Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post pubblicato su X dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.
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Sessant’anni fa accadde qualcosa che oggi quasi nessuno ricorda.
Mentre il nuovo rito della Messa stava per essere imposto a tutta la Chiesa, un gruppo di cardinali, vescovi e teologi lanciò un ultimo, drammatico allarme.
Tra loro c’erano il cardinale Ottaviani, per anni Prefetto del Sant’Uffizio, e il cardinale Bacci.
Il documento che presentarono a Paolo VI è passato alla storia come “Breve Esame Critico del Nuovo Ordo Missæ”.
Le accuse erano pesantissime.
Secondo gli autori, il nuovo rito rappresentava un “impressionante allontanamento” dalla teologia cattolica della Santa Messa definita dal Concilio di Trento.
Erano esagerazioni? Nostalgia del passato? Oppure il tentativo disperato di salvare la Fede cattolica da una rivoluzione già in atto?
In questa diciottesima puntata de «La Notte della Chiesa» Don Claudio Crescimanno analizza uno dei documenti più controversi e sconvolgenti dell’intera crisi postconciliare.
Vedremo cosa denunciavano Ottaviani e Bacci. Esamineremo l’Institutio Generalis del nuovo Messale. Confronteremo i testi ufficiali. Scopriremo perché, appena pochi mesi dopo la promulgazione del nuovo rito, Roma fu costretta a correggere alcune formulazioni dottrinali particolarmente controverse. Una puntata fondamentale per comprendere il rapporto tra dottrina e liturgia. Perché chi cambia la Fede deve necessariamente cambiare anche la preghiera. E chi cambia la preghiera finisce inevitabilmente per cambiare la fede.
Lex orandi, lex credendi.
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1 commento su “Il Dossier che Roma Ignorò. Novus Ordo, la Notte della Chiesa. Mons. Carlo Maria Viganò.”
)Spero che mi sia pubblicato )
Il problema di Viganò e di quanti ragionano come lui è sempre lo stesso: trasformano un dossier critico in un tribunale sopra il Papa.
Il “Breve Esame Critico” di Ottaviani e Bacci fu certamente un documento severo, importante, storicamente significativo. Segnalò difficoltà reali, soprattutto su alcune formulazioni dell’Institutio Generalis del 1969, poi effettivamente ritoccate. Ma una cosa è dire che un testo preparatorio o esplicativo poteva contenere ambiguità; altra cosa è concludere che il Messale promulgato da Paolo VI fosse eretico, invalido o contrario alla fede cattolica.
Il fatto decisivo resta questo: Paolo VI promulgò il nuovo Messale con la Costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969. Non si trattò del parere privato di Bugnini, né del lavoro di una commissione, né dell’opinione di qualche esperto: fu un atto del Romano Pontefice.
Ottaviani e Bacci potevano presentare osservazioni. Potevano chiedere correzioni. Potevano esprimere timori. Ma non potevano costituirsi come istanza superiore al Papa. Nella Chiesa cattolica il Papa possiede potestà “suprema, piena, immediata e universale”, che può sempre esercitare liberamente.
Dunque il punto non è negare che vi siano state discussioni, tensioni, imprudenze, formulazioni infelici o abusi liturgici successivi. Il punto è non trasformare una critica, anche autorevole, in una clava contro l’autorità della Chiesa.
Quando il Papa promulga un Messale per la Chiesa latina, il cattolico non può rispondere: “Aspetti, Santità, prima deve decidere il mio dossier”. Perché allora non saremmo più nella Chiesa cattolica, ma in una repubblica di periti, cardinali emeriti, teologi indignati e commentatori apocalittici.
La lex orandi conta, certamente. Ma conta anche la lex Ecclesiae: e nella Chiesa cattolica la liturgia non viene giudicata definitivamente da Viganò, da YouTube, da un cenacolo tradizionalista o da un dossier, bensì dall’autorità legittima della Chiesa.
Chi dimentica questo può anche citare Trento ogni tre righe; ma finisce per ragionare non da cattolico romano, bensì da protestante del rito antico.