Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, Antonello Cannarozzo, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla storia della Chiesa fino ad oggi. Buona lettura e diffusione.
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Schillebeeckx, esponente e vera star del dissenso cattolico, tra i fautori della odierna crisi della Chiesa.
Tra gli innovatori del Concilio Vaticano II, il suo pensiero contribuì solo ad arrecare un lento, ma inevitabile abbandono dei fedeli da una Chiesa immersa ormai nel falso mito del progresso distaccandosi sempre dal sacro per rifugiarsi nella mera filantropia umana
Antonello Cannarozzo
Con questo articolo, concludiamo la narrazione delle figure “profetiche”, almeno per una certa intellighenzia, tra le più rappresentative che hanno segnato in questi ultimi decenni la crisi cattolica dopo il Concilio Vaticano II; come de Chardin, de Lubac e Congar alle quali non poteva mancare il fautore della distruzione definitiva di ciò che intendiamo per Chiesa, Fede, Dottrina e Tradizione: Edward Schillebeeckx, colui che ispirò, tra l’altro, negli anni ’60, il cosiddetto “Nuovo catechismo olandese”, insieme ad una teologia assai personale fatta di eresie.
Nato ad Anversa il 12 novembre del 1914, dopo aver studiato presso la scuola dei gesuiti, nel 1934 entrò nell’ordine domenicano dove proseguì i suoi studi laureandosi con una tesi su san Tommaso d’Aquino e nel 1941 venne ordinato sacerdote.
Nel 1947 fu ospite nel Centro domenicano Le Saulchoir, vicino Parigi, già conosciuto per i primi fermenti progressisti, e qui strinse amicizia con due confratelli, già accennati negli scorsi articoli, Dominique Chenu e Yves Congar, che lo introdurranno alle teorie della Nouvelle Théologie.
Nel 1952 pubblicò la tesi di dottorato, “L’economia sacramentale della salvezza”, un prodromo della sua futura visione della Chiesa e, anni dopo, nel 1957, l’università di Nimega lo chiamò per insegnare teologia dogmatica, dove iniziò, possiamo affermare, la sua carriera di intellettuale controcorrente contestando, fin da subito, le norme vigenti nell’istituto. Nella sua lezione inaugurale, infatti, al corso teologico su ‘Dio, la storia di un vivente’, senza alcuna autorizzazione, introdusse gli studenti alla Nouvelle Teologie, all’epoca ancora in odore di eresia, aprendo a teologi come Chenu, Congar, von Balthasar e altri.
Un atto di ribellione, però, che lo condurrà ben presto a diventare una vera e propria star nei circoli intellettuali che contano e non solo cattolici.
Per il nostro teologo belga questo era solo l’inizio, come innovatore i suoi scritti ottennero una influenza determinate su molte propositiones che ritroveremo, anni dopo, nell’Assise conciliare, ma intanto in attesa di questo evento innovatore ancora di là da venire, con Chenu, Congar, Rahner e Kung dette vita nel 1955 a una nuova rivista teologica ‘Concilium’, per promuovere una riflessione sulla Chiesa, ma in senso progressista, dunque demolitrice.
La rivista ebbe successo negli ambienti non solo ecclesiali perché fu un coacervo di idee alle quali collaborano anche teologi provenienti un po’ da tutto il mondo e di varia estrazione: trovarono spazio protestanti, ortodossi, ebrei e islamici, insomma la rivista diventa una vera e propria agorà culturale.
Chiamato ai lavori del Concilio
In seguito, ormai stimato teologo, fu convocato come esperto ai lavori del Concilio Vaticano II, appena inaugurato, una esperienza che diventò per lui un vero palcoscenico senza il quale sarebbe rimasto certamente un emerito domenicano, ma conosciuto solo da una ristretta élite di teologi.
Schillebeeckx fu un testimone privilegiato delle assise conciliari a cui partecipò nei vari dibattiti, spesso infuocati, tra chi voleva spingere verso la modernità la Chiesa e chi voleva difenderla da questa involuzione ed è interessante notare che proprio partire da quegli anni del Concilio che si diffuse nella Chiesa l’uso di distinguere due correnti o tendenze contrapposte: i “conservatori” e i “progressisti”.
Come ricordò il vescovo Marcel Lefebvre, questa nuova visione, fu un vero colpo maestro di Satana contro la Chiesa: tutto veniva messo in discussione, capovolgendone i ruoli: chi difendeva la Dottrina dagli assalti modernisti diventava un sovversivo che attentava all’unità della Chiesa e chi invece la distruggeva dall’interno era considerato difensore della vera ortodossia, nonostante contestavano, in molti casi, ciò che ritenevano ormai superato come il concetto del Dogma o della Dottrina, veri fondamenta della Chiesa con l’inutile pretesto di rinnovarne il linguaggio teologico usando nuovi termini e idee, per non dire banali, rivolte agli uomini d’oggi, un assurdo che trova, purtroppo ancora oggi, i suoi esecutori. Tutte azioni, ci permettiamo di scrivere, di cui certamente Schillebeeckx non ne era estraneo.
