Gideon Levy: “Israele ha Smarrito ogni Limite Morale”. Non è Netanyahu il Problema. Gariwo Mag.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due elementi che ci sembrano di grande interesse. Non è un mistero per nessuno che Israele controlla la politica degli USA, il suo presidente, quella della UE e anche quella del governo italiano. Quindi tutto ciò che riguarda Israele ci tocca molto da vicino. Il primo elemento è  questo articolo pubblicato da Gariwo Mag,  che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.

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Gideon Levy: “Dopo Netanyahu non cambierà nulla, Israele ha smarrito ogni limite morale”

 

di Riccardo Michelucci

“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”. Gideon Levy, editorialista di lungo corso del quotidiano Haaretz, nonché figura centrale e controversa – per il suo coraggio – nel dibattito politico israeliano, ribadisce la sua posizione estremamente critica sia nei confronti del governo di Tel Aviv che dell’opposizione, sostenendo che ormai non c’è più alcuna possibilità di un cambiamento dall’interno per la società israeliana.

Alla luce degli ultimi sviluppi a Gaza, in Libano e in Iran, come descriverebbe oggi la strategia complessiva di Israele e i suoi reali obiettivi?

Finora Israele non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato e credo che non li raggiungerà neanche in futuro. In Libano, per esempio, per la prima volta nella storia c’è un governo che dichiara di essere disposto a negoziare una pace permanente con Israele. Ma Tel Aviv non reagisce a questa offerta storica. Potrebbe intanto fare un accordo con Beirut, e poi cercare insieme di capire cosa si possa fare nei confronti di Hezbollah. Dire di no al governo libanese e continuare i bombardamenti, le evacuazioni di milioni di persone e la distruzione dell’intero sud del Libano è folle. E di questo, purtroppo, si discute pochissimo nel mio Paese. Dal 7 ottobre in poi, gli israeliani credono di avere il diritto di fare qualsiasi cosa.

E la fanno, con il sostegno di Trump. Oggi in tutto il Medio Oriente ci sono circa 6 milioni di persone sfollate dalle loro case e gran parte di loro non vi farà mai ritorno. È normale che vivano ormai da quasi tre anni nelle tende, senza elettricità? In Libano oltre un milione di persone hanno perso la casa, e parte di loro non potrà mai tornarvi. Inoltre, dal punto di vista della sicurezza, adesso Israele non è più forte, al contrario: qualche giorno fa siamo stati presi di mira con missili balistici per diciassette ore, non era mai successo prima d’ora. Quello che ci troviamo di fronte è uno scenario folle, e solo la comunità internazionale può fermarlo.

Lei ha spesso criticato la società israeliana per la progressiva assuefazione alla guerra: vede ancora spazi interni di dissenso o cambiamento significativo dell’opinione pubblica?

Dopo il 7 ottobre c’è stato un cambiamento drammatico nell’opinione pubblica del mio Paese, e temo che sia stato irreversibile. Gran parte degli israeliani credono che Israele non debba avere più alcun limite, né legale, né morale. Anche la minoranza che credeva ancora nella pace con i palestinesi, ormai non ci crede più. La nozione del “o noi o loro”, tipica della destra, ha un consenso assai diffuso, con conseguenze davvero terribili. In Israele si protesta solo su questioni secondarie.

L’unica vera linea di frattura profonda nella società israeliana, negli ultimi anni, è Netanyahu sì o no. Netanyahu è lo statista israeliano più amato e più odiato di sempre, e chi lo sostiene lo segue ciecamente, qualunque cosa faccia, e chi lo oppone lo osteggia qualunque cosa faccia. Ma alla fine dei conti, questa divisione non porta da nessuna parte, perché chi lo osteggia ha pochissimo da proporre come alternativa. Tutti i leader dell’opposizione erano favorevoli alla guerra in Iran, a quella in Libano e alla distruzione di Gaza. Nessuno di loro ha nemmeno provato a protestare contro il genocidio. Lo sostengono tutti e vogliono che l’occupazione continui per sempre.

In Israele i movimenti per la pace e le giovani generazioni non possono indurre una certa speranza nel futuro?

Direi proprio di no. Il 7 ottobre è stato raccontato agli israeliani come la seconda terribile catastrofe del popolo ebraico dopo l’Olocausto, in alcuni casi si è arrivati addirittura a metterli sullo stesso piano, e questo ha distrutto buona parte di quello che rimaneva del mondo pacifista che oggi non esiste praticamente più. Pochissimi continuano a parlare di pace, è un tema completamente fuori dal dibattito pubblico.

Quanto ai giovani, al contrario di quanto accade in molte società europee dove i giovani sono più pacifisti e più di sinistra rispetto alle generazioni anziane, in Israele vanno nella direzione opposta. E ciò mi rende ancora più pessimista per il futuro. Non vedo alcuna speranza di un cambiamento che possa venire dall’interno della società israeliana. Deve venire giocoforza dall’esterno.

Per quanto riguarda Gaza, come interpreta il rapporto tra la realtà di una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi e la narrazione politica ufficiale israeliana e occidentale?

Gli israeliani non sono scossi da quanto accade a Gaza perché nessuno gliel’ha mostrato. I mezzi di informazione, di proprietà privata e piuttosto liberali, hanno deciso di non mostrarlo. Un israeliano medio ha visto molto meno di Gaza negli ultimi tre anni rispetto a qualsiasi abitante di un piccolo paese italiano di montagna. Il fatto che gli israeliani non vogliano sapere, e che i media non glielo mostrino, permette loro di vivere in pace e di credere che tutto ciò che è stato fatto a Gaza sia legale e morale. Possono continuare a credere, e lo credono davvero, che chiunque osi alzare la voce, e abbia una coscienza, sia un antisemita. Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza.

