Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni originate da un articolo di Daniele Trabucco. Buona lettura e meditazione.
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L’IMMUTABILE CHE MUTA SENZA MUTARE
L’articolo di Daniele Trabucco del 26 dicembre 2025 intitolato “Il paradosso che non contraddice: l’Incarnazione tra logica e metafisica”, pubblicato sul blog di Aldo Maria Valli, termina con questa affermazione riassuntiva:
«l’immutabile assume una natura mutabile senza perdere l’immutabilità. La mutabilità appartiene alla natura assunta, non alla natura assumens».
Al riguardo, si trova una perfetta risonanza con quanto afferma Efrem il Siro negli “Inni sulla fede” a proposito dello specchio:
«Esso, infatti, riflette l’immagine di tutti coloro che in esso si scrutano. E pur conservando la propria natura e non subendo alcuna alterazione […] quando gli sono messi di fronte oggetti colorati, esso cambia di aspetto, senza in verità cambiare».
Integrando e sintetizzando:
– lo specchio è l’immutabile, la natura assumens;
– lo specchiato è il mutabile, la natura assunta;
– il mutamento d’aspetto dello specchio non ne inficia l’immutabilità.
Dunque l’Incarnato s’incarna senza cessare de’essere Disincarnato, si fa Pieno senza cessare d’essere Vuoto, si fa Particolare senza cessare d’essere Universale.
L’Incarnazione assume una forma (natura assunta o natura naturata) conservando la non-forma della Disincarnazione (natura assumens o natura naturans).
Martin Heidegger: «L’essere si sottrae mentre si mostra».
Esattamente come la Verità che si ri-vela nel momento stesso che si svela. La qualcosa dovrebbe indurre ad un’estrema ed umile moderazione nel servirsi del rivelato per salire in cattedra e stigmatizzare gli errori altrui, posto che: «chi è senza peccato scagli la prima pietra», forse il precetto più disatteso.
Ora, il mostrarsi nella forma e nel contempo nascondendovisi – relazione immutabile-mutabile, invisibile-visibile, naturans-naturato – vuol dire che l’Essere-in-Sé è senza forma, vuoto, inesausta potenzialità creativa di forme.
Dal Post “Caffè filosofico”: «Nel pensiero maturo di Heidegger, la verità smette di essere una semplice corrispondenza tra intelletto e realtà (adaequatio rei et intellectus). Non è più un accordo. Non è più una misura. È piuttosto un accadere. Heidegger riprende il termine greco “aletheia”: verità come disvelamento. Ma il disvelamento non è mai totale. Non è mai definitivo. Ogni apparire porta con sé un nascondersi, ogni luce lascia qualcosa nell’ombra. È questa la struttura originaria dell’essere. Non una presenza piena, stabile, disponibile, ma un movimento: un darsi che, nello stesso gesto, si ritrae. Per questo Heidegger parla di “Ereignis”, evento: l’essere non è qualcosa che “c’è”, ma qualcosa che accade. Accade quando il mondo si apre, quando gli enti emergono, quando qualcosa si mostra, per un attimo, nella sua verità e tuttavia, proprio in questo mostrarsi, l’essere non si esaurisce. Rimane sempre un resto, un fondo non detto, una profondità che non si lascia possedere. È ciò che Heidegger chiama “Lichtung”, la radura: non la luce piena che elimina l’ombra, ma lo spazio aperto in cui luce e ombra coesistono, rendendo possibile l’apparire delle cose. Allora forse il problema non è che non capiamo abbastanza, forse è che pretendiamo che tutto sia chiaro. Ma l’essere non è trasparenza, è profondità, e la profondità, per esistere, ha sempre bisogno di ombra».
Il «bisogno di ombra»: il bisogno di Mistero! Vanamente soddisfatto attraverso la stesura del dogma e delle relative insufficienti “spiegazioni” che non ammettono repliche ed obbligano a credere.
Roberta Capelli: «La letteratura ‒ e la mentalità ‒ medievali risentono profondamente della dicotomia dogmatica, stabilita dalla filosofia Scolastica, tra Natura naturans, il divino, e Natura naturata, il creaturale, l’una espressione (materiale) dell’altra (ideale) e strumento di conoscenza, imperfetto e limitato ma veridico, dell’ineffabile infinitudine celeste: «Per visibilia invisibilia demonstramus», “dimostriamo ciò che non si può vedere attraverso ciò che vediamo”, scrive san Gregorio Magno nelle sue lettere (Epistola LII, in Patrologia latina, 77, 991). E, così, la verità della Natura si oppone all’artificio dell’Uomo, all’arte che distorce, con parole e immagini menzognere, il significato profondo delle cose».