La situazione spesso in stallo durante i lavori conciliari, si sbloccò quando gli innovatori presero atto che dalla loro parte avevano addirittura lo stesso papa Giovanni XXIII e a quel punto la strada verso le riforme divenne tutta in discesa, purtroppo, in tutti i sensi.
Secondo molti storici del Concilio, l’errore fatale, tra i tanti che ancora subiamo, fu proprio di papa Roncalli che non volle attenersi alle consuetudini secolari come la prammatica consolidata voleva, cioè con la preparazione di tesi elaborate dagli organi ecclesiastici preposti per avviare poi un dibattito serio e ordinato, definendone i limiti e la finalità.
Vennero ascoltate, invece, le voci dei progressisti che volevano discutere i temi partendo dal basso, (Una forma di spontaneità fasulla avendo già da tempo preparato tutti gli interventi. Ndr) e non imposti dalla gerarchia, dimenticando colpevolmente qual è la vera natura della Chiesa, non certo quella di un partito o di un sindacato. Come disse qualcuno; fu un vero assalto al Palazzo d’Inverno (la Chiesa) con la vittoria dei “bolscevichi”.
Un processo contro la Chiesa di sempre
Purtroppo, il vaso di Pandora era ormai rotto e ben presto le varie assise si trasformarono in un processo contro la Chiesa di sempre, dove non mancarono colpi di scena tanto che solo dopo un lungo lavoro, non privo di tensioni, venne pubblicata nel 1965, sotto il nuovo pontificato di Paolo VI, la costituzione dogmatica “Dei Verbum” che apriva alla vuota modernità con una visione più dinamica, tale da toccare, si diceva, “il cuore della Chiesa verso il mondo contemporaneo”.
In merito riportiamo un aneddoto assai chiarificatore di quei giorni: il cardinale di Genova, Giuseppe Siri, prima della votazione del Dei Verbum, dove si scontravano due schemi e temendo la disfatta, visto come si muovevano i modernisti e per gli appoggi in alto loco che avevano, appuntò nel suo Diario: “La faccenda è grave, se domani lo schema cade! (riferendosi a quello nel rispetto della Tradizione. Ndr) Signore aiutaci! Santa Vergine, san Giuseppe, pregate per noi!”
Negli anni Sessanta, a Concilio appena concluso, Schillebeeckx con i suoi interventi, sempre rigorosamente contro la storia della Chiesa, accentuò i suoi interessi sulla cristologia, sulla presenza eucaristica e anche sull’annoso dibattito sul celibato dei preti, per arrivare poi nel suo libro ‘Il ministero nella Chiesa’, alla definitiva secolarizzazione dove sosteneva la possibilità di ordinare presbiteri anche in assenza del rito tradizionale, ma valorizzando le comunità locali, (in confronto Lutero era un baciapile. Ndr), affrontando inoltre argomenti come l’umanità di Cristo sacrificandone, però, non solamente la sua divinità, ma il significato salvifico della sua morte redentiva con la conseguente Resurrezione.
Seguendo questo pensiero caotico, era giunto il tempo che la Chiesa, secondo la sua visione, assumesse finalmente i valori e lo spirito della modernità non condannandone più gli errori, anzi, era la Chiesa che doveva correggersi nei suoi giudizi dottrinali sulla modernità. Insomma, una vera follia.
Concetti che la Congregazione per la Fede per fortuna contestò, anche se con poco successo, siamo alla fine degli anni ’60, ribadendo l’essenzialità del sacramento dell’Ordine e della successione apostolica per l’Eucaristia. La sua critica alla dottrina sul ministero ordinato, si concluderà con una dichiarazione della Congregazione giudicante: “La concezione del ministero così come è esposta dal professor Schillebeeckx rimane in disaccordo con l’insegnamento della Chiesa su questioni importanti” tanto da affermare in seguito “Ciò nonostante essa ritiene che le spiegazioni fornite non sono state sufficienti per eliminare le ambiguità su certi punti (cfr. Doc. annesso, II). Ma, visto il personaggio, le dispute con Roma non erano certo finite. Con l’interpretazione dei Dogmi, con il suo utilizzo disinvolto dell’ermeneutica filosofica e delle scienze umane, Schillebeeckx venne contestato dai suoi critici di relativismo, sostenendo che il tentativo di tradurre la fede per l’uomo contemporaneo finisse poi per svuotare di significato oggettivo le Verità rivelate. Una visione che si rivelò tragicamente esatta.
Sempre richiamato, ma ami condannato
Queste varie divergenze portarono a procedimenti censori rispettivamente nel 1968, nel 1979 e nel 1984 da parte della Santa Sede e specialmente nel 1986 quando furono evidenziate le incompatibilità delle sue posizioni con la Dottrina ufficiale della Chiesa, ma, stranamente, rimane incomprensibile come, nonostante più di una severa e argomentata critica nei confronti di Schillebeeckx, a differenza di altri personaggi, non venne mai ufficialmente condannato, pur davanti alla gravità delle accuse.
