Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul grano, e noi stessi. Buona lettura e condivisione.
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SIAMO TUTTI GRANO SOTTO LO STESSO GRANDE SOLE
Ho tratto il titolo del presente articolo riprendendo una delle felici espressioni con le quali l’Autore di quanto propongo qui appresso ha illustrato il capolavoro estivo di Van Gogh, e che, a mio parere, sarebbe più che sufficiente per una profonda meditazione sulla solidarietà – trascendente e immanente – di cui i popoli della terra godono mentre la … distruggono. Stupenda anche la vocazione: «chiamati a maturare, a splendere del nostro colore più puro», che rimanda ad un’età aurea, ad una spiritualità solare – dico spiritualità e non soltanto religione – che di questi tempi è ormai pressoché sconosciuta, e che sotto il sole, «simbolo di purificazione ed energia primordiale», ha il suo inizio nella terra (la madre) e dal seme (il padre) per evolvere nella spiga turgida di grano (il figlio) che diventa pane da mangiare: valenza simbolico-contemplativa della Natura! Arcaicità sacramentale del Creato!
E qui ci sta bene quanto osserva Van Gogh e trova in me un riscontro totale:
«Cosa altro si può fare, pensando a tutte le cose la cui ragione non si comprende, se non perdere lo sguardo sui campi di grano. La loro storia è la nostra, perché noi, che viviamo di pane, non siamo forse grano in larga parte?».
«Vivere era l’immagine di un campo di grano che ondeggia al vento sul fianco di una collina», dice Hemingwai.
«Perdere lo sguardo sui campi di grano»: davvero ci si dimentica di sé e si resta avvolti e compenetrati da una sovrumana temperie di terra celeste e cielo terrestre che ci restituisce al vero Sé! Ineffabile coincidenza con la vibrazione della Prima e Ultima Unica Parola!
Quando d’estate mi capita di percorrere l’autostrada Roma-Civitavecchia per andare al mare, non posso resistere ad accostare l’auto e scenderne per «perdere lo sguardo sui campi di grano» sotto la cupola del cielo ove regnano leopardiani «sovrumani silenzi»: ed ecco subentrare il tempo senza tempo di un’estasi indicibile d’oro e d’azzurro! Che altro mi serve? Proprio nulla! Sono come me stesso e con l’Archè! In tale stato libero da complicazioni concettuali, la distinzione ontologica non può sussistere.
Antonia Pozzi: «Io ero un immenso / cielo d’estate / all’alba / su sconfinate / distese di grano / Ed il mio cuore / una trillante allodola / che misurava / la serenità».
Alda Merini: «Durante le estasi ci si denuda per vedere l’assoluto».
Acutissima osservazione di EM Cioran: «Fra la Noia e l’Estasi si svolge tutta la nostra esperienza del tempo».
Si vorrà negare che la preponderanza, se non addirittura il pieno dispotismo della Noia, che secondo l’etimo significa “in odio”, stia ammazzando l’umanità?
Cormac McCarty: «In una società i veri guai cominciano quando la noia diventa il suo tratto più diffuso. La noia spingerà anche i più tranquilli a imboccare strade che mai avrebbero immaginato».
Eppure c’è sempre il campo di grano: oro terrestre inondato di luce celeste dorata … il corpo virgineo dell’Amata nel Cantico:
«il tuo corpo è un mucchio di grano, circondato da gigli».
L’ispirazione, l’estasi e l’opera d’arte prendono vita «oltre le sbarre di ferro della sua finestra», grazie allo «sguardo [che] ha saputo scavalcare le inferriate per catturare l’infinito del paesaggio». Luis Sepulveda dice che «nessun uccello vola appena nato, ma arriva il momento in cui il richiamo dell’aria è più forte della paura di cadere e allora la vita gli insegna a spiegare le ali».
Van Gogh ha risposto al «richiamo dell’aria» al quale la «paura di cadere» rende sordi: anche se il corpo è limitato da un confine, lo spirito può «spiegare le ali» e godere della sua libertà estatica e creativa per «dipingere la vastità e la bellezza che resistono fuori e dentro di noi», e mettere su tela «un meriggio eterno dello spirito», nell’illuminata «accettazione serena del cambiamento», il «fare pace con la transitorietà del tempo e con la fine delle cose».
