiesa di Cristo; quanto riguarda gli altri presuppone una corrispondenza al piano divino. Da qui nasce il problema della vera Dottrina e Carità, che occorre professare e vivere al 100% e non al 5% (facendo proprio l’errore conciliare al 95%) per essere “veramente figli di Dio”.
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La “Piovra” che ha diretto “Nostra aetate”:
rabbi Tenembaum, rabbi Heschel e padre Morlion |
Attenti a quei tre …
Quando rabbi Marc Tanembaum e rabbi Joshua Heschel giunsero a Roma, fu la “Pro Deo” di padre Morlion ad accoglierli e a mantenerli non esposti al pubblico, fornendo loro una copertura diplomatica vaticano/statunitense, degli alloggi sicuri e dei canali di comunicazione cifrati; insomma, una vera e propria operazione di alto spionaggio internazionale (cfr. Curzio Nitoglia, «Ancora sul caso Morlion», 8° capitolo, in http://www.doncurzionitoglia.wordpress.com; Luigi Montuori, Felix A. Morlion e il servizio segreto vaticano Pro Deo, Chieti, Solfanelli, 2023, p. 141 ss.).
Tutto ciò permise ai delegati dell’«American Jewish Committee» (“AJC”) di muoversi all’interno della Città del Vaticano al riparo dagli occhi dei servizi segreti dei Paesi arabi, vaticani e dei Cardinali tradizionalisti della Curia Romana. |
Il “filantropo” … Nathan Cummings
I viaggi costosissimi che seguirono, dato lo staff ben nutrito che accompagnava Morlion/Bea in Usa partendo da Roma e Tanembaum/Heschel in Vaticano decollando dagli Usa, furono finanziati da Consorzi Industriali Privati Statunitensi (“American Council for the International Promotion of Democracy Under God”), ai quali parteciparono magnati e filantropi come Nathan Cummings (1896-1985), che fu un importantissimo e ricchissimo industriale ebreo canadese, naturalizzato statunitense, fondatore della multinazionale alimentare “Consolidated Foods Corporation”, poi (nel 1985) “Sara Lee Corporation”.
Egli guidò la sua azienda dal 1939 sino al 1968 per darsi (nel ‘68) a tempo pieno alla “Filantropia”, con la “neonata/filantropa”, “Nathan Cummings Foundation” – fondata già nel 1949 – ma diretta in maniera esclusiva e piena nel 1968 alla sola e “pura” filantropia sino alla morte di Nathan: 1985 (cfr. Aa. Vv., Selections from the Nathan Cummings Collection, Washington D.C., National Gallery of Art, 1971).
Si noti come la “Democrazia sotto Dio / Democracy Under God” fosse anche il motto di Morlion e della “Pro Deo”, di Maritain, di Montini e della DC italiana (Murri, Sturzo e De Gasperi), come pure del Sillon francese di Marc Sangnier (condannato da san Pio X, con l’Enciclica Notre charge apostolique, 1910). |
La mano nascosta della Cia sovrintende tutto
Tuttavia, il regista occulto che manovrava tutto da dietro le quinte, servendosi di questi enti filantropici era la Cia, dietro alla quale agiva il Giudeo/americanismo, per sostenere la “Guerra psicologica” non tanto – principalmente – contro l’Urss (anche se pure contro di essa) quanto – in primis – contro il Cattolicesimo romano, che aveva iniziato ad erodere il primato del Puritanesimo nel Cristianismo americano a partire dalle immigrazioni degli europei cattolici (Irlandesi, Spagnoli, Portoghesi, Italiani e tedeschi cattolici) in Usa nel 1840/1850, che erano molto più prolifici dei Protestanti calvinisti americani e Wasp e, perciò, andavano ridimensionati affinché non diventassero maggioranza in America, con la “bomba demografica”, come sta succedendo ai Palestinesi da parte dei “fratelli peggiori”, dal 1948 sino a oggi.
La Cia voleva giudaizzare e americanizzare il Cattolicesimo romano per portare a compimento la “Missione Puritana” di “purificazione del mondo intero dal Papato”, iniziando dagli Usa (“piscis a capite foetet”). Certamente, la lotta al Comunismo era reale ma soprattutto era un diversivo, anche se di una grande importanza, per distrarre l’opinione pubblica dal vero obiettivo: il “Giudeo/Cristianesimo”, che non sarebbe stato accettato ancora, poiché allora avrebbe scioccato le intelligenze umane, come l’idea di un “cerchio/quadrato”, abituate ancora al principio di non-contraddizione, che oggi è stato totalmente ribaltato e non solo sorpassato, spostando l’attenzione dei popoli sulla “guerra fredda”, la lotta contro l’Urss e il Comunismo in generale, evitando di parlare della questione giudaica (cfr. Alexandr Solgenitsin, Due secoli assieme, 2002, tr. it., Napoli, Controcorrente, 2 voll., 2007).
Ecco perché i movimenti neocon, nord o sud americani ed europei, che si battono contro il Comunismo, ma non contro l’Americanismo e il Sionismo, puzzano di bruciato; ossia, di Massoneria angloamericana conservatrice, of course, e Giudaismo postbiblico.
Naturalmente anche il Vaticano aveva i suoi servizi segreti e la fazione tradizionalista capeggiata dal cardinal Ottaviani avrebbe potuto servirsene (anche se dal 1958 veniva ostacolata da Roncalli e Montini) per smascherare il piano Bea/Morlion e Tanembaum/Heschel, decriptando i loro memorandum segreti, facendo saltare “Notra aetate”.
Perciò, fu ancora una volta la Cia, tramite l’Ambasciata americana romana (di via Veneto) e la residenza dell’Ambasciatore statunitense (in Villa Taverna di via Bertoloni ai Parioli), senza dimenticare la “Pro Deo” (in via Nazionale, n. 89/A, dal 1944 al 1962 e poi in viale Pola, n. 12, nel quartiere Trieste/Parioli, all’interno di Villa Alberoni, a partire dal 1962), che garantirono una protezione efficace attorno al “Segretariato per l’Unità dei Cristiani” diretto da Bea per volontà di Roncalli. |
Rabbi Marc Tanembaum: il “Ministro degli Esteri dell’Ebraismo Mondiale”
Marc Tanembaum (1925 – 1992) è stato uno dei leader religiosi dell’Ebraismo americano più prestigiosi del XX secolo. Assieme a Heschel (più “mistico”, cabalista e “contemplativo”) Tanembaum (più organizzatore, attivo, pratico e politicamente appena un tantino più diplomatico) è il “Pioniere del dialogo interreligioso tra Ebraismo postbiblico e Cristianesimo modernista”, scherzosamente i suoi colleghi lo soprannominarono “Ministro degli Esteri dell’Ebraismo Mondiale”.
