928 Italiani nell’Esercito Iξrσeliano, mentre a Gσzσ in “Tregua” Continua lo Sterminio. Quota 1084.

Marco Tosatti 

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione su quanto si sta perpetrando in Medio Oriente. Buona lettura e condivisione.

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il primo è questo post pubblicato su Facebook da Lavinia Marchetti. Cliccate sul collegamento per vedere il video.

BALLARE SULLE MACERIE
Un soldato israeliano si filma mentre distrugge e danza in una casa di Gaza, e firma il video «Dancing in Gaza».
L’ORRORE VUOLE ESSERE VISTO
Il video è stato diffuso dal suo stesso “attore”. Un video dello scorso anno. In pieno genocidio. Piano piano ne emergeranno a migliaia di video simili. Anche molto più cruenti. Si vede chiaramente che questo video è stato girato proprio per mostrarsi, per mostrare la superiorità e per umiliare. Quel soldato non teme di essere riconosciuto. Desidera esserlo. La distruzione di una casa, di intere vite, non gli basta come atto. Vuole essere anche spettacolo, e il pubblico che guarda completa il piacere. Deve esserci un pubblico che guarda. Sia un pubblico compiacente, sia un pubblico disgustato. Per questo prende un bastone e sbeffeggia, mimando, un vecchio palestinese. Aggiungere disumanizzazione alla spettacolarizzazione della distruzione.
Walter Benjamin aveva intravisto tutto questo alla vigilia della seconda guerra mondiale. Studiando il modo in cui il fascismo trasforma la politica in scena, scrisse una frase che anticipò tutto ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco e che ci ha accompagnato fino ad oggi. L’umanità, disse, ha raggiunto un tale grado di estraneità da se stessa da riuscire a vivere la propria distruzione come un piacere estetico di prim’ordine. Il soldato che balla sulle rovine da lui creata è la figura esatta di quella frase, un uomo che ha convertito lo sterminio in una coreografia da condividere.
Susan Sontag, riflettendo sulle fotografie dell’orrore, aggiunse un particolare all’estetizzazione benjaminiana, e spiegò che l’immagine del carnefice accanto alla vittima o alle rovine create, vale come un trofeo, un modo di possedere ciò che si è distrutto, una specie di rito tribale in cui si incorpora ciò che si è distrutto. Il reel di Gaza appartiene a quella famiglia oscura, la stessa dei souvenir che i soldati si riportano a casa da tutte le guerre sporche. Cambia soltanto la velocità, perché oggi il trofeo fa il giro del mondo prima che il sangue si asciughi.
Appena ho visto e rivisto per 2-3 volte questo breve video mi sono tornate alla mente, ogni volta in modo diverso, certe immagini già viste, una sensazione di déjà-vu mi ha accalappiata.
Mi è tornata in mente la Namibia, all’inizio del Novecento, quello che potremmo definire il primo genocidio del secolo. Fra il 1904 e il 1908 l’esercito tedesco sterminò i popoli Herero e Nama, l’ottanta per cento degli uni e la metà degli altri, spinti nel deserto a morire di sete o rinchiusi nel campo di Shark Island. Mi è tornato in mente un particolare che mai cancellerò dai ricordi. I soldati tedeschi erano talmente fieri della propria impresa da farsi ritrarre in mezzo ai prigionieri ridotti a scheletri, e quelle immagini le trasformavano in cartoline, che spedivano a casa. La sofferenza di un popolo intero diventava un ricordo di viaggio, un saluto ai parenti. Chi riceveva la cartolina ammirava la conquista. Cambiano la tecnica e il secolo, ma resta identico il gesto estetico orrorifico: esibire con orgoglio ciò che dovrebbe far vergognare.
Il secondo evento-ricordo, più recente, e forse ancora più vicino al nostro video. Fra il 1965 e il 1966, in Indonesia, mezzo milione di persone, forse un milione, furono massacrate con l’accusa di comunismo. Molti anni dopo il regista Joshua Oppenheimer convinse alcuni di quei killer a raccontarsi davanti alla macchina da presa, e ne nacque un film che arriva nelle viscere dell’abisso dell’umano, «The Act of Killing».
Uno di loro, Anwar Congo, sale sulla terrazza dove aveva strangolato le sue vittime con un filo di ferro, e lì, per la telecamera, balla il cha-cha-cha. Gli altri rimettono in scena i propri delitti nello stile dei musical e dei film di gangster che amano, allegri, senza l’ombra di un rimorso. La ragione di tanta leggerezza è una sola, e Oppenheimer la coglie subito. Quegli uomini non hanno mai perduto il potere, e nessuno li ha mai costretti a riconoscere il male compiuto. Il carnefice balla perché nessuno lo ha fermato. Semplice.
Una volta che ho messo in fila le mie associazioni storiche (ce ne sarebbero a centinaia, ma la mia mente ha ripescato questi due fatti), messe una accanto all’altra, la cartolina dei coloni tedeschi e la terrazza di Anwar Congo mi è apparso chiaro ciò che li accomuna. In tutte e tre agisce la medesima doppia disumanizzazione. La vittima viene abbassata a cosa, a suppellettile da rompere per gioco. E il carnefice, nello stesso movimento, smarrisce la facoltà che fa di lui un uomo, la capacità di riconoscere nell’altro un proprio simile.
Resta una cosa che il soldato danzante ignora. Sta girando la prova contro se stesso. La cartolina tedesca è finita negli archivi che oggi documentano quel genocidio, e il cha-cha-cha di Anwar Congo è diventato un film che lo ha smascherato davanti al mondo. Anche questo balletto sulle tazzine di una famiglia di Gaza sarà, un giorno, un capo d’accusa, se non penale, morale, e il volto di questo soldato sarà preso come simbolo del mostruoso, come le facce sorridenti dei soldati tedeschi.
Resta aperta una piccola questione. Anwar Congo ballava perché era rimasto impunito. Fino a quando lasceremo ballare impuniti anche questi?

