Lo Sguardo di Dio e il Limite del Giudizio Umano. Cinzia Notaro

Marco Tosatti

 

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul giudizio umano, qualcosa a cui tutti noi siamo portati con troppa facilità. Buona lettura e meditazione.

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Lo sguardo di Dio e il limite del giudizio umano

 

Viviamo in un tempo in cui giudicare è diventato facile. Bastano poche parole, un gesto, una scelta, un’immagine o un errore perché una persona venga definita, etichettata e spesso condannata. Ci fermiamo a ciò che vedono i nostri occhi e dimentichiamo che il cuore dell’uomo è un mistero che appartiene a Dio.

Il Vangelo, invece, ci invita a uno sguardo diverso. Gesù non ci chiede di chiamare bene il male o di ignorare il peccato; ci insegna però a distinguere il male dalla persona che lo compie e a lasciare a Dio il giudizio ultimo sul cuore.

Per questo dice con chiarezza:

«Non giudicate, per non essere giudicati.» (Mt 7,1)

Queste parole non eliminano il discernimento. Il cristiano è chiamato a riconoscere il bene e il male alla luce del Vangelo. Ma una cosa è giudicare un’azione alla luce della verità; altra cosa è pretendere di conoscere ciò che solo Dio conosce: il cuore, le intenzioni, le ferite, le lotte interiori e il cammino nascosto di ogni persona.

Già nell’Antico Testamento il Signore aveva rivelato questa differenza:

«L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.» (1 Sam 16,7)

Quante volte ciò che appare non corrisponde alla realtà! Dietro un sorriso può nascondersi una grande sofferenza; dietro un carattere duro possono esserci anni di umiliazioni, rifiuti o violenze; dietro un comportamento sbagliato possono esserci ferite che nessuno ha mai curato.

Questo non significa negare la responsabilità personale. Ognuno è chiamato a rispondere delle proprie azioni davanti a Dio. Tuttavia il cristiano sa che il peccato non esaurisce l’identità della persona. Nessuno coincide completamente con i propri errori, perché ogni uomo e ogni donna sono stati creati a immagine di Dio (cfr. Gen 1,27) e sono chiamati alla santità.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che la dignità della persona umana rimane anche quando essa è ferita dal peccato. Per questo la Chiesa annuncia sempre insieme la verità e la misericordia: denuncia il male, ma non smette mai di sperare nella conversione del peccatore.

Questa verità emerge con particolare forza nella parabola del grano e della zizzania (Mt 13,24-30).

Un uomo semina buon grano nel suo campo. Durante la notte, però, il nemico vi semina anche la zizzania. Quando i servi si accorgono della presenza delle erbacce, chiedono al padrone:

«Vuoi che andiamo a raccoglierla?»

È una domanda che nasce dal desiderio di eliminare il male. Eppure la risposta del padrone sorprende:

«No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.» (Mt 13,29-30)

Perché questa attesa?

Perché Dio vede ciò che noi non vediamo.

Noi osserviamo il presente; Dio vede anche il futuro. Noi vediamo ciò che una persona è oggi; Dio vede ciò che può diventare con la sua grazia.

Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che molti che oggi sembrano zizzania possono diventare buon grano, mentre alcuni che oggi sembrano grano potrebbero non perseverare. Per questo nessuno deve sostituirsi al giudizio di Dio. La pazienza del Signore non nasce dall’indifferenza verso il male, ma dal suo desiderio di salvare.

Anche san Giovanni Crisostomo insegna che Cristo non proibisce di riconoscere il male, ma vieta quella condanna che nasce dall’orgoglio e dall’impazienza. Dio continua a operare nel cuore dell’uomo finché dura il tempo della vita, e nessuno può sapere quando la grazia toccherà definitivamente un’anima.

Questa pazienza divina attraversa tutta la storia della salvezza.

Pensiamo a Mosè, che aveva ucciso un uomo prima di diventare il liberatore d’Israele; pensiamo al re Davide, che dopo il suo grave peccato trovò la via del pentimento; pensiamo a san Pietro, che rinnegò tre volte il Maestro; pensiamo a san Paolo, persecutore della Chiesa, trasformato in Apostolo delle genti.

Se il mondo li avesse giudicati solo per il loro peccato, non avremmo mai conosciuto la grandezza dell’opera che Dio ha compiuto in loro.

La storia della salvezza è la storia di uomini e donne trasformati dalla misericordia.