Nacque a Baltimora (Maryland negli Usa), da immigrati russi, ebrei ortodossi, fuggiti dai pogrom zaristi; Marc a soli 15 anni s’iscrisse alla “Yeshiva University” di New York. Fu “ordinato” rabbino nel 1950 presso il “Jewish Theological Seminary”, dove fu compagno di studi di Heschel (Varsavia, 1907 – New York,1972), anche se tra i due rabbini passavano circa 18 anni di differenza: Heschel era nato nel 1907, Tanembaum nel 1925. |
Tanembaum, Heschel e “Nostra aetate”
Tanembaum fu l’unico rabbino a partecipare pubblicamente (Heschel lo fece discretamente e da “dietro le quinte”) al Concilio Vaticano II (1962/65).
Egli ha dato un contributo notevolissimo alla genesi di “Nostra aetate”, che ha ribaltato da capo a fondo la Dottrina bimillenaria dei rapporti tra Cristianesimo ed “Ebraismo” (talmudico), equivocando scientemente su questo termine (“Ebraismo”) e confondendolo scientemente col il Giudaismo mosaico o Vecchio Testamento, senza accennare al Talmud e alla Cabala spuria.
Tanembaum ottenne 1°) la condanna dell’Antigiudaismo teologico, ancora una volta equivocando con il termine “Antisemitismo” (suscettibile di un’interpretazione biologico/razziale e di un’altra religiosa/teologica; delle quali, la prima non è compatibile con la Dottrina cattolica; mentre la seconda ne è l’essenza, come per la distinzione tra Antico e Nuovo Testamento); 2°) la cancellazione della Dottrina costantemente insegnata dalla Rivelazione (Tradizione apostolica e S. Scrittura) e dal Magistero (sino all’Enciclica “Mit brennender Sorge” di Pio XI del 1937) del “Deicidio”; 3°) infine, anche la revisione totale del rimpiazzamento (senza distruzione) della Nuova Alleanza riguardo alla Vecchia, che sta al Vangelo come un bambino che cresce sta al futuro uomo maturo; sostenendo che “l’Antica Alleanza non è stata rimpiazzata dalla Nuova”, come se un neonato non fosse sostituito dall’uomo che lui stesso diverrà col passar del tempo; perciò, rendendo implicitamente inutile l’Incarnazione, Passione e Morte di Gesù Cristo.
Insomma, “Nostra aetate” è veramente il Documento conciliare più perfido (da “per/Fidem = Fede deviata) e apostatico, in quanto segna il passaggio da una Religione (Cristianesimo composto da Antico e Nuovo Testamento alla luce della Tradizione apostolico/patristica) ad un’altra, totalmente diversa: il Giudaismo postbiblico, che nega la Trinità delle Persone divine nell’Unità della Deità e la conseguente Divinità del Verbo Incarnato: Gesù Cristo, il Messia di Nazareth. |
Tanembaum più vicino a Morlion di Heschel
Tanembaum, collaborò oltre che con Giovanni XXIII anche con Martin Luter King (una sorta di “neo-trinità immanentistica” del XX secolo, avendo rimpiazzato J. F. Kennedy, riscattatosi alla fine, essendo stato assassinato dal Mossad e Cia). Inoltre, collaborò con la Cia (come Morlion) per la difesa dell’Ebraismo che soffriva discriminazione in Urss a causa del Sionismo, mal sopportato da Stalin e anche da Krusciov.
Naturalmente, anche lui come Morlion, era un esperto di propaganda psicologico/televisiva e si occupò della serie TV “Holocaust” (1978), dietro al quale c’è la mano della Cia, che da allora è diventato un super-dogma, anzi l’unico dogma del mondo moderno, che non può e non deve (sotto pena di prigione) essere messo in discussione (cfr. Sergio Romano, Lettera a un amico ebreo, Milano, Longanesi, 1997, II ed., 2002). |
Tanembaum e Giovanni Paolo II
Il suo rapporto con Giovanni Paolo II, dopo quello con il duo Roncalli & Montini, è stato complesso. Caratterizzato 1°) da forte unione (1978/1987), ma 2°) anche da profonde crisi diplomatiche (1987/1992, l’anno della morte del Rabbi newyorkese), che Tanembaum, solo appena un po’ più diplomatico di Heschel, aiutò – con l’iuto essenziale di rabbi Elio Toaff (il vero artefice del “compromesso teologico” e il gran diplomatico del Talmudismo del XX secolo) – a risolvere.
Infatti, i rapporti tra Tanembaum e Wojtyla furono inizialmente idilliaci: 1°) per l’elogio della vulgata sterminazionista della Shoah portata avanti da Giovanni Paolo II, che appena 8 mesi dopo essere stato eletto (16 ottobre 1978) fece un “pellegrinaggio” ad Aushwitz (7 giugno 1979); 2°) per la promozione della “Libertà delle religioni” (cfr. Decreto del Concilio Vaticano II “Dignitatis humanae personae”, 7 dicembre 1965), messo in pratica un po’ dappertutto da Karol Woytila nel corso del suo lungo Pontificato (per esempio, in Italia il 18 febbraio 1984 con il Concordato firmato dal Primo Ministro Bettino Craxi e il card. Agostino Casaroli).
Tuttavia, circa 10 anni dopo l’elezione di Woytjla (1978/1987), vi fu anche una grave crisi diplomatica e un forte irrigidimento di Tanembaum, che essendo “diplomatico” se l’altra parte cedesse, reagì violentemente nel 1987: 1°) per l’udienza concessa il 25 giugno 1987 dal Papa al Presidente austriaco Kurt Waldheim, che durante il conflitto mondiale, essendo austriaco e quindi cittadino del III Reich germanico, era stato ufficiale della Wehrmacht tedesca; inoltre, 2°) sempre nel 1987 scoppiò una seconda “bomba”; infatti, a ridosso di Auschwitz fu aperto – già nell’autunno del 1984 – un Convento di Suore Carmelitane polacche, che secondo Tanembaum, affiancato dal Rabbinato statunitense e dal “World Jewish Congress”, profanava la sacralità dell’Olocausto ebraico, perché poteva significare che durante la Seconda Guerra Mondiale non morirono nei Lager solo gli Ebrei, ma anche i Cristiani; come pure morirono moltissimi soldati tedeschi, giapponesi e italiani, nei campi di concentramento sovietici e angloamericani; 3°) infine, il Vaticano non aveva ancora riconosciuto diplomaticamente lo Stato d’Israele, il che per il Rabbinato americano (essenzialmente sionista) era inammissibile; il riconoscimento avverrà poi nel 1993 con tanto di Concordato, ma era stato già programmato nel 1987 a Castelgandolfo, grazie alla mediazione decisiva del diplomaticissimo Rav Elio Toaff.
