Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due elementi su quanto sta accadendo in Medio oriente. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo post su Instagram:

Un mese dopo che l’Alta Corte aveva annullato il divieto di visite della Croce rossa ai prigionieri palestinesi dichiarandolo illegittimo, il Servizio penitenziario israeliano ha introdotto nuove norme che ne ostacolano l’attuazione.
Secondo informazioni ottenute dal giornale israeliano Haaretz, la nuova politica è stata adottata senza consultare il procuratore generale nonostante le possibili implicazioni legali e diplomatiche a livello internazionale.
In base alle nuove regole, il Servizio penitenziario limita le visite della Croce Rossa a una sola ogni tre mesi e richiede all’agenzia umanitaria di presentare in anticipo un elenco di non più di cinque detenuti che intende visitare.
Il regolamento vieta inoltre al CICR di visitare, in qualsiasi circostanza, determinate categorie di prigionieri e detenuti per motivi di sicurezza, inclusi quelli che l’IPS classifica come “altamente violenti”, nonché i prigionieri tenuti in isolamento o sottoposti a interrogatorio.
Inoltre, ogni visita è limitata a 30 minuti e i comandanti delle carceri sono autorizzati a interrompere gli incontri a loro discrezione.
Le nuove norme non concedono più incontri privati e faccia a faccia tra i rappresentanti del CICR e i detenuti, né consentono visite mediche ai prigionieri.
Prima i delegati del CICR potevano richiedere che un prigioniero o un detenuto venisse visitato da un medico, ma le nuove regole non lo prevedono.
Le nuove norme prevedono inoltre che tutti i rappresentanti del CICR debbano sottoporsi a controlli di sicurezza prima di entrare nelle strutture di detenzione e vietano loro di introdurre dispositivi di registrazione, telefoni cellulari, smartwatch, computer, tablet, macchine fotografiche o altre apparecchiature di comunicazione.
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Il secondo è questo articolo di Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie:
Gaza: 921 aborti spontanei (ma non spontanei) nell’ultimo mese
Le conseguenze (volute) di un genocidio e la pedomachia
Photo by Abed Rahim Khatib/Anadolu
L’aborto spontaneo può far parte della vita. Spesso può rappresentare un trauma, ma rientra nel novero delle fatalità per centinaia di ragioni. Diverso è se ciò avviene come conseguenza diretta di quella che Franco Berardi (Bifo) ha chiamato «pedomachia», ovvero quando si mira allo sterminio di minori e al loro futuro. Non a caso Israele, in una delle prime incursioni aeree, bombardò la clinica della fertilità di Gaza.
Secondo le autorità sanitarie di Gaza, nell’ultimo mese sono stati registrati 921 aborti spontanei. Le condizioni di guerra, la malnutrizione, lo sfollamento forzato e le interruzioni dell’assistenza sanitaria hanno contribuito all’aumento degli aborti spontanei e delle anomalie congenite.
Che cosa significa la parola «spontaneo»?
Nel linguaggio clinico l’aborto spontaneo indica la perdita di una gravidanza prima della vitalità del feto, avvenuta senza un intervento deliberato che la procuri. La categoria poggia su una premessa implicita, l’assenza di una causa esterna e identificabile, l’idea che la perdita appartenga al caso o a fattori intrinseci dell’embrione, come le anomalie cromosomiche. A Gaza quella premessa cade, perché le cause sono esterne e misurabili, e vengono prodotte da decisioni precise. La fisiologia della riproduzione consente di seguire la catena che congiunge il blocco degli aiuti all’utero che si svuota (non) spontaneamente.
Il corpo della madre affamata
La gravidanza ha un costo metabolico altissimo, e la placenta preleva senza sosta dalle riserve della madre per nutrire il feto. Un deficit calorico prolungato riduce l’espansione del volume plasmatico e la perfusione della placenta, così che l’apporto di ossigeno e nutrienti scende sotto il livello che sostiene la gestazione, e la gravidanza si interrompe. Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione stima una malnutrizione grave nel 40 per cento delle donne incinte e che allattano a Gaza, e collega al deficit alimentare un aumento del 300 per cento di aborti e complicazioni ostetriche, con più di 2.600 donne colpite e 220 morti prima del parto. Le nascite confermano il crollo, 17.000 nel primo semestre del 2025, il 41 per cento in meno rispetto al 2022, con due neonati su dieci prematuri o sottopeso.
Il danno non si misura soltanto in calorie. Il folato governa la chiusura del tubo neurale, che si completa attorno al ventottesimo giorno di gestazione, e la sua carenza moltiplica le malformazioni del sistema nervoso centrale. La penuria di ferro genera anemia materna e insufficienza placentare, e sospinge verso il parto prematuro. Lo iodio serve alla tiroide del feto e alla formazione del cervello, mentre lo zinco e la vitamina B12 intervengono nella divisione delle cellule embrionali. Un assedio che sottrae cibo agisce così come un agente teratogeno diffuso, capace di aggredire lo sviluppo nel momento della sua massima velocità.
