L’inganno della Morte Cerebrale. Trapianti, Eutanasia e una nuova Antropologia. Cinzia Notaro.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Cinzia Notaro, che ringraziamo id cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista con il dott. Alfredo De Matteo. Buona lettura e diffusione.

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L’ inganno della morte cerebrale. Trapianti, eutanasia e una nuova antropologia 

 

Un libro del dott. Alfredo De Matteo studioso italiano che si occupa di bioetica, psicologia clinica e antropologia filosofica, con particolare interesse per le questioni riguardanti la tutela della vita umana. Dottore in psicologia clinica, ha svolto attività di divulgazione e ricerca sui temi della morte cerebrale, dei trapianti d’organo, dell’eutanasia e dell’etica medica. Ha collaborato con diverse riviste di approfondimento culturale e bioetico ed è stato membro del Comitato della Marcia per la Vita dal 2011 al 2019.

Il tema della morte cerebrale rappresenta uno dei più complessi e controversi dibattiti della medicina contemporanea, perché coinvolge non soltanto l’ambito clinico, ma anche questioni di carattere etico, filosofico, giuridico e antropologico.

A partire dagli anni Sessanta, con lo sviluppo delle tecniche di rianimazione e dei primi grandi progressi nel campo dei trapianti d’organo, la medicina si è trovata davanti alla necessità di definire nuovi criteri per stabilire il momento della morte.

Nel 1968 il rapporto del comitato della Harvard Medical School introdusse il criterio neurologico della morte cerebrale, modificando il tradizionale riferimento alla cessazione delle funzioni cardiache e respiratorie e aprendo un ampio dibattito internazionale sulle implicazioni di questa definizione.

L’autore affronta questo tema attraverso una prospettiva interdisciplinare, mettendo in relazione la storia della medicina dei trapianti, le questioni scientifiche legate alla definizione di morte, le riflessioni filosofiche sul significato della persona umana e gli aspetti giuridici che regolano l’accertamento della morte e la donazione degli organi.

Propone altresì, una lettura critica del concetto di morte cerebrale, interrogandosi sul rapporto tra attività cerebrale, vita biologica e identità della persona.

La sua analisi si inserisce nel più ampio dibattito della bioetica contemporanea, dove si confrontano diverse concezioni dell’essere umano: da una parte una visione che attribuisce al cervello il ruolo fondamentale nell’identità personale, dall’altra una prospettiva che considera la persona come un’unità complessa di corpo, vita e dimensione spirituale.

Approfondisce anche le conseguenze etiche e giuridiche del criterio della morte cerebrale, ponendo domande sul rapporto tra tutela della vita, consenso alla donazione degli organi, responsabilità medica e scelte di fine vita.

Questi interrogativi rendono il tema particolarmente rilevante non solo per il mondo sanitario, ma per l’intera società.

Dott. De Matteo, qual è stata la motivazione principale che l’ha spinta a scrivere L’inganno della morte cerebrale? C’è stato un episodio, uno studio o un’esperienza che ha dato origine a questa ricerca?

La domanda da cui è nato questo libro è molto semplice: quando muore davvero un uomo?

Si discute di trapianti, di eutanasia, di consenso informato, di fine vita, ma raramente ci si interroga sul presupposto da cui tutto dipende: che cos’è la morte e chi è l’uomo?

La mia ricerca non è nata da un episodio particolare, bensì dalla progressiva consapevolezza che il concetto di morte è stato profondamente modificato negli ultimi decenni. Mi sono reso conto che quella che viene comunemente presentata come una conquista della medicina è, in realtà, una ridefinizione del concetto stesso di morte. Si tratta di un salto concettuale enorme, perché non riguarda soltanto la pratica clinica, ma il modo in cui una civiltà concepisce la persona umana.

Pertanto, ho iniziato a studiare la storia della morte cerebrale, le sue origini, le argomentazioni scientifiche, le implicazioni filosofiche e giuridiche. Più approfondivo la questione, più mi convincevo che non ci trovavamo di fronte a un semplice problema medico, ma a una delle più importanti rivoluzioni antropologiche del nostro tempo.

Questo libro nasce dall’esigenza di riportare il dibattito al suo punto di partenza. Prima di parlare di “donazione degli organi”, dobbiamo rispondere a una domanda molto più radicale: la persona dalla quale quell’organo viene prelevato è davvero morta?

Nel libro sostiene che la morte cerebrale non coincida con la morte della persona. Quali sono le principali evidenze scientifiche, cliniche e filosofiche che la portano a questa conclusione?