Anche noi siamo stati guardati da Dio con misericordia. Quante volte il Signore ha avuto pazienza con noi, ha atteso il nostro ritorno, ci ha rialzati dopo una caduta e ci ha dato una nuova possibilità!

Per questo san Paolo ci ricorda:

«Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.» (1 Cor 10,12)

L’umiltà ci impedisce di sentirci migliori degli altri. Ci fa comprendere che tutti abbiamo bisogno della stessa misericordia.

Papa Benedetto XVI, nell’enciclica Deus Caritas Est, ricorda che all’origine dell’essere cristiani non c’è una teoria o un sistema morale, ma l’incontro con una Persona: Gesù Cristo, che cambia la vita e dona un nuovo orizzonte all’esistenza.

Se Cristo ci ha guardati così, con pazienza e amore, come potremmo noi guardare gli altri soltanto attraverso i loro errori?

Ogni persona che incontriamo porta una storia che ignoriamo. Ogni volto custodisce una battaglia invisibile. Ogni cuore conserva ferite che solo Dio conosce pienamente.

Per questo il cristiano è chiamato a chiedere ogni giorno una grazia particolare: imparare ad avere lo sguardo di Cristo.

Uno sguardo che sa vedere il peccato senza smettere di amare il peccatore.

Uno sguardo che non confonde la verità con la durezza.

Uno sguardo che non giustifica il male, ma non rinuncia mai alla speranza.

Perché lo sguardo di Dio non si ferma a ciò che siamo stati: contempla ciò che, con la sua grazia, possiamo ancora diventare.

 La carità che guarisce e conduce alla conversione

 

Se il Vangelo ci invita a non sostituirci al giudizio di Dio, ci indica anche quale deve essere il nostro atteggiamento verso il fratello: la carità.

La carità non è un sentimento passeggero, né una semplice simpatia verso chi ci è affine. È l’amore stesso di Cristo che si rende presente attraverso i suoi discepoli. È il modo con cui Dio continua a cercare ogni uomo e ogni donna.

Molte volte il male che vediamo è il frutto di un male subito.

Non sempre è così, e ciascuno rimane responsabile delle proprie scelte. Tuttavia, la nostra esperienza e la sapienza della Chiesa ci insegnano che dietro molti comportamenti aggressivi, violenti o chiusi possono esserci ferite profonde: il rifiuto, l’abbandono, la mancanza di amore, il tradimento, l’umiliazione, la solitudine, l’ingiustizia.

Chi è stato ferito può arrivare a ferire gli altri.

Questo non giustifica il peccato, ma ci aiuta a guardare la persona con uno sguardo più simile a quello di Cristo.

Gesù, sulla croce, pregò:

«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.» (Lc 23,34)

Persino nel momento della sua passione, il Signore non si fermò all’offesa ricevuta, ma vide la miseria dell’uomo e rispose con la misericordia.

È questo il modello del cristiano.

San Paolo ci esorta:

«Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.» (Rm 12,21)

Il male genera altro male; l’odio alimenta altro odio; la vendetta produce nuove ferite. Solo l’amore spezza questo circolo.

Per questo la carità è così potente.

Essa non consiste nell’approvare il peccato o nel fingere che il male non esista. La vera carità dice la verità, ma la dice con umiltà, rispetto e desiderio di salvezza.

San Paolo descrive la carità con parole che dovrebbero diventare il programma della vita cristiana:

«La carità è paziente, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio… tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.» (1 Cor 13,4-7)

Questa è la misura dell’amore cristiano.

Quando incontriamo una persona che appare cattiva, dura o lontana da Dio, la nostra prima domanda non dovrebbe essere: “Che cosa ha fatto?”, ma anche: “Che cosa ha vissuto?”

Solo Dio conosce completamente la risposta.

Noi possiamo vedere il comportamento; Dio vede anche la ferita.

Ed è proprio lì che la carità può diventare uno strumento della grazia.

Un gesto di ascolto.

Una parola pronunciata con dolcezza.

Un perdono offerto quando sarebbe più facile vendicarsi.

Una presenza silenziosa accanto a chi soffre.

Una preghiera fatta nel nascondimento.

Piccoli gesti che il mondo considera deboli, ma che Dio può trasformare in semi di conversione.

Gesù ci ha lasciato un criterio semplice e decisivo:

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.» (Gv 13,35)

Non dice: vi riconosceranno dalla vostra cultura, dalla vostra eloquenza o dal vostro prestigio.

Dice: dall’amore.

È la carità il volto visibile di Cristo nel mondo.

