I$r@ele: la Macchina del Fango su Karim Khan, il Gen*oci*dio Pratica Quotidiana in Cisgiordania.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione su quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Occidente. Buona lettura e diffusione.

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Il primo è questo post su Instagram:

Nel passato, Israele preferiva operare dietro le quinte. Quando tentò di pressionare il procuratore precedente Khan Fatou Bensouda, lo fece in modo discreto.

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha stabilito un nuovo precedente. Israele ha rivendicato la proprietà fin dall’inizio e non ha tentato di nascondere a Khan né al mondo esterno che era dietro queste accuse.

Ha inviato una squadra del Mossad a La Haye, dove Khan vive, per intimidirlo. Ha inviato messaggi attraverso un avvocato britannico a Khan, anche se l’avvocato ha affermato di essere MEE che parlava solo personalmente.

Finalmente, Netanyahu stesso ‘ha rivelato’ che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo è stato fatto ore prima che The Guardian affermasse che c’era una seconda donna che stava per presentarsi.

Niente, naturalmente, è successo.

Khan ha mantenuto la sua posizione e la sua convinzione che l’ICC, di tutti i tribunali, rispetterebbe il processo legale. La seconda fede potrebbe essere stata mal collocata.

Le accuse contro Khan sono state indagate per oltre un anno dall’Ufficio delle Servizio Interni di Controllo (OIOS). Ha fatto 137 scoperte, nessuna delle quali ha portato a una condanna o a una violazione del dovere, tanto meno a una condanna o a una violazione del dovere.

Le prove raccolte dall’OIOS sono state esaminate meticolosamente da un gruppo di tre giudici internazionali nominati dall’ASP.

Questo panel giudiziario ha deciso che le scoperte dell’OIOS “non stabiliscono una condanna o una violazione del dovere” da parte di Khan. Le opinioni espresse in questa colonna appartengono all’autore e non necessariamente riflettono la politica editoriale di MEE.

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Poi c’è questo articolo pubblicato su Facebook da Luciano Tovaglieri:

SAMA SAFI, VENT’ANNI, MALATA, AMERICANA. E IN CARCERE SENZA PROCESSO. IL SILENZIO COMPLICE DELLA POLITICA STATUNITENSE E IL RUOLO CRiMINALE DELL’AIPAC
Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS 🔥 Fuoco Italico
Ci sono vicende che da sole bastano a smascherare tutta la retorica occidentale sui diritti umani. Una di queste ha il volto di Sama Safi, vent’anni, cittadina statunitense, studentessa di psicologia, residente a Ramallah, nella Cisgiordania occupata.
All’alba del 2 giugno, soldati israeliani hanno fatto irruzione nella casa della sua famiglia e l’hanno trascinata via. Da allora è detenuta senza che nei suoi confronti sia stata formalizzata alcuna accusa. Nessun processo. Nessuna condanna. Nessuna possibilità di difendersi davanti a un tribunale.
Ma la storia diventa ancora più inquietante.
Sama soffre di una grave malattia cronica autoinfiammatoria che la costringe ad assumere quotidianamente farmaci indispensabili per la sua sopravvivenza. Suo padre ha cercato di spiegare inutilmente ai militari e alle autorità israeliane la gravità delle sue condizioni, ma per diversi giorni quei farmaci le sono stati negati, mettendo deliberatamente a rischio la sua salute.
Solo dopo le proteste suscitate dal suo caso le è stato consentito di ricevere cure mediche. Ma è stata una parentesi di brevissima durata: terminate le cure, è stata immediatamente ricondotta dietro le sbarre, nel carcere di Damon, dove, secondo le denunce dei suoi sostenitori, continua a essere detenuta in condizioni estremamente dure.
A sovrintendere quel sistema penitenziario è Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, che non ha mai nascosto la propria volontà di rendere sempre più severe le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi. Lo stesso Ben-Gvir che pochi giorni fa ha guidato migliaia di coloni nell’ingresso sulla Spianata delle Moschee durante la preghiera islamica, alimentando ulteriormente una tensione già esplosiva.
Ma questa vicenda non riguarda soltanto Israele.
Riguarda anche gli Stati Uniti.
Perché il governo israeliano continua a beneficiare di un enorme sostegno politico, diplomatico, economico e militare garantito dal Congresso americano. E qui entra in scena uno degli attori più influenti della politica statunitense: l’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee.
L’AIPAC è probabilmente la più potente organizzazione di lobbying filo-israeliana degli Stati Uniti. Da decenni investe decine di milioni di dollari per sostenere candidati favorevoli alle politiche del governo israeliano e per ostacolare, anche attraverso campagne elettorali estremamente aggressive, quei parlamentari che chiedono una riduzione degli aiuti militari o che criticano l’operato di Israele.
Secondo gli stessi promotori della campagna in favore di Sama Safi, il messaggio che l’AIPAC invia ai parlamentari americani è tanto semplice quanto inquietante: se votate contro gli aiuti militari a Israele, perderete il nostro sostegno economico; se denunciate gli abusi commessi contro il popolo palestinese, finanzieremo i vostri avversari politici.
È il trionfo della pressione lobbistica sulla coscienza morale.
Naturalmente ogni organizzazione ha il diritto di sostenere le idee che ritiene giuste. Ma quando il peso del denaro diventa così determinante da condizionare il dibattito democratico su questioni che riguardano la guerra, la pace e i diritti fondamentali delle persone, il problema non è più soltanto politico: diventa un problema di democrazia.
Il caso di Sama Safi, però, è soltanto la punta dell’iceberg.
Da anni migliaia di palestinesi vengono arrestati attraverso il ricorso alla cosiddetta detenzione amministrativa, uno strumento che consente di privare una persona della libertà per lunghi periodi senza un processo ordinario e sulla base di elementi che, in molti casi, non vengono nemmeno resi pubblici alla difesa. Organizzazioni internazionali per i diritti umani denunciano da tempo il ricorso estensivo a questa pratica, soprattutto nei confronti della popolazione palestinese.
Non si tratta quindi soltanto della storia di una ragazza americana.
Si tratta di un sistema che continua a suscitare profonde polemiche sul rispetto delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto.
Eppure, mentre ogni presunta violazione dei diritti umani commessa da alcuni Paesi viene immediatamente trasformata in una questione mondiale, davanti a episodi come questo cala troppo spesso un silenzio assordante.
Se Sama Safi fosse stata arrestata senza processo in uno Stato considerato ostile all’Occidente, probabilmente assisteremmo a campagne mediatiche quotidiane, a risoluzioni internazionali, a richieste di sanzioni e a interminabili dibattiti televisivi.
Quando invece ciò accade in Israele, tutto sembra improvvisamente diventare più complicato, più sfumato, più giustificabile.
Ma i diritti umani, se vogliono davvero essere universali, non possono cambiare valore a seconda della bandiera di chi li viola o dell’alleato politico di turno.
La libertà, il diritto alla difesa, il giusto processo e il rispetto della dignità della persona non possono essere principi da applicare a geometria variabile.
Ed è proprio per questo che la vicenda di Sama Safi merita di essere conosciuta, discussa e approfondita, al di là di ogni appartenenza politica o ideologica.
***
E infine c’è questo post pubblicato sul suo profilo Substack, che vi consigliamo di visitare, da Lavinia Marchetti. Un articolo un po’ lungo, ma vale la pena scorrerlo, anche perché non dimentichiamo che il nostro governo e parte dell’opposizione sono complici di ciò che si sta perpetrando.

Come funziona un genocidio?