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Poi c’è questo post pubblicato da Don Chisciotte su Facebook:

 

928 ITALIANI NELL’ESERCITO ISRAELIANO. UNA DOMANDA CHE L’ITALIA NON PUÒ PIÙ ELUDERE.
Per oltre un anno il dibattito pubblico italiano ha discusso di tutto: sanzioni, mandati di arresto internazionali, diritto internazionale, crimini di guerra, responsabilità individuali. Ma su un dato si è parlato pochissimo.
Secondo un’inchiesta di Declassified UK, realizzata dai giornalisti John McEvoy e Alex Morris sulla base di documenti ufficiali ottenuti attraverso una richiesta di accesso agli atti (FOIA) presentata dall’avvocato israeliano Elad Man per conto dell’ONG Hatzlacha, 928 cittadini italiani hanno prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025.
Di questi:
• 828 possiedono la doppia cittadinanza italiana e israeliana;
• 100 hanno anche una diversa seconda cittadinanza.
Non si tratta di indiscrezioni, ma di dati ufficiali forniti in forma aggregata dal Ministero della Difesa israeliano e riportati dall’inchiesta, successivamente ripresa in Italia anche da Stefania Maurizi su Il Fatto Quotidiano.
La questione, naturalmente, non è la doppia cittadinanza, né il fatto che Israele consenta ai propri cittadini di prestare servizio militare.
La domanda è un’altra.
Se una parte di questi militari ha operato durante una campagna militare che è oggi oggetto di accuse di gravissime violazioni del diritto internazionale e di un procedimento davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, quale posizione intende assumere lo Stato italiano?
Ci saranno verifiche? Il Parlamento affronterà la questione? Il Governo ritiene che il tema non riguardi l’Italia?
Per mesi ci è stato ripetuto che il diritto internazionale costituisce il fondamento dell’ordine mondiale. Se è davvero un principio universale, dovrebbe valere indipendentemente dall’alleato coinvolto.
Non si tratta di attribuire responsabilità penali collettive né di mettere automaticamente sotto accusa centinaia di persone.
Si tratta di pretendere trasparenza, coerenza e rispetto delle stesse regole che l’Occidente invoca quando giudica i conflitti degli altri.
Perché il diritto internazionale o vale per tutti, oppure smette di essere diritto e diventa soltanto uno strumento politico.
📚 Fonti: Declassified UK; documentazione FOIA ottenuta tramite l’avvocato Elad Man (Hatzlacha); inchiesta di Stefania Maurizi su Il Fatto Quotidiano.
— Don Chisciotte
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E poi c’è questo articolo di Inside Over. Cliccate sul collegamento per il video:
Un altro giorno di sangue a Gaza in pieno “cessate il fuoco”.

Israele ha condotto un attacco contro un veicolo a Gaza City. Una persona è rimasta uccisa. È stata identificata come Mohammad al-Fayoumi, un ostaggio palestinese rilasciato nell’ambito dell’ultimo scambio di prigionieri.

Il bilancio delle vittime palestinesi uccise dai colpi di arma da fuoco israeliani a Gaza dall’alba di giovedì 9 luglio è salito a tre.

Fonti mediche hanno riferito che due dei decessi si sono verificati nella parte meridionale della Striscia di Gaza, mentre il terzo è stato registrato nella parte settentrionale della Striscia.

Il giorno prima, mercoledì 8 luglio, almeno nove palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani a Gaza tra cui almeno tre bambini.

Un bambino di 10 anni è stato ucciso in un attacco a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.

Nel quartiere di Zaytun a Gaza City, un bambino di 6 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco. Un altro bambino di 8 anni è morto a causa delle ferite riportate in un attacco a un veicolo.

A fine giugno una commissione d’inchiesta internazionale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha pubblicato un nuovo, sconvolgente, report, nel quale accusa apertamente Israele di prendere deliberatamente di mira i bambini palestinesi nella Striscia e denuncia ancora una volta il genocidio in corso.

Martedì 7 luglio un attacco israeliano a Gaza City, in cui hanno perso la vita tre persone, tra cui Mohammed Fawaz al-Wahidi, un alto funzionario del Comitato egiziano di soccorso a Gaza.

Dal cosiddetto “cessate il fuoco”, a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso almeno 1084 persone.

#gazagenocide #palestine

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Nocturne Dominus · Princeps Caeli

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