I&r@ele, lo Sterminio Avvelena il Carnefice. Inchiesta Clinica di Haaretz, Lavinia Marchetti Commenta.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Lavinia Marchetti sul suo profilo Substack, che vi invitiamo a visitare. Buona lettura e condivisione.

§§§

 

ISRAELE: IL CARNEFICE SI AMMALA DEL PROPRIO STERMINIO
Diario clinico di una comunità che si avvelena mentre stermina

Voglio cercare di rispondere, in questo articolo, a una domanda a cui fino ad ora, è stato difficile, quasi impossibile dare una risposta: cosa succede a una società che commette un genocidio? Sappiamo, a livello individuale, cosa accade nella mente di chi uccide a livello individuale: dalla psicopatia, alla colpa dostoevskiana; più difficile, tuttavia, è conoscere questi dati in seno a una intera società. Senz’altro qualcosa di inconsueto accade quando una collettività, pubblica, su uno dei suoi giornali più autorevoli, il referto della propria dissoluzione mentre la produce con le proprie mani. È il caso delle pagine sette e otto di Haaretz, nell’edizione di sabato 28 giugno, dove il cronista Tom Levinson firma un’inchiesta che la redazione intitola senza nessuna attenuante: «A collapsing society. Israel is suffering a mental health crisis due to the Gaza war». Una società che collassa.

Chi si aspetta dalla stampa di un paese in guerra la retorica consueta del sacrificio o la contabilità fredda delle perdite trova, in queste pagine, tutt’altro. Incontra un elenco di cifre sanitarie che si mescola alle voci dei primari interpellati e ai racconti dei pazienti insonni, composto con il linguaggio solo apparentemente arido della statistica clinica per certificare che il corpo collettivo israeliano si ammala della violenza che infligge. L’inchiesta non lo dichiara con queste parole, ma lo rende leggibile a chi, ormai da anni, studia gli effetti esterni che tale società provoca sui propri “nemici” e sul mondo. Che cosa significa, per una popolazione, redigere in tempo reale il referto della propria autodistruzione mentre l’azione che la produce prosegue?

Nadav Wiersch, che presiede un’associazione per i reduci di guerra, apre l’inchiesta con un dettaglio importante. Il suo telefono squilla in continuazione, e lui non può permettersi di lasciarlo squillare. Una moglie lo cerca perché il marito riservista è uscito di casa e ha smesso di rispondere. Lo trovano confuso, in un bosco, deciso a farla finita. Prima della guerra era un gruista con una vita ordinata. Una commissione del ministero della Difesa lo dichiara oggi del tutto inabile al lavoro, dipendente e pericoloso per sé e per chi gli sta vicino. Il giornale afferma che nessuno dei suoi terapeuti sa se tornerà mai nella società. La frase rovescia l’ordine consueto del racconto bellico. Il reduce non è più una figura di ritorno, bensì di scomparsa permanente da uno spazio comune che continua a chiamarsi normalità, ma di normalità non conserva traccia.

Interpellato da Levinson, il professor Eyal Fruchter, che presiede il Consiglio nazionale per il post trauma, rifiuta qualsiasi cautela diplomatica, i numeri non lasciano dubbio, Israele affronta una crisi nazionale. Prima del genocidio il ramo riabilitativo della Difesa seguiva sessantaduemila invalidi, undicimila per disturbi psichici. Oggi le cifre toccano rispettivamente ottantaduemila e trentunomila. La componente mentale del danno si è quasi triplicata in poco più di un anno e cresce a un ritmo superiore a quello della componente fisica.

IL CORPO CHE NON DORME PIÙ

Dal soldato al civile la sofferenza psichica attraversa l’intera popolazione, e la prima funzione a cedere è il sonno. Uno studio della facoltà di Medicina dell’Università Ebraica misura al cinque per cento la quota di israeliani con insonnia clinica prima del sette ottobre. Alla fine del 2025 la stessa quota tocca il ventotto per cento. Il professor Gil Saltzman, tra i massimi psichiatri del paese, traduce il dato in una scena da conferenza: su duecento persone interrogate su chi abbia dormito sette ore filate la notte precedente, ne alzano la mano tre. Viviamo, dice, in uno stato di incertezza permanente. Il telefono può suonare fra un’ora, dall’Iran possono partire missili, siamo in modalità di sopravvivenza, e questo produce conseguenze. Lo psichiatra Yossi Levi Belz, dell’Università Ruppin, aggiunge alla diagnosi un concetto che la sociologia conosce meglio della clinica individuale, il trauma collettivo, la condizione in cui il pericolo non riguarda più il singolo esposto a un evento, ma la società intera in quanto tale, intrecciata alle proprie relazioni interpersonali e alle proprie strutture sociali.

