Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul xewaxwntw disagio nel rapporto fra elettori ed eletti, a livello mondiale. Buona lettura e condivisione.
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di Matteo Castagna
Secondo Fareed Zakaria – conduttore del programma “Fareed Zakaria” sulla CNN e autore di numerosi saggi, tra cui “Age for Revolutions” – da Londra a Tokyo, i governi non riescono a soddisfare le aspettative create dalla rivoluzione tecnologica. E’ una notizia bomba, perché tutta la narrativa degli ultimi anni è incentrata, proprio, sugli investimenti degli Stati per la resilienza su questa complessa ed affascinante materia.
L’analista ne parla nella sua rubrica settimanale per il Washington Post. La Gran Bretagna ha insediato il suo settimo primo ministro, in poco più di un decennio. La Francia ne ha avuti quasi altrettanti, in pochi anni. Il suo prossimo presidente potrebbe essere Marine Le Pen, un tempo emarginata e più volte sconfitta.
In Germania, l’AfD, partito di destra radicale, minuscolo solo pochi anni fa, primeggia in tutti i sondaggi. Persino le democrazie dell’Asia orientale, spesso considerate stabili, prudenti e un po’ sonnacchiose, hanno visto i governi di Giappone, Corea del Sud e Taiwan in difficoltà a causa della crescente protesta popolare. Peraltro, dove i populisti sono al potere, la situazione non sembra affatto diversa. Donald Trump si aggira attorno al più basso indice di gradimento di qualsiasi presidente americano moderno, in questa fase del suo mandato.
Il prestigioso Istituto demoscopico Gallup ha iniziato a pubblicare dati sull’approvazione presidenziale a partire dal 1938. Dal 2025 pubblica i dati di gradimento del lavoro, derivanti da sondaggi distinti, della durata di più giorni. Attualmente, il 27% degli americani esprime “molta” o “abbastanza” fiducia nelle istituzioni fondamentali, un punto percentuale in più, rispetto al minimo storico registrato nel 2023.
La fiducia nelle grandi aziende tecnologiche è calata costantemente dal 32%, registrato quando Gallup le incluse per la prima volta nella classifica nel 2020; il punteggio odierno del 20% la porta a un nuovo minimo storico.
Tra le istituzioni valutate quest’anno, un dato unico è rappresentato dal fatto che le grandi aziende tecnologiche hanno registrato un’impennata nella percentuale di americani che esprimono poca o nessuna fiducia nei loro confronti, passata dal 32% nel 2025 al 41% di oggi. La domanda essenziale, a fronte delle “poli-crisi” che stiamo vivendo da circa trent’anni, come le chiama il Prof. Giulio Tremonti, è: le attuali democrazie sono ancora in grado di funzionare?
Nel mondo democratico, molti paesi tassano, indebitano la Nazione e spendono cifre esorbitanti. La spesa pubblica si attesta ora in media oltre il 40% del prodotto interno lordo, nei paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), e il rapporto tra debito pubblico e PIL in questi paesi è più che raddoppiato, dal 1996. Eppure, nessuno sembra averne tratto beneficio.
Perché è successo tutto questo? Per il dott. Zakaria, in parte è dovuto a fattori economici. Il costo elevato degli alloggi, la stagnazione dei redditi e la crescente disuguaglianza tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, con i gravi problemi sociali dovuti alla sempre più crescente immigrazione irregolare e criminale, hanno alimentato lo scontento generale dell’opinione pubblica.
La Francia, sotto la presidenza di Emmanuel Macron, secondo un’analisi di “Ernst & Young”, ha attratto più progetti di investimento estero di qualsiasi altro Paese europeo, per sette anni consecutivi. La Corea del Sud è un esempio di successo economico. Il Giappone sta vivendo una fase di ripresa. Eppure, i governi democratici sono assolutamente impopolari, quasi ovunque .
La spiegazione più importante – secondo l’autorevole analista americano – è che stiamo vivendo una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche della storia. Queste trasformazioni generano sempre profonda ansia e paura, più velocemente si presentano. Fra il 1880 e il 1920, l’elettricità, il telefono, le ferrovie, l’automobile e il cinema sconvolsero interi settori e stili di vita. Milioni di persone abbandonarono le campagne per trasferirsi in città, cambiando completamente la mentalità e la quotidianità. Il commercio globale sconvolse le economie locali, in particolare, progressivamente le botteghe sono state sostituite dalla grande distribuzione.
Nuove fortune apparvero, da un giorno all’altro, mentre le vecchie professioni scomparvero, l’identità e la tradizione passarono in secondo piano, mentre la religiosità cattolica, tipicamente italiana, si secolarizzava, accanto al cambiamento degli usi e dei costumi. In questo tumulto, la frustrazione e la rabbia trovarono sbocchi politici. Il dott. Zakaria sostiene che “la sinistra si rivolse al comunismo, mentre la destra al fascismo. Ne seguirono nuovi movimenti di massa, sconvolgimenti culturali e una guerra mondiale”.