Ventiquattro ore d’inferno in Cisgiordania per capire come si rende impossibile la vita di un popolo

Stanotte non avevo sonno, il genocidio colpisce in primis chi lo subisce, ma in una parte infinitesimale anche chi lo studia in diretta, tutti noi. Possiamo provare a minimizzare gli effetti sulla psiche di tre anni di visione di morte, distruzione, ingiustizia, devastazione, ma li paghiamo anche noi, almeno chi ha ancora una coscienza installata tra la neocorteccia e l’anima. Quindi ho seguito la giornata, le notizie, i video tra Gaza e Cisgiordania. Ho deciso, per una volta, di mostrare solo la West Bank. Che cosa ho visto in ore di insonnia e rielaborazione diurna? Un bambino sbattuto contro una porta a Hebron, circondato dai soldati. Una casa che prende fuoco a Urif. Una moschea data alle fiamme a Kur. Poi Huwara, Qusra, Beitillu, Al-Ram. Automobili incendiate, negozi fatti chiudere, uomini inseguiti per strada, mitra puntati al torace.

Mi sono fermata.

Ho iniziato a pensare. Uno dei modi più efficaci per mentire sulla Cisgiordania consiste nel dividere e frammentare ciò che accade e poi rinominarlo. Un po’ come hanno fatto i TG di regime della Rai chiamando escursionisti i coloni invasori israeliani. Ecco che per magia un incendio doloso in una moschea si trasforma in vandalismo. Un bambino portato via in carcere (e che carceri..) diventa un fermo. Una strada bloccata diventa un problema di sicurezza generico, così non fanno circolare interi quartieri. Una casa assalita con mazze e spranghe finisce fra le notizie locali. Presi separatamente sono piccoli episodi. Messi assieme cambia tutto.

La Convenzione del 1948 definisce genocidio alcuni atti compiuti con l’intenzione specifica di distruggere, interamente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Fra questi atti figurano l’uccisione, il grave danno fisico o mentale e l’imposizione deliberata di condizioni di vita capaci di condurre alla distruzione del gruppo. Un solo giorno, da solo, non stabilisce quell’intenzione davanti a un tribunale. Può però mostrarci come si interviene sulle condizioni necessarie alla vita collettiva assommate a centinaia di miglia di questi episodi distribuiti in 80 anni di colonialismo.

Nel video 1 vediamo un ragazzo che è stato arrestato dopo essere stato aggredito nei pressi della Città Vecchia di Hebron, mentre le forze israeliane garantivano la sicurezza di un’incursione dei coloni.

Ieri la Cisgiordania appariva come un mosaico di fatti scollegati. In realtà, per chi ha un minimo di dimestichezza con la geografia dell’area poteva notare subito un centro preciso: Tell, villaggio palestinese a sud-ovest di Nablus.

Tutto comincia da Tell. Oppure da dove decidiamo di cominciare

Venerdì 24 luglio un gruppo composto da circa quaranta o cinquanta coloni era arrivato nei pressi delle abitazioni di Tell. Secondo i testimoni raccolti da Human Rights Watch, alcuni avevano lanciato pietre contro le case e cercato di entrare. Un colono armato avrebbe sparato a un palestinese. Il gruppo si sarebbe ritirato, tornando circa mezz’ora dopo insieme a soldati israeliani. Nei filmati verificati dall’organizzazione si vedono due coloni armati accanto a un militare; sono loro ad avviare il contatto fisico con alcuni palestinesi. Uno degli abitanti riesce a prendere un’arma. Seguono gli spari. Alla fine muoiono quattro palestinesi e due israeliani, uno dei quali militare.

L’esercito israeliano aveva inizialmente parlato di “escursionisti” (come i nostri TG che ripetono a pappagallo le veline IDF) entrati nell’area senza coordinamento. In seguito ha ammesso che alcuni erano armati. Reuters ha esaminato filmati nei quali uomini israeliani colpiscono palestinesi con i fucili; la voce di un ragazzino che urla «vendetta».

Nel video vedete i risultati (i morti, dove un paese intero si stringe attorno a loro e alle famiglie) dell’incursione coloniale.

La cronologia conta. Se cominciassimo a leggere i fatti dal palestinese che afferra l’arma, il resto scomparirebbe e nascerebbe la narrazione ottantennale dell’esercito di occupazione israeliana: ecco servito il solito attacco terroristico. Se invece si comincia dalle case circondate da uomini armati in un’area dove non dovrebbero neanche esserci, cambia la scena. Sono morti due israeliani. Certo. Poi ci sono quattro morti palestinesi e la ragione per cui quelle persone si trovavano faccia a faccia con un gruppo proveniente da un insediamento.