La questione non può essere affrontata limitandosi al piano clinico, perché il concetto stesso di morte non appartiene esclusivamente alla medicina. La medicina può descrivere ciò che accade a un organismo, ma non può decidere, da sola, quando una persona debba essere considerata morta. Questa è inevitabilmente anche una questione filosofica, antropologica e giuridica.

Nel libro mostro come il criterio neurologico della morte non sia nato da una nuova scoperta scientifica, ma da una ridefinizione del concetto di morte. È un passaggio decisivo. Per secoli la morte è stata riconosciuta attraverso la cessazione irreversibile dell’unità dell’organismo. Con la morte cerebrale, invece, si identifica la morte della persona con la perdita irreversibile delle funzioni encefaliche, nonostante il corpo continui a manifestare numerose attività proprie di un organismo vivente.

Ed è proprio questo il punto. Se un organismo mantiene la circolazione, il metabolismo, la risposta immunitaria, la capacità di cicatrizzare le ferite e, in alcuni casi documentati, perfino quella di portare a termine una gravidanza, è legittimo chiedersi se ci troviamo realmente di fronte a un cadavere oppure a un essere umano che necessita di cure e assistenza, quindi ancora biologicamente vivo.

Nel libro non mi limito a porre questa domanda: analizzo la letteratura scientifica, la riflessione filosofica e le implicazioni giuridiche che ne derivano. Alla fine, il lettore comprenderà che la questione non è semplicemente quando il cervello smette di funzionare, ma una domanda molto più radicale: l’uomo coincide davvero con il suo cervello?

La maggior parte delle società scientifiche considera la morte cerebrale un criterio valido di morte. Come interpreta questo consenso e quali ritiene siano le criticità del dibattito scientifico attuale?

Si parla spesso di un consenso scientifico sulla morte cerebrale come se si trattasse di una realtà univoca e universalmente definita. In realtà, basta confrontare i protocolli di accertamento della morte cerebrale adottati nei diversi Paesi per accorgersi che non esiste un accordo neppure sui criteri fondamentali per dichiarare morto un paziente.

La comunità scientifica, infatti, non ha mai raggiunto una posizione uniforme su una questione decisiva: quali funzioni cerebrali debbano cessare perché una persona possa essere dichiarata morta. Alcuni ordinamenti richiedono la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero encefalo, mentre altri attribuiscono rilievo prevalentemente al tronco encefalico. Se il criterio di morte fosse un dato puramente scientifico, ci si aspetterebbe una sostanziale uniformità. Questa uniformità, invece, non esiste.

A ciò si aggiunge un secondo problema: i test clinici oggi disponibili non sono in grado di dimostrare la cessazione definitiva e irreversibile di tutte le funzioni cerebrali. Essi consentono di accertare l’assenza temporanea di alcune funzioni neurologiche, ma non possono verificare in modo assoluto che ogni attività dell’encefalo sia definitivamente cessata. Anche sotto questo profilo permane un margine di incertezza che difficilmente si concilia con una definizione di morte presentata come scientificamente indiscutibile.

Per questo motivo il dibattito non si è mai realmente concluso. Autorevoli medici, neurologi, filosofi, giuristi e bioeticisti continuano a interrogarsi sulla validità del criterio neurologico e sulle sue implicazioni antropologiche e giuridiche.

Il consenso può descrivere ciò che molti ritengono vero, ma non può trasformare una definizione convenzionale in un fatto biologico.

Lei dedica ampio spazio alla questione dei trapianti d’organo. Se il criterio della morte cerebrale fosse superato, quali alternative eticamente e giuridicamente sostenibili proporrebbe per continuare a promuovere la donazione degli organi?

Ritengo che la questione debba essere affrontata partendo da un principio fondamentale: la definizione della morte non può essere costruita in funzione delle esigenze della pratica dei trapianti. Al contrario, è la pratica dei trapianti che deve adattarsi alla verità sulla morte.

L’obiettivo del libro è quello di verificare se il criterio della morte cerebrale descriva realmente la morte della persona. Se questa premessa dovesse risultare infondata, sarebbe inevitabile ripensare completamente anche l’attuale sistema dei trapianti.

Quando è in gioco la vita di una persona, il criterio etico fondamentale deve essere uno solo: nessun organo può essere prelevato finché non vi sia la certezza della morte del donatore. Ogni altro interesse, per quanto nobile, deve rimanere subordinato a questo principio.

Nel sottotitolo del libro compare anche il tema dell’eutanasia. Qual è il legame che vede tra la ridefinizione del concetto di morte, la pratica dei trapianti e il dibattito sull’eutanasia?

A prima vista possono sembrare questioni completamente diverse. In realtà, a mio giudizio, sono espressione di una medesima trasformazione antropologica.