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Da libreriamo.it – 10 luglio 2026
Un’opera d’arte di Vincent van Gogh che ci insegna ad abbracciare i cicli della vita
di Salvatore Galeone
Attraverso gli occhi tormentati e geniali di Vincent van Gogh, impariamo a leggere la mietitura estiva non come una fine, ma come la sublime e necessaria celebrazione di un ciclo eterno.
Se la letteratura ha saputo cantare l’estate, ad esempio, con la languida malinconia dei versi di Gabriele d’Annunzio, la pittura ha trovato in Vincent van Gogh il suo interprete più febbrile, poetico e assoluto. C’è un’opera, dipinta nel settembre del 1889, che racchiude in sé tutta la filosofia esistenziale del pittore olandese, legandola indissolubilmente alla stagione del sole: si tratta di “Campo di grano con mietitore e sole” (conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam).
Questo quadro prende vita tra le mura dell’istituto psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence. Vincent, costretto all’isolamento dopo una delle sue crisi più severe, dipinge ciò che vede oltre le sbarre di ferro della sua finestra. Eppure, in quella condizione di dolorosa reclusione, la sua mente non partorisce ombre, bensì un’autentica apoteosi di luce gialla. È il miracolo della sua arte: la capacità innata di trasformare la sofferenza in oro colato.
La teologia del giallo: il sole come abbraccio universale
Osservando la tela, lo spettatore viene travolto da onde di colore puro. Il grano, steso con pennellate dense, curve e vibranti che ricordano i fili di un tessuto prezioso, sembra quasi muoversi sotto una brezza invisibile. In alto, un sole enorme e perfettamente circolare domina la scena, irradiando un cielo color giallo-zolfo. Per Van Gogh, il sole estivo del Sud della Francia non è un mero dettaglio meteorologico, ma una forza quasi mistica e divina, un simbolo di purificazione ed energia primordiale a cui aggrapparsi per non sprofondare nel buio della mente.
Al centro del campo, quasi inghiottito da quel mare dorato, si intravede la figura minuscola di un mietitore. L’uomo lavora sodo sotto il sole cocente, piegato sul suo strumento. Non c’è dramma in questa fatica, ma un senso di profonda e commovente armonia. Come accade quando analizziamo una grande poesia, dobbiamo scavare sotto la superficie visiva per trovare il nucleo lirico dell’opera, generosamente svelato dallo stesso Vincent in una bellissima lettera indirizzata al fratello Theo.
Cosa ci comunica e cosa ci insegna “Il mietitore” di Van Gogh
Approcciando questa tela con la stessa attitudine con cui ci lasceremmo cambiare da una pagina di grande letteratura, scopriamo che Van Gogh ci consegna alcuni grandi insegnamenti fondamentali per il nostro cammino emotivo. il primo consiste nell’accettazione serena del cambiamento: Van Gogh ribalta il concetto stesso di fine. La mietitura, pur rappresentando la fine della spiga, è l’atto fondamentale che permette alla vita di perpetuarsi, di tramutarsi in pane e nuovo seme. Vincent ci insegna a non temere i momenti di transizione o i passaggi dolorosi della nostra esistenza: ogni conclusione fa parte di un disegno più grande, che va accolto con la stessa naturalezza con cui la natura accetta la falce d’estate.
Quest’opera è un inno immenso alla resilienza psicologica. Vincent era fisicamente rinchiuso in un manicomio, eppure il suo sguardo ha saputo scavalcare le inferriate per catturare l’infinito del paesaggio. Ci comunica che la nostra mente possiede un potere straordinario: possiamo scegliere di focalizzarci sulle restrizioni che la vita ci impone o, al contrario, dipingere la vastità e la bellezza che resistono fuori e dentro di noi.
Nel pieno della sua agonia psichica, l’artista sceglie deliberatamente di usare il giallo più acceso e violento della sua tavolozza. Questo ci lascia una lezione di vita universale: la ricerca della bellezza e della luce non è un lusso per i momenti felici, ma una necessità vitale proprio quando tutto attorno a noi sembra farsi buio.