Il governo israeliano ha scelto subito da dove cominciare. Netanyahu ha annunciato «azioni potenti», la demolizione della casa di uno dei palestinesi coinvolti e l’accelerazione di nuovi insediamenti. La scusa perfetta per velocizzare ciò che accadrebbe comunque. Smotrich ha chiesto di evacuare villaggi palestinesi della zona. Altri esponenti della destra hanno invocato bombardamenti e distruzioni. Il giorno dopo l’esercito aveva interrogato ottanta abitanti di Tell, arrestandone undici; secondo il sindaco, circa settanta persone erano state trattenute in un centro d’interrogatorio improvvisato dentro una casa.

Stamattina, data in cui scrivo, 26 luglio 2026, i militari avevano già fermato altre ventiquattro persone nel governatorato di Nablus e misurato l’abitazione di Farouq Ramadan, uno dei palestinesi uccisi, in preparazione della demolizione. La famiglia non poteva più entrarvi. Così funzionano le cose da quelle parti.

Eccolo, il passaggio. Spieghiamolo bene, per punti.

  • Un gruppo di coloni entra armato in un villaggio palestinese.
  • Dopo gli scontri, perché qualche volta i palestinesi provano a difendersi dall’invasore, lo Stato punisce l’intero villaggio palestinese.
  • La casa da abbattere è palestinese.
  • Le persone interrogate sono palestinesi.
  • La nuova colonia promessa come risposta politica sarà costruita sulla terra occupata.

Facile no?

Venerdì pomeriggio. La vendetta percorre le strade

La morte di Benayahu Mellet, responsabile della sicurezza dell’avamposto di Havat Gilad, viene accompagnata durante il funerale dalle invocazioni alla vendetta. Nel giro di poche ore i coloni raggiungono numerosi villaggi attorno a Nablus. Persino il Times of Israel parla di devastazioni compiute in oltre dieci località. A Far’ata vengono incendiati edifici e sette palestinesi restano feriti. A Sarra vengono colpite almeno sei abitazioni, cinque automobili e terreni agricoli. Alcune famiglie fuggono mentre le case bruciano.

Le immagini da FAR’ATA

 

In questo video 2, da SARRA possiamo vedere gravi danni sono inflitti a un’abitazione palestinese dopo che coloni israeliani le hanno dato fuoco nella zona di Kafrou, tra i villaggi di Sarra e Tell, a sud-ovest di Nablus.

 

Un’abitante di Sarra ha raccontato che la famiglia si era spostata per mettere al riparo i bambini. Appena usciti, i coloni hanno incendiato l’abitazione. Un nipote è svenuto per il fumo. I residenti sostengono che i militari fossero presenti e abbiano assistito senza intervenire. Il giorno seguente, quando altri coloni hanno cercato di entrare di nuovo, l’esercito ha sparato gas lacrimogeni verso gli abitanti, i soccorritori e i giornalisti.

Schema (di nuovo)

  • Prima arrivano i coloni.
  • Gli abitanti cercano di respingerli.
  • Poi arriva l’esercito e controlla, arresta e reprime gli abitanti.

Non serve inventare un coordinamento segreto. La collaborazione è visibile nel risultato. Il colono possiede libertà di movimento, spesso un’arma e una strada aperta verso il villaggio. Il palestinese deve proteggere la casa e, contemporaneamente, evitare la reazione del militare che accompagna o segue l’incursione.

Urif. Tentare di incendiare una famiglia

A Urif, a sud di Nablus, sono state incendiate attrezzature all’interno di una cava. Le fonti locali hanno riferito anche tentativi di dare fuoco alle abitazioni; altri resoconti parlano di una casa raggiunta dalle fiamme e di un giovane aggredito.