Nella tradizione filosofica classica la persona non è mai stata definita a partire dalle sue prestazioni, ma dal suo statuto ontologico. La dignità dell’essere umano era riconosciuta come intrinseca, cioè appartenente alla persona in quanto tale, indipendentemente dall’età, dallo stato di salute, dal grado di coscienza o dalle capacità cognitive. Negli ultimi decenni, invece, si è progressivamente affermata una concezione funzionalista della persona, secondo la quale il valore della vita dipenderebbe da determinate funzioni, come la coscienza, l’autonomia o l’attività cerebrale.

In questa prospettiva, se la morte cerebrale identifica la persona con il cervello, la pratica eutanasica si fonda sul presupposto che alcune vite non siano più degne di essere vissute. Ad una lettura superficiale le due questioni appaiono separate. Tuttavia, il principio antropologico che le sottende è lo stesso: il valore della persona non dipende da ciò che essa è, ma da ciò che essa è in grado di fare.

È proprio questo, a mio avviso, il passaggio culturale più preoccupante. Se il valore della persona viene fatto dipendere dalla performance biologica, cambia inevitabilmente anche il giudizio sulla sua esistenza. Il paziente gravemente cerebroleso non è più considerato innanzitutto una persona bisognosa di cure e assistenza, ma un soggetto che può essere dichiarato morto in base a criteri neurologici stabiliti a tavolino; allo stesso modo, il malato inguaribile può essere considerato una vita non più degna di essere vissuta. In entrambi i casi, il giudizio non riguarda più la persona in quanto tale, ma le sue capacità funzionali.

Per questo motivo ritengo che la morte cerebrale e l’eutanasia non rappresentino due questioni indipendenti, ma due tappe di uno stesso percorso culturale, nel quale la dignità della persona viene progressivamente subordinata alla sua funzionalità.

Lei parla di “una nuova antropologia”. Che cosa intende con questa espressione e in che modo ritiene che essa stia influenzando la medicina, la bioetica e la società contemporanea?

Con l’espressione “nuova antropologia” mi riferisco a un cambiamento profondo nel modo di concepire la persona umana. Come già ho accennato in precedenza, per secoli la nostra civiltà ha riconosciuto nell’uomo una dignità intrinseca, fondata sull’essere e non sulle sue qualità, sulle sue capacità o sul suo stato di salute. Oggi, invece, si tende sempre più a identificare la persona con alcune sue funzioni, in particolare quelle cerebrali.

In questa prospettiva, la coscienza, l’autonomia, la capacità di relazionarsi o di manifestare determinate funzioni cognitive diventano il criterio con cui si misura il valore della vita umana. È un cambiamento radicale, perché sposta il fondamento della dignità dall’essere al funzionare.

La morte cerebrale rappresenta uno degli esempi più significativi di questa trasformazione. Se si afferma che la perdita irreversibile delle funzioni encefaliche (o presunta tale) coincide con la morte della persona, pur in presenza di un organismo ancora biologicamente vivo, si sta implicitamente affermando che l’uomo coincide con il suo cervello. È questa l’idea che il libro analizza criticamente.

Le conseguenze di questa concezione vanno ben oltre il tema dei trapianti. Essa influenza il modo in cui guardiamo all’embrione, al neonato, al disabile grave, al malato in stato vegetativo, all’anziano affetto da demenza, fino ad arrivare alle questioni dell’eutanasia e del fine vita. Ogni volta che il valore della persona viene fatto dipendere dalle sue funzioni, si introduce inevitabilmente una distinzione tra vite degne e indegne di essere vissute.

Il messaggio centrale del libro è esattamente l’opposto: la dignità della persona non aumenta né diminuisce con le sue capacità. Appartiene all’uomo in quanto uomo e, proprio per questo, deve essere riconosciuta e tutelata in ogni fase della sua esistenza, soprattutto quando è più fragile e indifesa.

Nel corso della sua ricerca ha certamente preso in considerazione le obiezioni alla sua tesi. Quali considera le più solide e come risponde alle critiche provenienti dalla comunità scientifica e bioetica?

L’obiezione che ricorre più spesso è quella secondo la quale mettere in discussione il criterio della morte cerebrale significhi mettere in discussione la medicina moderna e, di conseguenza, i trapianti d’organo. È un’obiezione che nasce da un equivoco.

Il mio libro non contesta i progressi della medicina né l’importanza della ricerca scientifica, semmai contesta l’idea che una questione così decisiva come la definizione della morte possa essere considerata definitivamente risolta solo perché esiste una prassi consolidata o un orientamento prevalente. La nuova definizione di morte basata sulla cessazione delle sole funzioni cerebrali non è mai stata validata proprio da un punto di vista strettamente scientifico.