Il calore di un meriggio eterno
L’analisi di “Campo di grano con mietitore e sole” ci restituisce un Van Gogh profondamente filosofo e poeta. Esattamente come una grande poesia ci aiuta a dare un nome alle nostre paure più nascoste e inespresse, questo quadro ci aiuta a fare pace con la transitorietà del tempo e con la fine delle cose.
L’estate di Vincent non è una stagione passeggera che svanisce lasciando spazio al freddo dell’autunno, ma un meriggio eterno dello spirito, una lezione di coraggio incisa sulla tela a colpi di pennello. Ci ricorda che siamo tutti grano sotto lo stesso grande sole, chiamati a maturare, a splendere del nostro colore più puro e, infine, ad affidarci con fiducia al grande e perfetto ciclo della vita.
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A proposito di «fare pace con la transitorietà del tempo e con la fine delle cose» e del «grande e perfetto ciclo della vita», cedo al fascino nipponico e concludo accennando ad un’omologia: mujō, l’impermanenza, e mono no aware, il pathos delle cose o anche l’ah! delle cose. Copio e incollo un valido riassunto da traveltherapists.it:
«Mentre mujō è la comprensione filosofica dell’impermanenza, mono no aware è la risposta emotiva a tale comprensione. I due concetti sono inestricabilmente legati, poiché non si può apprezzare appieno la bellezza fugace della vita senza prima comprendere che nulla è permanente. In questo modo, mono no aware funge da ponte tra comprensione intellettuale ed esperienza emotiva. Trasforma l’idea astratta di impermanenza in qualcosa di profondamente personale, consentendo alle persone di trovare bellezza e significato nella transitorietà della vita anziché vederla con paura o tristezza».
Mono no aware: ah! quant’è bello il fior di ciliegio che sta per cadere!
Yosa Buson: «Cadono i fiori di ciliegio / sugli specchi d’acqua della risaia / stelle / al chiarore di una notte senza luna».
Il componimento di un giovane pilota giapponese poi caduto in combattimento commuove fino alle lacrime: «Se solo potessimo cadere / come i fiori di ciliegio in primavera / così puri».
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2 commenti su “Siamo Tutti Grano sotto lo Stesso Grande Sole. Il Matto.”
Carissimo Matto,
qualche memoria vagante…”Io, qui, fatico a macinare il grano, midollo d’ossa” ecco come Omero nell’Odissea, riporta i lamenti di una umile serva costretta al lavoro extra-orario dagli insolenti Proci.
Millet: il pittore dei contadini che Van Gogh amava e venerava: la sua coppia di sposi che pregano all’Angelus divenne presto un’icona. Si scoprirà recentemente, grazie all’ausilio di strumenti tecnologico-scientifici che il “peccatore/capitalista” Salvador Dalì, aveva visto giusto quando suppose che i due non tenessero lo sguardo a terra per devozione al suono delle campane, ma lo tenessero inchiodato al suolo dove- ancora insepolta- stava una cestina con il loro bambino appena morto. Sicuramente, per loro era tramontato il sole.
Il Maestro Kobayashi Issa. ” Tra Dio e il mendicante sboccia il fiore di U ” (la candida “Deutzia crenata” che adorna il mondo per gli dei come per i mendicanti che sanno vedere ). Sempre sua è la seguente visione: ” Vento d’autunno: sono diretto a quale inferno? “.Eppure l’impermanenza, lo sappiamo è dovunque e in qualunque stagione.. Giunse in pieno calore estivo anche per Van Gogh, il 27 luglio 1890, nei campi di grano di Auvers-sur-Oise. Pare proprio non per suicidio, ma per omicidio involontario di una banda di ragazzotti che lo perseguitavano quotidianamente e che avevano scoperto nella cassetta dei colori la pistola che egli portava con sé per autoprotezione. L’aspirante pastore protestante, missionario mancato, non volle denunciarli. Preferì ridere di se stesso come atto di estrema umiltà: “neanche capace di darsi -.seriamente- la morte”. Eppure il presentimento di morte aleggia in molti suoi quadri e disegni ultimi, specialmente là dove il sole, che dà la vita, sembra inviare i raggi di una fine implacabile sulla distesa di grano. Che nella sua memoria adombrata sia comparsa l’antica divinità del sole mentre scende dall’Olimpo, per lanciare sugli Achei quelle frecce che risuonano nella faretra ad ogni suo passo, invocato a farne vendetta dal suo sommo sacerdote Crise?
