Una Chiesa di Campagna. Profanazione, e Furto di Ostie Consacrate. Claudio Gazzoli.

Marco Tosatti

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LA CHIESA DI CAMPAGNA
In questa chiesa dei Sacri Cuori di Fermo, non lontano dalla mia abitazione, qualche giorno fa, vi è stata una profanazione e relativo sacrilegio con furto di ostie consacrate.
Tutto quello che dirò sotto è finito, a causa di una profanazione lenta, inesorabile, impietosa, come la rivoluzione, consolidata qualche decennio fa ma iniziata con la cosiddetta “prima rivoluzione industriale”. “Vi abbiamo arricchito il corpo ma vi abbiamo salassato l’anima!”.
Dai mattoni di questa chiesa rurale, ora profanata, ancora in aperta campagna, anche se non più la campagna plasmata dalla fatica umana per almeno due millenni, traspare la storia fatta di antica liturgia, devozione, pietà di popolo umile, sottomesso a Dio, di donne velate e genuflesse, di uomini bruciati dal sole, asciutti e piegati. Passando a piedi lungo la strada bianca si poteva incontrare il parroco, in talare lisa e tricorno, mentre recitava il breviario passeggiando sotto i grandi pini sulla terra polverosa, con uno sguardo verso l’ingresso della chiesa; si poteva entrare e inginocchiarsi davanti a quel lumicino rosso accanto al tabernacolo dell’altare di pietra, quello vero, ricoperto da una tovaglia bianca di pizzo, dopo essersi aspersi la mano alla pesante acquasantiera di marmo incavato; si poteva chiedere di confessarsi al confessionale di legno intarsiato dietro alla grata di rame forato, mentre il sacerdote indossava la stola prima di entrarvi; si potevano udire le grida lontane dei bambini del catechismo mentre giocavano con una palla di cuoio sgualcito, sul terreno di terra battuta dietro alla chiesa; si potevano vedere le donne e gli uomini mentre si recavano a messa, di mattino presto, prima di andare nei campi, lasciando le scarpe infangate sotto il pino mentre indossavano quelle pulite portate per mano da casa; si poteva avvertire l’«introibo ad altare Dei» del sacerdote mentre saliva i gradini dell’altare ricoperti dal tappeto rosso, con indosso la pianeta verde, osservato dal chierichetto mattiniero con la cotta bianca sulla tunica nera; si potevano udire le campane intonare il Vespro mentre i contadini si radunavano per tornare nelle loro case sulla strada di terra battuta; si poteva scorgere il contadino mentre, lasciato il carro sotto l’ombra dei pini, entrava in chiesa per un fugace saluto; si potevano incontrare donne anziane, decorose e vere, mentre si recavano in chiesa ad offrire a Dio i propri malanni; si poteva avvertire l’alito leggero dello Spirito nelle frequenti processioni e rogazioni durante l’anno, mentre la pietà popolare, ancora intatta, intonava i canti Mariani; ci si poteva sentire a casa propria, nell’unico vero ritrovo della comunità, a scaldarsi davanti al focolare custodito con amore dalla padrona di casa, la Vergine Maria; ci si poteva sentire “accolti” nella comunità della Chiesa di sempre, con la certezza che mai e poi mai nessuno avrebbe potuto stravolgere la verità sacrosanta, immutabile, sicura, consolante, eterna, di una vita la cui provvisorietà era nell’ordine delle cose, degli affetti, degli eventi improvvisi, dentro alla quale ognuno aveva ben chiara la propria piccolezza davanti a Dio.
Claudio Gazzoli
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