Zahava Solomon, tra le principali ricercatrici del settore, offre a Levinson una visione del futuro: il danno che osserviamo oggi, dice, costituisce soltanto una piccola parte, persino la punta dell’iceberg, di quello che deve ancora arrivare. Sono proprio i periodi di quiete apparente, spiega, a permettere che il contenuto accumulato esploda più tardi, e molti reduci scarichi dal servizio attivo custodiscono una carica non ancora deflagrata, sono bombe a orologeria. Levi Belz aggiunge che in questa guerra il rischio non riguarda una minoranza esposta al fronte. Riguarda l’intera cittadinanza, poiché la popolazione civile appartiene ormai, per intero, al gruppo a rischio.

Quando il pericolo diventa una condizione permanente anziché un semplice episodio isolato, la casa smette di offrire riparo. Nei primi sei mesi di genocidio le chiamate ai centri contro la violenza domestica salgono a quattromilacinquecentosessantasei, contro le duemilasettecentosessanta dello stesso periodo dell’anno precedente. Uno studio del 2024 calcola un rischio di violenza fisica o sessuale otto volte superiore quando entrambi i coniugi prestano servizio nella riserva. La cifra merita una riflessione. Non sta descrivendo un’eccezione di singoli individui inclini alla violenza, come vediamo più o meno in tutte le società. In pratica questa cifra descrive la conversione dello spazio domestico in un prolungamento del campo di battaglia, dove la tensione accumulata fuori rientra e si scarica su chi sta più vicino.

Poi arriva il rimedio più antico: le sostanze, la via più immediata per interrompere la percezione. Un rapporto dell’Israel Center for Addictions and Mental Health calcola che durante il genocidio e la guerra all’Iran un israeliano su quattro fa un uso a rischio di alcol o di altre sostanze, contro uno su sette prima del conflitto. Tra chi mostra sintomi gravi di post trauma la proporzione sale al cinquantaquattro per cento, mentre sedativi e antidepressivi crescono rispettivamente del sedici virgola cinque e del quattordici per cento. I centri di sostegno psicologico, che accoglievano cinquemila persone nel 2022, ne accolgono trentaseimila nel 2025. Il corpo sociale presenta tutti i sintomi insieme, mentre guerra e genocidio proseguono.

IL COSTO DELLA CURA CHE MANCA

Una popolazione che si ammala a questa velocità avrebbe bisogno di un apparato di cura proporzionato. Accade l’esatto contrario. Il giornale riporta i numeri: settecentosettanta pazienti per ciascun operatore della salute mentale. Nel pieno della guerra un cacciatore di teste britannico arriva in Israele in cerca di psichiatri. Procura permessi di lavoro nel Regno Unito e si occupa dei traslochi. Dieci primari partono per Bristol. Secondo Fruchter decine di altri psichiatri lasciano il paese durante il conflitto, e molti, riferisce Saltzman, dicono di prendersi un anno sabbatico per poi non tornare più. La fuga dei curanti mentre il male si diffonde compone da sola un’immagine che non richiede aggiunte, la giuria che abbandona l’aula prima del verdetto.

QUELLI CHE MUOIONO IN SILENZIO

Il capitolo più cupo dell’inchiesta riguarda i suicidi. Il dipartimento per la riabilitazione della Difesa ne registra sei tra i reduci nel 2024 e tredici nel 2025. Fruchter prevede un incremento fra il venti e il trenta per cento a “guerra” conclusa, perché il crollo arriva spesso dopo, quando la tensione si allenta. Una fonte della Difesa, citata dal giornale, ammette il fenomeno e insieme lo mantiene fuori dalla vista pubblica, il pubblico resta del tutto ignaro di questi casi, queste persone muoiono in silenzio.

L’estate scorsa un gruppo di reduci aveva protestato davanti alla sede della riabilitazione di Petah Tikva, chiedendo di fermare il suicidio successivo. Tra loro Or Aflalo, ventiquattro anni, appena rientrato dai combattimenti nella Striscia. Lo scorso febbraio Aflalo viene trovato senza vita in casa sua, per overdose. Chi manifestava contro il prossimo suicidio diventa il suicidio successivo, e attorno a questi morti il paese stende un silenzio organizzato. Molti reduci, riferisce Wiersch, evitano perfino di farsi riconoscere come malati per timore di perdere la patente o il posto in un’azienda della difesa, per timore di sentirsi dare dei traditori.