Siccome lo Stato d’Israele (guidato allora dal Primo Ministro Isaak Shamir dell’estrema destra israeliana col Partito Likud, lo stesso di Jabotinsky, Begin e Netanyahu) e l’Ebraismo ortodosso soprattutto americano si stavano irrigidendo e stavano per mandare all’aria l’operazione ventennale: α) “Nostra aetate” (1965), condotta da “Bea & Morlion” vs “Tanembaum & Heschel”; più β) la visita del Papa per la prima volta in 2 mila anni di Cristianesimo alla Sinagoga di Mainz (1980) e poi γ) a quella di Roma (1986). |
Il ruolo fondamentale di Rav Elio Toaff salva l’operazione “Pro Deo et Sinagoga”
Allora il Rabbino Capo di Roma Elio Toaff (molto più diplomatico di Heschel e anche di Tanembaum), intervenne personalmente e discretamente per incontrare i vertici del Vaticano (cfr. Elio Toaff, Da perfidi giudei a fratelli maggiori, Milano, Mondadori, 1987; III ed. Bologna, Il Mulino, 2017).
Tanembaum volò ufficiosamente dagli Usa a Roma; invece, Toaff traversò con gran discrezione – non il Rubicone, ma semplicemente il Tevere, già inquinato dal Reno – e incontrò Giovanni Paolo II in privato in Vaticano; mentre Tanembaum ufficiosamente lo incontrò a Castelgandolfo (1° settembre 1987), assieme ai cardinali Agostino Casaroli e Johannes Willebrands. Toaff non partecipò all’incontro, ma la sua azione diplomatica precedente l’incontro di Castelgandolfo fu discreta, continua e condotta tra il Tempio Maggiore nel Ghetto di Roma e il Vaticano, e fu indispensabile per dare il via a quell’incontro “riparatore”. Inoltre, da allora, Toaff mantenne sempre un canale di comunicazione aperto e diretto col Vaticano, avendo ricevuto nel “Tempio Maggiore” di Roma il Papa l’anno precedente (13 aprile 1986). |
Due grandi amici: Toaff e Woytjla …
In séguito a tutto ciò il rapporto diplomatico tra Elio Toaff e Karol Woytjla divenne una profonda amicizia. Infatti, Woytjla da allora considerò Toaff non solo solamente come il Rabbino Capo di Roma, ma come un amico (assieme al Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini: “Dimmi con chi vai, ti dirò chi sei”!), l’interlocutore più saggio, equilibrato ed ecumenico dell’intero Rabbinato americano, europeo e israeliano.
Da quest’amicizia nacque: I – il primo concerto offerto da un Papa in commemorazione della Shoah (7 aprile 1994) all’interno dell’Aula Nervi/Paolo VI in Vaticano, cui presenziarono Toaff e Woytjla; II – il riconoscimento vaticano dello Stato d’Israele (30 dicembre 1993), sostenuto felpatamente da Toaff dal 1987 al 1993; III – la citazione di Toaff (assieme a Ratzinger e al suo Segretario personale: don Stanislaw Dziwisz, oggi cardinale) nel Testamento spirituale di Giovanni Paolo II, che fu letto pubblicamente in occasione della sua morte (2 aprile 2005). Toaff ne fu profondamente toccato … |
Il “perfezionamento peggiorativo” di “Nostra aetate” (1965):
“Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah” (1987)
Fu così che il Vaticano il 22 febbraio 1987 invitò le Suore a lasciare Auschwitz (“trasferimento” che avvenne 6 anni dopo, il 30 giugno 1993) e promise a Tanembaum una seconda “NA” ancora più giudaizzante; un maggior impegno a combattere il “Revisionismo storico” sulla Shoah, equiparandolo al “Negazionismo” assoluto di ogni persecuzione antiebraica; e, finalmente, uscì il 16 marzo 1998 il Documento ufficiale vaticano “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”, che attribuiva al Cristianesimo tradizionale e preconciliare l’ostilità contro il Giudaismo talmudico, l’Antisemitismo e quindi la Shoah, facendo una “teshuvà” o un atto di dolore pubblico, come fu chiesto dai farisei dell’una e l’altra sponda (“Periculis ex Gentibsus, …, periculis in falsis fratribus”, II Cor., XI, 26), nel gennaio 2009, a monsignor Richard Williamson, che cristianamente si rifiutò di apostatare: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io”.
Quest’incontro tra Toaff, Woytjla (e Tanembaum) non solo salvò i rapporti tra Vaticano ed Ebraismo talmudico, ma permise al Papa di recarsi in Usa dal 10 al 19 settembre del 1987, facendo un viaggio “apostolico” che non gli sarebbe stato permesso dall’Americanismo, se non si fosse piegato al Giudaismo.
Come si vede la questione della Shoah ha un significato non solo storico e politico, ma soprattutto teologico. Perciò è profondamente sbagliato non studiare seriamente la questione della Shoah da un punto di vista storico, chimico (il cianuro lascia tracce anche per centinaia di anni) e teologico.
L’ultimo incontro ufficiale tra il Papa polacco e il Rabbi russo/statunitense avvenne nel 1990, due anni prima della dipartita di Tanembaum. |
Differenze tra “Giudeo/Cristianesimo” e “Giudaizzanti”
Il termine Giudeo/Cristianesimo si applica in senso stretto ai “Cristiani nati Ebrei, i quali ritenevano che la Legge cerimoniale dell’Antico Testamento non fosse stata abrogata e sono entrati così in conflitto non solo con san Paolo, ma con il Cristianesimo stesso”.
Mentre la parola Giudaizzanti – etimologicamente – riguarda “i Gentili convertiti al Cristianesimo, che imitavano i costumi ebraici […] e ritenevano obbligatoria per salvarsi l’osservanza, totale o parziale, della Legge cerimoniale mosaica però – praticamente – furono quasi tutti Cristiani di sangue ebraico”.