La medicina ha già documentato che cosa produce una carestia in gravidanza. Nell’inverno della fame olandese del 1944 l’occupante tedesco ridusse le razioni a livelli di sussistenza, e le donne incinte in quei mesi ebbero più morti perinatali e figli di peso ridotto. Le ricerche successive hanno trovato nei nati di allora modificazioni epigenetiche stabili, una metilazione alterata del gene IGF2, con effetti metabolici che accompagnarono l’intera vita. Una fame profonda non chiude soltanto una gravidanza, lascia anche una firma chimica sul genoma di chi nasce lo stesso. Gaza e altre decine di realtà sparse nel mondo, ripetono oggi quell’esperimento, con la differenza che la carestia è prodotta da un blocco deciso a tavolino.

Lo stress che arriva fino all’utero
Il terrore prolungato non rimane nella mente, entra nella biochimica della gravidanza. L’esposizione continua alla paura attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e innalza il cortisolo e le catecolamine, che restringono i vasi e riducono il flusso di sangue diretto all’utero. La placenta produce a sua volta ormone di rilascio della corticotropina, e il suo aumento anticipa i segnali del travaglio, sospingendo la gestazione verso il parto prematuro. In condizioni normali un enzima placentare, l’11-beta-idrossisteroido-
L’acqua che manca e le infezioni
La carenza di acqua potabile agisce su più fronti. La disidratazione della madre riduce il liquido amniotico e la perfusione della placenta, e un volume ridotto di liquido comprime il cordone e limita i movimenti del feto. L’acqua contaminata e il sovraffollamento dei rifugi moltiplicano le infezioni, e una febbre alta nel primo trimestre si comporta da agente teratogeno, capace di disturbare la chiusura del tubo neurale. Un’infezione non trattata evolve in sepsi, e la sepsi materna resta una causa diretta di morte del feto. La distruzione della rete idrica e fognaria converte in questo modo la scarsità d’acqua in un fattore ostetrico.
I veleni che la guerra lascia nel corpo
Le esplosioni e la polverizzazione del cemento caricano l’aria e il suolo di metalli pesanti e di particolato fine. Le ricerche condotte dopo le offensive precedenti hanno misurato nei capelli delle madri di neonati malformati concentrazioni elevate di metalli, dal tungsteno delle munizioni recenti al cadmio e al mercurio, e hanno correlato quella contaminazione a un incremento delle anomalie congenite e a un peso più basso alla nascita. Molte di quelle sostanze sono teratogene, e alcune agiscono anche da mutageni, colpendo l’embrione nella finestra dell’organogenesi, quando la costruzione degli organi procede al ritmo più alto. Una parte del danno raggiunge le cellule germinali, quelle che l’individuo trasmetterà alla prole, e la contaminazione presente si prolunga così nelle generazioni che dovrebbero venire.
La medicina che non esiste più
A questi meccanismi si aggiunge la fine dell’assistenza. Un sistema ostetrico funzionante intercetta e corregge gran parte di questi rischi, con l’acido folico e il ferro, con lo screening delle infezioni e la gestione della preeclampsia e dell’emorragia. A Gaza gli ospedali per la maternità sono stati colpiti e svuotati, e la sorveglianza della gravidanza è quasi scomparsa, così che complicazioni un tempo governabili diventano mortali. Il gesto più rivelatore riguarda il principio stesso della nascita. In una delle prime settimane di guerra un attacco colpì il centro Al Basma, la maggiore clinica per la fecondazione assistita di Gaza, e un solo bombardamento distrusse più di quattromila embrioni insieme a oltre mille campioni di seme e di ovociti conservati.
Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha stabilito che l’obiettivo fu scelto con piena cognizione, e che la distruzione della clinica costituì una misura intesa a impedire le nascite fra i palestinesi, uno degli atti elencati dalla Convenzione sul genocidio. Colpire embrioni congelati resta privo di qualsiasi valore militare, e conserva un solo significato possibile, la cancellazione della discendenza.
Perché non sono spontanei
Rimessi in fila i meccanismi, l’aumento delle gravidanze perdute non somiglia più a una sventura collettiva. La denutrizione e lo stress, la disidratazione e i veleni, la scomparsa delle cure agiscono nella stessa direzione, ciascuno con un effetto proporzionato alla propria intensità, e la loro somma produce con precisione il risultato osservato. Un esito prevedibile e dose-dipendente appartiene alla categoria della causa, lontano da quella del caso.
Torna a questo punto il termine iniziale. La Convenzione sul genocidio elenca fra gli atti vietati l’imposizione a un gruppo di condizioni di vita calcolate per distruggerlo, e la fame creata di proposito rientra in quella definizione. Nel momento in cui le condizioni imposte raggiungono il corpo della madre e fermano una vita prima che cominci, la violenza ha oltrepassato il confine dell’uccisione e ha colpito la generazione seguente, quella che non è ancora nata. Cioè il futuro stesso di un popolo Questo dice la parola pedomachia, la guerra contro il futuro di un popolo. Chiamare spontanea una simile perdita è aberrante.
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