Interessante: «l’arte che distorce, con parole e immagini menzognere, il significato profondo delle cose». C’è profumo apofatico.
Ora, considerata alla luce dell’osservazione di Efrem, la dicotomia, cioè la divisione in due, stabilita dalla Scolastica è quanto meno discutibile. C’è infatti una necessaria innegabile relazione fra l’assumente-naturante e l’assunto-naturato, fra l’immutabile e il mutabile, fra lo specchio e ciò che vi si riflette, fra l’informe e la forma, fra l’immoto e il moto, fra il centro e la circonferenza, fra l’invisibile e il visibile, fra la coscienza universale e la coscienza particolare, fra l’ideale e il materiale, fra il divino e l’umano, fra Cristo e Gesù: “unione ipostatica” è sinonimo di relazione-legame tra le due nature divina e umana che infatti sono unite ma senza confusione, mescolanza o perdita dell’identità di ciascuna natura. Divino e umano sono complementari, cioè si completano o integrano reciprocamente.
Di più, senza la relazione sistemi solari e galassie imploderebbero, come di fatto implodono sistemi politici, sociali e religiosi, in un modo o nell’altro impelagati nella competizione (anche interna) che è dicotomica piuttosto che nella relazione collaborante che fungerebbe da collante.
La relazione implica la distinzione senza separazione, cioè la complementarietà, fra lo specchio e ciò che vi si riflette, perciò fra Divinità e Umanità. Impossibile immaginare tanto uno specchio senza oggetti da riflettere, quindi inutile, quanto oggetti senza un specchio in cui riflettersi, e che perciò non potrebbero mai venire alla luce. Riflettente (universale) e riflesso (particolare) sono distinti ma non separati. Proprio – lo si nota di passaggio – come il pensiero pensante e il pensiero pensato. Stimolanti quesiti: donde viene il pensiero e dove va? Qual è la durata di un pensiero, ossia: quanto sosta un singolo pensiero nell’intervallo tra il punto di origine e il punto di riassorbimento? Un nanosecondo? Forse meno ancora? E se il pensiero è così rapidissimamente volatile, che credito gli si può dare?
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure (“Nascosto tra e foglie”): «In mezzo a ogni singolo respiro, dove i pensieri vani non trovano appiglio, lì è la Via».
La Via, la Verità, la Vita si trova dove il tempo e il movimento si fermano; dove il pensiero non può irrompere con la sua irriducibile instabile mediazione; dove regna l’inconcepibile Silenzio Fontale.
Il mutabile trova riscontro nella concezione buddhista di MUJO: l’impermanenza, la non (MU) permanenza (JO), che a sua volta trova riscontro nella locuzione latina «Sic TRANSIT gloria mundi»: “così passa la gloria del mondo”, ovvero, in senso lato, “come sono effimere le cose del mondo!”; come anche nel «PRAETERIT enim figura huius mundi»: “passa la figura di questo mondo” di Paolo, e nell’«omnia FERT aetas»: “il tempo porta via tutte le cose” di Virgilio.
MUJO, TRANSIT, PRAETERIT, FERT: il destino del mondo e del pensiero che pensa il mondo. E allora COSA RESTA se il mondo e il pensiero che pensa il mondo – compreso il pensiero religioso – trascorrono?
L’impermanente/mutante presuppone il permanente/immutabile, cioè lo sfondo vuoto, lo specchio quale sua origine-possibilità. Senza lo specchio, ovvero senza l’apofatico, cioè senza l’universale, il particolare, il catafatico, resterebbe annichilito: ad nihil. Infatti, tornando alla distinzione senza separazione, Goethe, in accordo con Heidegger, conferma la complementarietà: «L’universale e il particolare, coincidono: il particolare (il catafatico) è l’universale (l’apofatico) che appare in condizioni diverse».
«L’universale che appare in condizioni diverse» è «lo specchio che cambia aspetto senza in verità cambiare».