In breve i Giudaizzanti sono in teoria i Gentili che si convertono al Cristianesimo, ma reputano necessarie le osservanze giudaiche cerimoniali; tuttavia in pratica essi son quasi tutti Ebrei. Infatti solo pochissimi Gentili convertitisi al Vangelo reputarono obbligatoria la Legge cerimoniale del Vecchio Testamento. I Giudeo/Cristiani invece sono de jure et de facto Ebrei convertiti a Cristo, che ritengono obbligatoria l’osservanza del cerimoniale giudaico. Quindi – praticamente parlando – i due gruppi, pur se teoricamente distinti, coincidono sostanzialmente.
Le pretese dei Giudeo/Cristiani e dei Giudaizzanti si fondavano – materialmente ed erroneamente – sulle promesse fatte da Dio ad Abramo ed ai Patriarchi; sul fatto che il Messia, nato dalla razza ebraica, avrebbe stabilito sulla terra un Regno temporale, che era quello di Israele; che Cristo era venuto per compiere la Legge sociale e politica dell’antico Israele. Il Giudeo/Cristianesimo voleva così “ricalcare il Cristianesimo sul Giudaismo, chiedendo ai popoli di affiliarsi – tramite la circoncisione [e l’osservanza della Legge cerimoniale, ndr] – alla nazione ebraica”. Inoltre i Gentili convertiti al Cristianesimo con l’obbligo dell’osservanza cerimoniale giudaica, sarebbero stati Cristiani di seconda serie rispetto agli Ebrei divenuti Cristiani mantenendo l’osservanza del Giudaismo cerimoniale, con un’inferiorità ontologica e non solo con una posteriorità cronologica nell’ordine della salvezza.
La Chiesa dei Dodici Apostoli rispose allora, immediatamente e fermamente, a quest’insidia che oggi si ripresenta prepotentemente tramite gli uomini di Chiesa, insegnando che a) il Battesimo del Centurione romano Cornelio attesta che un Gentile è entrato, per ordine di Dio, nella Chiesa senza passare per la Sinagoga (Atti, X). Quindi si può essere Cristiani senza essere Ebrei di sangue (Giudeo/Cristiani) e nemmeno sottomettersi al cerimoniale ebraico (Giudaizzanti). L’Antica Legge è stata abrogata, al contrario di quanto affermato da Giovanni Paolo II alla sinagoga di Mainz il 17 novembre 1980. Finalmente con Cristo il “muro di separazione” (Ef., II, 14) tra Ebrei e Gentili è caduto, la Chiesa è aperta a tutti, senza distinzione o primati di razza, non ci sono, ontologicamente parlando, “fratelli maggiori o minori nella fede”, contrariamente a quanto disse Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore di Roma il 13 aprile del 1986; b) il Concilio di Gerusalemme (Atti, XV; Gal., II, 1-10) riconobbe la libertà dei Gentili di entrare nella Chiesa senza passare per il Giudaismo fondandosi sul Battesimo di Cornelio; essi non sarebbero neppure diventati “fratelli minori”, ossia non avrebbero avuto un rango ontologicamente secondario nella Chiesa; c) l’incidente di Antiochia (Gal., II, 11-21) tra S. Pietro e S. Paolo c’insegna che i Pagani si salvano senza obbligo di sottomettersi alla Legge cerimoniale, bastano la fede e la carità soprannaturale. Anche gli Ebrei, si sarebbero potuti salvare attraverso la fede e la carità, mentre il sangue o la razza giudaica non avrebbero dato loro una dignità ontologica maggiore. San Paolo insegna che “la circoncisione è nulla” (Gal., VI, 15) e che ciò che salva è “la fede che agisce per la carità” (Gal., V, 6).
Così il Giudeo/Cristianesimo fu rigettato fuori della Chiesa, mentre oggi, da parte degli uomini di Chiesa anche al massimo livello, si cerca di farvelo rientrare con la teoria dei “fratelli maggiori”, della “Antica Alleanza mai revocata”, delle “radici giudaico/cristiane dell’Europa”. Occorre tenere alta la guardia perché il vecchio errore non si riproduca mai più. Infatti, circa cinquanta anni di pregiudizio sono duri a morire, la “catastrofe” più grande sarebbe proprio il ritorno teologico del Giudeo/Cristianesimo o la “nuova/giudaizzazione”, che sostituirebbe l’Evangelizzazione. Onde non bisogna mai dimenticare la dottrina apostolica e occorre riprovare ogni forma di discriminazione razziale di stampo giudaizzante che sarebbe, in quanto particolarismo razzista, un vero peccato contro Dio e l’umanità intera a favore di una nazione o di un popolo. San Paolo nell’Epistola ai Romani insegna che “il ruolo d’Israele è oramai finito. Dio, irritato dalla sua condotta, l’ha abbandonato. Verrà un tempo in cui un resto d’Israele si salverà. Ora le promesse divine passano ai Gentili”. |
Il Giudaismo è essenzialmente razziale, forse anche razzista?
Antonio Rodrìguez Carmona, professore di “Letteratura inter/testamentaria” alla facoltà di Teologia dell’Università di Granada, spiega che «l’essenziale nella religione giudaica postbiblica è l’appartenenza al popolo ebraico; ossia è ebreo chi nasce da madre ebrea, non chi crede e osserva la Legge. Inoltre, il concetto di fede giudaica è un affidarsi o aver fiducia [vedi la “fede fiduciale” luterana, ndr] nell’aiuto di Dio verso Israele, suo popolo eletto […]. Insomma la pratica religiosa ebraica può sussistere senza la fede, la quale, se esiste, ha solo un valore pratico e non dogmatico [vedi la “Teologia della prassi” bergogliana, ndr] ed è relativa all’appartenenza al popolo d’Israele. Infatti il Giudaismo consiste essenzialmente nell’appartenenza al popolo d’Israele, da cui può conseguire accidentalmente una pratica di legge, che aiuta a mantenere l’identità di popolo eletto; accidentalmente perché si è ebrei anche se non si pratica, purché si sia figli di madre ebrea. Tale pratica, normalmente, ma non necessariamente (si può “praticare” senza credere), è fondata su alcune verità religiose, ma queste verità hanno uno scopo più pratico che dogmatico, perché servono a cementare il senso di appartenenza al popolo eletto, separandolo dagli altri, specie dai Cristiani» (Antonio Rodriguez Carmona, La religione ebraica. Storia e teologia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, pp. 485-486). Insomma la fede giudaica è ordinata al popolo d’Israele e alla sua Terra. Il primato spetta al sangue e al suolo, mentre la fede è del tutto accidentale, se c’è meglio così, se non c’è basta essere membri del popolo eletto, nati da una madre ebrea. |
Anche l’ex-rabbino capo di Roma Elio Toaff spiega che in pratica: “Nel Giudaismo postbiblico o talmudico/rabbinico [quello che va dalla morte di Cristo/distruzione del Tempio sino ad oggi, ndr] non si ammette conversione al Giudaismo, si è Ebrei solo per nascita lo si può diventare solo per conversione piena, ma dopo tre generazioni, ossia figli di madre ebrea e nipoti di nonna ebrea: “Mater semper certa, pater numquam” (Elio Toaff, Essere ebreo, Milano, Bompiani, 1994, p. 51).
