Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, un amico fedele del nostro sito, Ruggero Sangalli, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su quanto stiamo vivendo. Buona lettura e meditazione.
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MORTE, TEMPO E MISERICORDIA
L’umanità sta vivendo un’epoca piuttosto cupa. Da noi in particolare si respira un’aria pesante e non solo per il caldo. Nascono pochi bambini e molti con seri problemi fin dai primi anni di vita; l’adolescenza è inquieta come raramente è accaduto; le famiglie sono fragili o sfasciate; il lavoro incerto; tanti giovani si perdono, molti emigrano; qui da noi sempre più facce sradicate; lo Stato spesso è assente, la sanità fa acqua e ha perso credibilità, come la giustizia e la politica; la Chiesa, beh, soprassiedo; la scuola è un ricettacolo di ideologie; lo sport non è più quello solito; faticare a distinguere il vero dal verosimile è l’ordinario quotidiano, essendoci anche l’AI o IA che dir si voglia.
In un certo senso è come se aleggiasse un senso di morte sulla nostra civiltà, almeno quella di cui avevamo ereditato il senso e le rappresentazioni, avendone il polso fino a pochissimi anni addietro.
Vengo al punto, perchè a chiedere d’essere meditata è proprio la morte come misericordia di Dio.
Un breve scritto non può essere un trattato sistematico: indico subito il dettaglio da condividere, lasciando che ognuno sappia destreggiarsi in quello che vi si collega: la morte, sorella, non fa paura.
Vedendola vicina -personalmente se c’è una malattia o un incidente e collettivamente nel caso di tragedie più grosse o del dramma dell nostra civiltà morente- possiamo guardarla con grande rispetto, ma anche con lo sguardo che l’oltrepassa: uno sguardo cristiano.
La verità di fede, come sosteneva Mons. Livi, presuppone una verità del senso comune: chi sta per morire è tentato dal demonio a disperarsi. Si è in lotta, nell’agone, in agonia, ma invece dell’agonismo necessario, che sta in un volto sereno, viene seminato il tarlo triste del finire, inutili e sconfitti.
Nel mondo termosifone pullulante di data center energivori e calorigeni, il “dato” mi riduce a una stringa alfanumerica; come sto tra gli altri dati è deciso da una probabilità figlia dei criteri della relazione imposti: rinchiuso in un algoritmo, sparisco in qualche directory, nella block chain che mi ripesca validandomi come vivo o anche come morto, destinato ad essere una coordinata, un token.
Perchè invece chi vive un sano agonismo, cristianamente inteso e ispirato, è rasserenante? Perchè, anche nel dolore più vivo, portando davvero la croce, l’opera di Dio in me mi supera anche morendo. Dio ha preso carne umana: abbiamo in comune con Dio il sangue e la carne. Questo mondo così sgangherato -che abbiamo costruito disattendendo quasi ogni comandamento divino- non vanifica l’aspetto più sorprendende e qualificante del momento del morire: l’incontro con Dio.
C’è vita oltre la morte. Lo testimoniano centinaia di casi studiati di NDE (near death experience), ai confini della morte. Quando l’anima e il corpo umani si separano (dolorosissimo distacco determinato dalle conseguenze del peccato) l’anima immortale “vede” finalmente ciò che la nostra esperienza decaduta aveva costretto alla nebulosità, alla foschia, alla tenebra per pochi istanti o svariati decenni. Il corpo si decompone (non sempre: vedasi certe riesumazioni di santi), ma per fede lo sappiamo destinato a ricongiungersi (in un modo che non sappiamo) all’anima.
Gesù ci ha uniti alla sua vita divina che la morte l’ha vinta risorgendo il terzo giorno (la sindone). Non è questo lo spazio per descrivere il giudizio particolare che riguarda le anime al momento dell’incontro con Dio ed il suo esito. Piuttosto vorrei concentrare l’attenzione sul morire.
In un certo senso moriamo ogni giorno (ad ogni Ave Maria che diciamo, la distanza tra “ora” (nunc) “e nell’ora della nostra morte” è una frazione di secondo più prossima di prima). Un contesto sociale e storico che ce lo ricorda di suo, non è da disprezzare. Ci accingiamo a giungere ad un incontro atteso. L’incontro è atteso anche da Dio che non è impaziente, ma comunque ci attende. L’incontro non giunge improvviso, se non come circostanza fortuita, perchè è nelle corde fin dal primo istante del nostro vivere nella creazione decaduta.
Se poi la nostra intelligenza naturale o artificiale ci ha istruiti ad un ventaglio di opzioni, che va dal non parlarne per scaramanzia a far della morte una cultura benefica per far tornare i conti dell’INPS, questo non cambia la realtà: giungere a vedere nitidamente, finalmente, dopo il tempo della foschia.
Non solo a vedere Dio, ma a vedere noi stessi nella verità con cui ci vede Dio, finite le maschere. In fondo quello che temiamo, in vita, non è davanti a noi, ma sta attorno a noi. La più scaltra astuzia del diavolo è di farci credere che la salvezza dipenda dai nostri sforzi. Dal farci negare la Grazia.
Giungo dove volevo: la morte, subentrata al peccato, è un atto di grande misericordia: una grazia. Questa misericordia ha introdotto il tempo, che per noi umani decaduti è la vicenda storica, biblicamente il mare che Apocalisse (Ap 21,1) spiega che non ci sarà più con cieli e terra nuovi.
Siamo stati creati per Dio (“per” di fine, non solo di mezzo: per la comunione con la Trinità). L’anima è la forma del corpo. Alla creazione non c’è il tempo e non c’è la morte. Il peccato è una frattura: per le creature spirituali (il diavolo) la decisione è istantanea (eternamente dannata), ma all’uomo e a tutta la creazione materiale è data la storia cosmica del tempo e delle relazioni. Viviamo il tempo della frammentazione, un decadimento che abbisogna di agonismo, nella Grazia. La morte destina alla separazione dell’anima (per le creature che ce l’hanno) dal corpo. Se Adamo fosse rimasto nel giardino senza il tempo, la sua caduta sarebbe stata istantaneamente giudicata, come avvenne per Lucifero e i suoi angeli. La cacciata dell’uomo da Eden non è perciò un castigo, ma divina misericordia.
Sta qui la meraviglia: il Verbo prende carne umana, vive nel dolore la croce -guarda caso è piantata proprio sopra il sepolcro di Adamo-, sperimenta il distacco del corpo dall’anima, risorge -il sepolcro di Gesù, guarda caso, è nel giardino- ma non torna a morire (come ad esempio Lazzaro).
Non avviene istantaneamente: anche nella sindone ci sono le tracce di un passaggio dalla morte alla vita. Gesù (disceso agli inferi) incontra già risorto la Maddalena, ma le dice di non toccarlo perché non è ancora asceso al Padre; questo non lo ripeterà più tardi ai discepoli di Emmaus. Il suo corpo ora è glorificato e immortale; resterà nella carne tra i discepoli fino all’ascensione, quaranta giorni.
Redenzione, resurrezione e glorificazione avvengono nel tempo, in momenti diversi, ad opera di Dio che sta fuori dal tempo. A noi, ancora nel tempo, ha lasciato sè stesso nel Sacramento, ma la nostra storia è per un incontro atteso, non impaziente, veritativo, che va oltre la morte del corpo.
Non bisogna aver paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere sull’anima (Mt 10,28).
Anche se circondati da una cappa di morte, non sottraiamoci all’agone della vita e senza paura e preghiamo per i morti che sono già nella comunione dei santi, ma ancora in attesa del paradiso.
Ruggero Sangalli
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