 

Nelle immagini compare una casa. È facile guardarla e pensare al danno materiale, magari una porta, una stanza, ma il punto è un altro. Quando qualcuno cerca di incendiare un’abitazione durante la notte, cosa sta comunicando agli occupanti dell’intero paese? Quello che faceva la mafia in Italia. Nessuna parete, nessun tipo di autorità li protegge più.

Urif si trova a sud di Nablus, in un’area esposta da anni alla pressione degli insediamenti e degli avamposti. Poco distante si trova Yitzhar, luogo di provenienza attribuito a numerosi gruppi responsabili di aggressioni contro villaggi palestinesi. Gli attacchi a Urif, Huwara, Einabus e Asira al-Qibliya ricorrono lungo la stessa fascia territoriale. A giugno B’Tselem aveva documentato un’incursione preparata in quattro villaggi della zona: coloni armati, almeno un soldato, bestiame rubato, automobili sottratte, spari e feriti.

Un singolo video dura pochi secondi, ma la pressione dura da decenni. Per questo metto solo adesso uno dei video più commoventi che ho trovato durante la giornata.

La bambina ha appena un mese. Era addormentata quando i coloni hanno incendiato l’abitazione di notte, i familiari sono riusciti ad estrarla tra il fumo e le fiamme e a metterla in salvo. Il nonno nel video dice: «Hanno assalito la casa mentre lei dormicchiava nel suo lettino. Siamo riusciti a tirarla fuori e a salvarla. Noi restiamo qui, signore».

Huwara. Una strada che appartiene sempre a qualcun altro

Huwara è tutt’altro che un luogo casuale. La cittadina si trova sulla strada principale a sud di Nablus, circondata da insediamenti e percorsa continuamente dai coloni. Nel giugno scorso decine di uomini armati avevano assalito officine e abitazioni, sparato, rubato pecore e automobili. Le strade erano state bloccate abbastanza a lungo da impedire l’arrivo dei soccorsi.

In questo video vediamo cosa succede quando un palestinese viene fermato, qui siamo a Huwara.

 

Le strade rappresentano una parte centrale di tutto questo. Servono a unire gli insediamenti e a separare i villaggi tra loro. Il colono può attraversare liberamente, come noi, in Europa. Il palestinese invece può essere fermato e respinto, o peggio picchiato brutalmente, oppure costretto a una deviazione di decine di chilometri secondo il capriccio del soldato di turno al check point. Sabato sera altri coloni hanno bloccato la strada fra Salfit e Qalqilia e colpito automobili palestinesi con pietre e bastoni.

 

La mappa politica della West Bank è tutt’altro che geografica (l’ho spiegato molto a lungo nel mio libro “Schegge da un genocidio”) può essere costruita anche con i tempi di percorrenza. Chi arriva al lavoro in venti minuti in qualche modo possiede la libertà di percorrere quella strada. Chi, invece, impiega due ore (ma a volte un’intera giornata se non viene fermato e arrestato) aspettando che un cancello militare venga riaperto, non possiede la sua quotidianità perché non possiede né lo spazio né il tempo e anche questo (anzi soprattutto questo) è Apartheid.

Qusra e Kur. Due moschee in una notte

Fra la notte del 25 e la mattina del 26 luglio, i coloni hanno incendiato due moschee.

A Qusra, a sud di Nablus, è stata colpita la moschea al-Rahma, ancora in costruzione. Sono bruciati legname e attrezzature. Sui muri sono apparse scritte in ebraico dedicate alla «vendetta di Benayahu», il colono morto a Tell. Come vedete tutto si intreccia e violenza genera altra violenza. Nella stessa zona è stata incendiata in parte anche un’abitazione di Beit Furik. L’esercito israeliano ha confermato di avere trovato tracce dell’incendio e le scritte; i responsabili erano già fuggiti.

 

Sui muri compaiono le scritte in ebraico «Vendetta per Benayahu», «Vendetta», «La Terra d’Israele è nostra» e «Il sangue ebraico non resterà impunito».

Poche ore dopo viene incendiata una seconda moschea nel villaggio di Kur, a sud di Tulkarm. Le fiamme danneggiano l’interno e alcune suppellettili. Sui muri compare la frase «Il sangue ebraico non è gratis». Gli abitanti intervengono prima che il fuoco distrugga l’intero edificio.