Perciò la teoria neo/modernista del Giudeo/Cristianesimo ci porterebbe non ad una forma superiore di “religiosità” come dice la teologia giudaizzante del Vaticano II e del post/concilio sino a papa Bergoglio, ma ad una pratica, perlomeno razziale se non razzista, di un’appartenenza estrinseca (solo come “proselite della porta”, ossia un amico che sta appena dietro – ma pur sempre fuori – la porta di casa, non essendo uno di famiglia o di sangue ebraico, ma solo un goy simpatizzante dell’Ebraismo) ad un “Popolo” eletto, che abita una “Terra” promessa e possibilmente pratica una forma razziale di “Religione”, che segue accidentalmente la sostanza del Giudaismo talmudico: ossia, il Popolo eletto, che abita la Terra promessa e da lì domina il mondo intero. Questa è la “trinità” del Giudaismo talmudico. |
Il Giudeo/Cristianesimo nella divina Rivelazione
La dottrina sul pericolo del Giudeo/Cristianesimo è esposta specialmente nelle Epistole di San Paolo. Egli nel suo secondo viaggio apostolico (nel 50 circa) arrivò in Galizia del nord (con capitale Ankara). Ritornandovi tre anni dopo, si accorse che coloro che aveva evangelizzato nel primo incontro, si “erano lasciati abbindolare dai fanatici Giudeo/Cristiani, abbracciando le pratiche del Giudaismo (circoncisione, ecc.) quasi fossero necessarie alla salvezza”. Dunque, da Efeso (nel 54 circa) S. Paolo – divinamente ispirato – scrive loro, confutando gli errori del Giudeo/Cristianesimo e dei Giudaizzanti.
Nell’Epistola ai Galati l’Apostolo delle Genti insegna: «Mi meraviglio che così presto vi siete allontanati da Colui che vi ha chiamato nella grazia di Cristo, passando ad un “vangelo diverso” …, vi sono alcuni che gettano lo scompiglio in mezzo a voi e si propongono di stravolgere il Vangelo di Cristo. Ora se anche un Angelo vi annunziasse un “vangelo diverso” [giudaizzante, ndr] da quello che noi stessi vi abbiamo annunciato, sia anatema!”» (I, 6-8).
I Padri, i Dottori e gli esegeti approvati nella Chiesa spiegano in tal senso il passaggio paolino: i Giudaizzanti disertano e abbandonano il Vangelo di Cristo, predicato dai suoi Apostoli, per aderire ad “un altro vangelo” giudaizzante e giudeo/cristiano contrapposto a quello cristiano; esso è un “contro/vangelo”, poiché i Giudeo/Cristiani della “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9) si propongono di pervertire il Vangelo di Cristo. Il Giudeo/Cristianesimo vuole disertare o abbandonare Dio, che chiama gli uomini nella grazia ottenutaci da Cristo, con la sua Passione e morte, e rimpiazzarlo con l’osservanza delle cerimonie legali antiche. La salvezza invece si ottiene solo grazie alla fede (vivificata dalla carità) in Cristo. I Giudaizzanti sono bestemmiatori e votati alla dannazione, tal è, infatti, il significato dell’anatema (v. 8) che equivale all’herem ebraico, il quale designava gli scomunicati come votati alla perdizione per motivi religiosi. Neppure un Angelo, un Apostolo e S. Paolo stesso potrebbe sfuggire alla dannazione, se predicassero il “contro/vangelo” giudeo/cristiano (v. 9), che da Giovanni XXIII sino a papa Francesco è stato predicato dagli uomini di Chiesa, soprattutto da Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI e da papa Bergoglio.
Nel capitolo II ai versi 3-4 dell’Epistola ai Galati, l’Apostolo delle Genti rivela che nel 49/50 circa, era salito al Concilio Apostolico di Gerusalemme, assieme a Tito, il quale essendo greco non era circonciso. I Giudaizzanti gridavano allo scandalo, poiché la presenza di un incirconciso a Gerusalemme e ad un Concilio, era ritenuta da loro intollerabile e quindi chiesero che fosse circonciso. L’Apostolo qualifica i Giudaizzanti come “falsi fratelli intrusi” (v. 4), [non “fratelli maggiori”, ndr] “che si erano infiltrati per spiare la libertà nostra, che abbiamo in Gesù Cristo e renderci schiavi” (v. 4). Il loro scopo era d’imporre la Legge cerimoniale giudaica come necessaria alla salvezza, abolendo la grazia santificante che rende liberi dal peccato, in Gesù Cristo. I Cristiani giudaizzanti più che a Cristo credevano al vecchio cerimoniale mosaico, ma l’antico cerimoniale era oramai – con l’Avvento di Gesù – incapace di santificare, esso era stato rimpiazzato dalla grazia di Cristo in virtù dei Suoi meriti. “Se, la giustificazione viene dalla Legge cerimoniale, certamente Gesù è morto in vano” (v. 21). Il Giudeo/Cristianesimo (condannato dal Concilio di Gerusalemme e fatto proprio dal Concilio Vaticano II) è l’annullamento radicale e totale del Sacrificio di Gesù sulla croce e della grazia cristiana che ne deriva, in breve è l’apostasia e la distruzione del Cristianesimo apostolico. “Se vi lasciate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla” (Gal., V, 2).