Quando una persona ferita incontra qualcuno che non la umilia, non la disprezza e non la condanna, ma la guarda con rispetto e misericordia, può accadere qualcosa di straordinario.

Può domandarsi:

“Perché mi tratta così?”

E proprio quella domanda può aprire una breccia nel suo cuore.

Attraverso l’amore del cristiano, essa può intuire l’amore di Cristo.

Attraverso il volto del discepolo può intravedere il volto del Maestro.

Ed è così che inizia, spesso, la conversione.

San Giovanni scrive:

«Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo.» (1 Gv 4,19)

Il nostro amore non nasce da noi stessi.

Nasce dall’esperienza di essere stati amati da Dio quando anche noi eravamo peccatori.

Per questo non possiamo dimenticare le parole di san Paolo:

«Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.» (Rm 5,8)

Cristo non ci ha aspettati perfetti.

Ci ha amati per renderci capaci di cambiare.

Così anche il cristiano è chiamato ad amare non soltanto chi è facile amare, ma soprattutto chi sembra aver perso la speranza.

San Francesco d’Assisi pregava:

«Dove è odio, fa’ che io porti l’amore; dove è offesa, il perdono; dove è discordia, l’unione.»

Santa Teresa di Calcutta ripeteva:

«Se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle.»

E san Giovanni Crisostomo affermava:

«Nulla rende l’uomo così simile a Dio quanto l’essere misericordioso.»

Essere misericordiosi significa permettere agli altri di incontrare, attraverso di noi, il cuore del Padre.

Quante conversioni sono nate non da un rimprovero, ma da un gesto di bontà!

Quante persone hanno ritrovato Dio perché qualcuno le ha ascoltate quando tutti le avevano abbandonate!

Quante anime hanno riscoperto la propria dignità perché un cristiano ha saputo guardarle non con sospetto, ma con compassione.

Papa Benedetto XVI scrive che la carità non è un’aggiunta facoltativa alla vita cristiana, ma appartiene alla sua natura più profonda. La Chiesa annuncia il Vangelo non solo con la parola, ma anche con l’amore concreto verso ogni persona.

Ecco perché la carità diventa anche evangelizzazione.

Chi incontra un cristiano autentico dovrebbe poter dire:

“Attraverso questa persona ho intravisto qualcosa di Dio.”

La nostra vita dovrebbe diventare un riflesso della misericordia del Padre.

Non perché siamo migliori degli altri, ma perché siamo stati raggiunti per primi dalla sua grazia.

Ogni volta che scegliamo la misericordia invece del disprezzo, la pazienza invece dell’impazienza, il perdono invece della vendetta, diventiamo strumenti attraverso i quali Cristo continua a cercare il cuore dell’uomo.

Ed è proprio allora che il grano comincia lentamente a crescere anche dove noi vedevamo soltanto zizzania.

 La speranza che nasce dalla carità

 

Alla fine della parabola del grano e della zizzania, Gesù ci ricorda che sarà Dio a compiere il giudizio definitivo. Questa certezza non ci invita all’indifferenza verso il male, ma all’umiltà. Il Signore ci affida il compito di vivere il Vangelo, non di prendere il Suo posto.

Noi vediamo il presente; Dio vede l’eternità.

Noi ricordiamo ciò che una persona è stata; Dio contempla ciò che può ancora diventare.

Questa è la speranza cristiana.

Nessuno è definitivamente perduto finché vive. Finché il cuore batte, la grazia può raggiungerlo. La storia della Chiesa è piena di uomini e donne che sembravano lontanissimi da Dio e che, toccati dalla sua misericordia, sono diventati santi.

Pensiamo a sant’Agostino, che trascorse anni lontano dal Signore prima di convertirsi; a san Paolo, persecutore dei cristiani; a san Pietro, che rinnegò Gesù; a san Camillo de Lellis, trasformato dalla grazia dopo una giovinezza travagliata. Tutti loro testimoniano che Dio non si stanca mai di cercare l’uomo.

Per questo la Chiesa non può mai perdere la speranza nei confronti di nessuno.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati» (cfr. 1 Tm 2,4) e che la sua misericordia chiama continuamente ogni persona alla conversione. Questa volontà salvifica universale è il fondamento della speranza cristiana.

Sant’Isacco il Siro, uno dei più grandi maestri della vita spirituale, scrive parole sorprendenti:

«Non chiamare Dio giusto, perché la sua giustizia non si manifesta nelle cose che riguardano te. Il Figlio ci ha rivelato che Egli è buono e misericordioso.»