Ognuno ha il suo Archetipo e ne è posseduto.
Con affetto, Adriana.
L’articolo è ricco di immagini poetiche e di citazioni suggestive, ma proprio questa ricchezza letteraria rischia di mascherare una visione spirituale che un cristiano non può condividere.
Il primo punto critico è la progressiva sostituzione della Rivelazione con una spiritualità della natura. Il campo di grano diventa il luogo dell’estasi, dell’Archè, del “vero Sé”, della fusione con il tutto, mentre Cristo, che nel Vangelo dà al grano il suo significato definitivo, scompare quasi completamente. Eppure Gesù non lascia spazio a interpretazioni simboliche autonome: il chicco di grano è figura della sua morte e della sua risurrezione, e il pane è il suo Corpo donato per la vita del mondo. Per il cristiano il simbolo trova il suo compimento in Cristo, non in un’esperienza interiore.
Ancora più problematica è l’affermazione secondo cui, nell’estasi, “la distinzione ontologica non può sussistere”. Se con ciò si intende che viene meno la distinzione tra il Creatore e la creatura, si entra in una prospettiva incompatibile con la fede cattolica. Dio non si identifica mai con il mondo, né l’uomo si dissolve nell’Essere. La comunione con Dio non elimina la differenza tra Dio e la sua creatura, ma la presuppone.
Anche il linguaggio dell’“Archè”, della “Prima e Ultima Unica Parola”, dell’“energia primordiale” e della contemplazione che supera le “complicazioni concettuali” richiama categorie filosofiche e mistiche estranee al cristianesimo. La fede non insegna che si giunge a Dio dissolvendo il pensiero o immergendosi nell’indistinto, ma accogliendo la sua Parola rivelata nella storia, culminata nell’Incarnazione del Figlio.
Non convince neppure il ricorso finale ai concetti buddhisti di mujō e mono no aware come chiave di lettura dell’esistenza. Sono riflessioni culturalmente interessanti, ma la visione cristiana della vita è radicalmente diversa. Il cristiano non è chiamato semplicemente ad accettare l’impermanenza delle cose o a contemplarne la bellezza fugace. È chiamato a vivere nella speranza della risurrezione e della vita eterna. La morte non è un passaggio naturale da accogliere serenamente: è il nemico che Cristo ha vinto.
Anche l’idea del “grande e perfetto ciclo della vita” merita una precisazione. Il cristianesimo non concepisce la storia come un ciclo eterno di nascita, morte e rinascita. La storia della salvezza ha un inizio, un centro — Cristo — e un compimento definitivo. Non esiste un eterno ritorno della natura, ma un cammino che conduce alla nuova creazione.
Infine, colpisce l’assenza quasi totale della Croce. Si parla di estasi, di armonia, di luce, di sole, di bellezza e di natura, ma manca il cuore della fede cristiana: la redenzione operata da Cristo crocifisso e risorto. Senza la Croce, anche il grano perde il suo significato più profondo. Non è la natura che salva l’uomo; è Cristo che, assumendo la nostra natura, la redime.
La contemplazione della creazione è certamente una via verso Dio, e la Chiesa l’ha sempre insegnato. Ma la natura non è un sacramento autonomo, né può sostituire la Rivelazione. Il creato rimanda al Creatore; non prende il suo posto. Quando la poesia, la filosofia e il sentimento diventano il criterio ultimo della spiritualità, il rischio è quello di costruire una religiosità affascinante, ma nella quale il Dio personale della Bibbia viene lentamente sostituito da un generico assoluto cosmico.
Per un cristiano, invece, il campo di grano ha un nome preciso: Gesù Cristo, il chicco di grano caduto in terra che porta molto frutto e il Pane vivo disceso dal cielo per la salvezza del mondo.