Vive in una posizione molto strana e senza precedenti storici, in cui un popolo responsabile di un genocidio crede di essere la vittima. La mia impressione è che ora anche il mondo stia dimenticando Gaza. Parlo con i miei amici lì e piango. Non c’è alcuna intenzione di ricostruire la Striscia. Gaza è un cimitero e può restare così per anni. Toccherebbe alla comunità internazionale riportarla all’ordine del giorno e approvare sanzioni come fu fatto tanti anni fa nei confronti del regime sudafricano. L’UE ha sanzionato ripetutamente la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina ma non Israele. Forse l’invasione di Gaza è meno brutale? Basta condanne formali, servono le sanzioni.

Papa Leone dovrebbe andare a Gaza?

Sì, e sono molto deluso che non ci sia ancora ancora andato. Avrei voluto sentirlo annunciare un viaggio nella Striscia e magari vedere Israele che glielo impediva. In ogni caso Leone XIV doveva almeno provarci, dire chiaramente: “voglio entrare a Gaza e voi non avete alcun diritto morale di impedirmelo”. Credo proprio che in quel caso il governo di Tel Aviv non avrebbe potuto dire di no al Papa.

Quanto potrebbero pesare le elezioni previste nell’autunno prossimo nel ridefinire la direzione del Paese e la leadership attuale?

Il genocidio a Gaza non influenzerà il voto in alcun modo. Ad oggi sembra assai improbabile che Netanyahu possa essere in grado di formare il prossimo governo. Non c’è un solo sondaggio che dia la maggioranza a lui e ai suoi alleati. Ciò non mi rallegra, perché so bene qual è l’alternativa e vi invito a non cadere nella trappola in cui cadono molti in Europa: aspettare semplicemente che Netanyahu se ne vada e poi credere che tutto si risolva per il meglio come se lui fosse l’unico problema.

Il primo candidato alternativo, quello che oggi ha le maggiori possibilità, è Naftali Bennett, che per anni è stato segretario generale del movimento dei coloni. Cosa possiamo aspettarci da un uomo del genere? Il secondo candidato serio è Gadi Eisenkot, che ha ricoperto vari incarichi, gestendo l’occupazione in qualità di generale. Vi pare credibile immaginare una nuova direzione politica? Davvero pensate che gente come loro, che non ha mai trattato i palestinesi come esseri umani possano cambiare le cose? La verità è che propongono solo cambiamenti cosmetici nella vita interna di Israele. Tutti i governi europei li accoglieranno con entusiasmo, ma tanto grande sarà la gioia, altrettanto grande sarà la delusione perché quei due non faranno nulla per risolvere i veri problemi del nostro Paese.

La soluzione “due popoli due Stati” appare ormai del tutto irrealizzabile, eppure molti leader politici continuano a parlarne.

Con 700mila coloni e circa 1,5 milioni di dunam [1.500 km²] sottratti in Cisgiordania con la violenza soltanto negli ultimi due anni, non c’è più alcuno spazio per uno Stato palestinese. E in Israele nessuno è disposto a evacuare quei criminali dai territori che hanno occupato. Dobbiamo affrontare la realtà. Tutti coloro che sostengono ancora la soluzione “due popoli due Stati” — l’UE, l’Autorità Palestinese, gli Stati Uniti, il mondo arabo — sono ben consapevoli che non si avvererà mai. Continuare a parlarne gioca a favore dell’occupazione. Lo dico da molto prima del 7 ottobre: non c’è altra soluzione che creare un unico stato democratico che garantisca uguali diritti a tutta la popolazione. Dobbiamo dimenticare il sionismo e iniziare a parlare di “una persona, un voto”. Israele si opporrà dichiarando ufficialmente di essere uno Stato di apartheid.

Riccardo Michelucci, giornalista

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E poi c’è questo post pubblicato su Threads, di grande rilievo:

Domenica il governo israeliano ha approvato una decisione senza precedenti: ha stabilito di non dare seguito a una sentenza della Corte Suprema relativa alla nomina del presidente del Consiglio della Seconda Autorità per la Televisione e la Radio, l’ente che supervisiona parte del sistema radiotelevisivo del Paese.

Il governo sostiene che la Corte Suprema non abbia l’autorità di intervenire su questo tipo di decisioni dell’esecutivo. Per questo motivo ha deciso di ignorarne la sentenza.

Per molti costituzionalisti, ex magistrati e oppositori politici si tratta di un passaggio estremamente grave: se un governo può scegliere quali decisioni della Corte Suprema rispettare e quali no, viene messo in discussione uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto, cioè che tutti i poteri dello Stato siano soggetti alla legge e alle decisioni dei tribunali.

Questo episodio si inserisce in un conflitto iniziato nel gennaio 2023, quando il ministro della Giustizia Yariv Levin presentò il progetto di riforma della giustizia. Il governo sostiene che la riforma serva a riequilibrare i poteri dello Stato, limitando l’influenza della magistratura. I critici, invece, ritengono che riduca l’indipendenza dei giudici e concentri troppo potere nelle mani della maggioranza politica.

Negli ultimi tre anni e mezzo lo scontro tra governo e Corte Suprema è diventato sempre più duro. La decisione di ignorare una sentenza della Corte viene considerata da molti osservatori un momento di svolta, perché è la prima volta nei 77 anni di storia di Israele che un governo dichiara apertamente di non riconoscere una decisione dell’Alta Corte su una questione di questo tipo.

Il dibattito resta profondamente divisivo: per i sostenitori del governo si tratta di difendere la sovranità del potere eletto; per gli oppositori è un passo che rischia di indebolire le garanzie democratiche e la separazione dei poteri.

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