Con questa affermazione non nega la giustizia di Dio. Ci invita piuttosto a comprendere che la giustizia divina è inseparabile dalla misericordia. Dio non gode della condanna del peccatore, ma desidera che si converta e viva (cfr. Ez 18,23).

Questa è anche la logica della Croce.

Sul Calvario non vediamo un Dio che si vendica dell’uomo, ma un Dio che prende su di sé il peccato del mondo per salvare coloro che lo hanno rifiutato.

Lì comprendiamo che la misericordia non è debolezza, ma la forma più alta dell’amore.

San Silvano del Monte Athos insegnava:

«Mantieni la tua mente agli inferi e non disperare.»

Questa frase, tanto profonda quanto impegnativa, ci ricorda che il cristiano non deve mai disperare né di sé né degli altri. Chi conosce la propria fragilità diventa più misericordioso verso quella altrui.

Anche san Giovanni della Croce ci lascia una delle frasi più celebri della spiritualità cristiana:

«Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore.»

Queste parole riassumono l’intero Vangelo.

Non saremo giudicati anzitutto per la quantità delle nostre conoscenze, né per il numero delle critiche che abbiamo rivolto agli altri.

Saremo giudicati sull’amore.

Ci sarà chiesto se abbiamo dato da mangiare a chi aveva fame, se abbiamo visitato chi era solo, se abbiamo consolato chi piangeva, se abbiamo perdonato chi ci aveva feriti, se abbiamo avuto il coraggio di dire la verità con carità e se abbiamo saputo riconoscere Cristo nei piccoli, nei poveri, nei peccatori e nei sofferenti.

Il giudizio finale descritto da Gesù nel Vangelo di Matteo (Mt 25,31-46) non è fondato sul prestigio umano, ma sull’amore vissuto.

È qui che comprendiamo pienamente le parole di san Giacomo:

«La misericordia ha sempre la meglio nel giudizio.» (Gc 2,13)

Non perché la verità venga messa da parte, ma perché la verità cristiana raggiunge la sua pienezza nella carità.

Benedetto XVI scriveva che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». Quella Persona è Cristo. E chi ha incontrato Cristo non può più guardare gli altri con gli occhi della condanna, ma con quelli della speranza.

La misericordia non elimina la giustizia; la porta a compimento nell’amore.

Per questo il cristiano è chiamato a custodire due atteggiamenti inseparabili: la fedeltà alla verità e la tenerezza verso le persone.

La verità senza carità diventa durezza.

La carità senza verità diventa sentimentalismo.

In Cristo, invece, verità e amore si abbracciano.

Ogni volta che scegliamo di ascoltare anziché umiliare, di accompagnare anziché escludere, di correggere con mitezza anziché con superbia, permettiamo al Signore di servirsi di noi per raggiungere un cuore.

Forse non vedremo mai il frutto delle nostre azioni. Forse quella persona continuerà a sembrarci lontana.

Ma il seme della carità, quando è autentico, non va mai perduto.

Dio sa far germogliare ciò che noi affidiamo a Lui.

Per questo non dobbiamo mai stancarci di amare.

Non dobbiamo mai smettere di pregare.

Non dobbiamo mai rinunciare a sperare.

Perché ogni uomo porta impressa in sé l’immagine di Dio e ogni cuore, anche il più ferito, rimane un terreno nel quale la grazia può ancora operare.

Chiediamo allora allo Spirito Santo di donarci gli occhi di Cristo.

Occhi che sappiano distinguere il peccato dal peccatore.

Occhi che sappiano vedere, dietro la durezza di un cuore, la sua sete di amore.

Occhi che sappiano riconoscere, anche tra la zizzania, il grano che Dio sta facendo maturare.

E chiediamo soprattutto di diventare cristiani riconoscibili non per la severità dei nostri giudizi, ma per la profondità della nostra carità.

Perché Gesù non ha detto:

“Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete sempre ragione.”

Ha detto:

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.» (Gv 13,35)

E se qualcuno, attraverso la nostra pazienza, il nostro perdono, il nostro ascolto e la nostra misericordia, riuscirà a scoprire il volto di Cristo e a ritornare al Padre, allora comprenderemo che nessun gesto di carità è stato inutile.

Forse il Signore ci chiederà proprio questo:

«Hai amato come Io ho amato te?»

Che Maria, Madre della Misericordia, ci insegni a guardare ogni persona con gli occhi del suo Figlio, affinché nessuno si senta escluso dalla speranza del Vangelo e tutti possano scoprire la gioia di appartenere a Cristo.

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