 

Qusra e Kur distano parecchi chilometri. Una è nell’area di Nablus, l’altra nel governatorato di Tulkarm. Le stesse ore, lo stesso metodo, lo stesso lessico della vendetta.

Chiamarle bravate di estremisti significherebbe perdere la parte essenziale. Gli autori si muovono dentro un territorio controllato dall’esercito israeliano, attraversano strade presidiate e raggiungono due luoghi di culto palestinesi. Dopo gli incendi lo Stato, come sempre accade, promette indagini. Prima degli incendi lo stesso Stato, aveva già armato migliaia di coloni e moltiplicato gli avamposti dai quali sono partite molte di queste aggressioni.

A gennaio un nuovo avamposto era stato eretto fra Qusra, Talfit e Jalud. Nel mese successivo B’Tselem aveva contato almeno dieci gravi attacchi contro gli abitanti: case incendiate, automobili distrutte, pestaggi e anche uccisioni, infatti a marzo un colono aveva ucciso Amir Odeh, ventotto anni.

La moschea incendiata ieri mattina ha già una storia precedente. Le fiamme arrivano alla fine di una strada già aperta.

Hebron. Chiudete i negozi, devono passare i coloni

In un altro filmato di ieri si vedono soldati israeliani nell’area antica di Hebron. I negozianti palestinesi sono stati obbligati a chiudere e lasciare la zona per consentire un’incursione dei coloni.

 

Questa è una prassi documentata da decenni e ancora attiva nell’area H2 della città.

Hebron è stata divisa in due nel 1997. H2 comprende la città antica e resta sotto controllo militare israeliano. Circa settemila palestinesi vivono oggi nella zona sottoposta alle restrizioni più rigide, insieme a poche centinaia di coloni. Quasi il quaranta per cento dei checkpoint permanenti dell’intera Cisgiordania si trova proprio lì. Dal maggio scorso un nuovo cancello limita una delle ultime vie di accesso alla città antica.

Il soldato ordina al commerciante di chiudere affinché il colono possa camminare “tranquillo”. Potrebbe sembrare, a chi non segue da vicino l’apartheid israeliano, di una misura temporanea. Ripetuta per anni, distrugge l’intero mercato, oltre ovviamente ai traumi per la popolazione. Più di cinquecento attività della città antica sono state chiuse con ordine militare e almeno altre millecento hanno cessato l’attività perché clienti e fornitori non riuscivano più ad arrivare.

Questa è la violenza che raramente viene riconosciuta come tale. Questa violenza è diversa dalle altre, in genere non c’è nessun morto e nessun edificio in fiamme. Si inizia da una serranda abbassata. Poi un’altra. Alla fine il quartiere palestinese risulta vuoto e qualcuno dirà che si è spopolato così da potersi insediare “legalmente” (secondo loro)

In quest’altro filmato un bambino viene fermato e trattato con violenza durante un’incursione.

In H2, i bambini attraversano checkpoint per raggiungere la scuola e possono essere trattenuti, perquisiti o costretti a mostrare documenti, spesso con modi sbrigativi e brutali. OCHA ha segnalato ritardi ripetuti persino per alunni ai quali venivano richiesti certificati di nascita o la presenza di un genitore.

Un bambino cresce imparando che la strada davanti a casa sua appartiene a un’altra popolazione. Difficile pensare a una forma più precoce di educazione politica.

Acqua, automobili, campi. Tutto ciò che permette di restare

La mattina del 26 luglio, mentre circolavano le immagini delle moschee, altri coloni hanno distrutto una conduttura idrica ad Al-Maniya, a sud-est di Betlemme. Quando gli abitanti hanno cercato di ripararla, sono state lanciate granate stordenti. La commissione palestinese competente attribuisce ai coloni 3.488 attacchi durante la prima metà del 2026.

