Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione su quanto sta accadendo in Medio Oriente. Buona lettura e diffusione.
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C’è questo post su Instagram:
Lo storico israeliano-statunitense Raz Segal ha raggiunto un accordo con l’Università del Minnesota per un risarcimento di 250.000 dollari, a più di due anni dal ritiro dell’offerta di lavoro per la direzione del Centro per gli studi sull’Olocausto e il genocidio e dopo una lunga battaglia legale.
Nel giugno 2024, l’Università del Minnesota aveva offerto a Segal la direzione del centro, su raccomandazione quasi unanime di una commissione di accademici, al termine di un rigoroso processo di selezione.
Cinque giorni dopo, tuttavia, l’università aveva ritirato l’offerta in seguito alle polemiche suscitate dalle critiche di Segal all’operato di Israele a Gaza: in un editoriale pubblicato nell’ottobre 2023 su Jewish Currents, lo storico aveva definito la situazione a Gaza “un caso da manuale di genocidio”.
Due professori e membri del comitato consultivo del centro si erano dimessi per protesta, accusando Segal di “giustificare le atrocità di Hamas” e di “attribuire la colpa a Israele” per gli attentati del 7 ottobre.
Accuse che Segal ha sempre respinto: “In nessun luogo ho mai giustificato alcuna violenza concreta, da parte di chiunque, in nessuna circostanza. Ho scritto in numerose occasioni che le azioni di Hamas costituiscono crimini di guerra e omicidi di massa”.
Decine di email ottenute da Segal mostrano che donatori, legislatori e attivisti filo-israeliani avevano esercitato pressioni sull’università, anche attraverso avvertimenti sul possibile ritiro delle donazioni.
Segal ha affermato che il risarcimento, per quanto piccolo, deve incoraggiare le decine di studiosi puniti per aver criticato Israele con licenziamenti, sospensioni e indagini negli USA a “reagire”.
#gazagenocide #usa

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Poi c’è questo post di Inside Over:

Il palestinese Ihab Mohammad Abdul Qader Diab, 36 anni, è stato arrestato a Gaza il 12 dicembre 2023.
Di lui, per anni, la famiglia non ha avuto notizie mentre era nelle carceri israeliane.
Solo ora l’amministrazione carceraria israeliana ha ammesso la morte di Diab.
Secondo la Palestinian Commission of Detainees and Ex-Detainees Affairs, Diab è morto il 18 settembre 2024, dopo circa nove mesi di torture subite durante la custodia israeliana.
L’amministrazione carceraria israeliana ha dichiarato che Diab soffriva di problemi di salute preesistenti.
La famiglia respinge questa versione, affermando che Ihab era in ottima salute e non aveva alcuna malattia al momento dell’arresto.
La morte di Ihab si aggiunge al crescente numero di detenuti palestinesi morti sotto custodia israeliana, portando a 328 il numero dei detenuti palestinesi deceduti dal 1967: 94 dal 7 ottobre 2023, tra i quali 53 provenienti da Gaza.
Attualmente, oltre 9.000 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane e circa il 40% si trova in detenzione amministrativa, cioè senza processo e senza la formulazione di un capo d’accusa.
La morte di Ihab si inserisce nel contesto delle crescenti segnalazioni da parte di organizzazioni palestinesi e delle Nazioni Unite sulle condizioni nei centri di detenzione israeliani, con denunce riguardanti detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e altre forme di abuso sistematiche.
La Commissione palestinese per gli Affari dei Prigionieri e degli Ex Prigionieri ha chiesto un intervento internazionale immediato per porre fine a una politica di “tortura e abusi” nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani.
Secondo l’organizzazione, decine di palestinesi, in particolare quelli detenuti a Gaza, sono morti a causa delle torture, della negligenza medica deliberata o delle condizioni di detenzione.
#israel #prisons #palestine
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E poi c’è
su Facebook:
ISRAELE, QUASI RADDOPPIATI I MINORI PALESTINESI DETENUTI SENZA PROCESSO
Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS

Fuoco Italico
Ci sono numeri che dovrebbero provocare una reazione immediata, indipendentemente da quale parte del conflitto israelo-palestinese si sostenga. 191 minori palestinesi risultavano sottoposti a detenzione amministrativa nel marzo 2026, contro i 103 del gennaio 2025: quasi il doppio in poco più di un anno.
Il dato riportato nel post è coerente con informazioni attribuite al Servizio carcerario israeliano e diffuse dall’organizzazione israeliana Parents Against Child Detention. E proprio la provenienza della denuncia è significativa: PACD non è un’organizzazione palestinese, ma un’associazione fondata da genitori israeliani, nata per denunciare le violazioni dei diritti dei minori palestinesi sottoposti ad arresto e detenzione.
Ma il dato forse più inquietante riguarda la durata. Nel marzo 2025 erano sei i minori sottoposti a detenzione amministrativa da più di un anno; dodici mesi dopo sarebbero diventati cinquanta.
Che cosa significa “detenzione amministrativa”? Significa che una persona può essere privata della libertà senza essere stata condannata in un processo penale. Nel sistema israeliano gli ordini possono essere rinnovati e parte delle prove può rimanere segreta per ragioni di sicurezza. Le autorità israeliane sostengono che questo strumento sia necessario per prevenire minacce alla sicurezza; proprio l’assenza di un normale processo e la possibilità di rinnovi, tuttavia, sono al centro delle critiche delle organizzazioni per i diritti umani.
E qui non stiamo parlando soltanto di adulti. Stiamo parlando di ragazzi.
Parents Against Child Detention denuncia da anni un sistema nel quale giovani palestinesi tra i 12 e i 18 anni vengono arrestati e incarcerati in numero significativo. L’organizzazione riferisce inoltre casi di arresti notturni nelle abitazioni, interrogatori senza accesso tempestivo a un avvocato, bendature, immobilizzazioni, minacce e violenze. Si tratta delle denunce dell’organizzazione, non di circostanze che possono automaticamente essere attribuite a ogni singolo caso, ma la loro sistematicità rende impossibile liquidare il problema come una semplice anomalia occasionale.
QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA ARBITRIO
Nessuno Stato può essere privato del diritto di perseguire chi commette reati, e questo vale naturalmente anche per Israele. Se un adolescente compie un’aggressione, lancia una molotov o partecipa a un attentato, può essere arrestato e sottoposto alla giustizia.
Ma è precisamente questa la questione: alla giustizia.
Accusa, prove, avvocato, giudice, possibilità di difendersi, sentenza. Sono questi i principi che distinguono uno Stato di diritto dall’arbitrio. E quando la persona privata della libertà è minorenne, le garanzie dovrebbero essere ancora maggiori, non minori.
La dimensione complessiva del fenomeno rende il problema ancora più grave. Secondo un rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite, nel maggio 2026 erano 9.384 i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dei quali 3.376 in detenzione amministrativa senza processo; altri 1.283 erano classificati come “unlawful combatants”, letteralmente “combattenti illegali”, nel contesto israeliano, però, è soprattutto una specifica categoria giuridica prevista dalla legge israeliana. La Incarceration of Unlawful Combatants Law del 2002 consente di detenere una persona che, secondo le autorità israeliane, abbia partecipato direttamente o indirettamente ad attività ostili contro Israele oppure appartenga a una forza impegnata in tali attività, senza trattarla come un normale prigioniero di guerra.
È una categoria molto controversa perché può comportare detenzioni prolungate senza un normale processo penale. Dopo il 7 ottobre 2023 Israele ne ha fatto ampio uso soprattutto nei confronti dei palestinesi provenienti da Gaza. Organizzazioni per i diritti umani e organismi ONU hanno contestato vari aspetti di questo regime, in particolare le garanzie procedurali e l’uso di prove segrete.
Lo stesso rapporto ONU riferisce inoltre di oltre 1.600 operazioni israeliane di ricerca e arresto nel periodo considerato, con più di 999 palestinesi detenuti, tra cui almeno 40 bambini.
Quindi non siamo davanti a qualche caso isolato.
Siamo davanti a un sistema di privazione della libertà su vasta scala nel quale migliaia di persone possono essere detenute senza un ordinario processo penale e nel quale sono finiti anche centinaia di minorenni.
DOVE SONO I DIFENSORI DEI DIRITTI DEI BAMBINI?
È qui che emerge una contraddizione politica e morale difficilmente ignorabile.
L’Occidente parla continuamente di diritti umani, tutela dell’infanzia, Stato di diritto e superiorità dei valori democratici. Eppure la detenzione senza processo di minori palestinesi raramente riceve uno spazio mediatico proporzionato alla gravità del fenomeno.
La questione non consiste nel negare a Israele il diritto di proteggere i propri cittadini dal terrorismo. Consiste nel chiedere qualcosa di molto più elementare: un minorenne accusato di un reato deve essere giudicato con tutte le garanzie previste da uno Stato di diritto.
Se esistono prove, vengano presentate davanti a un tribunale. Se il ragazzo è responsabile di un reato, venga giudicato secondo la legge. Se non esistono prove sufficienti, non può diventare accettabile tenerlo rinchiuso per mesi o addirittura oltre un anno sulla base di provvedimenti amministrativi continuamente rinnovabili.
È particolarmente significativo che a denunciarlo siano anche cittadini israeliani. Parents Against Child Detention dichiara esplicitamente di voler porre fine alle violazioni dei diritti dei bambini palestinesi durante arresti, interrogatori e detenzione e di voler sensibilizzare su un fenomeno che considera largamente ignorato dall’opinione pubblica israeliana.
Non è dunque una battaglia contro gli israeliani. È una battaglia per un principio di civiltà che dovrebbe valere per israeliani e palestinesi allo stesso modo.
Un bambino israeliano ha diritto alla sicurezza e a non vivere sotto la minaccia di attentati o razzi. Un bambino palestinese ha diritto a non essere privato arbitrariamente della propria libertà e, quando accusato di un reato, ad avere un’accusa conoscibile, una difesa e un processo equo.
Difendere l’uno e dimenticare l’altro non significa difendere i diritti umani.
Significa trasformarli in diritti concessi soltanto a chi appartiene alla parte giusta del conflitto.
E quando quasi duecento minorenni vengono detenuti attraverso uno strumento che non richiede una normale condanna penale, mentre decine trascorrono in questa condizione più di un anno, il silenzio non è più sufficiente.
Su quei 191 ragazzi bisogna chiedere trasparenza, garanzie giudiziarie e responsabilità. Perché nessuna ragion di Stato dovrebbe rendere normale ciò che, quando accade a un bambino, dovrebbe scandalizzare chiunque.
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Nelle foto: il carcere militare israeliano di Ofer, in Cisgiordania. Ofer e Megiddo figurano tra le principali strutture nelle quali vengono detenuti i minori palestinesi.

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