Da notare anche l’accordo tra Goethe e Gregorio Magno citato nel brano di Roberta Capelli: «dimostriamo ciò che non si può vedere attraverso ciò che vediamo». E Metastasio conferma: «Dovunque il guardo giro / immenso Dio, ti vedo / nell’opre tue t’ammiro / ti riconosco in me».
Più che intrigante quel «ti riconosco in me»: attestazione dello specchio interiore, cioè della Coscienza che riflette direttamente il mondo, cioè l’essere che si manifesta, ed è dotazione personale ad immagine e somiglianza dello Specchio universale che muta senza mutare e con la strabiliante implicazione che qui si lascia all’eventuale intuizione di chi sta leggendo, o, meglio, di chi sta meditando (non certo di chi sta leggendo la … propria replica).
Può essere di ausilio Erwin Schrödinger: «Il numero totale delle menti nell’universo è uno. In realtà, la coscienza è una singolarità che brilla in tutti gli esseri e di cui non si conosce plurale. Ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un’illusione (il maya indiano)».
Nell’antica India, Maya significava originariamente “Creazione”, quindi il potere di dare una forma, dal quale proveniva il mondo materiale, plasmato dagli dei. Sennonché la molteplicità delle forme fece dimenticare all’umanità l’essenza unica delle cose, il principio assoluto di realtà, piombandola in un mondo “caleidoscopico” di forme e strutture nel quale finì per credere, dimenticandosi della sua origine, della sua essenza. Fu così che la maya divenne sinonimo di “illusione”. Nello Zen, makyo significa “illusione, inganno, allucinazione, fantasia, trappola sensoriale”.
L’origine, l’essenza: mentre Paolo afferma che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta», Schrödinger dice di: «una singolarità che brilla in tutti gli esseri», dunque il conto torna: tra l’umano e il divino c’è un’arcaica pura relazione-complementarietà!
E ancora: «La coscienza è il teatro, e precisamente l’unico teatro su cui si rappresenta tutto quanto avviene nell’Universo, il recipiente che contiene tutto, assolutamente tutto, e al di fuori del quale non esiste nulla».
Coincidenza con la mistica indiana Niguma: «Ciò che vedi, senti, tocchi è la tua mente. Non c’è nulla fuori della mente. La mente è al di là di nascita e morte. L’essenza della mente è pura Coscienza, che non abbandona mai la realtà, nemmeno quando si sperimentano oggetti sensoriali. Nell’equanimità dell’Assoluto, non c’è nulla da rifiutare o da raggiungere».
E infatti lo Specchio è equanime: nulla rifiuta e nulla ha da raggiungere. Lo Specchio non sceglie cosa riflettere: riflette il tutto. Lo Specchio non seleziona grano e zizzania, poiché già stanno seguendo il loro destino.
Se quindi la distinzione senza separazione non può essere negata, ecco che essa vale anche per ciò che si appella Creatore e Creatura, in modo eminente per l’Essere umano che del Creatore è immagine e somiglianza: cioè un particolare/assunto/naturato che postula uno specchio, un universale/assumente/naturante: immagine e somiglianza dicono relazione, complementarietà. IMMAGINE E SOMIGLIANZA: virtuale teandria da realizzare.
E infatti Goethe dice: «Il particolare soggiace sempre all’universale; l’universale deve sempre adattarsi al particolare».
Ossia, la forma dipende dalla non-forma dello specchio che è vuoto e immutabile, mentre lo specchio si adatta allla forma, ovvero prende la forma e il colore di ciò che vi si specchia, conservando tuttavia la non-forma, il non-colore, la sua vacuità.
Può risultare interessante il buddhista “Sutra del Cuore” che così recita: «la forma è vuoto, il vuoto è forma», donde ancora una volta si evince la relazione distintiva non separante tra immutabile e mutabile. L’immutabile conferisce la sua vacuità (la sua “disincarnazione”) al mutabile, cioè alla forma (l’“incarnato”), che dal canto suo si “riveste” di vuoto, di ciò non potendosi rendere conto razionalmente, bensì soltanto recuperando la pura facoltà speculare, cioè contemplativa, lasciando andare qualsiasi elaborazione concettuale, che, se acquisita come esaustiva, finisce per costituire un astratto e sterile intellettualismo che si nutre si se stesso, ossia di una … maya.