CIÒ CHE SI DEPOSITA NELLA PSICHE DI CHI STERMINA

Che cosa accade alla mente di chi infligge la distruzione? La psichiatria del secolo scorso ha impiegato decenni a porre questa domanda, perché contraddice l’idea che il trauma appartenga soltanto a chi la violenza la subisce. Gli studi dicono altro. L’atto di uccidere produce un danno in chi lo compie, un danno che una parte della letteratura clinica, cresciuta a partire dai reduci del Vietnam, ha isolato con precisione, chi ha ucciso porta sintomi più gravi e più duraturi di chi è stato soltanto esposto al pericolo. La mano che preme il grilletto si ammala più della spalla colpita. Accanto a questo danno se ne colloca un secondo, più sottile, la lesione morale, il crollo interiore che segue il tradimento di ciò che si riteneva giusto. I reduci israeliani che, scrive Levinson, temono di farsi riconoscere per le proprie lesioni morali e paventano l’accusa di tradimento, parlano esattamente questa lingua. Sanno, a un livello che la propaganda non raggiunge, di aver fatto qualcosa che li ha incrinati.

Per reggere l’irreparabile la mente si divide. Chi seleziona le vittime durante il giorno e torna genitore premuroso la sera pratica una scissione dell’io che la psichiatria ha osservato nei medici dei campi di sterminio, e che permette a una stessa persona di sostenere ruoli incompatibili senza che l’uno contamini l’altro. L’accompagna un’attenuazione della capacità di sentire, la stessa che si osserva nei sopravvissuti di eventi catastrofici estremi, quando l’apparato psichico riduce la propria sensibilità per non collassare sotto la pressione di ciò che percepisce. Una collettività che stermina civili e la sera si addormenta attua la medesima scissione su scala di popolo. Il conto poi si salda di notte, quando l’io diviso cede, e si presenta in farmacia.

La disumanizzazione del nemico produce un effetto che chi la esercita ignora quasi sempre. Per ridurre l’altro a bersaglio occorre amputare in se stessi la facoltà che riconosce nell’altro un proprio simile. Quella facoltà, una volta amputata, non torna a comando. Chi ha imparato a non vedere l’umanità del palestinese disimpara a vedere anche la propria. Il veleno preparato per l’avversario resta nel corpo di chi lo somministra.

L’AUTOIMMUNITÀ DELLA COMUNITÀ

Jacques Derrida applicò a tutto questo un termine filosofico: autoimmunità, riprendendo un termine dalla biologia per applicarlo alle comunità politiche, un corpo collettivo che, nel tentativo di proteggersi da una minaccia, sviluppa una reazione difensiva capace di aggredire il corpo stesso che dovrebbe proteggere. La società israeliana, se si osserva la sequenza di dati che Levinson accosta senza commentarla, ha imboccato esattamente questo percorso. L’apparato costruito per difenderla, la mobilitazione permanente di un esercito estenuato da una guerra su più fronti, si rivolge contro il corpo che giurava di proteggere. Le difese hanno cambiato bersaglio. Il paese che voleva immunizzarsi dalla morte la produce in una quantità tale da doverla riassorbire per intero, dentro gli ospedali psichiatrici che riempie e le farmacie che svuota di sedativi, fino ai cimiteri dove la depone. Le chiamate ai centri antiviolenza raddoppiano e i suicidi dei reduci crescono mentre il ministero li tiene fuori dai bollettini ufficiali, quella società affronta la dissoluzione delle regole condivise che di solito trattengono un individuo dal rivolgere la violenza contro sé o contro chi ama. Per questo Pappé decretava la fine di Israele. È quanto la sociologia classica ha chiamato “anomia”, la condizione in cui le norme che orientano la condotta perdono presa proprio quando servirebbero di più.

IL REFERTO CHE IL NOVECENTO NON POTÉ SCRIVERE

Il danno psichico di chi stermina è una cosa antica, e la storia lo documenta nei battaglioni di polizia tedeschi che fucilavano ebrei nelle fosse dell’Europa orientale. Gli storici hanno ricostruito, decenni più tardi, come quegli uomini comuni annegassero nell’alcol la propria repulsione e chiedessero il trasferimento, vinti dagli incubi. Il comando nazista prese atto del problema e cercò una soluzione tecnica. Il passaggio alla camera a gas servì anche a risparmiare ai carnefici il contatto ravvicinato con lo sguardo delle vittime. Nel discorso di Posen del 1943 Heinrich Himmler lodò i propri ufficiali per essere rimasti, a suo dire, uomini perbene in mezzo al massacro, e definì lo sterminio una pagina gloriosa destinata a restare per sempre non scritta. Il regime insegnava ai propri funzionari a soffocare la domanda su ciò che infliggevano e a coltivare invece la compassione per il carico che dovevano sopportare loro stessi.