OCHA, usando criteri più restrittivi e contando gli episodi con vittime o danni, aveva già registrato oltre 1.200 attacchi dall’inizio dell’anno entro il 10 luglio: circa sei al giorno, distribuiti in più di 240 comunità. Nello stesso periodo oltre 1.500 bambini avevano perduto la casa a causa delle aggressioni dei coloni, delle demolizioni e degli sfratti.

Nessun episodio, preso da solo, sembra sufficiente. Una pecora rubata. Un olivo sradicato. Il tubo dell’acqua tagliato. Un’automobile bruciata. Una famiglia che decide di dormire altrove per una notte.

Poi le notti diventano dieci. La cisterna resta vuota. Il pascolo diventa irraggiungibile. I bambini hanno paura di percorrere la strada. La famiglia carica i materassi su un camion.

B’Tselem ha contato, al 30 giugno, 63 comunità palestinesi completamente svuotate dall’ottobre 2023, per oltre 4.300 persone, e altre quindici parzialmente abbandonate. OCHA utilizza criteri differenti e registra 121 comunità interessate da uno spostamento totale o parziale dal gennaio 2023. Entrambe le rilevazioni descrivono lo stesso processo: le aggressioni e le limitazioni di accesso sono diventate una delle principali cause dell’espulsione dei palestinesi dalle aree rurali della Cisgiordania.

 

A che cosa abbiamo assistito in queste ventiquattro ore?

 

  • A coloni armati che entrano in un villaggio.
  • A quattro palestinesi e due israeliani morti.
  • Alla punizione collettiva del villaggio palestinese.
  • A case incendiate durante la notte.
  • A due moschee colpite in luoghi diversi.
  • A una rete idrica distrutta.
  • A strade bloccate e automobili prese a sassate.
  • A negozi palestinesi chiusi affinché i coloni potessero attraversare Hebron.
  • A ministri che trasformano una sparatoria nata da un’incursione in un’occasione per chiedere nuove espulsioni e nuovi insediamenti.

Questi sono solo gli episodi documentati, molti non ci arrivano, ma succedono ugualmente.

La Corte internazionale di giustizia ha stabilito nel 2024 che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, insieme al sistema che li sostiene, violano il diritto internazionale. Ha chiesto la cessazione immediata delle nuove attività coloniali e l’evacuazione dei coloni dal territorio occupato. Il governo israeliano continua nella direzione opposta.

Human Rights Watch, dopo i fatti di Tell, ha parlato del rischio di atrocità di massa. B’Tselem descrive la violenza congiunta di coloni ed esercito come una parte centrale della politica di espulsione delle comunità palestinesi. Sono organizzazioni diverse, con metodi e parole differenti. Il punto di arrivo è simile: l’impunità ha trasformato la Cisgiordania in una zona nella quale un nuovo massacro può cominciare dentro qualsiasi villaggio.

Allora, cos’è un genocidio?

È anche la morte sotto le bombe, certo. Gaza ha imposto al mondo immagini che nessuno potrà dire di avere ignorato. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso nel 2025 che esistevano ragionevoli motivi per ritenere presenti gli atti e l’intenzione richiesti dalla Convenzione sul genocidio nella condotta delle autorità e delle forze israeliane a Gaza.

La distruzione di un popolo può procedere anche occupandosi della sua vita ordinaria. La casa, l’acqua, la strada, il raccolto, la scuola, il luogo di preghiera. Tutto ciò che permette a una comunità di continuare a esistere nello stesso posto.

In Cisgiordania vediamo un processo più lento rispetto a Gaza. Le bombe lasciano il posto agli avamposti, alle ruspe e alle incursioni e agli incendi. A Gaza un edificio può sparire in pochi secondi. In Cisgiordania una famiglia viene spinta fuori un attacco alla volta, finché restare diventa un atto fisicamente insostenibile.

Il risultato, però, ci riguarda da vicino. Una terra con sempre meno palestinesi e sempre più insediamenti israeliani.

Stamattina avevo davanti decine di video. Domani saranno altri.

Possiamo continuare a chiamarli episodi. È esattamente ciò che rende possibile il giorno successivo.

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