Nella II Epistola ai Corinti san Paolo specifica che i Giudaizzanti sono “falsi apostoli, operai fraudolenti e mentitori, che si camuffano da Apostoli di Cristo, [come] lo stesso Satana si traveste da Angelo di luce” (II Cor., XI, 13-14). Il Giudeo/Cristianesimo è la “contro/chiesa” o la “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9), che vuole carpire la buona fede dei semplici, con un falso zelo e una virtù simulata. |
A) “La Bibbia dell’Amicizia”
in maniera specifica |
III) “La Bibbia dell’Amicizia”
La “Prefazione” di papa Bergoglio
Francesco nella sua “Prefazione” scrive che Cristiani ed Ebrei hanno “alle spalle 19 secoli di Antigiudaismo cristiano e che pochi decenni di dialogo sono ben poca cosa” (cit., p. 5). Ora se si riflette a quanto scritto non si può non dedurre che il “dialogo” ebraico/cristiano, iniziato – formalmente e pubblicamente – con la Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II (28 ottobre 1965), ossia 54 anni or sono, è una “novità” rispetto a circa 1900 anni ininterrotti di “Antigiudaismo cristiano”, cioè di disputa teologica tra il Cristianesimo e il Giudaismo postbiblico o talmudico a partire dai Libri del Nuovo Testamento (che vanno dal 40 al 90 d. C. circa), dagli scritti dei Padri ecclesiastici (che vanno dal II secolo sino a San Bernardo di Chiaravalle nel XII secolo), dei Dottori della Prima, Seconda e Terza Scolastica, ossia da S. Tommaso d’Aquino (XIII secolo) con i suoi Commentatori del Quattro/Cinquecento, ai Dottori della Controriforma (Cinque/Seicento), sino ai Teologi dell’Otto/Novecento. Poi improvvisamente dalla disputa teologica antigiudaica, che è fondata su la S. Scrittura, la Tradizione apostolico/patristica, il Magistero della Chiesa (dal Concilio di Gerusalemme del 50, il quale condannò i Giudaizzanti e definì che per salvarsi non erano necessarie le osservanze giudaiche, sino a Pio XI, il quale nella Enciclica Mit brenneder Sorge del 19 marzo 1937 scriveva che “Il Verbo si sarebbe Incarnato in un popolo che Lo avrebbe poi confitto in croce”) si è abbandonata la disputa teologica per passare al dialogo interreligioso giudaico/cristiano.
Francesco prosegue scrivendo: “Occorre lavorare con maggiore intensità per chiedere perdono e per riparare i danni causati dall’incomprensione. I valori, le tradizioni, le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo devono essere messe al servizio dell’umanità” (ivi). Dunque il Vaticano II rappresenta non solo una “novità”, ma dice cose nuove (“nova”) in rottura con la Tradizione della Chiesa e non le dice in maniera nuova (“nove”) o più appropriata, ma sempre in continuità con essa. Infatti occorre “chiedere perdono per i danni prodotti dall’incomprensione”, cioè la Chiesa dai Vangeli al Concilio di Gerusalemme, presieduto da S. Pietro con gli Apostoli riuniti sotto di lui, non avrebbe compreso la vera natura dell’Ebraismo, l’avrebbe quindi condannato (“Antigiudaismo cristiano”) ed esso avrebbe prodotto “danni”, che debbono essere riparati mettendo a “servizio dell’umanità i valori e le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo”. Perciò non si deve dibattere teologicamente con l’Ebraismo su questioni quali la Divinità o meno di Cristo, la Trinità delle Persone nell’Unità della Natura divina, che vedono Giudaismo talmudico e Cristianesimo in opposizione di contraddizione, poiché uno le afferma e l’atro le nega; ma bisogna riconoscere che ci sono “grandi idee che li identificano”, ossia sino al 1965 Gesù, gli Apostoli, i Padri, i Dottori, i Papi si sarebbero sbagliati, non avrebbero compreso nulla ed avrebbero visto, errando, delle idee che separavano Giudaismo e Cristianesimo, invece esse li identificano, ossia Giudaismo talmudico e Cristianesimo sono identici, la stessa cosa, anche se il Giudaismo nega che Cristo sia il Messia/Dio e nega la SS. Trinità, mentre il Cristianesimo li presenta come i due dogmi o le “grandi idee” principali e fondamentali del Nuovo Testamento.
È possibile che la Chiesa con Gesù Cristo e i Dodici si sia sbagliata sin dal suo nascere fino al 1965? Allora Gesù non sarebbe Dio, che non può né ingannarsi né ingannarci.
Francesco conclude scrivendo: “Ebrei e Cristiani debbono sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune” (cit., p. 6). Invece essi non adorano lo stesso Dio poiché gli Ebrei non adorano Gesù, non credono nello Spirito Santo e dunque neppure nel Padre “della stessa loro sostanza”. Perciò non hanno un “patrimonio spirituale comune”, ma diverso ed opposto. Il Cristianesimo, infatti, crede in Cristo quale Dio mentre il Giudaismo Lo condanna “perché da uomo si è fatto Dio”, come urlò, farisaicamente stracciandosi le vesti, Caifa, a Gerusalemme il Venerdì Santo.
Come si vede papa Francesco scrive apertamente senza distinzioni, sfumature e, quindi, è facile scorgere il suo errore. Invece Ratzinger – come vedremo oltre – sfuma, distingue, sottodistingue, annacqua, diluisce, usa frasi dal doppio significato, si contraddice, cerca di conciliare kantianamente gli opposti e rende più difficile discernere ove si nasconda il suo errore. |
IV) “La Bibbia dell’Amicizia”
La “Prefazione” del rabbino Skorka
Il rabbino Abraham Skorka nella sua “Prefazione” scrive: “papa Francesco […] ritiene che l’interpretazione dei testi biblici da parte degli studiosi ebrei più che portare ad una contrapposizione serva a chiarire e comprendere con più profondità i testi stessi” (cit., p. 9). Ora i rabbini talmudisti leggono la Bibbia in senso anticristiano e antitrinitario, ossia nella Scrittura, secondo loro, non si parla della Divinità di Gesù, né della sua Messianicità e neppure della SS. Trinità. Invece Gesù ha parlato di Sé come di Dio e del Messia ed è stato condannato a morte dal Sinedrio per aver “male interpretato” le Scritture; Egli ha chiaramente rivelato il dogma della SS. Trinità sin dall’inizio della sua vita pubblica, nella narrazione del “battesimo di acqua” datogli da San Giovanni Battista; gli Apostoli hanno predicato queste verità e sono stati martirizzati per questo motivo: essi come Gesù facevano di un uomo un Dio; così S. Stefano è stato lapidato per questa “lettura” della Bibbia; i Padri della Chiesa, i Dottori, i Concili da Gerusalemme (anno 50) sino al Vaticano I (anno 1869-1870) hanno fondato il loro “Credo” sulla Divinità di Cristo quale seconda Persona della SS. Trinità. Perciò tra l’interpretazione della Bibbia da parte degli Ebrei talmudisti (da Caifa sino ad oggi) e quella dei Cristiani (da Gesù Cristo sino a Pio XII) vi è un’opposizione di contraddizione. Mentre l’interpretazione ebraica coincide con quella “cristiana” solo a partire dal Concilio Vaticano II (11. X. 1962 – 8. XII. 1965) con la Dichiarazione Nostra aetate (28. X. 1965). Ora è impossibile che la Chiesa si sia sbagliata per 1900 anni ed abbia scoperto la verità solo 54 anni fa.