La nuova rivoluzione è digitale, non elettrica, ed è iniziata con i computer, con internet, gli smartphone e i social media, e ora con l’intelligenza artificiale. Come ha affermato Demis Hassabis, di Deep Mind, la settimana scorsa: “In sostanza, abbiamo trovato un modo per far pensare la sabbia” (i chip di silicio sono fatti di sabbia).
La capacità di produrre intelligenza in massa – un’intelligenza che diventa più potente ogni mese – è senza dubbio il più grande trionfo tecnologico della storia. Ma questo significa che potrebbe anche essere il più dirompente, perché al contempo si trascura l’intelligenza naturale, sino a renderla dipendente da quella tecnologica.
Il noto politologo Samuel Huntington, nel suo libro “Political Order in Changing Societies” (ed. Yale University, 1968) osservò che “il problema principale della politica è il ritardo nello sviluppo delle istituzioni politiche rispetto ai cambiamenti sociali ed economici”. I cambiamenti su larga scala generano ansia e timore.
Le società ansiose chiedono molto di più alla politica, e quando non ricevono sufficienti sicurezze, ma variabili costanti, aumentano l’astensionismo da disaffezione. I cittadini desiderano che i leader ristabiliscano l’ordine, garantiscano la sicurezza e li aiutino a riacquistare un senso di controllo su forze che sembrano sempre più al di fuori della portata di chiunque.
Ma se da un lato la tecnologia odierna accresce drasticamente le aspettative, dall’altro rende i governi democratici meno capaci, se messi a confronto. Possiamo chiamare un’auto in tre minuti. Un pacco arriva in giornata. L’intelligenza artificiale risponde a domande complesse in pochi secondi e svolge in pochi minuti lavori più elaborati che alle persone richiedevano mesi. Naturalmente, i cittadini iniziano ad aspettarsi un’efficienza simile anche dal governo. Ma la democrazia non è concepita per la velocità. È concepita su un’insieme di apparati di controllo che diventano, molto spesso, burocrazia considerata inutile.
Si basa sul dialogo, sul compromesso, sulla consultazione dei tribunali, sui regolamenti parlamentari, sulle commissioni, i voti di fiducia, i processi del bicameralismo, il confronto con le parti sociali e il bilanciamento degli interessi contrapposti. Sono queste le garanzie che distinguono la democrazia dall’autoritarismo. In un’epoca plasmata dalla velocità vertiginosa della tecnologia, tutti questi passaggi e tutte queste norme appaiono, sempre più, come “una paralisi” o un bizantinismo obsoleto.
“I social media allargano il divario. Ogni errore governativo diventa immediatamente visibile. Ogni delusione si trasforma in una controversia virale. Ogni cittadino frustrato può mobilitare migliaia di altri, prima ancora che i governi abbiano iniziato a reagire, come sta accadendo in Italia in queste ultime settimane, ma anche con le manifestazioni anti-Covid e, prima ancora, col grillismo.
Politici come Trump, il brasiliano Jair Bolsonaro, l’argentino Javier Milei e altri sono saliti al potere promettendo di spazzare via lo stallo istituzionale. Eppure, una volta al governo, la maggior parte di loro si è scontrata con la stessa realtà dei leader che hanno spodestato. Gli insorti di oggi diventano rapidamente i deludenti governanti di domani. Il Sistema, al di là di chi governi, procede sulla sua strada di sviluppo, che equivale al primato della logica del profitto e alla concezione del lavoratore come mero consumatore, da profilare, per offrirgli i prodotti che sono di suo maggior gradimento.
Sembra che la gente non abbia perso fiducia nella democrazia. Non ha voltato le spalle alle costituzioni e ai tribunali indipendenti. Ma è profondamente insoddisfatta del suo operato. Le democrazie devono dimostrare di essere in grado di costruire alloggi e infrastrutture, modernizzare i servizi pubblici, gestire il cambiamento tecnologico, ridurre le disuguaglianze, costruire la pace sociale, con urgenza ed efficacia.
“Nel corso del tempo, di solito – precisa il dott. Fareed Zakaria sul WP – si sono adattate meglio delle autocrazie proprio perché sono in grado di imparare, correggere gli errori e cambiare rotta, senza ricorrere alla violenza o alla repressione.
I leader democratici non dovrebbero cercare di superare la tecnologia in velocità. Dovrebbero dimostrare che le democrazie possono dare risultati concreti. In molte circostanze non pare esserci la dedizione e la competenza adeguate a tale compito, che necessita, anche, di visione. Perciò il malcontento aumenta, la democrazia cade nella crisi sistemica, ma nessuno ha la forza né la volontà di rimettere equilibrio. La libertà non si può far vivacchiare, perché basta un soffio di vento sulla sua precarietà, per perderla.
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