Un’altra obiezione consiste nell’affermare che, senza il criterio neurologico, la medicina dei trapianti non sarebbe più praticabile. Ma questa non è una dimostrazione della validità del criterio. È, semmai, il riconoscimento che l’intero sistema dei trapianti dipende da quel presupposto. La domanda, allora, rimane la stessa: quel presupposto è vero?

Ritengo che su una questione tanto fondamentale non sia sufficiente richiamare il consenso o le esigenze della pratica clinica. Se è in gioco la vita di una persona, il criterio utilizzato per dichiararne la morte deve essere fondato su certezze, non su convenzioni o su tesi controverse e mai dimostrate.

Il libro affronta temi che coinvolgono anche il diritto, la politica sanitaria e la comunicazione pubblica. Ritiene che i cittadini ricevano un’informazione completa e trasparente sul significato della morte cerebrale e sul consenso alla donazione degli organi?

Ritengo che l’informazione fornita ai cittadini sia gravemente incompleta. Le campagne istituzionali insistono sull’importanza della solidarietà e della donazione degli organi, ma dedicano pochissimo spazio al dibattito scientifico, clinico e filosofico che riguarda il criterio della morte cerebrale.

Molti cittadini sono convinti che la morte cerebrale corrisponda semplicemente alla cessazione di ogni attività dell’organismo. In realtà, come documentato nel libro, il paziente dichiarato in morte cerebrale mantiene attive numerose funzioni biologiche che non appartengono a un cadavere propriamente detto ma a una persona ancora viva fino a prova contraria.

In definitiva, un consenso può dirsi libero solo se la persona conosce non soltanto le finalità della donazione, ma anche i presupposti sui quali essa si fonda.

Se potesse proporre una riforma dell’attuale sistema di accertamento della morte o della normativa sui trapianti, quali sarebbero i principi fondamentali che suggerirebbe di adottare?

Più che proporre un nuovo sistema di accertamento della morte, ritengo necessario recuperare quello che per secoli è stato il criterio universalmente riconosciuto: la definizione tradizionale di morte, fondata sulla cessazione definitiva delle funzioni vitali dell’intero organismo e confermata dai segni cadaverici.

La morte non è una convenzione giuridica né una definizione elaborata per rispondere alle esigenze della medicina dei trapianti. È un evento biologico che il medico ha il dovere di riconoscere, non di ridefinire. Per questo motivo ritengo che l’accertamento della morte debba fondarsi esclusivamente su criteri che offrano la certezza che la persona sia realmente deceduta.

Se si recuperasse questo principio, bisognerebbe prendere atto di una conseguenza inevitabile: il prelievo degli organi vitali non sarebbe più possibile. Può sembrare una conclusione radicale, ma è la logica conseguenza dell’adozione di una definizione della morte che precede e non dipende dalle esigenze del trapianto.

Nessun obiettivo terapeutico, per quanto nobile, può giustificare il rischio di anticipare la morte di una persona o di prelevare organi da chi non sia certamente morto.

In definitiva, non ritengo che sia la definizione della morte a doversi adattare ai trapianti. È l’intera pratica dei trapianti che deve rispettare la verità sulla morte. Quando è in gioco la vita umana, il primo dovere della medicina è quello di non oltrepassare questo limite.

Dopo la pubblicazione del libro e alla luce degli sviluppi scientifici più recenti, ci sono aspetti delle sue riflessioni che oggi approfondirebbe ulteriormente oppure modificherebbe? Quale messaggio desidera lasciare ai lettori, ai professionisti della salute e ai decisori politici che si confrontano quotidianamente con questi temi?

Se dovessi riscrivere oggi il libro, non ne modificherei l’impianto di fondo. Al contrario, gli sviluppi più recenti confermano quanto sia necessario riaprire il dibattito sulla definizione di morte e sui suoi presupposti antropologici, scientifici ed etici.

Il messaggio che desidero lasciare ai lettori è un invito a non accontentarsi delle formule preconfezionate, ma ad affrontare questi temi con spirito critico, senza pregiudizi e senza timore di porsi domande difficili. Quando è in gioco la vita umana, il dubbio ragionevole non rappresenta un ostacolo al progresso della medicina, bensì una garanzia di responsabilità.

Ai professionisti della salute e ai decisori politici ricordo che una società autenticamente civile si misura dal modo in cui tratta i suoi membri più fragili. Se perdiamo la capacità di riconoscere la dignità della persona proprio quando essa è più vulnerabile e dipendente dagli altri, rischiamo di smarrire il fondamento stesso della nostra civiltà.

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