Quindi è falso dire, come fanno Bergoglio e Skorka, che l’interpretazione della Bibbia da parte degli Ebrei talmudisti serve a comprendere più in profondità i testi biblici. In questo caso l’interpretazione cristiana non sarebbe solo meno profonda di quella giudaica, ma intrinsecamente erronea affermando due errori (Divinità di Cristo e SS. Trinità) negati fermamente degli Ebrei post/biblici.
Il rabbino Skorka prosegue: “Il paragrafo di Nostra aetate nel quale si chiarisce che Dio mantiene il suo Patto con il popolo ebraico, che mai è stato abolito, è stato per Bergoglio la base teologica per cercare nel dialogo con gli Ebrei una complementarietà che gli permette di raggiungere una visione integra della propria fede” (ivi). In breve: 1°) Nostra aetate afferma che l’Alleanza Antica di Dio con Israele non è stata mai abrogata; 2°) questa Vecchia Alleanza irrevocata ed irrevocabile è il fondamento della teologia bergogliana; 3°) senza questa irrevocabilità della Vecchia Alleanza la fede “cristiana” non sarebbe integra. Si vede, dunque, l’importanza fondamentale della teologia giudaizzante in tutto il Concilio Vaticano II, il quale si fonda soprattutto su di essa. Se si vuol capire il problema del Vaticano II bisogna capire il problema del Giudaismo talmudico.
Ciò che lascia perplessi è 1°) il fatto che il Vaticano II abbia dichiarato che la “Vecchia Alleanza non è revocata ed è irrevocabile”; 2°) che Giovanni Paolo II abbia dichiarato “irreversibile” il Concilio Vaticano II e quindi 3°) implicitamente abbia “revocato”, almeno per gli Ebrei, la “Nuova ed Eterna Alleanza” stabilita da Gesù con tutti gli uomini nel Suo Sangue sparso sul Calvario, presentandola come utile solo ai Gentili convertiti al Cristo, come vedremo meglio oltre.
Skorka cita poi la Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Bergoglio: “Dio continua ad operare nel popolo dell’Antica Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina. per questo la Chiesa si arricchisce quando raccoglie i valori dell’Ebraismo” (ivi). In poche parole l’interpretazione della Bibbia data dall’Ebraismo postcristiano o talmudico, che nega la SS. Trinità, la Messianicità e la Divinità di Cristo, per la Evangelii gaudium di papa Francesco sarebbe un “tesoro di saggezza” pur bestemmiando Gesù e la SS. Trinità. Ma ciò è contraddittorio. Infatti bestemmiare non è sapienza, ma insipienza. Ora l’insipienza e la bestemmia non “arricchiscono”, ma impoveriscono e deturpano. I “valori dell’Ebraismo” sono la negazione del Cristianesimo. Quindi per il vero Cristianesimo antimodernista non sono valori, ma disvalori. Solo per il “Cristianesimo” modernista e la sua ereticale “evoluzione del Dogma” intrinseca, oggettiva e sostanziale, che passa da una verità ad un’altra essenzialmente diversa o eterogenea dalla prima, (ad esempio, da “Cristo è Dio” a “Cristo è solo un uomo”), il Cristianesimo sarebbe un’evoluzione in discesa o in peggio del Giudaismo fatta soprattutto per i goyim o i Gentili (priorità ontologica e non solamente cronologica del Giudaismo sul Cristianesimo, dei “Fratelli Maggiori sui fratelli minori” e minorati).
Il rabbino Skorka dice, infatti, esplicitamente che “sebbene alcune convinzioni cristiane siano inaccettabili per l’Ebraismo, e la Chiesa non possa rinunciare ad annunciare Gesù come Signore e Messia, esiste una ricca complementarità che ci permette di leggere assieme i testi della Bibbia ebraica […]. La teologia di Francesco è fortemente pragmatica” (cit., p. 10). Skorka spiega la conciliazione dell’inconciliabile o la “coincidentia oppositorum” tra la fede della Chiesa nella Divinità di Gesù e la sua negazione da parte dell’Ebraismo postbiblico o rabbinico/talmudico e del neo/modernismo bergogliano, mediante la “teologia fortemente pragmatica” (“teologia della prassi” clerico/marxista) di Bergoglio. Ossia i princìpi del Cristianesimo e dell’Ebraismo sono opposti in teoria, ma Francesco li amalgama praticamente, non facendone una questione di principio o teologica, ma una questione di prassi o di agire assieme per costruire un “mondo migliore”. Vedremo oltre come Ratzinger cerchi addirittura di conciliarli teoreticamente, ricorrendo all’assurdo o contraddittorio mascherato da mistero per occultare meglio l’errore giudaico/cristiano.