La vacuità dello specchio, cioè dell’immutabile, non è assenza o carenza, al contrario è l’infinito spirituale, l’inconcepibile, sovrarazionale concentrato di tutte le forme, cioè del mutabile, che esso suscita, da «SUBS in alto e CITARE intensivo di CIERE, muovere, spingere, richiamare a vita» (etimo.it). Lo specchio suscita, cioè fa affiorare le forme e i colori, che senza di esso resterebbero nel nulla.
Per concludere, la distinzione SENZA separazione dà conto della relazione universale che, specialmente di questi tempi, sembra sprofondata nell’inconsapevolezza, per il subentro prepotente e violento della competizione alla collaborazione. Le dottrine di qualunque specie, in quanto elaborazioni intellettuali che presumono e provocano la distinzione E la separazione, comportano la descrizione-rappresentazione come rimedio alla separazione, ovvero, per riprendere l’espressione di Roberta Capelli: all’«l’arte che distorce, con parole e immagini menzognere, il significato profondo delle cose». Da ciò il caos imperante.
Ed il significato profondo delle cose risiede nella relazione, nella distinzione senza separazione, cioè nell’«l’immutabile che assume una natura mutabile senza perdere l’immutabilità», ossia ne «lo Specchio che cambia di aspetto, senza in verità cambiare».
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1 commento su “L’Immutabile che Muta senza Mutare. Il Matto.”
Caro Matto,
il Suo ragionamento parte da una formula corretta — «l’immutabile assume una natura mutabile senza perdere l’immutabilità» — ma poi la sviluppa in una direzione estranea alla fede cattolica.
Il Verbo, infatti, non si è mutato in uomo: ha assunto la natura umana. La natura divina è rimasta immutabile; la natura umana è stata assunta nell’unica Persona del Figlio. È questa la dottrina definita dal Concilio di Calcedonia: due nature unite «senza confusione, senza mutamento, senza divisione e senza separazione».
Anche l’immagine dello specchio usata da sant’Efrem è una metafora, non una definizione dell’unione ipostatica. Lo specchio riflette un’immagine; il Verbo, invece, ha assunto realmente una vera umanità. Da quella similitudine non si possono ricavare la vacuità buddhista, la coscienza universale o l’identificazione tra divino e umano.
Il problema del Suo scritto è precisamente questo: accosta sant’Efrem, Heidegger, Goethe, Schrödinger, lo Zen e la teologia cattolica come se esprimessero una medesima verità. Ma la fede cristiana non insegna che Dio sia un vuoto senza forma, che il mondo sia illusione o che tutte le coscienze siano manifestazioni di un’unica coscienza universale. Insegna la distinzione reale, anche se non l’estraneità, tra Creatore e creatura.
Essere creati a immagine di Dio non significa essere parti, riflessi o manifestazioni della sostanza divina. Significa ricevere da Dio l’essere, l’intelligenza e la libertà, rimanendo creature realmente distinte da Lui. Non vi è complementarietà ontologica, come se Dio avesse bisogno dell’uomo per completarsi: Dio è perfetto in se stesso; è la creatura ad avere bisogno radicalmente di Lui.
Neppure il dogma è il tentativo di imprigionare il Mistero. Il dogma non esaurisce Dio, ma custodisce ciò che Dio ha realmente rivelato, impedendo che il Mistero venga dissolto in una filosofia religiosa personale. L’apofatismo cattolico afferma che Dio supera ogni nostro concetto; non afferma che tutte le dottrine siano equivalenti o che nulla possa essere conosciuto con certezza.
Ed emerge qui un singolare paradosso. Lei contesta continuamente il Papa, accusandolo di essersi allontanato dalla fede cattolica; ma, su questo punto, è proprio il Papa a professare la dottrina cristologica di sempre, mentre è Lei a reinterpretarla attraverso categorie estranee alla Rivelazione.
Lei scrive spesso che «la cattolicità non è a Roma». Ma allora dove sarebbe oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica? Nella Chiesa visibile fondata da Cristo su Pietro e sui suoi successori, oppure nella Sua personale sintesi tra cristianesimo, Heidegger e buddhismo?
Forse non è Roma ad essersi allontanata dalla dottrina cattolica di sempre. Forse è Lei che, pur facendo credere di difenderla, la sta progressivamente sostituendo con una metafisica sincretistica che della fede cattolica conserva alcune parole, ma non più il significato.