Fu un errore grave, ci permettiamo di sottolineare a nostro personale giudizio, che il Vaticano non abbia dichiarato apertamente le sue critiche in modo definitivo verso di lui, dando a molti la falsa idea che le sue dottrine erano, in fondo, accettate senza impedimenti.
Tutto in una evidente debolezza pastorale da parte di Roma e, nonostante il nostro teologo non ebbe mai alcun segno di ravvedimento, anzi, riconfermò sempre le sue idee anche se condannate, ma è tutta l’opera di Schillebeeckx che si trovò in aperta opposizione con la Dottrina, con il concetto di teologia, di Dogma e di Rivelazione, per proseguire nella cristologia, nella liturgia, nell’ ecclesiologia, nell’ escatologia, nella in pratica nella stessa concezione del cristianesimo.
Tutti gravi errori che non esitiamo a chiamare peccati di superbia, specialmente oggi dove sono evidenti le varie interpretazioni del Concilio che tanto danno hanno fatto e stanno facendo da sessant’anni a questa parte a tutti i fedeli con la scusa del progresso, ma con tutta la confusione e gli errori ormai sotto gli occhi di tutti.
La risposta, non solo personale, è che lo scopo di questo progresso è alquanto illusorio, subisce una continua evoluzione e, rimanendo nell’ambito ecclesiastico, la Dottrina nel suo continuo aggiornamento del linguaggio viene inevitabilmente stravolta nei fatti e nei suoi contenuti.
Per definire meglio il suo pensiero riportiamo un breve estratto ripreso nel numero 16 della rivista De Bazuin nel 1965 dove troviamo, a nostro avviso, il vero pensiero a dir poco inquietante di Edward Schillebeeckx: “Noi ci esprimiamo in modo doppio, ambiguo, ‘diplomatico’, ossia in modo che i concetti sembrino cattolici ai cattolici e contemporaneamente permettano a noi che ci siamo prefissi di raggiungere certe mete di avere la vaghezza necessaria, ma finito il Concilio tireremo le conclusioni implicite che ci aggradano e che appunto ci eravamo prefissi”. È evidente, dunque, a cosa porta una simile teoria della conoscenza: l’evoluzione dottrinale in una Chiesa che non ha più nessuna continuità perché i Dogmi mutano con il tempo, anzi Schillebeeckx ci presenta una visione fatta apposta per affermare la rottura e negare la continuità con la Tradizione quando parla chiaramente del bisogno di “discontinuità” della dottrina della Chiesa odierna con quella obsoleta dei secoli passati.
Le sue contraddizioni
Una bella contraddizione, visto che la Chiesa, con tutti i papi post conciliari, ha sempre insistito nell’affermare che le dottrine del Concilio non sono in “rottura”, ma anzi in “continuità” con quelle del Magistero precedente, mantenendo il perenne patrimonio della Fede.
In questo ambito, sottolineiamo, come, pur nei suoi errori di valutazione, Giovanni XXIII aveva voluto un cambiamento nel linguaggio della Chiesa affinché il Vangelo fosse più comprensibile agli uomini moderni, almeno vogliamo sperarlo, ma certo non un mutamento nella essenza della Chiesa alla Schillebeeckx.
Nel decennio dal ’60 al ’70 il nostro teologo belga butta, metaforicamente alle ortiche, il tomismo che lo aveva formato, abbracciando l’ermeneutica per reinterpretare a modo suo il senso dei testi antichi, specie quelli più complessi e in qualche modo ripercorre la via tracciata dal suo amico Congar, dando, ovviamente, una lettura assolutamente personale soprattutto della letteratura dei primi cristiani.
Ormai, avanti negli anni, pur ritirandosi dall’insegnamento, continuò a scrivere fino agli ultimi anni su temi che troveranno sempre ampio spazio nel dibattito ancora oggi aperto nella Chiesa e dopo una lunga vita, nel 2009, all’età di 95 anni, rese l’anima a Dio.
Per concludere, crediamo che il concetto di Chiesa di Schillebeeckx è ben espresso ancora in un’altra sua intervista. Questa volta alla rivista Il Regno nel 2004, dove afferma: “Si chiede alla Chiesa un volto umano e credibile” ed ancora. “La comunità di Dio, la comunità cristiana, è stata definita sacramentum mundi, ossia una comunità religiosa che si pone al servizio degli uomini”.
Dunque, una Chiesa filantropica, di buoni sentimenti, ma dove la salvezza dell’anima, fondamentale per ogni vero cristiano, non è neanche mai citata.
Fino a quando il pensiero di Schillebeeckx e di quelli come lui, saranno considerati modelli di teologia, sarà sempre più difficile poi rispondere adeguatamente alle obiezioni che da molte parti ormai si elevano, non solo dagli ambienti tradizionalisti, per uscire finalmente dalla crisi ormai endemica della Chiesa.
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