Tutta la personalità di Bergoglio e il suo Pontificato vanno letti alla luce del primato della prassi, che è tipicamente cabalistico/talmudico ed hegelista/marxiano, vissuto apertamente e dichiarato esplicitamente. Mentre la personalità di Ratzinger, va letta alla luce del Kantismo, che cerca di conciliare spinozianamente gli opposti, in maniera teoreticamente raffinata, cercando di nascondere l’assurdità della contraddizione, facendola passare per un “mistero”, il quale è oltre la ragione, ma non contro di essa; mentre il contraddittorio è contro la ragione, assurdo e ripugnante, come insegnano Aristotele (Metafisica, libro VI) e S. Tommaso d’Aquino (In VIum Metaphisicorum, lectio 6). Se si vuol fare un esempio, un mistero è “Dio Uno e Trino”, che non è contraddittorio poiché Dio è Trino quanto alle Persone e Uno quanto alla Natura. Invece sarebbe contraddittorio dire che – nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto – “Dio è un solo Dio e tre Dei”. Questo non è un mistero, va contro la retta ragione, non la oltrepassa, è una contraddizione che è assurda e ripugnante. Ora dire – come fanno i neo/modernisti dal Concilio Vaticano II sino a Francesco – che 1°) Gesù è il Salvatore universale di tutti; che 2°) gli Ebrei non hanno bisogno di Gesù (perché non sono come “tutti gli altri”?), è contraddittorio, è contrario alla sana ragione e non oltre essa. Ratzinger vorrebbe far passare la sua contraddittorietà teoretica per un mistero, mentre Francesco pragmaticamente ed apertamente dichiara che la teoria (principio di non/contraddizione) è scavalcata dalla prassi (agire assieme). Perciò il dogma di “Cristo Salvatore Unico e Universale di tutti gli uomini” è sorpassato dalla prassi del “dialogare e camminare assieme” agli Ebrei per “costruire un mondo migliore”, come se inoltre non ci fosse il Peccato Originale ad impedire che il mondo possa diventare talmente “migliore” da essere un “Paradiso terrestre” che Adamo ha perso per sé e per noi irrevocabilmente, come vorrebbe il Giudaismo cabalistico e il Modernismo giudaizzante. |
Identità sostanziale tra il Talmudismo e l’antropocentrismo del Concilio Vaticano II
Ciò che accomuna il neo/modernismo della Nouvelle Théologie del Concilio Vaticano II e del post-concilio con il Giudaismo cabalistico/talmudico è la coincidenza tra teocentrismo e antropocentrismo. Basta comparare le citazioni dei due rabbini cabalisti Abraham Heschel ed Elio Toaff con quelle di Paolo VI e Giovanni Paolo II per rendersene conto.
Abraham Yoshua Heschel nel suo libro L’uomo non è solo. Una filosofia della religione (Milano, Rusconi, 1987), scrive: “La Bibbia non è una teologia dell’uomo, ma un’antropologia di Dio”. L’ex-rabbino capo di Roma Elio Toaff, spiega questo principio cabalistico, nel libro intervista: Alain Elkann – Elio Toaff, Essere ebreo (Milano, Bompiani, 1994) dice: “L’epoca messianica è […] il contrario di quello che vuole il Cristianesimo: noi vogliamo riportare Dio in terra, e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra” (p. 40).
Paolo VI nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “La religione di Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. […]. Anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo!” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [282-283]). Giovanni Paolo II nella sua Enciclica “Dives in misericordia” n. 1 (del 1980) afferma: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell’ultimo Concilio». Di nuovo Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Dominum et vivificantem n. 50 (del 1986) scrive: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura, ndr], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della Redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […]. L’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana, ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di … tutto il mondo visibile e materiale […]. Il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi … si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione». Infine Karol Wojtyla nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Vita e Pensiero, 1977), iniziò la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) citando Gaudium et spes n. 22: “In Cristo la natura umana è stata assunta, senza venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche innalzata ad una dignità sublime. Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo” e asserisce: «Il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato – come Uomo – uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116). |
O Dio o l’Io
Quanto stridono queste blasfemie di Montini e Woytjla con l’Incarnazione del Verbo e con quanto di essa scrive S. Agostino (Discorsi, LXXVII, 11-12): “Il Verbo da Dio si fece uomo, affinché l’uomo non osasse farsi simile a Dio”. Invece secondo Paolo VI, grazie al Concilio Vaticano II, la pretesa luciferiana dell’uomo moderno di farsi simile a Dio avrebbe coinciso con l’esempio di umiltà e di massima “annichilazione / exinanivit semetipsum” (Fil., II, 7) del Verbo divino che si fece uomo. Ecco un’altra coincidentia oppositorum addirittura tra il Diavolo e Cristo, che nella divina Rivelazione era stata solennemente sconfessata e condannata: “Quale alleanza può esserci tra Cristo e Beliar?” (S. Paolo, II Cor., VI, 15) e che ci mostra il carattere demoniacamente preternaturale del Vaticano II e del post/concilio.La Chiesa ha sempre insegnato che l’intero “mondo” – non in quanto creatura fisica di Dio, ma nel senso morale e peggiorativo (coloro che vivono secondo lo spirito mondano o carnale opposto a quello angelico o divino) – è sottoposto al diavolo, per il dilemma “o Dio o l’Io”, “o la verità o la menzogna”. Il Maligno è perciò chiamato anche “il capo del mondo” (Io., XII, 31; XIV, 30), “il dio di questo mondo” (2 Cor., IV, 4). Il regno di satana contrasta quello di Dio (Mt., XII, 26). Satana scaccia dal cuore dell’uomo il buon grano della parola di Dio per sostituirvi la zizzania o falso-grano dell’errore (Mc., IV, 15). Suo intento è di “accecare le menti di coloro che non credono ancora, di modo che non possano essere illuminati dal Vangelo della gloria di Cristo” (2 Cor., IV, 41). Il mondo di satana combatte nel tempo contro il Regno di Dio, ma Gesù alla fine vincerà e sconfiggerà definitivamente satana e conquisterà il mondo (Io., XVI, 33). «Sino alla fine del mondo vi sarà opposizione tra i “figli di Dio” ed i “figli del diavolo” (Io., VIII, 44), i quali compiono le “opere del diavolo” (Act., XIII, 10), che si riassumono nell’impostura o seduzione (Io., VIII, 44; 1 Tim., IV, 2; Apoc., XII, 9) con cui alla verità e alla giustizia viene sostituito l’errore e il peccato (Rom., I, 25; Iac., V, 19)».
Genericamente il satanismo è lo stato di ciò che è satanico, ossia sottoposto e addirittura consacrato a satana. Il satanismo è interamente pervaso e impregnato dello spirito di satana, l’avversario di Dio e dell’uomo.
In maniera specifica il termine satanismo assume tre significati: 1°) l’impero di satana sul mondo; 2°) il culto reso a satana; 3°) l’imitazione della sua rivolta contro Dio. Bisogna studiarli tutti e tre per capire bene il significato del concetto di satanismo e il suo rapporto con la modernità e post-modernità. §§§Aiutate Stilum Curiae IBAN: IT79N0200805319000400690898 BIC/SWIFT: UNCRITM1E35 *** Stilum Curiae lo trovate anche qui: https://www.instagram.com/sanpietrotos/ https://vk.com/stilumcuriae https://www.facebook.com/marco.tosatti/ https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822 https://t.me/marcotosatti www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21 https://x.com/MarcoTosatti *** 
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1 commento su “Non Abbiamo Fratelli Maggiori. L’Antica Alleanza è Stata Revocata. Don Curzio Nitoglia.”
Se, magari con qualche ritardo, la Istituzione rivalutasse Marcione, si farebbe finalmente un po’ di chiarezza.