Tutto questo lo abbiamo saputo tardi, e a fatica, contro un regime che nascondeva la propria disgregazione e la travestiva da gloria. Il fenomeno restava impossibile da studiare mentre accadeva. Oggi si verifica il rovesciamento esatto. Una società che conduce uno sterminio ne pubblica il referto clinico in tempo reale, su uno dei giornali più autorevoli, con le cifre del proprio ministero della Difesa. Disponiamo, per la prima volta, dell’elettrocardiogramma di un corpo collettivo che si avvelena nell’atto stesso di uccidere.

Questo capovolgimento toglie l’ultima via di fuga retorica. Del Terzo Reich si è potuto dire che la popolazione non sapeva. Di Israele questo non sarà possibile, perché è Israele a scriverlo di sé, oggi, mentre lo compie, e lo scrive una stampa interna a cui resta ancora un po’ di spazio di libertà, a differenza di quella di allora. Il merito di Haaretz sta esattamente nel mostrare la malattia mentre il malato la nega.

HORROR AUTOTOXICUS

La vecchia immunologia aveva un nome per la legge che trattiene un organismo dall’aggredire se stesso, horror autotoxicus, il ribrezzo dell’autoavvelenamento. Un corpo sano riconosce ciò che gli appartiene e si astiene dal distruggerlo. La malattia comincia quando questa legge cede, e le difese si rivolgono contro l’organismo che dovrebbero proteggere. È la stessa legge che Derrida importa nel campo politico quando osserva che una comunità disposta a tutto pur di sopravvivere finisce spesso per aggredire la vita che intendeva difendere, capovolgendo la protezione nel proprio opposto.

La forza che Israele scarica su Gaza e sul Libano non trova sfogo all’esterno. Resta dentro il sistema che l’ha generata e ricade anche sull’emittente. Gli antichi la chiamavano “nemesi” e la dicevano figlia della tracotanza. La clinica la chiama autoimmunità. Il linguaggio comune userebbe la parola karma, indicando la stessa legge, la violenza che non trova via d’uscita e ritorna alla propria sorgente.

Quella freddezza percettiva, quell’incapacità di partecipare alla sofferenza che si produce fuori dai propri confini, non è un dettaglio psicologico marginale. Si presenta semmai come la condizione senza la quale nessun genocidio, in nessuna epoca, ha mai potuto essere eseguito fino in fondo dai propri esecutori. L’alcol, gli antidepressivi, servono a mantenere accesa quella freddezza. È la stessa insensibilità che permette di osservare un genocidio e continuare a chiamarlo con un altro nome, di guardare le cifre di Gaza con la stessa attenzione distratta con cui si guarda un bollettino meteorologico.

Il genocidio, se si accetta questa lettura clinica, è la malattia professionale di chi lo esercita. Chi pratica l’annientamento contrae il danno che dissemina e lo porta a casa. Il letto insonne lo custodisce fino all’alba, e l’ambulatorio intasato lo accoglie il giorno dopo. Resta da dire a cosa serva osservare tutto questo, e lo dico senza alcuna pietà per chi lo ha causato. Il collasso non ha alcun bisogno di compassione per l’esecutore. Ne costituisce la prova.



Iscriviti a Lavinia Marchetti
Launched 5 months ago
Biologist and political philosopher writing on Gaza, contemporary genocides, just war ideology, women’s bodies in war, and everyday forms of resistance.
§§§

Aiutate Stilum Curiae

IBAN: IT79N0200805319000400690898

BIC/SWIFT: UNCRITM1E35

***

Stilum Curiae lo trovate anche qui:

https://www.instagram.com/sanpietrotos/

https://vk.com/stilumcuriae

https://www.facebook.com/marco.tosatti/

https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822

https://t.me/marcotosatti

www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21

https://x.com/MarcoTosatti

***

banner pro vita

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Se hai letto « I&r@ele, lo Sterminio Avvelena il Carnefice. Inchiesta Clinica di Haaretz, Lavinia Marchetti Commenta. » ti può interessare:

Torna in alto