Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, la nostra Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste delizioese storie sarde. La prima autobiografica…Buona lettura e divertimento.
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Me ne tornavo verso casa, tutta nella gioia che germoglia dopo la Messa vespertina, guidando lesta lungo l’orientale sarda quando, d’un tratto, oh che cosa è? Certo, una tartaruga che attraversa, lenta, il manto grigio dell’asfalto. Inchiodo, così, urlo ai monti e alle macchine che ho dietro che c’è una tartaruga che attraversa l’orientale, e corro ad afferrare il carapace vivo. La metto sul ciglio dell’altra riva quando uno dei tanti che si è fermato a guardare mi urla. “Gettala nel fosso, altrimenti torna indietro!”. Ubbidisco, eseguo, ma la meschina ora è a zampe in su. Non mi resta che finir nel fosso anche io. La giro, la incoraggio ad andar per campi e poi, a fatica per via della gonna che si stringe sull’orlo, scavalco il paracarri e sono di nuovo in macchina. La Provvidenza! E ha provveduto anche per i libri che ho preso in biblioteca e uno davvero bellino tanto di Tonino Oppes, che è un giornalista sardo della sede Rai qua nell’isola. Salto d’un rigo, con la gonna a palloncino. Op là.
Dunque il libro si intitola “Paristorias” ed è una raccolta di brevi racconti che narrano i miti e le leggende di tante cittadine sarde, da Castiadas a Bosa fino a Baunei, Nuoro, Illorai, Pozzomaggiore (dove è nato l’autore). E siccome questo articolo è un poco dedicato al nostro Marco che è genovese, (dove patrono è San Giorgio) e che aveva un fratello, Giorgio, amatissimo.
Comincio, dunque, proprio dalla leggenda del “Santo operaio” di Pozzomaggiore. Tiriamo un bel respiro e salendo sulla macchina del tempo eccoci nel Cinquecento quando le mille e cinquecento anime di pozzomaggioresi stavano costruendo il loro Santuario. Ma qualcosa doveva andare storto perché i lavori si fermavano, languivano, andavano avanti come la mia tartaruga sull’orientale. Il capomastro e gli operai andarono dalla guaritrice del paese (ma ben cristiana) che diede loro una pozione contro il malocchio e ripresero il travaglio. Ma niente. Finché un giorno, dal nulla, comparve un “giovane forestiero”. Che parlò così: “Su nomene meu est Giolzi”. Cioè Giorgio. Si presentò come operaio, compariva e spariva, ma lavorava sodo e disegnò la bella facciata ricamata in bianco lino della Chiesa. Alla fine dell’opera sparì come era comparso. Una donna gridò: “Era San Giorgio, l’ho sognato!”. Così il Santuario fu del gran Santo che uccise un drago e si fece operaio per la gente sarda…
Ora, via a Illorai, nel Goceano, per una stupenda e commovente storia di campane! Sapete quanto io ami le campane che sono la voce di Dio! Infatti ce le hanno tolte, persino a Roma, dove, da bambina, le udivo dindonare a distesa e il cielo pareva aprirsi e gli angeli scendere giù in terra… Dunque a Illorai, tanto tempo fa, gli abitanti si svegliarono, senza il consueto e dolce scampanio mattutino, e a un’amara sorpresa: qualcuno aveva rubato la campana della chiesa. Sconforto, costernazione, muto silenzio nelle campagne. A una riunione dei paesani con il parroco, una vecchietta ha una proposta: fondiamola noi una campana, con quel che abbiamo, pentole, campanacci delle pecore, pignatte vecchie. Detto fatto, urrà, l’idea prende partito e la campana nuova è fatta. Fatela suonare subito, chiedono i paesani, ma il parroco – un parroco serio, dei tempi andati – s’oppone. Nossignore deve suonare all’ora sua. E così fu e tutti, il giorno appresso, si svegliarono, dopo aver dormito poco o nulla per l’attesa, felici e contenti al suono della nuova campana. Un giorno nuovo, vestito di speranza.
Oh che nostalgia dei paesani che amavano come fosse mamma di tutti la loro campana, la quale, infatti, somigliava nella forma a certe gonne scure portate dalle donne sarde ancora adesso, certo raramente (ne ho vedute due a Budoni proprio la scorsa domenica…). La storia è un poco complicata perché Ghilarza, per motivi di confine, si impossessò della chiesetta dedicata a San Serafino (Fineddu) che gli ulesi di Ulatirso ritenevano loro. Così questi ultimi infuriati per il furto, rubarono alla chiesa la campana… La quale, nel trasbordo sul fiume, finì in acqua. E miracolosamente, nella corrente, suonò per la festa! Ora quella stessa campana del miracolo vive nella bella chiesa dedicata alla Madonna di Monserrato a Ulatirso. Ma, ancora oggi, quando un ulese mette piede a Ghilarza, nel sorriso, gli arriva un saluto da ladro di campane. Oggi come ieri e sempre…
Termino con una risata. Quando Carlo Alberto, da Re di Sardegna, andò in visita a Bono, sempre nel Goceano, gli furono offerti dei fichi d’India, frutto che non aveva mai assaggiato. Buoni, pensò il re e se ne pappò qualcuno, poi però disse che ne aveva mangiati abbastanza e grazie, ma no grazie. L’uomo che glieli sbucciava lì davanti, in sardo stretto, borbottò: “E mandrighet su Re, tanti noi custa cosa la damos a sos porcos, b’ind’avanzata meda, est piena in tott’ue”. Vabbè, non la traduco, è facile da capire. Ma Carlo Alberto non capì e per fortuna (per i bonesi) non chiese la traduzione. Del Goceano, il caro ricordo di Carlo Alberto andò proprio ai fichi d’India…
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